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SPENDERSI PER LA POLITICA | GRATUITÀ, BENE COMUNE, PERSONALISMO E CUSTODIA DELLA PERSONA

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Redazione-  In questi giorni, durante gli esercizi spirituali a Camaldoli, predicati da Sua Eminenza il Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ho cercato il silenzio tra i boschi che circondano l’abbazia. Camminando tra quegli alberi, la mente è tornata ai giorni della stesura del Codice di Camaldoli, svoltasi proprio qui tra il 18 e il 23 luglio del 1943, nel cuore drammatico del secondo conflitto mondiale.

In quel momento così buio della nostra storia, figure illuminate come Monsignor Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo e assistente del Movimento Laureati, e il giovane teologo Monsignor Pietro Pavan – il cui contributo fu centrale per allineare il testo al magistero sociale della Chiesa e all’enciclica “Quadragesimo Anno” – trovarono l’appoggio e l’ospitalità logistica del monaco camaldolese Padre Maurilio Guasco.

Insieme a loro, cinquanta giovani intellettuali, animati da Monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI),  diedero  vita a un documento  che avrebbe gettato  le  fondamenta stesse della  nostra Costituzione: cinquanta menti libere che, a rischio della propria vita, ci hanno mostrato cosa significhi, concretamente, spendersi interamente per il bene comune.

Proprio tra questi sentieri, nel contrasto tra la violenza della guerra di allora e di oggi e il silenzio dello spirito, si comprende la forza profonda di questo concetto : “Spendersi per la politica” è un’espressione intensa, che va ben oltre il semplice “fare politica” o il candidarsi a una carica pubblica.

Significa mettere in gioco se stessi — il proprio tempo, le proprie energie, le proprie competenze e spesso anche la propria sfera personale — per un’idea di società fondata sulla giustizia e sulla dignità della persona. Non si tratta di un’attività distaccata o meramente funzionale, ma di una scelta esistenziale e civica, segnata dalla gratuità e dalla responsabilità.

Come ricorda il Concilio Vaticano II, l’uomo non trova la propria pienezza se non nel sincero dono di sé (Gaudium et spes, 24). Ciò vale anche per l’azione pubblica, che diventa luogo di servizio, dedizione e testimonianza. Proprio su questa natura profonda del servizio pubblico, Alcide De Gasperi offriva una delle sue riflessioni più celebri, distinguendo l’opportunismo elettorale dalla vera lungimiranza: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito; uno statista cerca il successo del suo paese”. È un’intuizione che risale a James Freeman Clarke, tratta da un suo  saggio  del 1870  intitolato significativamente “Wanted, a Statesman!” (Cercasi statista!), pubblicato sulla rivista Old and New.

Il verbo “spendersi”, incarnato dai giovani di Camaldoli nel ’43, porta con sé l’idea di un impiego generoso delle proprie risorse: chi intraprende questo cammino non lo fa per ottenere potere, visibilità o prestigio, ma per offrire un contributo alla vita comune.

In questa prospettiva si recupera il significato più nobile e originario della politica, legato alla polis come cura della comunità, cioè come forma alta di solidarietà sociale e di responsabilità verso gli altri, specialmente verso i più vulnerabili.

Il fondamento più profondo di questo spendersi risiede dunque nella logica della gratuità, intesa non come approssimazione, ingenuità o dilettantismo, ma come assenza di tornaconto personale e come disponibilità a concepire il potere unicamente nella forma del servizio. Chi si impegna politicamente con gratuità risponde a un dovere di giustizia e di amore verso la propria comunità.

La politica vissuta in questo modo diventa un antidoto alla logica dell’utilitarismo e una contestazione concreta delle dinamiche clientelari e opportunistiche che troppo spesso ne offuscano il

volto.

Il fondamento nella Dottrina Sociale della Chiesa

La Dottrina Sociale della Chiesa trova una formulazione classica nella definizione di Paolo VI, che descrive la politica come “la forma esigente – anche se non la sola – del dovere cristiano del servizio teso agli altri” (“Octogesima Adveniens”, 46). In questa espressione è racchiusa una visione alta dell’impegno pubblico: la politica non come terreno di autoaffermazione, ma come esercizio di responsabilità morale, sacrificio personale e dedizione al prossimo.

