” REALTA’ ED IMMAGINARIO NEL VIAGGIO DELLA GLOBAL SUMUND FLOTILLA ” DI VALTER MARCONE
Redazione- Gli attivisti di Gaza della Global Sumud Flotilla arrivano all’aeroporto di Istanbul dopo essere stati arrestati dalle forze israeliane. “Ci hanno picchiati dappertutto”, racconta Emilia, attivista spagnola della Flotilla .”È stato peggio che a Guantanamo”, aggiunge, mentre il video diffuso dal ministro istraeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir che mostrava gli attivisti legati e maltrattati è stato oggetto di condanne a livello mondiale. Secondo il ministero degli Esteri turco, 422 attivisti, tra cui 85 cittadini turchi, sono stati trasportati in Turchia dal sud di Israele a bordo di tre aerei noleggiati da Ankara.” Mentre si è invece fermato in Libia il nuovo tentativo di portare aiuti a Gaza partito dalla Mauritania con 300 membri da 25 Paesi.
Questo lo scarno comunicato che mette un punto fermo ad una vicenda che ha suscitato interesse, emozione e scalpore soprattutto in Europa . Si tratta del secondo viaggio degli attivisti della Global Sumund Flotilla verso Gaza le cui imbarcazioni , come nel precedente viaggio, sono state intercettate in acque internazionali dalla marina israeliana. Tutti e quattrocento gli attivisti sono stati trasferiti al porto di Ashdod prima dell’espulsione e qui detenuti per qualche ora , scarcerati in breve tempo e avviati nei loro paesi grazie anche al clamore del video in cui venivano ritratti nella condizione di detenuti sottoposti a maltrattamenti ed umiliazioni da parte anche dello stesso ministro Ben Gvir che deride e umilia gli attivisti .
La vicenda della Flotilla ,stando alle cronache, alle testimonianze e ai video permette di fare alcune riflessioni tra le quali due mi sembrano importanti e tali da essere evidenziate. La prima permette di dire che procedure e considerazioni professionali del sistema carcerario israeliano sono un sistema improntato ad una violenza strutturale che la diffusione del video di come sono stati trattati gli attivisti della Flotilla, ha rivelato al mondo intero. Un esempio di quello che accade nelle carceri israeliane dove sono detenuti migliaia di palestinesi sottoposti sistematicamente a torture feroci e trattamenti inumani e degradanti I dati più recenti diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani e dalla Palestinian Prisoners’ Society indicano oltre 11.100 prigionieri. In condizioni spesso di violazione di ogni diritto umano a cominciare dal fatto che un numero significativo di detenuti si trova in regime di detenzione amministrativa, ovvero reclusi senza accuse formali né processo, mentre donne e bambini sono processati da tribunali militari. Secondo l’Ambasciata Palestinese in Italia ( già delegazione dell’OLP ,Viale Guido Baccelli, a Roma, nel quartiere di San Saba). ogni anno vengono arrestati e processati in questi tribunali tra i 500 e i 700 minorenni. Ad oggi, sono più di 400 i ragazzi detenuti in condizioni disastrose nelle prigioni israeliane di Ofer e Mejido.
