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CONVERGENZA E SOCIAL MEDIA EDUCATION-DOTT.SSA STELLA CHIAVAROLI

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“Imparare per noi è costruire, ricostruire, scoprire per cambiare, cosa che non si fa senza aprirsi
al rischio e all’avventura dello spirito”.

Paulo Freire

 

 

Redazione-Viviamo in un tempo in cui, sempre più,  è necessario fare dei social media degli strumenti di crescita e di scambio educativi e interculturali.

Angela Maria Zocchi[1]dice che  a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, nella letteratura sui media si è affermata una nuova parola chiave: convergenza.  In questi stessi anni, una nuova tecnologia inizia ad attirare l’attenzione dei sociologi. Si tratta del digitale, necessaria  premessa di una nuova convergenza tecnologica tra telecomunicazioni, comunicazioni di dati e comunicazioni di massa rappresentate rispettivamente dal telefono, dal computer e dai media tradizionali (Van Dijk 1999, tr. it. 2002: 49). Mentre negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta multimedialità significava essenzialmente accumulazione di media e uso integrato di questi (Giovannini 1990: 124 e 133), con l’avvento del digitale multimedialità diventa sinonimo di convergenza (Celata 2000: 37).Oggi, quindi, educare ai media significa comprendere innanzitutto questo processo di progressiva compenetrazione, integrazione, interconnessione tra sfere tradizionalmente distinte e separate, riflettendo sulle implicazioni di tale processo. Come puntualizza  M. Gammarone la nuova società dell’informazione, complice anche la velocità con cui si è sviluppata, ha attraversato  periodi di totale assenza di norme, condizione che Durkheim definisce di “anomia”[2]. Nel 1964 il sociologo canadese McLuhan,studioso delle comunicazioni di massa, nel suo libro “Capire i media”[3] introduce il concetto di “villaggio globale”, anticipando di fatto di almeno un quarantennio quello che realmente sarebbe poi accaduto nella realtà che stiamo appena vivendo.

  Il concetto di villaggio globale appare contraddittorio rispetto a quanto l’importante sociologo tedesco Tönnies sostiene in una sua opera, Comunità e società (Gemeinschaft und Gesellschaf), scritta nel 1887 a proposito della distinzione tra comunità e società.  Secondo Tönnies: “La teoria della società riguarda una costruzione artificiale, un aggregato di esseri umani che solo superficialmente assomiglia alla comunità, nella misura in cui anche in essa gli individui vivono pacificamente gli uni accanto agli altri. Però, mentre nella comunità essi restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono”. Il termine ‘villaggio globale, è senz’altro un ossimoro e viene più volte richiamato nella letteratura di McLuhan. Il villaggio di cui parla McLhan è quello di una comunità di carente inclusività. Nella teoria di Tönnies si auspicano una sinergia di contenuti in termini di società globale con McLhan.

Quando parliamo di villaggio globale, ci si riferisce a quel processo iniziato con la globalizzazione e che poi, ha avuto la sua massima esplosione con il progresso tecnologico e alla nuova dimensione sociale traducibile in network society. Infatti, proprio grazie ad internet, la comunicazione è diventata sempre più digitale riducendo al massimo la comunicazione interpersonale.

Prensky[4], educatore e scrittore statunitense, solleva l’espressione dei ‘nativi digitali’, più propriamente identificati come ‘emigranti digitali’quelli appartenenti alle generazioni precedenti. Egli fa riferimento ai soggetti nati in America subito dopo gli anni del 1985, ovvero il periodo in cui è avvenuta la divulgazione dei computer fino a tutto il 2001.

Successivamente, il termine ‘nativi digitali’ viene ampiamente ripreso da P. Ferri[5] in un suo testo del 2011, dal titolo “Nativi digitali” di cui l’editore è Bruno Mondadori. Egli sostiene che: “Sfruttando la loro naturale simbiosi con le tecnologie i nativi digitali hanno sviluppato originali capacità cognitive e nuovi comportamenti di apprendimento: sono più interattivi, più connessi, più multitasking e più capaci di utilizzare i codici visivi e iconografici di quanto non siamo noi (…)”[6]. Nella nuova società web 2.0, vengono chiamati in causa tutti gli educatori ad assumere un ruolo attivo nei processi di cambiamento in cui la comunicazione accoglie i suoi nuovi paradigmi per costruire una costellazione di rete educativa sana.

I processi di apprendimento ed education all’uso dei social network non vietano l’uso delle nuove tecnologie, ma ne promuovono il corretto utilizzo. Al centro ed al vertice dei processi digitali, non si deve mai dimenticare la persona vista come essere unico e speciale con tutte le sue caratteristiche fisiologiche, personali, relazionali, comunicative e sociali.

In questo senso, la famiglia gioca un ruolo prioritario nell’educazione ai media digitali. Non sono sufficienti le competenze tecnologiche, le responsabilità non sono del mezzo ma del suo utilizzo, ne consegue che resta sempre di fondamentale importanza il dialogo educativo, insieme alle scelte strategiche di sinergia con la scuola e con i servizi profit e no profit per gli adolescenti in una logica di prevenzione profonda e costante.

 

[1] Angela Maria Zocchi,  Convergenza multimediale: possibili scenari, Workshop ECML Università Cattolica del Sacro Cuore, 31 ottobre 2005

[2] Gammone M., La devianza come sociologia,  (a cura di Costantino Cipolla), Franco Angeli Editore, Milano, 2012, pag. 106.

[3] McLUHAN M., Capire i media. Gli strumenti del comunicare, Editore Il Saggiatore, Milano, 1967

[4] Prensky M., Digital Natives, Digital Immigrants, On the Horizon, NCB University Press, vol. 9, n. 5, ottobre 2001

[5] Ferri P., Nativi digitali, Bruno Mondadori, Milano 2011

[6] Ferri P. ivi,p.190

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