In tale luce, lo spendersi in politica esige un autentico distacco dagli interessi egoistici e un orientamento stabile al bene degli altri. A questa visione faceva eco Giorgio La Pira, per il quale l’azione amministrativa e di governo era inseparabile dalla testimonianza di fede: “La politica è un impegno di umanità e di santità: essa è diretta alla edificazione della città terrena in modo che vi regni la giustizia, la pace e la solidarietà, riflesso della città di Dio” (La nostra vocazione sociale, scritto da La Pira nel 1947 e pubblicato nel 1948 sulla storica rivista Cronache Sociali).  Su questa stessa linea si colloca il magistero di Giovanni Paolo II, che richiama con forza il pr incipio della soggettività della società: una comunità composta da persone libere, responsabili e capaci di iniziativa, che non devono mai essere ridotte a semplici destinatarie passive di decisioni prese dall’alto (Centesimus Annus, 13). Per Papa Wojtyła, l’uomo è e deve restare il soggetto del proprio agire, anche nella vita sociale e politica.

Per questo la risposta alla questione sociale non può limitarsi a meccanismi tecnici o redistributivi, ma deve assumere la forma della solidarietà, intesa come “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune” (Sollicitudo rei Socialis, 38).

Questa impostazione trova una sintonia profonda con la tradizione del personalismo francese del Novecento, che costituisce uno dei retroterra culturali più fecondi per comprendere il nesso tra persona, comunità e impegno politico.

In particolare, Emmanuel Mounier ha mostrato che la persona non coincide con l’individuo isolato e autosufficiente, ma con un essere relazionale, incarnato nella storia, chiamato alla responsabilità, alla comunione e al dono di sé.

In questa prospettiva, la persona non è mai oggetto di politiche calate dall’alto, né semplice ingranaggio di apparati economici, burocratici o  ideologici: essa è soggetto vivente della storia, protagonista della costruzione sociale, portatrice di una dignità irriducibile che le istituzioni sono chiamate a riconoscere e promuovere.

Il personalismo comunitario di Mounier rifiuta insieme due derive opposte e convergenti: da una parte l’individualismo, che assolutizza l’interesse privato e disgrega il vincolo sociale; dall’altra il collettivismo, che assorbe la persona nell’anonimato della struttura e ne mortifica la libertà. Tra questi due poli, il personalismo propone una visione della convivenza in cui la persona si realizza pienamente solo dentro relazioni giuste, istituzioni umane e una comunità ordinata al bene comune. Da qui deriva una concezione alta della politica: non semplice tecnica di gestione del potere, ma luogo morale in cui la libertà si traduce in responsabilità e in servizio.

Anche Jacques Maritain,  in modo  convergente, insiste sulla necessità di una democrazia sostanziale fondata su una visione integrale dell’uomo. La comunità politica, nella sua prospettiva, non esiste per  assorbire  la persona,  ma per  creare  le condizioni affinché ciascuno  possa sviluppare pienamente la propria vocazione umana, sociale e spirituale. La dignità trascendente della persona diventa così il criterio che giudica la bontà delle istituzioni e orienta l’azio ne politica verso il bene comune. In questo senso, il contributo del personalismo francese si armonizza profondamente con la Dottrina Sociale della Chiesa e ne illumina una delle intuizioni fondamentali: la centralità della persona non come principio  astratto, ma come criterio ordinatore della vita pubblica.   Da questa stessa intuizione deriva la sintesi contemporanea della DSC, ripresa con forza anche da Papa Francesco, che ricorda come la politica sia una “forma eminente di carità” (Fratelli tutti, 180). Quando è vissuta come servizio, la politica diventa allora uno dei luoghi più alti in cui la carità può assumere forma storica, istituzionale e sociale.