“All’interno dello Stato israeliano coesistono due sistemi giudiziari e detentivi distinti. I palestinesi sono generalmente sottoposti alla giurisdizione militare, separata dall’apparato civile. Anche il sistema carcerario è duplice: mentre la maggior parte dei detenuti è affidata agli istituti gestiti dall’Israeli Prison Service (IPS), sotto l’autorità del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, l’esercito opera in propri centri di detenzione in maniera autonoma.(1) Fra questi, il carcere di Sde Teiman e il relativo ospedale da campo sono ormai noti come i primi istituti in cui episodi di tortura dopo il 7 ottobre, inclusi abusi sessuali, non sono stati solo riportati da testimonianze, ma anche documentati da filmati interni e ampiamente discussi nello spazio pubblico. Secondo dati raccolti da PHRI, le condizioni di detenzione, già difficili prima del 7 ottobre, sono peggiorate drammaticamente.(2)
Malnutrizione e scarsa attenzione alle malattie dei detenuti completano un quadro che Physicians for Human Rights Israel ha deninciato nei suoi rapporti annuali. Con l’aggiunta che ancora oggi centinaia di operatori sanitari restano reclusi malgrado le insistenti richieste di liberazione. Physicians for Human Rights Israel (PHRI) è un’organizzazione non governativa con sede a Tel Aviv impegnata a promuovere l’uguaglianza e la giustizia sociale attraverso la tutela del diritto alla salute per tutte le persone che vivono sotto la responsabilità e il controllo dello Stato israeliano. Il lavoro di PHRI combina l’assistenza umanitaria diretta alle comunità emarginate con iniziative di advocacy e cambiamento delle politiche pubbliche volte a garantire il pieno rispetto dei diritti umani. (4)
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei territori palestinesi occupoati, non meno di 75 palestinesi sono morti in detenzione israeliana tra il 7 ottobre 2023 e il 31 agosto 2025. Tra queste persone c’erano individui con condizioni di salute che richiedevano specifice cure mediche prima del loro arresto e il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha raccolto prove di tortura e maltrattamenti sui corpi di palestinesi effettuati mentre erano ancora in vita. Inoltre, sono stati registrati segni di stupro, altre violenze sessuali e di genere, fame e condizioni igieniche insufficienti. (5)
La seconda considerazione che la vicenda della Flotilla suscita è che il viaggio di quel gruppo di barche ha prodotto un immaginario quasi mitologico. La vicenda della Global Sumud Flotilla ha impresso nell’opinione pubblica mondiale un potente immaginario di disobbedienza civile e diplomazia dal basso. La barca e il viaggio sono diventati nell’immaginario strumenti di protesta nonviolenta e simboli di vulnerabilità di fronte a un blocco navale imposto da forze militari come quelle di Israele. La barca nell’immaginario mitologico è il simbolo universale del passaggio, della salvezza e del viaggio iniziatico. La barca dunque è il simbolo di una continuità della vita nei confronti della distruzione. .Ecco allora comparire nell’immaginario di quanti hanno appreso dalle cromache le vicende di questa flotta altre vicende come quella dell’Arca di Noè e il mito di Utnapshtim , nell’ epopea di Gilhamesh , che dà vita ad un nuovo inizio. E poi il viaggio di Giasone alla ricerca del Vello d’oro e le peripezie di Ulisse nel suo ritorno ad Itaca.
In qualunque viaggio poi la cosa centrale e fondamentale è il ritorno : il desiderio e il sogno di tornare alla vera casa. Il ricordo di quella casa poi è l’autentica ragione del viaggiare ancora prima del desiderio di conoscere. Si parte, si abbandona la casa per tornarvi e così tornando si comprende pienamente il suo valore .e la sua essenza. E il viaggio verso Gaza è la ricerca di una casa , quella che si è lasciato e quella a cui si ritorna. La casa distrutta di un intero popolo sulla terra di Gaza.
Anche se spesso il ritorno è ancora più avventuroso del viaggio
Il ritorno. Le avventura diventano ricordo nel tempo sospeso nello sforzo di far convivere quello che si è vissuto duranjte il viaggio conla vita precedente a quel viaggio. Tanto che spesso si dice che tutto è cambiato dopo il viaggio, che nulla è più uguale a prima.
Ritornare significa avviarsi verso casa carico di conoscenze e di esperienza; e ritrovarsi inevitabilmente diverso da come eri partito. Parlare del ritorno è parlare si se stessi e del cambiamento . Ma soprattutto la consapevolezza di quello che si è fatto ,il senso delle scelte compiute.
