SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”
Redazione- L’escursione dei tre clerici vagantes in Sardegna è contrassegnata da un viaggio avventuroso a causa del mare in burrasca e del forte vento di maestrale. Scarfoglio, l’ulisside più barbarico e istintivo dell’età dannunziana, amante dei viaggi, la definisce come “poco felice”. Pascarella la ricorda nel sonetto in romanesco “In mare”.
La prima corrispondenza firmata da Scarfoglio, con lo pseudonimo Papavero e inviata a “Capitan Fracassa” racconta di come prende avvio il viaggio:
Terranova, 2 maggio 1882
“Eravamo in due, ed ora siamo in tre. Ecco come andò la cosa. D’Annunzio venne ad accompagnarci alla stazione col suo eterno bastoncino di loto in mano per via, senza nessuna speranza di persuaderlo, Pascarella lo veniva arringando con la sua eloquenza trotterellante per indurlo ad accompagnarci. Ma l’argomento che lo vinse fu scovato da lui stesso: ‘Stanotte è la prima notte di maggio, e siamo quasi nel plenilunio – disse: – il mare deve essere meraviglioso’. Eravamo giunti alla stazione; e io presi senz’altro tre biglietti per Civitavecchia, e così troncai il nodo della questione. Il viaggio fu splendido. Prima una distesa infinita della steppa romana: un mareggiamento variopinto di celidonie fiorite e di eriche, un pullulare immenso di pantani verdi con capigliature di cipollacci ispide e verdi, una gioventù fresca e prepotente di macchie, tra Maccarese e Palo. Poi il mare. Noi tre, ai tre sportelli, col collo fuori, coi capelli insorgenti e fischianti sul cranio, con la bocca spalancata, con le narici tese, accoglievamo gli schiaffi aspri e voluttuosi del vento, e il santo anelito del mare.
Viaggiavano con noi in abito da caccia, il principe Bonaparte e il generale Villani. Quando a Palo il principe discese con un paio di stivaloni in mano, Pascarella lo salutò amabilmente: – Ciao, amico – disse – ‘mbocc’ar lupo.
Poi ci distendemmo sui sedili, e affacciamo i piedi agli sportelli: quelle tre paia di stivali dovevano dare ai cacciatori di quaglie sparpagliati per la riva l’annunzio del nostro viaggio in Sardegna.
A Civitavecchia incominciarono i guai. Avevamo dei biglietti per Porto Torres ma il postale per Porto Torres non parte altro che il mercoledì. Quello che era in rada, l’Alessandro Volta, partiva per Terranova.
Come si rimediava? Io, che sono il capo della spedizione, mutai l’itinerario del viaggio: invece di andare da Porto Torres a Sassari, poi da Sassari a Cagliari per terra, si andrà da Terranova a Cagliari, e quindi a Sassari.
Intanto d’Annunzio e Pascarella litigavano. All’ultimo momento Mario de’ Fiori (d’Annunzio) tentennava. Finalmente dichiarò che non poteva venire. Prendemmo dunque due biglietti, e ci avviammo allo imbarcadero tutti e tre in una carrozzettaccia, con le valigie sulle gambe, col cavalletto di Pascarella sullo stomaco.
Allo scalo, d’Annunzio cedette; ritornammo indietro a prendere un terzo biglietto.
Così entrammo finalmente in una barca, e ci facemmo condurre al vapore; ma lì mancava il biglietto di d’Annunzio. Pascarella bestemmiava come un buttero. Ritornai in fretta indietro con d’Annunzio, lasciando er morto de campagna (Pascarella) a bordo, e corsi all’ufficio della compagnia di navigazione. Il biglietto era lì. Escii col biglietto in mano, trionfalmente; ma d’Annunzio era scomparso! Dove diavolo era andato a cacciarsi?
Incominciai ad urlare come un forsennato per quella piazzaccia di Civitavecchia, tutta piena di sole e di barcaioli neri; finalmente lo ritrovai.
Era entrato da una liquorista e beveva placidamente un vermuh col suo bastoncino di loto sotto il braccio.
Lo afferrai per il collarino, e lo trascinai alla barca; e quando fummo presso il piroscafo, vedemmo sporgere da un boccaporto la faccia di Pascarella tutta gialla dalla paura di partire solo.
Il tempo era magnifico. Noi passeggiavamo sul ponte di poppa facendo castelli in aria. d’Annunzio pigliava degli appunti per un’ode al Mediterraneo illuminato dal plenilunio di maggio.