Il primato del bene comune e della gratuità

Da questa idea cardine nasce un secondo aspetto fondamentale: il primato del bene comune. Spendersi per la politica significa credere che il destino di ciascuno sia profondamente legato a quello della collettività e che nessuna realizzazione personale possa compiersi davvero in una società ingiusta, frammentata o indifferente. Chi sceglie la via del primato del bene comune e della gratuità lavora per

tradurre i grandi valori – giustizia sociale, libertà, equità, dignità umana – in strutture concrete: leggi, servizi, percorsi educativi, istituzioni affidabili e interventi reali. Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa definisce il bene comune come “l’insieme delle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi e ai singoli di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione” (n. 164).

Spendersi politicamente significa allora operare affinché tali condizioni siano reali, accessibili, inclusive e stabili. In tale compito il bene comune non si oppone al bene della persona, ma ne rappresenta il compimento sociale e storico.

Anche qui emerge con chiarezza la lezione personalista: la persona fiorisce dentro un ordine di relazioni, diritti, doveri e istituzioni che ne custodiscano la dignità e ne favoriscano la partecipazione. Su questa linea, Benedetto XVI ha offerto un contributo decisivo ponendo la gratuità al centro della riflessione sociale.

In Caritas in Veritate osserva che la gratuità è presente nella vita dell’uomo in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza (n. 34). Accanto al bene individuale, infatti, esiste un bene legato al vivere sociale delle persone; e più ci si adopera per un bene comune rispondente alle reali necessità del prossimo, più si ama efficacemente anche attraverso le istituzioni e le leggi (n. 7).

La gratuità, letta alla luce del personalismo, non soltanto rinuncia all’interesse privato, ma riconosce il valore irriducibile dell’altro. Significa comprendere che l’altro non vale per la sua utilità, per il suo consenso, per la sua forza economica o per il suo peso elettorale, ma per il fatto stesso di essere persona. Per questo la politica ispirata alla gratuità non contabilizza semplicemente interessi, ma custodisce volti, legami, attese e fragilità.

A questo proposito Giorgio La Pira ricordava con fermezza l’assolutezza di tale impostazione antropologica ed economica: “La persona umana ha un valore assoluto e le strutture statali o economiche sono fatte per l’uomo, non l’uomo per esse. Il pane, la casa, il lavoro non sono concessioni, ma diritti inerenti alla dignità di ogni figlio di Dio” (La difesa della povera gente, 1954).

Essa diventa così il luogo in cui la comunità politica sceglie di misurare se stessa non sulla convenienza immediata, ma sulla capacità di promuovere integralmente la persona umana.

Le sfide contemporanee: orizzonte antropologico, etico e legislativo

Questo compito assume un rilievo ancora più decisivo nello scenario contemporaneo, segnato da processi di frammentazione culturale, impoverimento relazionale, polarizzazione sociale e trasformazioni tecnologiche che investono l’immagine stessa dell’uomo. In tale contesto, il magistero più recente ha riproposto con forza la necessità di custodire la persona umana anche nell’epoca delle nuove tecnologie, richiamando il fatto che il bene comune non può essere ridotto alla somma degli

interessi individuali, ma chiede un impegno condiviso e una responsabilità collettiva ordinata alla pienezza della persona  (Magnifica  humanitas,  60).    Spendersi per  la politica,  alla  luce di questo insegnamento, significa assumersi il compito di dare forma al proprio tempo facendo maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita. Se l’uomo rischia di smarrire il proprio volto, allora l’azione istituzionale deve configurarsi anzitutto come custodia della persona umana, affinché il progresso rimanga uno strumento di civilizzazione e non divenga mezzo di asservimento.

In questa linea, la tecnica, l’economia e l’organizzazione collettiva restano autenticamente umane solo quando rimangono subordinate alla persona e al suo destino integrale.  Questa ispirazione antropologica trova una declinazione diretta nell’attività legislativa. In un recente discorso rivolto ai membri del Parlamento spagnolo, Leone XIV ha richiamato il rispetto dell’autonomia delle realtà terrene e della distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica, ribadendo insieme il dovere di servire il bene comune e ciò che rende veramente umana la convivenza.