E alla fine non si potrebbe capire davvero ciò che si è fatto se non si avesse il coraggio di tornare. Storie lontane sul ritorno da un viaggio o sul ritorno a casa al termine della vita possono svelare qualcosa di nuovo riguardo al passato e, allo stesso tempo, rivelare qualcosa in più su di noi. Ecco dunque il racconto: per Alessandro Vanoli il senso del ritorno si trova nell’Odissea e nei nostoi, nei grandi archetipi di Ulisse e Agamennone, ma anche nelle avventure esemplari di grandi viaggiatori, su tutti quello di Cristoforo Colombo, incapace di vedere il nuovo e di cogliere la portata epocale del suo viaggio. Di lì sino a incrociare, tra storia e letteratura, il ritorno a Venezia di Casanova, per finire con l’avventura prometeica di Neil Armstrong, che vide la Terra dalla Luna. «Riflettere sul ritorno,» scrive Vanoli, «è riflettere su un momento fondamentale della nostra vita e dunque su ciò che siamo».
E’ quello che dice Alessandro Vanoli in “ I racconti del ritorno. Esercizi di vita e di memoria da Ulisse a Neil Armstrong”,Feltrinelli 2021 In ogni viaggio il ritorno ci obbliga a fare i conti col nostro passato ed è per questo che assomiglia così tanto alla vita. Da Ulisse e Agamennone a Colombo, da Martin Guerre a Casanova, da Napoleone a Evita Perón e fino al ritorno dalla Luca di Neil Armstrong, un racconto dolce e malinconico di chi nei secoli e nei millenni è tornato indietro e solo allora ha conosciuto se stesso.
Alessandro Vanoli ha lavorato come docente e ricercatore in numerose università, tra cui l’Università di Bologna e l’Università Statale di Milano, e ha insegnato arabo presso differenti istituzioni. Si è occupato prevalentemente di storia mediterranea, di rapporti tra mondo cristiano e mondo musulmano e di presenza islamica nelle Americhe. Tra le sue pubblicazioni: Le parole e il mare (2005), La Spagna delle tre culture (2006), La Sicilia musulmana (2012), Quando guidavano le stelle. Viaggio sentimentale nel Mediterraneo (2015), Storie di parole arabe (2016), Strade perdute. Storia mondiale del vecchio continente (2019) e con Amedeo Feniello Storia del mediterraneo in 20 oggetti (Laterza, 2020).
Anche se come dice sempre Alessandro Vanoli «Siamo esseri in movimento. Ogni nostro cambiamento, ogni nostra scoperta, ogni nostra crisi è legata a uno spostamento.» Il Nilo, le rotte del Mediterraneo, la Via della seta, la Route 66: le nostre radici sono fatte di strade. Alcune celebri, molte ignote. Per conoscerle bisogna mettersi in viaggio.
Si legge sul sito della Feltrinelli a proposito del libro di Vanoli : “ Come dev’essere stato profondo il silenzio del mare nel quinto secolo a.C., al largo delle coste di Atene. E chissà com’era intenso il profumo di spezie appena sbarcati alle foci del fiume Narmada, nell’India nord-occidentale, quando queste erano le propaggini più esotiche dell’Impero romano. E quanto grande doveva sembrare il mondo agli occhi di un mercante appena arrivato alla Grande muraglia dopo aver affrontato la Via della seta nel nono secolo. Per non parlare dell’eccitazione della velocità di chi per la prima volta a Krasnojarsk, in Siberia, nel 1899 salì sulla carrozza della Transiberiana diretta a Mosca. Esistono strade che, a guardarle bene, mostrano un’antichità quasi geologica. Come se fossero nate prima dell’uomo, con la Terra stessa. Vie tracciate dalla natura che l’umanità ha cominciato a percorrere dalla notte dei tempi. Con Alessandro Vanoli diventiamo pellegrini del nostro passato, attraversiamo sentieri, deserti e mari e, in un viaggio pieno di meraviglia, scopriamo la rete millenaria che per terra e per mare ha unito regioni distanti e talvolta interi continenti. Facciamo esperienza delle nostre radici, trovandole lontanissimo. Forse è così che per migliaia di anni abbiamo visto il mondo e forse è così che dovremmo ricominciare a vederlo, oltre ogni confine e barriera. Possiamo rimetterci in cammino, come è stato per secoli e millenni. «Si può guardare alla nostra storia da infiniti punti di vista, ma c’è una caratteristica che ci appartiene da sempre: siamo esseri in movimento. Ogni nostro cambiamento, ogni nostra scoperta, ogni nostra crisi è legata a uno spostamento.» Allora per scoprire chi siamo non resta che metterci in viaggio. ( 6 )
Il ritorno. Capita talvolta che l’essenza di un viaggio sia tutta lì: nel tempo sospeso in cui ogni cosa si chiude, quando le avventure cominciano a riassumersi nei ricordi, nello sforzo di far coincidere ciò che si è vissuto con il senso della vita precedente ormai lontana. Ritornare significa avviarti verso casa carico di conoscenze e di esperienza, e riscoprirti inevitabilmente diverso da come eri partito. Così, parlare del ritorno è anche parlare di se stessi e dell’età matura, del momento in cui ci si ritrova a fare i conti con quello che si è fatto, guardandosi indietro, come si fosse alla fine di un viaggio. Ma non c’è per forza tristezza nel ritorno. C’è anche il senso delle scelte compiute: ricordando e ragionando su ciò che si ritrova, si può raggiungere una maggiore pienezza e una comprensione più profonda. E alla fine non si potrebbe capire davvero ciò che si è fatto se non si avesse il coraggio di tornare.