D’improvviso, ingiallì, poi subito diventò verde e scomparve sotto coperta: intanto l’isola di Montecristo fuggiva rapidamente tra i vapori del mare, simile a una balena azzurra.
Così questo figlio del mare, che è nato sopra la “Irene”, in un viaggio da Trieste a Pescara, che ha cantato l’Adriatico con tanto impeto di amore in tanti canti barbarici; così questo giovinetto lupo di mare se ne stava rincantucciato sotto coperta, annichilito, con un sudore freddo stillante dalla fronte, con lo stomaco assalito da spasmi furibondi.
Io e Pascarella restammo tutta la notte sul ponte. Verso un’ora del mattino il vento rinfrescò. Il piroscafo filava guizzando, con certi abbandoni bruschi, con certi sbalzi audaci, con un barcollamento furioso da poppa a prua e da un fianco all’altro, con un crocchiamento cupo dell’alberatura.
Noi correvamo sul ponte come due anime dannate, balzando da un albero all’altro, aggrappandoci ai gruppi di gomene per non cadere. Finalmente ci fermammo sul cupolino della sala da pranzo.
Faceva un freddo cane. Ogni tanto un pezzo d’acqua marina balzava sul ponte. C’era nell’aria un umidore acuto e pertinace, che si insinuava sino alle ossa. La spedizione possedeva in tutto un paletot, e il piccolo scialle di Pascarella. d’Annunzio, colto alla sprovvista, era partito come si trovava: senza mantello, senza abiti pesanti, senza nemmeno una camicia di ricambio.
Il maretto feroce squassava il piroscafo con un furore di assalti, con una petulanza rumorosa di combattimento. Noi, aggrappati alle tavole, coi capelli sparpagliati al vento, Pascarella raggomitolato nel suo scialletto, io tremante in una giacchettina bianca d’estate, lottavamo contro il ribrezzo del mal di mare. Finalmente … cedemmo.
Quando imboccammo quella specie di canale chiuso da due lunghe strisce di isole verdi, che forma il porto di Terranova sembravamo tre ombre di Macbeth: dritti sul ponte, con le valigie in mano, aspettando la lancia del trasbordo.
Venne finalmente condotta da due barcaioli vestiti di un saione scuro con un cappuccio scuro, come due popolani fiorentini del secolo XIII, che parlavano un italiano purissimo. Scendemmo.
La lancia carica di bagagli, di passeggieri rompeva l’acqua verdastra intorno, che diventava tristemente grigia e pigra in distanza, come quella di uno stagno a novembre. La cerchia bassa dei colli chiudeva in giro tutta la baia: colli malinconici naufraganti nella nebbia come tanti squali sventrati. In fondo Terranova: un mucchio di case bianche tra cui squilla qualche pezzo di muro rosso o giallo, e nereggiano cumuli di carbon fossile, e verdeggiano alberi nani.
I riflessi tremuli dell’acqua e quell’umidità d’aria piovigginosa davano al paesaggio una freschezza come di tela dipinta da Ruysdael; il sole diffondeva su per le nubi un chiarore uguale di argento; e la mole bruna dell’Alessandro Volta sfumava a poco a poco nelle caligini lontane; qua e là certe barche veliere prendevano il largo lentamente come immani fantasmi di San Pietri camminanti sul mare.
Eravamo storditi, sonnacchiosi, pallidi in faccia come convalescenti. Io spiavo col cannocchiale la Terra promessa; Pascarella, a cavalcioni di una banchetta, fumava la sua solita pipa, d’Annunzio contemplava affascinato i piccoli gorghi che i reni scavavano nell’acqua addormentata.
E toccammo Terranova, la terra nuova sognata con tanto impeto di desiderio, per tutta una notte di contorcimenti e di spasmi furibondi.
Terranova ha un aspetto strano: pare un villaggio lacustre o un paesaggio selenite.

Nell’interno è un grosso borgo, con viuzze anguste e polverose, con branchi di galline razzolanti, con porci bianchi e spinosi che paiono cinghiali, con certi carrettini leggeri, tratti da piccoli buoi curiosi: sono bovetti piccini, uno nero, uno color di rame, che hanno negli occhi rossi una tristezza selvaggia come di nostalgia, simili a bufalotti addomesticati.” …
“Per le piazze sterrate stanno fermi gli uomini con quei berrettoni neri cadenti sulla spalla, con quelle barbe nere e crespe, con quegli occhi neri e stanchi.
Per le vie, qua e là, c’è un gruppo di femmine accovacciate per terra, con profili morbidi e come sfumati, con un manto bianco scendente dalla testa alla cintola, con un fazzoletto turchino o rosso intorno al collo, chiacchieranti con quelle cadenze lente e lunghe del dialetto sardo.
