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” LA PAROLA : ISTANZA DI DESIDERIO ” – DI VALTER MARCONE

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Redazione-  Nella poesia e nella letteratura il rapporto vero tra il vissuto e la parola occupa un posto centrale. Non è difficile affermare e io ne sono convinto che ogni poeta scriva e riscriva con le parole sempre uno stesso verso come ogni romanziere scrive e riscrive sempre la stessa storia che è nella quasi totalità il racconto di una esperienza biografica..

Ma, basta trasferire attraverso il medium della parola le proprie impressioni di vita : il dolore, i traumi, l’amore, le passioni, per giustificare la voglia di comunicare agli altri queste cose attraverso un componimento che diventa libro uno degli strumenti appunto della comunicazione?

Probabilmente non basta se tutto questo non passa per l’imbuto del linguaggio. Dunque parola e linguaggio. Freud spiegava ai surrealisti la differenza che passa tra il sogno e l’opera d’arte. Entrambe sono produzioni simboliche che nascono dal vissuto del soggetto ma per l’opera d’arte non basta il simbolismo, ci vuole anche un linguaggio fatto di parole. Uno stile che faccia da mediatore. Così nasce il valore universale di quello che viene raccontato perché il trasferimento sulla pagina di una emozione come il dolore o la gioia ,di un fatto reale, diventa una trasfigurazione attraverso il linguaggio.

La parola d’altra parte nasce anche dalle nostre istanze di desiderio.

La parola è desiderio. E’ questa la lezione di Lacan che ci viene in aiuto quanto dimostra che l’inconscio di Freud è strutturato come  un linguaggio ed ha una ragione che sostiene appunto  il desiderio.

Il desiderio che le parole esprimono.

Lacan poi va oltre ma questo è un altro discorso da approfondire dentro la disciplina della psicoanalisi che esula da questa riflessione.

Lacan va oltre perché mostra che la “disalienazione”  ( come ci aliena  la parola !  ma anche questo è una considerazione da approfondire in altra sede ) prodotta “ dall’esperienza dell’analisi – come dice Recalcati in un articolo su Repubblica del 20 dicembre 2013 – non consiste nel raddrizzamento ortopedico delL’Io , ma nel far emergere la verità del desiderio inconscio come ciò che spiazza l’Io  costringendolo a ridimensionare il proprio narcisismo”

E quando la parola non è narcisismo allora diventa “ rivelazione” perché sa raccontare come una luce che illumina.

La parola dunque si riprende il primato e diventa imprevedibile perché senza legge. A differenza della lingua che deve rispettare determinate norme. La parola è fuori dal codice del linguaggio quando la sua capacità generativa trascende il suo uso. La parola, la scrittura e la testimonianza , diventano il frutto della parola  specialmente quando la testimonianza non è solo  un esercizio privato ma  si  carica di una  responsabilità pubblica:Una  una scrittura dunque che va alla ricerca della verità . La  parola allora  deve farsi innocente come la parola di bambini che porta con sé lo stupore del primo incontro con il mondo.

Ecco allora la funzione della parola : deve farci  tornare allo stupore,alla meraviglia  con cui guardare il mondo, il miracolo del mondo. Perché il mondo è un miracolo che il nostro pensiero critico qualifica ogni giorno, perché siamo noi ad essere squalificati dalla vita del mondo.

Siamo squalificati perché non riusciamo ad accettare e a condividere la meraviglia  del mondo nel modo giusto  storpiati come siamo dal  narcisismo del nostro Io, dal consumo indifferente di tutto quello che ci circonda  che non vogliamo riconoscere e amare  come necessario al nostro essere. E non solo funzionale .Noi che riteniamo tutto superfluo all’infuori del nostro essere  senza sapere che la verità proprio nel contrario : siamo noi superflui al mondo. Con le parole noi facciamo come con i bambini. E’ vero, non li lasciamo soli ma soffochiamo le loro attese.

Le attese delle parole diventano così bruscamente non il senso del desiderio che in sostanza  è parte di quello che abbiamo detto fin qui  ma profferte di violenza . Una presa di coscienza che ci pone una domanda  importante ed esistenziale  per la parola stessa.

C’è differenza tra la  violenza  materiale,sanguinaria e brutale, perèretata  con ogni mezzo  compresa per esempio la guerra  con l’attuale violenza delle parole e dei gesti che ritroviamo con diverse motivazioni  e ideologie nei social, nella politica, nella vita di ogni giorno ? Probabilmente no .