Storie lontane sul ritorno da un viaggio o sul ritorno a casa al termine della vita possono svelare qualcosa di nuovo riguardo al passato e, allo stesso tempo, rivelare qualcosa in più su di noi. Ecco dunque il racconto: per Alessandro Vanoli il senso del ritorno si trova nell’Odissea e nei nostoi, nei grandi archetipi di Ulisse e Agamennone, ma anche nelle spedizioni esemplari di grandi esploratori, su tutti quella di Cristoforo Colombo, incapace di vedere il nuovo e di cogliere la portata epocale del suo viaggio. Di lì sino a incrociare, tra storia e letteratura, il ritorno a Venezia di Casanova, per finire con l’avventura prometeica di Neil Armstrong, che vide la Terra dalla Luna. “Riflettere sul ritorno,” scrive Vanoli, “è riflettere su un momento fondamentale della nostra vita e dunque su ciò che siamo.” ( 7 )
“In ogni viaggio il ritorno ci obbliga a fare i conti col nostro passato ed è per questo che assomiglia così tanto alla vita.”
Ecco allora ,il ritorno degli attivisti nei loro paesi tra realtà è immaginario. ci costringe a fare i conti con il comportamento di Israele nell’area del Medio Oriente dopo il 7 ottobre e con la sua spropositata reazione contro l’aggressione di Hamas che ha fatto pagare al popolo palestinese un prezzo altissimo . Un conto comunque in sospeso in attesa della definizione di partite che sullo scenario Medio Orientale agitano ancora discussioni e soprattutto interventi di guerra. Anche se il tempo stesso porrà inevitabilmente ad Israele e ai suoi governanti un quesito che già lo stesso Presidente dello Stato Isaac Herzog, che condanna la brutalità dei coloni in Cisgiordania, ma anche chi usa violenza sui detenuti nelle carceri israeliane ha posto : quando si metterà fine al processo di imbarbarimento di una sosicetà quella di Israele .Quando ?
(1) (2) The Public committee against torture in Israel. Annual Report 2023. Disponibile all’indirizzo: https://stoptorture.org.il/wp-content/uploads/2024/09/Incarceration-of-Unlawful-Combatants-Law_July-2024.pdf Physicians for Human Rights. Unlawfully detained, tortured, and https://www.phr.org.il/wpstarved. The plight of Gaza’s medical workers in Israeli custody. Febbraio 2025. Disponibile all’indirizzo: content/uploads/2025/02/6265_DetentionReport_Eng.p
(3)https://epiprev.it/attualita/condizioni-di-detenzione-dei-prigionieri-palestinesi-i-dati-di-physicians-for-human-rights-israel (3)https://epiprev.it/attualita/condizioni-di-detenzione-dei-prigionieri-palestinesi-i-dati-di-physicians-for-human-rights-israel
( 6 ) Alessandro Vanoli “Strade perdute. Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia” Feltrinelli 2020
(7 )https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/i-racconti-del-ritorno/#descrizione
