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” L’AGIRE DEL CRISTIANO ” – DON ALESSANDRO FADDA SDB

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Redazione-  L’unico “paramento sacro” che Gesù indossa nel Vangelo — oltre alla tunica della passione — è un grembiule (cfr. Gv 13,4-5) nel gesto della lavanda dei piedi. Con questo segno si compie una rivelazione decisiva: Dio non si manifesta nella logica del potere, ma nell’abbassamento (kenosi) del servizio (cfr. Fil 2,6-8). Il servizio, dunque, non è semplicemente un’etica tra le altre, ma la forma storica attraverso cui si rende visibile l’essere stesso di Dio. Per questo si può affermare, in senso teologico forte, che una Chiesa che non si pone a servizio contraddice la propria identità sacramentale.

La carità (caritas), cuore della vita cristiana, non è riducibile a semplice sentimento o filantropia. Essa è partecipazione all’amore trinitario, effuso nei cuori per mezzo dello Spirito (cfr. Rm 5,5), e perciò esige di tradursi in prassi storica concreta. Una carità che non incide nelle strutture della convivenza umana rimane incompiuta: “non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18).

  1. Servizio e carità: forma e principio dell’agire

La distinzione tra servizio e carità può essere compresa analogicamente come quella tra forma e principio: il servizio è la configurazione storica dell’agire, mentre la carità ne è il fondamento teologale. La carità è infatti virtù teologale: ha Dio come origine, forma e fine. In essa l’uomo partecipa all’amore con cui Dio ama se stesso e le sue creature. Il servizio, invece, è la carità che si rende visibile nella storia, assumendo forme concrete, organizzate e competenti. Quando questa unità si spezza, emergono due derive:

  • Un servizio senza carità: che si riduce a funzionalità tecnica o burocratica;

  • Una carità senza servizio: che resta un’intenzione astratta priva di efficacia storica.

  1. La portata politica del Vangelo e il limite del potere

Il Vangelo non è un progetto ideologico, ma possiede un’intrinseca dimensione politica in quanto annuncio del Regno di Dio. Nel contesto del I secolo, proclamare un “Regno” alternativo a quello imperiale significava introdurre una signoria diversa, capace di relativizzare ogni potere terreno.

Quando Gesù afferma: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mc 12,17), non separa due ambiti stagni, ma stabilisce un principio fondamentale: l’uomo, portatore dell’immagine di Dio (cfr. Gen 1,27), non può essere assolutizzato da alcun potere temporale (cfr. J. Ratzinger – H. Maier, Democrazia nella Chiesa). Allo stesso modo, il monito “tra voi non sia così” (Mt 20,26) introduce una conversione radicale: l’autorità si definisce esclusivamente come servizio, sul modello del Figlio dell’uomo (Mc 10,45).

  1. L’opzione per gli ultimi come criterio teologico

La predicazione di Gesù manifesta una chiara opzione per i poveri che non è sociologica, ma squisitamente teologica. I poveri sono i destinatari privilegiati del Regno (Lc 6,20) perché rivelano la verità della condizione umana davanti a Dio.

Le Beatitudini costituiscono una vera ermeneutica della storia: annunciano una giustizia che rovescia i criteri mondani e denunciano le “strutture di peccato”. I gesti di Gesù — la comunione con i peccatori, il dialogo con le donne, il contatto con i lebbrosi — sono segni escatologici che anticipano un’umanità riconciliata.

  1. La nonviolenza evangelica: la potenza della debolezza

La prassi di Gesù supera sia la violenza rivoluzionaria sia la passività rassegnata, inaugurando una resistenza nonviolenta radicata nella fiducia nel Padre. Il comando di “non opporsi al malvagio” (Mt 5,39) è il superamento della reciprocità violenta: non è rinuncia alla giustizia, ma rifiuto di replicare il male. La Croce è il culmine di questa logica: rivelazione dell’ingiustizia del mondo e, simultaneamente, manifestazione dell’amore salvifico che critica radicalmente ogni potere fondato sulla forza.

  1. Oltre la prestazione: la carità come relazione

Nel contesto contemporaneo, il servizio rischia di essere assorbito dalla logica della prestazione e del risultato. La carità, invece, restituisce centralità alla relazione. Riconosce nell’altro non un problema da risolvere, ma un mistero da accogliere. Lo sviluppo autentico non può essere ridotto alla sola crescita economica, ma deve mirare alla promozione integrale della persona umana.

  1. Carità e giustizia: unità e trascendimento

La carità non sostituisce la giustizia, ma la fonda e la supera. Come affermato da Benedetto XVI (Caritas in Veritate), la giustizia riguarda i diritti, mentre la carità introduce la logica del dono. Tuttavia, non si può esercitare la carità senza rispettare la giustizia: dare come elemosina ciò che è dovuto per diritto è un’ingiustizia mascherata. La carità è il compimento della giustizia perché ne realizza il senso pieno nella relazione personale.

  1. Responsabilità politica e trasformazione sociale

Quando la carità assume una dimensione pubblica, diventa principio di trasformazione. Essa amplia lo sguardo oltre la fabbrica per guardare alle nuove povertà: l’urbanizzazione selvaggia, la solitudine urbana e le nuove marginalità (cfr. Paolo VI, Octogesima Adveniens).

In questa prospettiva, la carità orienta:

  • l’economia: ponendo la dignità della persona sopra il profitto (Centesimus Annus);

  • la politica: come servizio al bene comune.

La società deve riconoscere il ruolo dei giovani e delle donne, vigilando sui rischi di manipolazione dei Media. Come emerge dalla Fratelli tutti di Papa Francesco, l’azione della carità possiede un’intrinseca dimensione politica poiché riguarda l’ordine della “città umana”.

  1. La “politica del seme” e la logica del Regno

Il Regno di Dio cresce secondo la logica del seme (Mc 4,26-29) e del lievito: in modo nascosto ma inarrestabile. La carità vissuta nella quotidianità — nell’accoglienza, nelle scelte economiche etiche, nell’educazione — è una forma reale di trasformazione politica. È la “politica dal basso” teorizzata da Giorgio La Pira nell’Attesa della povera gente: una prassi che non conquista il potere, ma trasforma le relazioni.

  1. Fedeltà e sacramentalità dei gesti

La carità si verifica nella perseveranza. Non è l’eccezionalità del gesto, ma la fedeltà nel tempo a rivelarne l’autenticità. I piccoli segni — l’ascolto, la presenza, la cura — assumono una dimensione quasi sacramentale: rendono visibile una grazia invisibile e anticipano, qui e ora, la logica del Regno.

Conclusione

In sintesi, il servizio è la forma storica e la carità è il principio teologale. La loro unità esprime l’integrazione tra fede e vita, tra la contemplazione della Verità (apice dell’amore) e l’azione della Verità (necessaria nel tempo). La carità non è un’aggiunta alla fede, ma la sua verità operativa (Gal 5,6): è ciò che rende visibile, nella storia, il volto di Dio.

DON ALESSANDRO FADDA SDB

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