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“PERVERSIONE RELAZIONALE E MALTRATTAMENTO” – DOTT. MARCO CALZOLI

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Redazione-  Come afferma Sandra Filippini, è dall’incrocio di narcisismo e di perversione che ha origine il maltrattamento del proprio partner. “Propongo di considerare i comportamenti di maltrattamento come riferibili ad una psicopatologia che si estende lungo un continuum che dal disturbo narcisistico, attraverso il disturbo borderline, giunge fino alle forme più gravi di disturbo antisociale di personalità. Questa linea continua viene attraversata in un punto da un’altra linea, quella della perversione, intesa come tratto o stile relazione. Ogni volta che il tratto perverso impone il suo marchio alla personalità si ha un disturbo grave delle relazioni, sempre più grave via via che si avvicina al polo antisociale. Nel caso delle molestie morali in generale e più specificatamente del maltrattamento psicologico, il tratto perverso incide il continuum in prossimità del disturbo narcisistico. Intorno a questo incrocio di linee si forma un alone con varia densità e dispersione, che rappresenta la gamma dei comportamenti che si possono denominare come perversione narcisistica, oppure come perversione relazionale, termine che preferisco” (Filippini, 2005).

          Il perverso crea una sorta di “bolla relazionale” (Sgarro, 2005) che include sia lui che il partner, un legame, un rapporto psicologico, nel quale il partner sospende le proprie capacità critiche, sospende talvolta di pensare, di parlare, di chiedere, sospende i propri giudizi morali, la propria oppositività alle richieste del perverso. È una sorta di “fascinazione” o di plagio, o di forzata induzione alla propria volontà, o di seduzione, che il perverso esercita sul partner. Si verifica, in altre parole, una estrema manipolazione dell’altro. Sono frequenti i giochi del perverso di ridurre l’altro dipendente da lui, nello stesso tempo disprezzandolo ed umiliandolo. “Il perverso invita l’oggetto ad arrendersi alla logica perversa dell’intimità corporea sospendendo il giudizio, la resistenza ai diversi livelli di colpa, vergogna e separazione” (Faraci, 2005). Da questa “bolla relazionale”, altrimenti denominata “tecnica dell’intimità”, nel senso che il perverso trascina rapidamente la vittima nell’intimità fisica e psichica (Khan, 1979), talvolta l’altra persona “entra ed esce”, con momenti di lontananza e di vicinanza con il perverso. Si parla di “perversificazione dell’amore” come: “la distorsione e sovvertimento della naturalezza legati all’amalgamarsi con le situazioni erotiche di istanze relazionali e modalità difensive arcaiche e difensive, (…) con una trasformazione dell’amore in odio, e dalla capacità della perversione di comporre l’uno e l’altro, facendoli coesistere” (Dalle Luche, 1997).

         Tra gli psicanalisti, Cohen (1992) ha parlato di perversione, e specialmente di perversità, per riferirsi al maltrattamento (mis-use) di una persona da parte di un’altra. L’autore descrive le perversioni come forme di dipendenza patologica: le persone che maltrattano gli altri, allo scopo inconscio di esteriorizzare i propri conflitti, tendono a diventare dipendenti dalle loro vittime. Lo sfruttamento di un’altra persona per mettere il conflitto fuori di sé può essere considerato perverso, secondo l’autore, indipendentemente dal fatto che la relazione sia vissuta sul piano sessuale o meno. Cohen dice che in queste relazioni l’altro viene “deumanizzato” e degradato a livello di oggetto parziale, ricettacolo dell’identificazione proiettiva del soggetto, della sua manipolazione onnipotente. Lo scopo di chi maltratta un altro è ottenere il controllo, negandone separatezza e autonomia. Racamier (1992) sostiene che il principale obiettivo dell’azione perversa è quello di calpestare la verità e manipolare cose e persone ai propri fini, primo fra tutti l’evitamento di ogni conflitto interiore. Usando l’altro, il perverso si risparmia del lavoro psichico in quanto si difende dalla sofferenza che questo lavoro psichico comporta. Marie-France Hirigoyen in un suo libro intitolato “Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro” (1998), sostiene la stabilità del tratto di carattere della perversione e dichiara che il perverso non si mette mai in discussione in quanto non può vivere il conflitto nella propria interiorità, quindi deve espellerlo, collocarlo all’esterno, in qualcun’altro. “Un individuo perverso è perverso sempre; è bloccato in questa modalità di relazione con l’altro e non si rimette mai in discussione. (…) Individui del genere possono esistere soltanto distruggendo qualcuno: hanno bisogno di sminuire gli altri per acquisire una buona stima di sé e conquistare il potere, perché sono avidi di ammirazione e approvazione. Non hanno né compassione né rispetto per il prossimo, perché il rapporto non li coinvolge” (Hirigoyen, 1998).

