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“PIERO CHIARA E IL CINEMA”- FEDERICO TABOURET

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Redazione-  Per parlare di cinema e letteratura bisogna fare un preambolo banale ma necessario. Una cosa è la scrittura narrativa, altra la scrittura cinematografica. Per cui la trasposizione di un romanzo sul grande schermo sarà sempre cosa ben diversa dall’originale. Ancora di più vale questo discorso per Piero Chiara, autore di romanzi generalmente con pochi o pochissimi dialoghi e molte situazioni che coinvolgono diversi personaggi, il tutto sullo sfondo del bellissimo Lago Maggiore, soprattutto Luino dove lo scrittore nacque. E Chiara, pur partecipando spesso alla stesura delle sceneggiature, era consapevole che poi quella creatura non sarebbe più stata la sua.

Il primo film tratto da un romanzo di Chiara è “Venga a prendere il caffè da noi” del 1970, tratto da “La spartizione”, scritto nel 1964. Qui Chiara, oltre ad aver collaborato alla sceneggiatura, appare anche nella pellicola in un ruolo secondario. In questo film il regista Alberto Lattuada riesce a dare bene il senso del libro, sostenuto da Ugo Tognazzi in grande forma, che rende con efficacia la figura viscida del protagonista, un impiegato che vuole accasarsi e a tal fine seduce tre sorelle, sposandone la più anziana. Alla fine pagherà le conseguenze della sua voracità. Nel finale il romanzo differisce dal film, ma in entrambi i casi l’epilogo sarà amaro. Tognazzi viene accompagnato in questo tragitto dalle tre brave Francesca Romana Coluzzi, Angela Goodwin e Milena Vukotic, che impersonano le tre brutte sorelle Tettamanzi. Certo, nel romanzo le tre donne vengono descritte come tre mostri, ma le brave attrici chiamate ad interpretarle riescono a rendere abbastanza bene la bruttezza delle sorelle. Nella pellicola viene sacrificato un po’ il personaggio di Paolino, che aveva sedotto una delle tre Tettamanzi per gli stessi motivi del protagonista. Il film venne girato prevalentemente a Luino con alcune scene nel piccolo borgo di Cuvio.

Nel 1974 esce “Il piatto piange”, dall’omonimo romanzo del 1962, l’esordio di Piero Chiara nella letteratura. Anche in questo caso Chiara collabora alla sceneggiatura ed appare per alcuni secondi nel ruolo di un cliente del Caffè Clerici, luogo che torna spesso nei romanzi di Chiara ed anche nei film tratti dai suoi libri. Il film riprende abbastanza fedelmente, anche se con qualche modifica, la trama del libro, che narra la vita di provincia di alcuni personaggi dediti al gioco delle carte, alla frequentazione delle prostitute ed all’ozio. E’ uno spaccato della società dell’epoca fascista in un paese di provincia, nel quale spiccano Aldo Maccione, Agostina Belli e il grande Macario, qui alla sua penultima interpretazione cinematografica nel ruolo di un reduce di guerra diventato matto. Tra i personaggi di spicco Mamma Rosa, la tenutaria del casino di Luino, che nel romanzo ha maggiore spazio e che qui, purtroppo, viene un po’ sacrificata nell’ambito del racconto cinematografico, così come scompaiono altri personaggi presenti nel libro, soprattutto femminili. La pellicola è stata girata in buona parte sul Lago d’Orta.

Il 1977 è il momento della trasposizione cinematografica de “La stanza del Vescovo”, tratto dall’omonimo romanzo del 1976, il libro di Chiara più venduto e divenuto il più famoso. Anche in questa pellicola, che doveva inizialmente essere girata da Luigi Comencini e fu poi affidata a Dino Risi (e per tale motivo i due vennero alle mani) vi è la collaborazione alla sceneggiatura dello scrittore luinese. Anche qui vi è qualche differenza con il romanzo, ma tutto sommato resta uno dei più fedeli, soprattutto nel racconto delle scorribande sul lago dei due protagonisti e nella trama gialla del racconto, anche se la famosa stanza del Vescovo è più protagonista nel libro che nel film. Resta una delle migliori interpretazioni di Ugo Tognazzi, che riesce a dare al personaggio dell’Orimbelli quella laidità e bassezza morale ben descritti nel romanzo. Bella anche l’interpretazione di Ornella Muti, il cui personaggio nel romanzo è biondo, più dimesso e con una carica erotica meno accentuata. Nonostante le sue critiche al film, forse un po’ per gelosia nei confronti del personaggio interpretato da Ugo Tognazzi, risulta bella anche l’interpretazione di Patrick Dewaere, nel ruolo del protagonista che nel romanzo era senza nome, e che si lascia travolgere in una torbida storia quasi senza battere ciglio. “La stanza del Vescovo” è la pellicola dove il lago è più protagonista che in altri film, essendo stata girata in varie località del Lago Maggiore.

Nel 1980 arriva “Il cappotto di astrakan” di Marco Vicario, tratto dall’omonimo romanzo del 1978. Qui Chiara non partecipa alla sceneggiatura. Il film subisce modifiche piuttosto consistenti nella trama, anche se il corpo centrale della narrazione, ben sostenuto dall’ottima interpretazione di Johnny Dorelli, resta in piedi. Il rapporto con la bella Valentine, interpretata da Carole Bouquet, viene ripreso in maniera credibile, anche se nel film la donna appare meno innamorata rispetto al libro. E la storia della somiglianza del protagonista con il marito (nel libro era il figlio) della signora Lenormand, interpretata da Andrea Ferreol, viene portata avanti con efficacia. Ma qui avviene una delle tante modifiche alla trama originale, perché il protagonista passa una notte d’amore con la Lenormand, cosa che nel romanzo non avviene. Nel film la Lenormand è attratta dalla copia del marito, cosa assolutamente non presente nel libro anche perché, come poc’anzi detto, nel romanzo si tratta del figlio e non del marito. E’ comunque un bel film, nonostante i molti cambiamenti, girato prevalentemente a Parigi, città nella quale si svolge il racconto, Luino e qualche interno a Roma.

I successivi due film non sono affatto irrinunciabili. “Una spina nel cuore” del 1986 (tratto dal romanzo omonimo del 1979) è una pellicola che risente troppo dell’epoca nella quale è stato girato, con nudi anche un po’ gratuiti della protagonista, ed esaspera l’erotismo presente nei libri di Chiara, ma descritti dall’autore in maniera più sottile. Resta solo la solita splendida interpretazione di Gastone Moschin in un ruolo di grande ambiguità.

“Il pretore” del 2014 (tratto dal bel romanzo “Il pretore di Cuvio” del 1973) trasforma in farsa l’opera di Chiara, con un Pannofino bravissimo ma troppo sopra le righe rispetto al personaggio del libro.

Il rapporto di Piero Chiara con il cinema ha avuto qualche altra occasione, ma va detto che, nonostante qualche buon adattamento, restano vive le parole dello scrittore luinese fatte volare sopra un foglio bianco. Il suo mondo, i suoi personaggi ed il suo lago con i luoghi a lui cari restano piacevoli da leggere più che da vedere sul grande schermo, e resta piacevole poter viaggiare lungo quelle pagine tra il Caffè Clerici ed il casino di Mamma Rosa, tra le darsene e la stanza del Vescovo. E soprattutto lungo il Lago Maggiore e tutti i suoi bei paesi.

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