CARLO COLLODI, DUECENTO ANNI DOPO: PERCHÉ PINOCCHIO CONTINUA A PARLARE DI NOI
Redazione- Duecento anni dopo la nascita di Carlo Collodi, il suo personaggio più celebre continua a vivere dentro l’immaginario collettivo con una vitalità sorprendente. Pinocchio non appartiene soltanto alla letteratura per l’infanzia e non può essere ridotto alla figura del burattino ribelle destinato a diventare “un bambino vero”. La sua forza attraversa il tempo perché parla dell’essere umano, delle sue contraddizioni e di quella continua oscillazione tra desiderio di libertà e paura della responsabilità che accompagna ogni epoca. Celebrarne oggi il bicentenario significa inevitabilmente tornare anche all’Italia in cui nacque il romanzo.
Quando Collodi iniziò a pubblicare a puntate Le avventure di Pinocchio nel 1881 sul “Giornale per i bambini”, il Paese era ancora giovane e profondamente segnato da povertà diffuse, analfabetismo e forti disuguaglianze sociali. L’Unità d’Italia era stata raggiunta da pochi anni e la costruzione di una vera identità nazionale appariva ancora fragile, incompleta, quasi incerta. In quel contesto la letteratura destinata ai più piccoli aveva una funzione che andava ben oltre l’intrattenimento. Serviva a educare, formare, trasmettere valori, ma anche a raccontare un Paese che cercava ancora di capire cosa sarebbe diventato. Dietro lo pseudonimo di Collodi si nascondeva Carlo Lorenzini: giornalista, scrittore satirico, osservatore lucido del proprio tempo e uomo profondamente coinvolto nella vita politica e culturale dell’Ottocento italiano. Prima ancora di dedicarsi alla narrativa per ragazzi, Lorenzini aveva raccontato l’Italia con uno sguardo ironico e a tratti disilluso. Uno sguardo che rimane evidente anche in Pinocchio. Sotto l’apparente leggerezza della favola si muove infatti un mondo duro, attraversato dalla fame, dall’inganno, dalla miseria e dalla necessità continua di sopravvivere. Pinocchio conosce la fame prima ancora di conoscere davvero il mondo. Nel romanzo di Collodi non è un dettaglio di contorno, né un semplice espediente narrativo: è una presenza viva, concreta, che accompagna le sue scelte e ne rivela la fragilità. È la fame di un’Italia ancora povera, dove crescere significa spesso fare i conti con la mancanza, con i sacrifici degli adulti e con il desiderio, tutto infantile, di scappare da ciò che pesa. Anche per questo Pinocchio continua a parlarci: perché non abita una fiaba perfetta, ma un mondo duro, riconoscibile, umano. Non nasce dentro un mondo ideale, ma dentro una realtà difficile, spesso crudele. Basta pensare alle pagine iniziali del libro: Geppetto vende la propria giacca per comprare l’abbecedario al burattino, mentre Pinocchio, incapace di comprendere davvero il sacrificio del padre, finisce quasi subito per lasciarsi trascinare altrove. Dentro quella scena c’è già tutto il romanzo: il desiderio di migliorare la propria condizione, la tentazione della fuga, la difficoltà di comprendere il valore delle responsabilità. È proprio questa dimensione a rendere il libro ancora sorprendentemente vicino al presente. Pinocchio non è un personaggio: è impulsivo, bugiardo, ingenuo, spesso egoista. In lui esiste qualcosa di molto umano: la difficoltà di crescere. In un’epoca dominata dalla velocità, dall’esposizione continua e dalla ricerca immediata della gratificazione, Pinocchio appare quasi come una figura contemporanea. Crescere non significa diventare perfetti, ma imparare ad attraversare i propri errori. È una visione dell’infanzia sorprendentemente moderna, lontana dall’idea del bambino ideale e obbediente che caratterizzava molta letteratura educativa dell’Ottocento.
Il Paese dei Balocchi, con le sue promesse di divertimento senza limiti e senza conseguenze, ricorda ancora oggi molte illusioni moderne: il desiderio di ottenere tutto subito, la fuga dalla fatica, l’idea che esista sempre una via più semplice per diventare felici. Anche il tema della menzogna, reso celebre dal naso che cresce, assume oggi un significato diverso. Collodi trasformava la bugia in qualcosa di visibile, quasi impossibile da nascondere. La grandezza del romanzo sta anche nella sua capacità di non offrire una morale rigida o semplificata. La trasformazione di Pinocchio è lenta, incerta, fatta di ricadute continue. Pinocchio non viene presentato come un modello da imitare, ma come un essere in costruzione, continuamente sospeso tra desiderio e responsabilità. Dentro questa storia assume un ruolo centrale anche il rapporto con Geppetto. Più che una semplice figura paterna, Geppetto rappresenta la pazienza ostinata dell’amore. Continua a cercare Pinocchio anche quando il burattino fugge, sbaglia o sembra perduto. In quella ricerca si nasconde uno degli aspetti più profondi del libro: educare non significa controllare ogni scelta dell’altro, ma restare presenti persino nei suoi fallimenti. Accanto a Geppetto si muove poi un universo di figure : il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco, Lucignolo, la Fata Turchina. Ogni personaggio sembra incarnare una possibilità diversa dell’esistenza umana. Le versioni più celebri della storia hanno spesso addolcito alcuni aspetti oscuri del romanzo originale, trasformandolo in una favola più rassicurante. Eppure il testo di Collodi conserva ancora oggi una dimensione inquieta e a tratti persino crudele. Pinocchio viene impiccato, ingannato, umiliato, trasformato. Il suo percorso è un viaggio duro dentro la crescita e dentro le contraddizioni della vita. Forse è anche questo a impedire che il romanzo invecchi davvero.
Nel bicentenario della nascita di Collodi, il rischio più grande sarebbe forse quello di trasformare Pinocchio in una semplice icona celebrativa, dimenticando la complessità che continua a renderlo vivo. Il suo viaggio non racconta soltanto il passaggio dall’infanzia all’età adulta, ma qualcosa di più universale: il tentativo continuo di capire chi siamo davvero. Ed è probabilmente qui che si nasconde la forza più autentica del libro. Pinocchio non diventa umano nel momento in cui smette di sbagliare, ma quando inizia a comprendere il peso delle proprie scelte e delle proprie responsabilità. Dentro quel burattino imperfetto continuiamo ancora oggi a riconoscere qualcosa che ci riguarda. Forse è per questo che, dopo duecento anni, continua ancora a camminare accanto a noi.