E allora bisogna ritornare  indietro tanto indietro  per riscoprire il non detto delle parole che è l’istanza del nostro desiderio di recuperare una parola “che non rispecchi semplicemente eventi e cose, ma faccia segno all’unità preriflessiva e preconcettuale che ha preceduto il pensiero cosciente e razionale. “ E’ quello che in sostanza ci dice  Flavio Ermini .

Scrive infatti   Flavio Ermini  in “ Guarire le parole” pubblicato sulla rivista  on line Ulisse ,dicembre 2021  “Noi pronunciamo parole riflesse, consapevoli come siamo del nostro destino di esseri senza dimora. Parliamo parole seconde, derivate, che non creano ma interpretano parole che derivano da altre parole ancora: le parole prime pronunciate dai nomotheti, i sapienti antichi che con la nominazione dei luoghi e delle cose crearono il mutevole orizzonte del mondo.

La lingua delle origini è tramontata e con essa la sua capacità di creare. Il poeta avverte questa

lontananza e ne soffre. Così come patisce l’estraneità del presente.

Ecco perché cerca di pronunciare una parola che non rispecchi semplicemente eventi e cose, ma faccia segno all’unità preriflessiva e preconcettuale che ha preceduto il pensiero cosciente e razionale. Ecco perché lascia riaffiorare nelle parole riflesse ciò che resta in esse di non detto, consentendo l’emergere di un dire che ci preesiste: quella “vera narratio” vichiana, dove fantasia e conoscenza sono una cosa sola. Giungendo a codificare nella frase poetica non solo un’espressione artistica, ma anche vere e proprie forme di sopravvivenza.” ( 1)

Ermini scrive questa riflessione come incipit del suo articolo che però parla sulla missione del poeta appunto come dice il titolo di  salvare , guarire le parole. Ermini dunque affida alla poesia e ai poeti questo compito importantissimo nella nostra società. Ora il problema della poesia e della funzione del poeta  mi sembra sia , sì,  in questo momento , quella  di guarire la parola  aggredita  da ll’estraneità dal presente ma soprattutto come affermato da Platone e ripreso da filosofi come Heidegger e Umberto Galimberti,  produrre  linguaggio  favorendo il desiderio della parola  per riformulare il mondo e la sua visione   opponendosi  alla banalizzazione e all’uso strumentale e quotidiano del linguaggio.  Un processo che custodisce la memoria collettiva e dell’immaginario di un popolo fatto di  miti, i valori e le esperienze fondanti dell’umanità.

Ma questo è un argomento complesso e  già ampiamente discusso  che il solo compendio qui avrebbe bisogno  di molta attenzione,puntualizzazioni  e spazio .

Perchè qui io voglio dire che guarire la parola non è solo il compito  del poeta ma anche di uomini  e donne che hanno  proposto e riproposto un incontro diverso  da quello a cui siamo abituati con la  parola ,per esempio i  linguisti , e gli operatori  editoriali

Prendo lo spunto da queste considerazioni per parlare di due  protagonisti storici di questa  salvezza ovvero del linguista  Tullio De Mauro  e dello scrittore e operatore editoriale Ernesto Ferrero entrambi scomparsi.

“Scritti parlanti” è il suggestivo titolo di una riflessione sulla figura e l’opera  del linguista e storico della lingua Tullio De Mauro. L’ho definito linguista e storico della lingua ma in verità molti altri campi del sapere, sempre collegati  alla vita quotidiana e reale Tullio De Mauro ( 1932-2017) nelle sue opere, nella sua attività di docente universitario , nella sua passione politica , ha attraversato. Territori legati  alla sua vocazione di intellettuale perchè Tullio De Mauro era a tutti gli effetti un intellettuale. Ma come lui stesso diceva questo suo modo di essere intellettuale assumeva anche  altre caratteristiche , due in particolare etica e tecnica. Ma ne parlo di seguito. Immediatamente però voglio dire che far entrare  la lingua italiana nella storia recente del nostro paese, quella risorgimentale, e  questa stessa storia nella lingua  è  la peculiarità del suo lavoro di linguista.Oltre s’intende ad incarnare in modo paradigmatico l’educazione linguistica e la linguistica educativa in Italia.