Nello stesso intervento ha affermato che ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, e che una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il solo fatto di essere formalmente approvata, ma quando sa reggere il confronto con la dignità della persona. Ritroviamo qui lo spirito profondo con cui De Gasperi interpretava la democraticità delle istituzioni e la validità delle norme: “Una democrazia formalistica, che si limiti a stabilire le regole del gioco elettorale senza preoccuparsi del contenuto umano e morale di queste regole, è una democrazia fragile, esposta a tutti i colpi di vento. […] La democrazia è prima di tutto un abito mentale,  un  costume civile,  uno  spirito  di  solidarietà”  (Le  basi  morali  della  democrazia,  Grandes Conférences  Catholiques  di Bruxelles,  20  novembre 1948).    In questa prospettiva,  la statura morale dell’azione legislativa si misura sulla capacità di tutelare concretamente l’essere umano, specialmente nei contesti in cui la fragilità sociale, economica o culturale rischia di tradursi in esclusione.

Il bene comune, infatti, può essere inteso come la forma sociale della dignità umana, e l’azione pubblica perde il suo orientamento quando si frammenta in interessi parziali incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti.   Anche il linguaggio pubblico entra in questo compito di custodia. In un intervento rivolto ai parlamentari del Partito Popolare Europeo, Leone XIV ha insistito sulla ricerca dell’unità, sul primato del popolo come soggetto attivo della vita politica e sulla necessità di superare una politica ridotta a slogan o a conflitto permanente.

In questo quadro, l’essere cristiani in politica non viene presentato come una semplice appartenenza identitaria, ma come disponibilità a lasciarsi illuminare dal Vangelo nelle decisioni concrete e nell’affrontare i problemi reali delle persone.

Sussidiarietà, partecipazione e vita quotidiana

Questo “spendersi” non si esaurisce nei palazzi delle istituzioni o nelle segreterie dei partiti, ma si manifesta nelle molteplici forme della vita quotidiana. Può significare promuovere la cittadinanza attiva, educare le nuove generazioni alla responsabilità civica, animare le comunità locali, costruire percorsi di partecipazione e rendere più umani i luoghi della convivenza.

La politica, in questa accezione alta, non coincide solo con il momento elettorale o con l’esercizio del mandato, ma abbraccia tutte quelle pratiche in cui si costruisce il tessuto vivo della società.  A questo proposito, l’esortazione “Christus vivit” ricorda che i giovani sono chiamati a essere protagonisti del cambiamento (n. 174), e che proprio la politica può diventare uno degli spazi in cui tale protagonismo si trasforma in responsabilità storica.   Farsi carico della cosa pubblica significa anche impegnarsi nei corpi intermedi e nell’associazionismo, operare nel terzo settore, nei movimenti sindacali, culturali e pedagogici che fanno da ponte tra il singolo cittadino e lo Stato.

La Dottrina Sociale della Chiesa insiste sul valore di queste realtà come espressione del principio di sussidiarietà: ciò che le persone possono fare da sole non deve essere sottratto loro (Centesimus Annus, 48).  La sussidiarietà trova la sua espressione più concreta ed empatica nella visione amministrativa di La Pira, l’indimenticato “Sindaco santo” di Firenze, che amava ripetere: “La città è come una grande casa, dove nessuno deve sentirsi forestiero, dove il sindaco deve farsi carico delle lacrime e delle speranze di tutti, specialmente dei più poveri” (Non case, ma città, 6 novembre 1954).

Anche questo aspetto trova un forte riscontro nel personalismo  francese, che ha sempre guardato con favore alle comunità vive, alle mediazioni sociali e ai luoghi concreti della partecipazione. La persona, infatti, non cresce nel vuoto, ma dentro legami, appartenenze e responsabilità condivise.

Per questo una società autenticamente umana non mortifica le iniziative dal basso, ma le riconosce, le accompagna e le valorizza. Spendersi per la politica significa allora rafforzare questi spazi di partecipazione gratuita e spontanea, non sostituirli né soffocarli.  In questa luce si comprende meglio anche il nesso con l’ecologia integrale richiamata da Papa Francesco, secondo cui tutto è connesso (Laudato Si’, 91).

