QUALE MESE È A MOSCA IL PIÙ CRUDELE?
Redazione- Tutto ciò che nasce, anche il più bel fiore, finirà impietosamente: aprile è un mese crudele perché genera una vita inesorabilmente destinata a una brutta fine. E di questa crudeltà si nutre una natura imperturbabile, che ogni anno celebra lo stesso rito
Il mese di aprile è “crudele” perché è il mese in cui si risveglia la natura e genera una flora lussureggiante che però morirà molto presto
A Mosca la fioritura quest’anno è arrivata in anticipo. Nell’orto, nel campo, nel giardino, i lillà sono appassiti ed è già spuntato il primo giglio immacolato. Si contorna delle piante del Ciubushnik, che sono di varietà e qualità differenti. Alcune hanno petali grandi, bianchi, profumati; se ci passi accanto, quando non c’è vento, ti ritrovi dentro una nuvola fragrante.
Un fiore speciale copre la terra come un tappeto; è il Lileynik, famoso perché vive per un solo giorno e poi muore. Infatti, è del genere Hemerocallis, dalle parole greche hemera, giorno, e kalos, bello, proprio perché ogni singolo bocciolo si schiude al mattino e avvizzisce la sera stessa. Nella botanica inglese questa denominazione è rispettata: Daylily, come in tedesco, Taglilie, traduzioni esatte per “giglio di un solo giorno”.
Dunque, luglio sarebbe a Mosca “il mese più crudele”: non aprile, come in Europa, secondo quanto scrisse invece Thomas Eliot in apertura di The Waste Land, nel 1922. “April is the cruelest month” è il verso più celebre del più celebre poema del Novecento (con i Cantos di Pound). Il mese di aprile è “crudele” perché è il mese in cui si risveglia la natura e genera una flora lussureggiante che però morirà molto presto.
Tutto ciò che nasce, anche il più bel fiore, finirà impietosamente: aprile è un mese crudele perché genera una vita inesorabilmente destinata a una brutta fine – come il Lileynik che vive un solo giorno. E di questa crudeltà si nutre una natura imperturbabile, che ogni anno celebra lo stesso rito. Molti, in particolare Wolfgang Sofsky, hanno ragionato sulla crudeltà come componente intrinseca e atemporale dell’umanità – per Konrad Lorenz sarebbe addirittura un fattore evolutivo.
Difficile immaginare cosa direbbe oggi Eliot, della nostra Europa desolata, cento anni dopo. Certo, era un ammiratore come pochi della cultura russa. Si riconosceva nella linea che va da Sant’Agostino a Dostoevskij, dalle Confessioni alle Memorie dal sottosuolo. Nessuno si era mai confessato come Agostino e nessuno poi come Dostoevskij. Eliot ammirava la sincerità e la profondità di entrambi. Agostino ha un posto di straordinario rilievo in The Waste Land, dove c’è fra l’altro una citazione letterale dell’apertura del Libro III delle Confessioni (“Veni Carthaginem…”).
Lo stesso si può dire dei Four Quartets, di Ash Wednesday, di The Rock. L’influenza di Agostino attraversa chiaramente e sistematicamente la produzione di Eliot, con citazioni letterali, interpolazioni, parafrasi, commenti. Per lui, Agostino è il punto di riferimento teologico e psicologico primario; Dostoevskij è stato un compagno di viaggio, considerato maestro ineguagliabile nell’esplorazione dell’abisso spirituale di un’umanità che provava a vivere senza timor di Dio.
Eliot non solo lesse accanitamente Dostoevskij durante i suoi anni di formazione a Parigi, ma l’influenza di Dostoevskij si manifesta nelle sue opere attraverso una sorta di gemellaggio: il primo capolavoro di Eliot, Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, nel 1915, rispecchia Memorie dal sottosuolo. In Assassinio nella cattedrale c’è un dialogo sottile che richiama da vicino la logica devastante del Grande Inquisitore in I fratelli Karamazov.