         I meccanismi che permettono al perverso di rendere la propria partner vittima sono, secondo Sandra Filippini (2005), il gaslighting e il cinismo. Il primo è un’espressione anglosassone che indica l’insieme dei comportamenti messi in atto allo scopo di far sì che una persona dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, che cominci a sentirsi confusa o a temere di stare impazzendo. Caratteristica è che questi dubbi siano dovuti alla presenza di un gaslighter: agente di questo particolare tipo di maltrattamento. Di gaslighting hanno parlato Calef e Weinshel (1981) considerandolo una sottospecie della relazione sadomasochistica. Essi affermano che il perpetratore “scarica” sulla vittima i propri conflitti per liberarsi di essi e dell’ansia che ne deriva.

      Il secondo termine, cinismo, indica una modalità di pensiero e comportamento caratterizzata dalla svalutazione totale dell’altro e di tutto ciò che circonda il soggetto. Per il cinico non esiste nulla di buono o di nobile nell’umanità e in particolare nel suo interlocutore. Ciò che conta per lui è il potere e il dominio sugli altri. In un articolo del 1999, Eiguer afferma che il carattere del cinismo rappresenta una componente essenziale della perversione. Con l’onnipotenza che gli deriva dall’assetto narcisistico, il cinico riesce a convincere gli altri, ad influenzarli, ad indurre in loro sensazioni e comportamenti che essi non vogliono provare, riesce, ad esempio, a far sentire gli altri colpevoli al suo posto manipolandoli.

        La Hirigoyen (1998) afferma che il rapporto molesto si mette in atto in due fasi: una di fascinazione e seduttività, l’altra di violenza palese. La prima tappa è rappresentata dalla seduzione perversa o narcisistica che consiste nell’esercitare fascino senza lasciarsi coinvolgere, nell’attrarre irresistibilmente e subordinando l’altro a sé. Non si tratta di seduzione amorosa reciproca, ma  di una seduzione perversa perché destinata ad ammaliare l’altro e, contemporaneamente, a paralizzarlo. Si parla, inoltre, di seduzione narcisistica perché il perverso va alla ricerca, nell’altro, dell’unico oggetto da cui è realmente affascinato, ovvero l’immagine piacevole e ideale di sé. Secondo Jean Baudrillard (1979) la seduzione distrae dalla realtà, manipola le apparenze, distoglie dalla verità. Questa è una fase preparatoria nel corso della quale la vittima viene destabilizzata e perde a poco a poco la fiducia in se stessa, viene neutralizzata la sua volontà e annullata la sua alterità fino a trasformarla in oggetto. L’obiettivo è influenzare per imporre il proprio ascendente, è confondere, cancellare i limiti di quello che è “sé” e di quello che è “altro”, è, infine, assoggettare, manipolare per privare la vittima di qualunque senso critico e toglierle la capacità di difesa, eliminando così ogni possibilità di ribellione. Influenzare vuol dire indurre qualcuno a pensare, decidere, comportarsi in modo diverso da come avrebbe fatto spontaneamente. Fare accettare qualcosa a forza vuol dire ammettere che non si riconosce l’interlocutore come uguale. Lo psicanalista Paul-Claude Racamier (1992) parla di décervelage, “decervellaggio” cioè “lavaggio del cervello”, fenomeno che è solito riscontrare in situazioni di prigionia o nelle sette. Si tratta essenzialmente di condizionamento, cioè di dominio intellettuale o morale: l’ascendente o l’influsso esercitato da un individuo su un altro. Hirigoyen (1998) distingue tre dimensioni fondamentali del condizionamento:

  • un atto di appropriazione attraverso lo spossessamento dell’altro;
  • un atto di dominazione, in cui l’altro viene mantenuto in uno stato di sottomissione e di dipendenza;
  • una dimensione di “impronta”, in cui si vuole lasciare sull’altro un segno.