Scrive infatti sinteticamente il prof. Massimo Vedovelli che Tullio De Mauro : “ha avuto la capacità intellettuale di vedere come la questione dell’educazione linguistica abbia una poliedrica identità: è al centro delle vicende linguistiche nazionali; presuppone questioni teoriche generali relative ai principi di funzionamento dei linguaggi e delle lingue, ovvero all’universo simbolico; e, infine,

si lega a questioni culturali che hanno specificamente caratterizzato le vicende italiane, comprese quelle della formazione e, al loro interno, la dimensione linguistica.” (2)

Tullio De Mauro che aveva della lingua un grande amore e rispetto  perchè la riteneva strumento fondamentale per costruire una società democratica, inclusiva ed egualitaria.Un’idea di linguaggio  come  espressione della nostra intelligenza  , capace di   svolgere anche una educazione linguistica e contrastare l’esclusione sociale. Un’educazione anche attraverso  la scuola  un luogo di educazione alla parola  per mettere alunni e studenti in grado di esprimersi  con precisione e  decodificare i messaggi complessi. Contro la  “povertà di parole” che genera povertà di pensiero, emarginazione e autoritarismo . Un linguaggio che  può essere racchiuso anche in un vocabolario , il cosiddetto “ vocabolario di base “ organizzato dallo stesso De Mauro  attorno all’uso quotidiano di termini ,circa settemila vocabili divisi in tre categorie: lessico fondamentale, circa duemila  parole usate con grandissima frequenza ; lessico di alto uso , circa duemilacinquecento parole usate frequentemente:lessico di alta disponibilità , circa duemilacinquecento parole  usate  più raramente . Fino alla difesa dei dialetti intesi come “formidabile ponte culturale” e patrimonio identitario insostituibile.

Ernesto Ferrero uno dei massimi protagonisti dell’editoria e della cultura italiana (1938–2023). Storico direttore editoriale della Einaudi e del Salone Internazionale del Libro di Torino (1998-2016) .Nel suo libro autobiografico, I migliori anni della nostra vita, ha descritto il suo ambiente di lavoro come una seconda famiglia, raccontando l’educazione sentimentale vissuta fianco a fianco con intellettuali del calibro di Giulio Einaudi.

A proposito del suo libro “ I migliori  anni della nostra vita” e quindi della parola come memoria , una memoria consegnata  dalla pagina scritta  ,in una intervista  Ferrero dice esplicitamente : “ Più che un libro di ricordi, lo definirei un romanzo famigliare. La memoria, infatti, si comporta già di per sé come un narratore: sceglie i dettagli e i particolari, ci lavora sopra, insomma inventa, ma attraverso la finzione arriva più vicina alla “verità” del documento. I miei personaggi veri sono eminentemente romanzeschi: Giulio Einaudi con la sua fame di vita e di novità, il suo carisma costruito magistralmente; Giulio Bollati, suo alter ego leopardiano; il burbero-benefico Cesare Pavese; Elio Vittorini, grande seduttore intellettuale che non faceva niente per esserlo; il silenzioso e disciplinatissimo Italo Calvino, con la sua mostruosa capacità di lavoro; Natalia Ginzburg, zia che tutto vede e sa senza alzare gli occhi dal cestino di lavoro; e Bobbio e Mila e Primo Levi, e i grandi del ‘900 che si affacciano con discrezione in via Biancamano: Gadda, Sciascia, Volponi, Parise, la Morante, Fruttero & Lucentini, Pasolini. Ho voluto far partecipe chi non c’era di un’atmosfera di straordinario divertimento e anche allegria. Eravamo convinti di poter cambiare il mondo con i buoni libri, di poter formare la classe dirigente della futura Italia, di farne un Paese davvero moderno. Era un progetto forte, e tutte le tragedie del mondo, dall’assassinio di Kennedy al Vietnam, invece di deprimerci ci davano ancora più forza. Sembrava che un’età di reale progresso fosse lì, a portata delle nostre forze… Questo dava al gruppo, pur frammentato e diviso da contrasti dialettici anche forti (che l’editore fomentava), una grande coesione, e appunto un’allegria creativa. “