Cento anni or sono, Eliot, come Dostoevskij, vedeva la modernità occidentale come una “terra desolata”
Già cento anni or sono, Eliot, come Dostoevskij, vedeva la modernità occidentale come una “terra desolata”, priva di verticalità trascendente; con i suoi orrori, la Prima guerra mondiale gli era sembrata la conferma di tanta desolazione. Cento anni dopo sarebbe ancora al punto?
A differenza di molti inglesi odierni, direbbe che la retorica russa dei valori tradizionali è soltanto un cinico trucco di marketing politico, inventato a tavolino da un mago del Cremlino? O piuttosto direbbe che è una risposta popolare autentica, per certi versi disperata, e istinto di sopravvivenza?
In questo senso, il tentativo dello Stato e di ampi strati della popolazione di aggrapparsi all’Ortodossia e alla tradizione potrebbe essere visto da Eliot come un meccanismo di difesa psicologico e sociale che è sincero. È sicuramente la ricerca di un’ancora morale dopo il naufragio di tre mondi: quello zarista prima, quello sovietico poi, quello americanista tra il 1991 e il 2000.
Esiste una reale e profonda preoccupazione tra milioni di russi per quella che percepiscono come la dissoluzione culturale dell’Occidente. C’è un desiderio genuino di proteggere la famiglia, l’infanzia e la propria specificità da modelli estranei e che dal 1991 al 2000 hanno dimostrato di essere feroci e distruttivi. La leadership politica ha intercettato questo desiderio reale e l’ha trasformato in leggi, iniziative, dottrine geopolitiche. Secondo alcuni, Eliot avrebbe provato una simpatia intellettuale per il tentativo russo di costruire una propria strada civilizzatrice, poiché anche lui vedeva nel materialismo occidentale una forza aggressiva e annientatrice.
Chissà, forse, in qualche luogo sconosciuto, Eliot ne sta parlando con Aleksandr Solzhenitsyn: lo stesso del Discorso d’insediamento a Harvard, che nel 1978 scioccò i suoi amici americani, denunciando il declino morale dell’Occidente.
Soltanto dopo aprile, dopo il mese crudele di Eliot, la neve a Mosca finisce di imperversare. Di conseguenza, il suolo impiega molte più settimane per scaldarsi rispetto all’Occidente. Poiché la primavera russa è compressa, una volta che le temperature salgono, la natura recupera il tempo perduto a rotta di collo. C’è una rivincita improvvisa e liberatoria. Specie che in Europa fioriscono a distanza di un mese l’una dall’altra, a Mosca possono fiorire quasi contemporaneamente.
Queste piante ornamentali sono molto apprezzate a Mosca per la loro straordinaria resistenza ai rigidi inverni continentali: quando vengono fuori, al calore estivo, è come un’esplosione esagerata di colori e di profumi. È vita sopravvissuta al rigore estremo dell’inverno e che vuole ripetere il miracolo spettacolare della propria invincibile rinascita.
L’ibridatore sovietico Leonid Kolesnikov creò varietà uniche al mondo, famose per la resistenza al gelo e la varietà più famosa è proprio il Ciubushnik, variazione del gelsomino meridionale. I giardinieri moscoviti temono le gelate tardive, quelle di inizio maggio, che possono bloccare o danneggiare i boccioli dei fiori precoci, posticipando ulteriormente le estreme fioriture estive. Per loro, il faut cultiver notre jardin, bisogna preservare la vita ad ogni costo.
Un giardiniere russo rinomato è Serghej Karaganov, noto per aver proposto di lanciare attacchi nucleari limitati e localizzati contro chi in Europa sta tentando di travolgere la Russia. Non sarebbe un attacco per distruggere, ma per ricostruire. In fondo la bomba atomica è nata con questa idea. A baby is born è il messaggio cifrato con il quale fu annunciato al presidente Truman il successo del Trinity test, il 16 luglio 1945.
E Truman ha sempre detto che sganciare quella bomba fu provvidenziale, perché permise di salvare molte vite umane che altrimenti sarebbero state perdute in un’interminabile guerra d’attrito.