Ogni tanto passa un cavaliere: i cavalli sono piccoli, neri, nervosi: i cavalieri sono neri, forti, barbuti: portano uno schioppo ad armacollo, e conducono col laccio un paio di bovi.
Poi le donne che vengono dalla fontana, e sembrano popolane del Corno d’Oro.
Il paesaggio è bellissimo: una bellezza strana che fa ripensare al Baudelaire: una bellezza di piombo bigio e greve, che pesa sullo spirito e lo doma. È una landa lamentosa, serrata fra due sierre di colli, e penetra dal mare: una vicenda monotona di pantani salmastri e di campielli di fave chiusi da muriccioli crollanti.
Qua e là, tra le rotaie della ferrovia, nei fossi, tra i sassi dei muriccioli, sull’inerzia delle acque stagnanti, una vegetazione indomabile: sono prepotenze dell’ortica rampollante folta da tutte le parti, sono tristezze aspre dei cardi polverosi, sono lunghe macchie sanguinose di papaveri, e cipollacci balzanti dall’acqua come una selva di baionette, e mucchi di fichi d’India grassi e sonnacchiosi.
Nel mare livido quattro barcacce nere, una dietro l’altra, immobili. Tra la verdura molle, a destra, qualche albero di nave con le vele ammainate intorno alle antenne. Sopra i muriccioli si affacciano ogni tanto teste nere e criniti di cavalli.
Passano carretti, passano cavalieri. Uno ha in groppa un ragazzo, un altro una donna; e passano gli acquitrini a guado. Qualche uccellaccio selvatico svolazza pesantemente con uno stridore doloroso. Ci pare di essere in Palestina. Una spossatezza invincibile ci afferra, e ci rompe le ginocchia: sdraiati sul binario della ferrovia, con lo stomaco affaticato dagli spasmi della notte trascorsa, con qualche cosa di molle, di umido, di stanchevole nel corpo e nella mente, guardiamo e disegniamo.
Lontano, i monti ferruginosi segano con i loro denti l’orizzonte squallido. Da ogni parte moltitudini di passeri empiono d’un ciaramellio noioso questo silenzio tutto pieno di languori. Le ombre della notte scendono lente dai monti: noi siamo qui, e qui vorremmo restare, tra il sonno verde e pesante dell’erba, tra la polvere del carbone soffocatrice.
Pascarella smette di disegnare, e comincia a scarabocchiare un sonetto romanesco; D’Annunzio tronca a mezzo lo strascico greve d’un’ode alcaica che non si regge sui suoi piedi, e passa due cartelle di prosa da innestare in questa corrispondenza.
La prosa l’avete già letta; eccovi il sonetto:
Che spavento, Madonna! … Che spavento!
Per me, se ci ripenso stammatino,
A la nottata drento ar bastimento,
me ce sento la pelle de gallina.
Che spavento, Madonna! ‘Gni momento,
Bottacci co’ la testa e co’ la schina
Mentre er vapore sbatteva dar vento
Come un sughero in d’una cunculina! …
Però si vòi sapella chiara e tonna:
Er somaro ce po’ cascà na vorta,
Ma però nun ce casca la siconna.
Che quanno che averò da venì via,
Magara Cristo fo’ na giravorta
Pe li monti … ma torno in ferovia!
Ora, lasciando dove sono gli avanzi del Porto Romano, le ruine dell’acquedotto, e il re di Tavolara, facciamo fagotto e andiamo a pranzo.
Domani partiremo per Cagliari.
Papavero
Il viaggio prosegue, attraverso Macomer, Borore, Enas, Monti, Berchidda, Oschiri, Ozieri, Chilivani, Oristano, alla volta di Cagliari: “città mezza sarda, mezzo continentale, mezzo montanara, mezzo marinara”, dove i tre arrivano dopo undici ore di viaggio in treno, impiegando un’intera giornata. Lo spettacolo delle saline denuncia i lavori forzati dei lavoratori. Rimorchiano le barche fra le dense acque delle saline e poi stanchi e stremati dagli sforzi vanno in taverna ad ”addensarsi come bestie affamate intorno a un mucchio di lattuga fresca”. Gabriele d’Annunzio compone “Sale”, ispirato alle “bianche piramidi” di sale nelle saline cagliaritane di Molentargius.