La politica, per essere sana, deve custodire insieme le relazioni, i territori, le comunità e le

fragilità, perché il degrado sociale, culturale e ambientale non procede mai per compartimenti stagni. Già Paolo VI, nella “Populorum Progressio”, aveva colto profeticamente questa connessione, affermando che lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica, ma deve essere integrale, cioè orientato alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo (n. 14). Il pensiero personalista conferisce a questa intuizione una profondità ulteriore: non esiste vero sviluppo se la persona viene sacrificata alla produttività, al profitto o all’efficienza.

Coerenza, testimonianza e custodia dei più vulnerabili

Spendersi per la politica può tradursi, infine, anche in una forma quotidiana di coerenza e testimonianza, portando avanti una visione della società in cui ogni persona vale per ciò che è e non per la funzione che svolge. È la logica della dignità umana, fondamento dell’intera Dottrina Sociale della Chiesa: la persona deve essere sempre fine e mai mezzo. L’impegno politico, anche quando non assume forme istituzionali dirette, resta autentico ogni volta che difende i diritti dei più vulnerabili, contrasta le ingiustizie, costruisce legami sociali e si oppone a ogni riduzione dell’uomo a strumento. Di questa missione faticosa ed esigente era ben consapevole De Gasperi, che ricordava come “Libertà e giustizia sono figlie di Dio e il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio” (Lettere dalla prigione, 1927-1928), ammonendo al contempo che “Una democrazia non è tale se non è animata dallo spirito di servizio… Il bene della patria non può essere il bene di una fazione o di una classe, ma deve essere il bene di tutti” (Le basi morali della democrazia, 1948).

La gratuità è l’anima di questa testimonianza, perché riconosce che il valore di una persona supera infinitamente il suo peso produttivo, il suo successo sociale o il suo ritorno elettorale.

Difendere i poveri, i fragili, gli esclusi e gli invisibili non significa soltanto correggere uno squilibrio sociale, ma rendere onore a una verità antropologica fondamentale: ogni persona possiede una dignità intrinseca, che nessuna condizione economica, culturale o esistenziale può cancellare. In questo senso, lo spendersi politico diventa anche esercizio di fedeltà all’umano. In definitiva, spendersi per la politica significa passare dall’indifferenza all’impegno gratuito e disinteressato. Significa scegliere di non osservare la realtà da lontano, ma di entrarvi con responsabilità, accettando la fatica del servizio per trasformare la vulnerabilità sociale in occasioni di riscatto, partecipazione e dignità condivisa. È una forma di dedizione che domanda maturità morale, sguardo  lungo, senso  delle istituzioni e amore concreto per la comunità.  Il cammino tracciato dal magistero sociale appare, in questa prospettiva, profondamente unitario. Dalla politica come “servizio esigente”, delineata da Paolo VI, alla solidarietà come determinazione perseverante per il bene comune in Giovanni Paolo II, fino alla valorizzazione della gratuità in Benedetto XVI e alla politica come “forma eminente di carità” in Papa Francesco, emerge una visione coerente dell’impegno pubblico come vocazione al servizio della persona. Il contributo del personalismo francese – specialmente di Mounier e Maritain – si inserisce armonicamente in questo percorso, offrendo una grammatica filosofica capace di chiarire che la persona  è  il principio,  il soggetto  e il  fine  della  vita  sociale  e  politica.   Alla  luce  delle  sfide antropologiche, etiche e culturali del presente, spendersi per la politica significa allora custodire il volto dell’uomo, difenderne la dignità inviolabile e costruire istituzioni, leggi e legami sociali all’altezza della sua vocazione. Solo così la politica cessa di essere spazio di conquista e torna a essere ciò che, nel suo significato più alto, è sempre stata: una forma esigente, concreta e generosa di servizio al bene comune.

DON ALESSANDRO FADDA SDB

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