     Sinonimo di lavaggio del cervello è il vocabolo plagio: “termine usato per definire l’assoggettamento totale di un individuo al potere di un’altra persona (…) rendendo la vittima incapace di esercitare la propria volontà in modo autonomo” (Fulcheri, 2005). La strategia perversa non consiste nel distruggere l’altro, ma nel sottomettere la vittima e tenerla a disposizione: l’importante è conservare il potere ed esercitare il controllo su di lei. Queste dinamiche di persuasione, seduzione, manipolazione e coercizione sono state studiate in relazione alle vittime delle sette ed è stato visto che esse portano ad una vera e propria modifica della coscienza attraverso tre tappe.

  • Una tappa di effrazione, che consiste nel penetrare nel territorio psichico dell’altro, nel colonizzare la sua mente, nel pensare al posto dell’altro, senza considerarlo. Si tratta di una vera e propria intrusione.
  • La seconda tappa è quella precedentemente denominata “lavaggio del cervello”, in cui si attira l’attenzione e si guadagna la fiducia della persona allo scopo di privarla del suo libero arbitrio, senza che se ne accorga.
  • Infine abbiamo la fase di programmazione, che ha lo scopo di condizionare la vittima per dominarla in qualunque momento e fare in modo che essa agisca come si vuole, cioè permette di conservare l’influenza sull’altro anche quando non si è presenti.

            Queste tecniche e strategie di condizionamento sono state descritte per la prima volta da uno psichiatra americano Robert Jay Lifton sulla base dei racconti di prigionieri di guerra americani in Cina e in Corea.

        La messa in atto del plagio e il mantenimento del potere avviene, inizialmente, grazie ad una forma perversa di comunicazione, che può dare l’illusione di uno scambio, di una reciprocità, di una corrispondenza biunivoca, ma che in realtà consiste in una non-comunicazione, nel rifiuto della comunicazione stessa, attraverso il ricorso a messaggi intimidatori e minacciosi. La comunicazione non comunica, non realizza uno scambio, non produce nulla: salvo la svalutazione, la manipolazione e il controllo. “Il perverso relazionale non ha accesso ad una vera comunicazione con l’altro, non può averlo in quanto evita ogni confronto con la verità. Ciò che può fare, e che gli interessa davvero, è imporre, alla vittima, la propria versione. Non importa che cosa sia vero, importa che diventi vero ciò che lui afferma essere tale. La vittima è il testimone deputato e necessario di questo sovvertimento. Infatti, aderendo alla versione che della verità il partner perverso le impone, e subendone le conseguenze, ella certifica, per così dire, il successo dell’azione perversa” (Racamier, 1992). Le dinamiche della comunicazione perversa sono state riassunte brevemente da Hirigoyen:

  • Rifiutare la comunicazione diretta: non si dà alcuna risposta alle domande, ci si rifiuta di parlare, di discutere, di trovare insieme delle soluzioni, ci si sottrae dal dialogo. Negare alla vittima il diritto di essere ascoltata significa non essere interessati al suo pensiero. Rifiutare il dialogo vuole dire che l’altro non interessa o addirittura che non esiste.
  • Deformare il linguaggio: il messaggio è deliberatamente vago e impreciso tale da alimentare la confusione, il tono di voce è freddo, incolore, piatto, monocorde, privo di tonalità affettive. Il travisare, il distorcere il linguaggio mira a disorientare l’altro, facendolo al contempo sentire in colpa. Al perverso importa più la forma che la sostanza di ciò che dice: “il tono da solo implica, sottintesi, rimproveri non espressi, minacce velate” (Hirigoyen, 1998). Come dicono i teorici della pragmatica linguistica, si realizza uno scollamento tra messaggio di contenuto (comunicazione verbale) e messaggio di relazione (comunicazione paraverbale): il perverso, cioè, può proferire una minaccia con un tono di voce neutro e con il volto impassibile, così come può, al contrario, esprimere un contenuto leggero o indifferente con un’espressione che incute timore. Questa distorsione comunicativa ha lo scopo di usare l’altro, disorientarlo, confonderlo per tenerlo costantemente sotto scacco e perché continui a non capire nulla del processo in corso: lo si manipola verbalmente.
  • Mentire: tecnica indiretta di destabilizzazione e di dubbio che consiste nel nascondere per mostrare senza dire, cioè “Si dice senza dire, sperando che l’interlocutore abbia capito il messaggio senza bisogno di chiamare le cose con il loro nome” (Hirigoyen, ibidem), l’obiettivo è ingannare. La menzogna risponde semplicemente a un bisogno di ignorare ciò che contrasta con il proprio interesse narcisistico. Più che di menzogna diretta, si tratta di sottintesi, di non detti volti a costruire un malinteso da sfruttare poi a proprio vantaggio. “Il black-out delle informazioni reali è essenziale per ridurre la vittima all’impotenza” (Hirigoyen, ibidem). Spesso ad esempio la persona perversa omette di raccontare alcune fondamentali verità delle sue precedenti relazioni, della sua famiglia, di aspetti importanti della sua precedente ed attuale vita, fornendo informazioni erronee, parziali e spesso false al partner, mostrando un’immagine distorta di sé. Queste falsificazioni della verità sono a volte molto vicine a una costruzione delirante.
  • Adoperare il sarcasmo: utilizzare la derisione, preferibilmente in pubblico in modo tale da trovare interlocutori alleati, per mettere l’altro in imbarazzo, per umiliarlo, creando un’atmosfera sgradevole per chi ne è vittima. Il sarcasmo, il disprezzo sono le armi che il perverso usa per squalificare e soggiogare la vittima. La derisione trascina la comunicazione in un’atmosfera viziata, nella quale la verità viene derisa. “Farsi beffe delle sue convinzioni (…); non rivolgergli la parola; ridicolizzarlo in pubblico; denigrarlo davanti agli altri; privarlo di ogni possibilità di esprimersi; beffarsi dei suoi punti deboli; fare allusioni scortesi, senza mai esplicitarle; mettere in dubbio le sue capacità di giudizio e di decisione” (Hirigoyen, ibidem).
  • Destabilizzare l’altro con messaggi paradossali: il discorso paradossale è costituito da un messaggio esplicito e da uno sottinteso che nega l’esistenza e la veridicità del primo, cioè si dice una cosa a livello verbale e si esprime quella opposta a livello non verbale, ovvero si dice qualcosa che immediatamente poi si nega. Tutto ciò ha lo scopo di far vacillare l’altro, farlo dubitare dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, delle sue percezioni, addirittura fare in modo che finisca con l’approvare la posizione del partner e con lo sminuirsi da solo. Quest’ultimo  processo avviene per trasferimento del senso di colpa: il perverso narcisista proietta il senso di colpa fuori da sé, riversandolo sull’altro, e la vittima lo introietta facendolo completamente proprio.
  • Squalificare: significa negare a qualcuno qualsiasi qualità, dirgli e ripetergli che non vale niente, fino a indurlo a pensare che sia davvero così. Il perverso travolge l’altro e gli impone la propria visione falsata della realtà.

       Racamier afferma che il pensiero perverso è un pensiero che non pensa, si limita ad imitare il pensiero, non scava, non approfondisce. Il perverso ha paura della propria interiorità ed è perciò sterile, quello che può e sa fare è parassitare il pensiero altrui, svalutandolo nello stesso tempo. Il pensiero perverso, dice Racamier, “può diventare incredibilmente esperto: tutto volto all’agito, all’espropriazione e alla manipolazione, abile ad utilizzare i gusti e le tendenze, le debolezze e le qualità degli altri, mira solo ai fini, ponendo poca attenzione ai mezzi (…). Il nostro pensiero, quando è al suo meglio, si tesse come un involucro per circondare, aureolare il suo oggetto senza per questo immobilizzarlo, il pensiero perverso (invece) non mira che a imballare e rinchiudere, confondere e ferire la preda in una rete di controverità e di non-detto, di allusioni e di menzogne, di insinuazioni e di calunnie. È un pensiero che serve a fare intrusione nelle preoccupazioni altrui, un pensiero-veleno, un pensiero per dementalizzare, svalorizzare e squalificare l’altro, un pensiero tutto agiti e manovre, che frammenta, divide e disorienta” (Racamier, 1992). Dunque il narcisista perverso ha bisogno di una vittima che pensi per lui, che svolga per lui del lavoro psichico, un “dipendente” che lui non ringrazierà mai, proprio perché non può fargli sapere che ne ha bisogno. Questo “pensare per lui, al suo posto” può costituire all’inizio, per la donna, una sorta di gratificazione, a volte parzialmente consapevole, altre volte inconscia, un modo per sentirsi utile e quindi importante, che può funzionare da cemento del legame. Tutto questo processo di condizionamento della vittima ha come scopo quello di possedere l’oggetto. Il perverso si impegna, sin dall’inizio, a lavorare in senso manipolatorio per raggiungere l’ obiettivo fusionale totale con l’altro. Il perverso ha bisogno del controllo, del potere e del possesso totale dell’altro non tanto per colmare un vuoto che avverte dentro di sé, ma per denegarlo, trasferendolo sulla vittima. Si può parlare, in questi termini, di “evitamento della relazione” (De Masi 1999): “La relazione si colloca nel registro della dipendenza: la si attribuisce alla vittima, ma è il perverso a proiettarla” (Hirigoyen, 1998). Il narcisista perverso è come se si appropriasse dell’autostima della vittima, della sua fiducia in se stessa, allo scopo di incrementare il proprio valore.

