“La Lezione di Mario Monti: Resistere, Resistere”. L’emozionante appello di Ferdinando Di Orio contro Vannacci e il ritorno della retorica fascista
Redazione – Ci sono momenti, nella complessa e spesso avvelenata storia politica del nostro Paese, in cui le normali e fisiologiche divisioni ideologiche devono necessariamente fare un passo indietro di fronte alla difesa dei valori supremi della Democrazia. L’editoriale e l’opinione firmata oggi dal professor Ferdinando Di Orio, intitolata non a caso “La Lezione di Mario Monti: Resistere, Resistere, Resistere”, è un vero e proprio e formidabile “Manifesto Civile”. Un grido d’allarme e, al tempo stesso, una commossa dichiarazione di stima verso un gigante dell’economia italiana che ha deciso di spendere le proprie ultime energie terrene per arginare una pericolosissima e oscura deriva autoritaria.
L’incontro del 1990: tra “Pubblicismo sovietico” e Liberismo
La narrazione del professor Di Orio parte da un ricordo intimo, lontano e profondamente affascinante. «Conosco il professor Mario Monti dal lontano 1990», esordisce l’autore. «Giovanissimo professore universitario ordinario di Economia Politica (a soli 26 anni), Monti era ed è tuttora il maggiore economista del nostro Paese».
All’epoca, Di Orio era l’appassionato Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo aquilano (reduce dal suo prezioso contributo giovanile, da “sherpa”, alla storica Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale al fianco di Giovanni Berlinguer e Tina Anselmi). Fu proprio lui a chiedere un incontro con l’allora Direttore dell’Istituto di Economia dell’Università Bocconi per studiare i complessi rapporti economici nella sanità pubblica.
«Ci confrontammo serenamente tra il mio estremo “pubblicismo” (che ironicamente, sorridendo, Monti definì “sovietico”) e il suo radicale e radicato liberismo», ricorda Di Orio. Un confronto intellettualmente altissimo, da cui nacquero riflessioni preziose che l’autore aquilano trasferì successivamente nella sua luminosa attività accademica e parlamentare.
La cultura del Rispetto contro le urla e le minacce
Nonostante le ovvie diversità di visione del mondo sociale ed economico, l’impressione che Di Orio ha sempre conservato di Monti (esattamente come avvenuto in seguito con figure mastodontiche come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi) è quella di una personalità istituzionale e di uno studioso situato enormemente e infinitamente al di sopra di ogni «banale, se non gretta, attribuzione di appartenenza politica».
Monti è e resta un grandissimo e fiero italiano, rispettato e ammirato a livello internazionale per le sue conoscenze tecnico-economiche in tutta Europa. Perché, come ricorda saggiamente Di Orio con una stoccata dolcissima ma letale verso il populismo moderno: «Solo la vera cultura e la profonda conoscenza creano il Rispetto, non certo l’aggressività, le urla sguaiate e le minacce».
L’affondo a Cernobbio e lo smantellamento di Vannacci
Ma il cuore pulsante e infuocato dell’editoriale di Di Orio riguarda la cronaca strettissima di questi giorni: il durissimo e magistrale intervento di Mario Monti al Forum Ambrosetti di Cernobbio. In quell’occasione, con l’eleganza di un fioretto e la precisione chirurgica di un professore, l’ex Premier ha letteralmente «smontato e ridicolizzato il disgustoso programma del generale Roberto Vannacci».
Più che un dibattito, Di Orio la descrive come una serie di «vere e proprie lezioni di economia impartite a uno studente che aveva studiato decisamente poco». Ma al di là dello scontro dialettico sui tecnicismi del famigerato “programma Vannacci”, c’è un passaggio specifico del discorso di Monti che ha profondamente emozionato l’autore aquilano.
La lotta al “Fascismo”: l’eredità di Croce e Amendola
Sentire Mario Monti dichiarare pubblicamente che, considerata la sua età avanzata, avrebbe speso le sue poche e preziose energie rimaste unicamente per combattere «la ricostituzione della narrativa, della retorica e dello spirito del Fascismo», è stato un momento di una potenza civile inaudita.
Vedere un uomo liberale, un esponente di spicco di quella “alta borghesia” che l’Espresso definiva un tempo “razza padrona”, schierarsi in prima linea e da conservatore illuminato per combattere apertamente la spaventosa e strisciante deriva autoritaria della nostra società, ha rievocato in Di Orio gesti immensi del passato. Un sacrificio intellettuale e morale simile a quello compiuto durante il tragico regime fascista da figure del calibro di Benedetto Croce e Giovanni Amendola.
Un appello universale: “Fermiamo questa pulizia etnica”
Il professor Di Orio vede in questo maestoso impegno civile di Monti un vero e proprio «magistero». Un masso scagliato nello stagno dell’indifferenza, un fortissimo messaggio rivolto a tutti coloro che oggi (per ignavia o rassegnazione) accettano e subiscono passivamente ciò che sta avvenendo in Italia e in Europa, senza provare vergogna né voglia di ribellarsi.
La conclusione dell’autore è un vibrante, viscerale e accorato appello transgenerazionale: «Io sono più giovane, se così si può dire, di alcuni anni rispetto al professor Monti, ma mi sento in dovere di invitare, oltre a me stesso, tutti i giovani e i vecchi, le donne e gli uomini, a fare altrettanto». Il monito è chiarissimo: non bisogna mai e poi mai dare nulla per “inevitabile”. Bisogna impegnarsi con le unghie e con i denti per contrastare le «brutture» estremiste che sembrano purtroppo risorgere come zombie in tutta Europa. A cominciare dalla folle e disumana idea di una “Remigrazione” forzata che, come chiosa duramente e amaramente Di Orio, «tradotta nella realtà vuol dire semplicemente pulizia etnica. Ne va della nostra stessa Civiltà e della nostra sacrosanta Libertà».
