E’ MORTO A 104 ANNI EDGAR MORIN, IL PADRE DEL “PENSIERO COMPLESSO”
Redazione- Ho conosciuto il filosofo e sociologo francese Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, quando, ancora docente comandata presso l’Ufficio Studi dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Pescara e Teramo frequentavo i vari corsi di formazione professionale organizzati dal Ministero a Roma.
Sono grata a quel periodo. Sono cresciuta intellettualmente e culturalmente, venendo a contatto con persone e saperi di spessore.
Del pensatore francese Morin ho amato in particolare il saggio “Una testa ben fatta”, la cui lettura suggerirei ad ogni genitore, ad ogni ragazzo, ad ogni insegnante.
Edgar Morin si è spento a Parigi il 29 maggio scorso alla veneranda età di 104 anni. È vissuto a lungo attraverso tante esperienze di vita, maturate in periodi storici tumultuosi e a varie latitudini. Egli è il padre del “pensiero complesso” e dell’integrazione dei saperi”, della transdisciplinarità, della multiculturalità.
Nasce in una famiglia ebrea sefardita, originaria di Livorno. Durante l’invasione della Francia da parte dei tedeschi fugge i Spagna dove aiuta gli esuli e approfondisce lo studio del Marxismo. Entra nella resistenza e conosce Mitterand. Durante la Resistenza adotta il nome Morin. Prende parte alla liberazione di Parigi dopo avere aderito al Partito Comunista Francese.
Finita la guerra, a causa delle sue posizioni antistaliniste è espulso dal Partito Comunista. A quel punto si dedica totalmente alla ricerca scientifica nel campo dell’Antropologia Culturale e si avvicina al Partito Socialista Francese, simpatizzando con Hollande.
Durante gli anni sessanta viaggia attraverso vari paesi dell’America Latina. È profondamente colpito dalla cultura indigena e afro-brasiliana.
Tornato in Francia, si dedica nuovamente alla ricerca e agli studi scientifici e tecnologici. Coinvolto dai movimenti studenteschi del ’68, segue da vicino la rivolta studentesca. Il salto di qualità dei suoi studi si ha quando nel 1969 si reca in California e a Salk Institute si dedica agli studi di genetica. A Salk Institute le influenze culturali fanno maturare in lui una nuova visione del mondo e dell’umanità, che combina l’integrazione dei saperi, dalla cibernetica, alla teoria dei sistemi, alla teoria dell’informazione. Da questo momento gran parte dei suoi studi è dedicata alla “riforma del pensiero”, tesa a una nuova forma di conoscenza, frutto del superamento della separazione dei saperi, così diffusa nei nostri tempi.
Per Morin gli educatori tutti devono puntare al “pensiero della complessità”.
Per Morin è necessario superare “la cultura, … spezzata in due blocchi”: da una parte la cultura umanistica “che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze”, dall’altra, la cultura scientifica che “separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa”.
A ciò si aggiunge una sfida sociologica: “l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare”, una conoscenza “costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero”.
E per Morin il pensiero “è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società”.
Il pensiero di Morin, più che mai attuale, ci interroga e ci stimola poiché nella complessa società contemporanea la posta in gioco è caratterizzata da nuovi, ardui problemi e da grandi sfide posti alla convivenza umana da un’interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le conoscenze di tutte le società umane e dalle epidemie che diventano pandemie nel giro di poche settimane. Tali sfide saranno affrontabili solo quando sarà avviata una riforma dell’insegnamento e dell’educazione attraverso ogni settore formativo.
I saperi, disgiunti e frazionati, sono inadeguati ad affrontare problemi che richiedono approcci multidisciplinari. Dunque bisogna sviluppare il pensiero complesso, come sostiene Edgar Morin.
Il sociologo francese, riflettendo sulla Riforma dei saperi nei Licei di Francia, ha proposto un insegnamento educativo che non trasmetta solo puro sapere bensì una cultura che faccia comprendere la nostra condizione umana e ci aiuti a vivere.
Per Morin l’insegnamento, se solo cognitivo, è restrittivo. Da solo non può bastare. La globalizzazione del sistema ha reso il sistema stesso più complesso con l’interdipendenza delle componenti che lo costituiscono. Ciò comporta il limite delle superspecializzazioni che frazionano i saperi, li disgiungono, rendendoli incapaci di “pensare“ e di “cogliere” ciò che è “tessuto insieme”.
Oggi viviamo nella multidimensionalità della planetarietà. Un’intelligenza, incapace di comprendere e considerare il complesso contesto planetario, rende incoscienti e irresponsabili. Un esempio è dato dai fautori delle guerre in corso.