         Una menzione a parte merita la perversione economica: in molti casi, il perverso accentra su sé stesso il possesso dei beni, spinto dalla compulsione a controllare oggetti e persone, anzi le persone attraverso i beni. Il perverso manipola in tal modo gli affetti, il sesso ed ogni altro aspetto relazionale per via traversa, cioè attraverso gli aspetti economici e materiali. Vi sono, inoltre, casi in cui il perverso sollecita ed induce l’altro a fare figli per controllare, sottomettere e manipolare il partner anche attraverso la figliolanza. In questi casi il perverso ha spesso la fantasia delirante di prolungare il legame simbiotico con il partner “incastrandolo” attraverso la nascita di un figlio, laddove invece, nella realtà, con la figliolanza si verifica l’esatto contrario, cioè la rottura della simbiosi di coppia. Interessante è notare come i due soggetti della relazione perversa abbiano una scarsa consapevolezza del loro problema relazionale, il quale, al contrario, spesso viene attribuito ad altro, e non alla personalità propria o del partner.

           La seconda e ultima tappa in cui si attua nella relazione perversa la molestia, è la violenza perversa. “Finché c’è, l’oggetto perverso rappresenta uno strumento difensivo formidabile, onnipotente, che garantisce la piena integrità narcisistica del sé, ma quando viene meno lascia un vuoto ineliminabile, un vissuto di apatia, di tedio indifferente, di morte psichica, oppure diviene un persecutore, quando la frammentazione della funzione simbolica (della pellicola – schermo della rappresentazione) e dei confini dell’Io, aprono la strada a veri e propri scompensi paranoici” (Dalle Luche, 1997). È da qui che ha origine la violenza palese. La fese piena dell’odio appare quando la vittima reagisce: nel momento in cui la vittima dà l’impressione di sfuggirgli, allora il perverso vive una situazione di panico tale da scatenargli la rabbia. “L’odio esisteva già nella fase di condizionamento, ma il perverso lo sviava, lo mascherava, per mantenere bloccato il rapporto. Ora tutto quello che esisteva già in modo sotterraneo viene alla luce. L’azione demolitrice diviene sistematica” (Hirigoyen, 1998), cioè mentre nella prima fase la violenza verbale e morale era sottile, silente e non sistematica, ora, nella fase di violenza perversa, con la ribellione del partner, la violenza diviene perversa, ripetuta, insistente e sistematica. Il perverso diventa sempre più umiliante e violento, la vittima sempre più impotente e ferita. La violenza perversa è caratterizzata da un’ostilità costante e insidiosa, è un concentrato di violenza allo stato puro che insinua la mente dell’altro fino a condurlo all’autodistruzione. Gli attacchi perversi rientrano nel quadro di un processo inconscio di distruzione psicologica. “Nella strategia perversa non bisogna distruggere l’altro all’inizio, ma sottometterlo a poco a poco (…) Le manovre sono dapprima insignificanti, ma diventano sempre più violente se il partner si oppone. Se è troppo docile il gioco non è eccitante. Bisogna che ci sia resistenza quanto basta perché il perverso abbia voglia di portare avanti il rapporto; ma non troppo, perché non si senta minacciato. A guidare il gioco deve essere lui. L’altro è solo un oggetto che deve restare al suo posto: un oggetto che si può utilizzare e non un soggetto interattivo” (Hirigoyen, ibidem). I perversi esercitano un condizionamento tanto maggiore quanto più lottano anch’essi contro la paura del potere altrui. Questo odio, proiettato sull’altro, è per il perverso narcisista un mezzo per proteggersi da disturbi che potrebbero essere più gravi, di tipo psicotico.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 63 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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