Ed è questa una immagine  di sé ma anche di quel mondo editoriale che affida alla parola  la promozione del desiderio .  E chi non si ricorda tra le persone della mia età la mitica “ rateale “ Einaudi che ci ha permesso in quegli anni della nostra giovinezza  di conoscere autori italiani  e stranieri inseriti nel suo  eccezionale catalogo  come Pavese, Calvino, érimo Levi, Natalia Ginzburg ,Beppe Fenoglio, Elsa Morante ,Leonardi Sciascia , solo per citarne alcuni . Volumi acquistati in blocco attraverso “ l’agente Einaudi “ che nel mio caso, a Sulmona , era  l’amico  indimenticabile Donato Valguarnera, Pagati appunto con la formula rateale : piccole somme che mensilomente riuscivamo a mettere assieme , rinunciando ad altro, per onorare quel debito che era  in realtà un prestito  per chi  sentiva la necessità di conoscere  il mondo  attraverso le pagine di quegli scrittoriche  rivelavano   densi  orizzonti.  Una casa editrice  a cui  fare  riferimento  e su cui contare  per gli autori dell’oggi  : Alessandro Baricco, Niccolò Ammanniti ,Elsa Ferrante, Maurizio di Giovanni, Claudia Durastanti, Viola Ardone, Marco Balzano e molti altri.

E poi, noi che ci interessavamo di  poesia la  «Collezione di poesia» (conosciuta storicamente come “collana bianca) una  prestigiosa collana di poesia in Italia. Nata nel 1964, deve il suo soprannome all’inconfondibile grafica delle copertine disegnate da Bruno Munari in collaborazione con Max Huber . Una collana che ci ha fatto conoscere le voci più interessanti della poesia italiana  del Novecento .Poeti neolirici  ad eccezione di Attilio Lolini e Cesare Viviani : poeti sperimentali come Roberto Roversi, Paolo Volponi, Andrea Zanzotto: poeti di difficile collocazione come Aldo Nove e Tiziano Scarpa . Cinquanta anni di poesia tanto che nel 2014 per festeggiare il compleanno del mezzo secolo “cinquanta poeti italiani che hanno pubblicato nella collana offrono ai lettori una loro poesia inedita. Un omaggio che unisce a catena autori, casa editrice, librai e lettori. Ma anche una singolare, e crediamo avvincente, rassegna della poesia italiana di oggi.

Poesie inedite di: Balestrini, Bedini, Biagini, Bona, Bre, Candiani, Cavalli, Cecchinel, Ceronetti, Consonni, Dapunt, De Alberti, De Angelis, D’Elia, De Luca, Fatica, Ferrari, Fo, Fois, Frasca, Galluccio, Grisoni, Gualtieri, Leonetti, Leto, Loi, Lolini, Magrelli, Mannuzzu, Marcoaldi, Mari, Montanari, Moretti, Nove, Ortesta, Pennati, Piersanti, Pusterla, Rigon, Rosadini, Ruffilli, Sacerdoti, Scarabicchi, Scarpa, Strumia, Temporelli, Testa, Valduga, Villa, Vivian.”

Un mondo che si è arricchito ulteriormente grazie alla distribuzione  dei “ tascabili “ ,la più grande invenzione del  secolo scorso ,in edicola. Le visite all’edicola  che ci metteva da parte le ultime uscite non solo degli Oscar Mondadori ma  dei volumi della Newton Compton a prezzi  convenienti , fino alla ancor mitica Urania  che ci ha introdotto nel mondo della fantascienza e del futuro , quello che viviamo oggi con l’esplorazione dello spazio, le catastrofi climatiche o da after day . Insomma un mondo  quello di Ferrero che  ci ha catturato e fatti prigionieri , ma un mondo in cui malgrado la prigionia abbiamo potuto esercitare la più grande libertà  che esista, quella di essere noi stessi nelle scelte di lettura.

 

Poeti,linguisti , operatori editoriali hanno dunque con la parola un rapporto particolare . I poeti con  l’immaginario della parola che i linguisti  traducono in linguaggio  aderente alle necessità  non solo di espressione ma di comprensione della realtà che ci circonda  e gli opratori editoriali che  consegnano alla pagina scritta  la parola  non solo come memoria ma come seme per il futuro. Poeti, linguisti e operatori  editoriali  restituiscono in questo modo  l’istanza di puro  desisdetio  che diventa la parola    quando non è compromesso dal narcisimo del nostro  Io  ,dalla violenza  del consumo indifferente di ogni cosa ,  estraneità dal presente che uccide il futuro fatto di presente in divenire .

(1 )https://rivistaulisse.files.wordpress.com/2021/12/ulisse-1.pdf

(2)https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/books/978-88-6969-228-4/978-88-6969-228-4-ch-02_QrGtiui.pdf

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