Da Cagliari si dirigono verso il Campidano, rievocando la storia del tribuno romano Efisio. Il tribuno dei militi, arrivato nell’isola per sedare le rivolte degli “isolani più indomabili dei bretoni e dei cartaginesi”, viene convertito da un prete al cristianesimo e anzi ché reprimere “gl’indigeni feroci di Quarto, né le orde incivili di Selargius” si allea con i ribelli e viene ucciso alla punta di Pula, “presso l’antica Nora … Lo lapidarono ma l’anima sua continuò a vegliare sul Campidano …”
Da Cagliari si dirigono verso Villacidro: “un pezzo di Svizzera sarda”, come la descrive Scarfoglio, animata da fervore intellettuale e meta estiva non solo dei cagliaritani ma anche dell’alta borghesia ligure, piemontese, britannica, francese. Sono ospiti dell’economista professor Giuseppe Todde: “un lord inglese innestato sopra un tronco verde e sano di Sardegna”, che li ospita e li conduce alle cascate della Spendula, dove “Gabrieddu” compone “Sa Spendula”, che in sardo significa ‘cascata’. Altri componimenti sono “Sale” e “Sotto la lolla”, dove evoca atmosfere africane, ammirando il paesaggio cagliaritano da un porticato tipico sardo. il trittico di sonetti Su Campidanu (Il Campidano), pubblicato su “Capitan Fracassa”, oggi risulta inedito poiché non figura in nessuna raccolta delle opere del Vate, forse perché ad esempio “Sa Spendula” alcuni l’attribuiscono a Ugo Ranieri piuttosto che a d’Annunzio. Nel reportage di Scarfoglio tuttavia leggiamo:
Su Campidanu
Su Campidanu est unu pais totus plenus de grazia de diu et de Solinas, sis; est una planuri ampla circum su Casteddu et ibi sunt muchos villagios et muchos bovezedos picininos rojos cum serras de montagnas et Villacidru et Selargius et Quartucciu … di vinu excellenti.
Quando nosotros andamus su visitari, dije Pascareddu:
– Opus est exscibiri in versus: asi non erit sa ocurencia de sus designus.
Et Gabrieddu:
– Mejor est exscriviri in prosa. La prosa estmas elastica er mero canto novo. Et pois sus versus tocarian exscribir a migo; sa prosa vice versa a exscribe Scarfuddu.
Mas egos trunchè su nodu de sa questionem et decretavi:
– Exscriberemos sus versus todos trias; et Pascareddu nuestruhaccia sus disegnus analogus.
I.
“La Spendula”
Dense di celidonie e di spineti
le rocce mi si drizzano davanti
come uno strano popolo d’atleti
pietrificato per virtù d’incanti:
sotto fremono a ‘l vento ampi mirteti
selvaggi e li oleandri fluttuanti,
verde plebe di nani; giù pe’ greti
van l’acque de la Spendula scroscianti.
Sopra, il cielo grigio, eguale. A l’umidore
de la pioggia un’acredine di effluvii
aspra esalano i timi e le mortelle.
Ne la conca verdissima un pastore,
come fauno di bronzo, erto su ‘l calcare,
guarda immobile, avvolto in una pelle.
II.
Sale
Ne le quadrate sedi l’inerzia
dell’acqua torpe: non anche un brivido
trascorre quel sonno di lago
a la grande alba plenilunare.
Stan sulla riva tacita i cumuli
bianchi de ‘l sale, bianche piramidi
da l’umile vertice, a ‘l fondo
de l’acqua chiara penduli, in riga.
Stanno per la riva simili a un ordine
di tombe sacre. Lungi la linea
lucente de ‘l mare ed i colli
bassi perdentisi ne ‘l vapore.
Una freschezza sana di effluvii
va per la notte di maggio; scricchiola
a tratti il cristallo salino
in quel solenne mistero … Forse
giù ne le tombe danzan le mummie
egiziane? forse invisibile
Osiri co ‘l verde occhio regna
la solitudine ampia e serena!
III.
Sotto la lolla
Ondano le sanguigne primavere
de’ rosolacci tra ‘l fiorente smalto
de l’avena selvatica, ed a schiere
i fichidindia salgono il rialto.
Dietro la cupoletta saracina
un bel gruppo di palme apre il fogliame
ampio come un ventaglio di cadina,
nitidamente, sopra il cielo di rame.
-O bella bruna a cui verde rampolla
tra i fior’ de ‘l petto una canzone d’amore,
sotto i nidi di, ne l’ombra di una lolla,
co’ i ritmi lunghi di un incantatore,
io mi fermo dinanzi su ‘l cavallo,
come un arabo senza caffetano:
trottavo solo pe ‘l viale giallo
ed ho visto le palme di lontano.
(continua)
F.to Gabriella Toritto
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