Gli sviluppi delle scienze con le specializzazioni hanno portato cecità e ignoranza. Il pensiero che taglia, che isola, permette sì agli specialisti, agli esperti, risultati eccellenti nei propri settori e di cooperare efficacemente in ambiti non complessi della conoscenza, specialmente in quelli che concernono il funzionamento di macchine artificiali, ma la logica a cui il pensiero artificiale obbedisce contribuisce a estendere all’intera società e alle relazioni umane i vincoli e i meccanismi inumani della macchina artificiale. La visione deterministica, meccanicistica, quantitativa e formalista purtroppo ignora, occulta, dissolve tutto ciò che è soggettivo, affettivo, libero e creatore.
L’esempio viene dall’economia, scienza avanzata matematicamente, ma arretrata umanamente. Lo scienziato Hayek (fisico) sosteneva: “Nessuno che sia solo economista può essere un grande economista” … “Un economista, solo economista, diventa nocivo e può costituire un vero pericolo”.
Poi per Morin assistiamo a un’altra sfida: l’espansione incontrollata del sapere. L’accrescimento ininterrotto delle conoscenze edifica una gigantesca Torre di Babele, rumorosa di linguaggi discordanti. La Torre ci domina poiché noi non siamo in grado di dominare i nostri saperi. La gigantesca proliferazione di conoscenza sfugge sempre più al controllo umano. Non solo. Non riusciamo ad integrare le conoscenze per indirizzare le nostre esistenze. Eliot si chiede: “Dov’è la saggezza che perdiamo nella conoscenza?”
Il limite della cultura attuale risiede nella separatezza fra la cultura umanistica, considerata generica, di ornamento, e la cultura scientifica che compie straordinarie scoperte, formula geniali teorie, ma non è capace di una riflessione sul destino umano, sul divenire della scienza stessa.
Nel nostro tempo tuttavia esiste una terza cultura, quella delle Scienze Sociali, capace di costituire il ponte fra le altre due e di coniugarle. L’uomo del post-moderno è chiamato a grandi sfide soprattutto con lo sviluppo delle attività economiche, politiche, sociali, con lo sviluppo del sistema neuro-cerebrale artificiale che è entrato in simbiosi con tutte le nostre attività quotidiane. Ne consegue che l’informazione è la materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare. La conoscenza però deve essere costantemente rivisitata dal pensiero, che, oggi più che mai, è il capitale più prezioso per l’individuo e per la società.
Nella civiltà della complessità se non si ha la percezione del globale, non si dà neppure senso di responsabilità alla dimensione di solidarietà. Così viene meno anche la democrazia. Infatti inizia ad essere percepito in modo chiaro e inconfutabile, in tutte le democrazie del mondo, un crescente deficit democratico dovuto all’appropriazione da parte di esperti, specialisti, tecnici, di un numero esponenziale di problemi vitali.
Il sapere è divenuto sempre più esoterico (ovvero accessibile solo a specialisti) e anonimo (quantitativo e formalizzato). L’esperienza del lock-down e della pandemia, in cui siamo incorsi tutti, ce ne ha dato ampia testimonianza. Più la politica diventa tecnica, più la democrazia diminuisce. Più aumenta il processo di sviluppo tecnico-scientifico cieco, che sfugge alla volontà degli stessi scienziati, più regredisce la democrazia.
Occorre, dunque, recuperare una democrazia cognitiva. Per Morin occorre un nuovo Umanesimo. Se il XX secolo ha contribuito a individuare la consapevolezza dei limiti della conoscenza e dunque della scienza, il XXI secolo deve affrontare l’incertezza, facendo convergere più insegnamenti, mobilitando più scienze e discipline. Oggi occorre pensare bene. Sforzarsi di PENSARE BENE significa praticare un pensiero che cerchi senza sosta di contestualizzare e globalizzare le informazioni e le conoscenze, che combatta contro l’errore e la menzogna. Pensare bene significa essere coscienti dell’ecologia dell’azione. Per ecologia dell’azione si intende ogni azione che, una volta intrapresa, entra in un gioco di interazioni e retroazioni, in seno all’ambiente in cui si effettua, che può distoglierla dai suoi fini e anche sfociare in un risultato contrario a quello previsto. E Morin pone come esempio quando in Spagna nel 1936 scoppiò la rivoluzione sociale, di ispirazione anarchica e libertaria, nessuno poteva immaginare che essa avrebbe dato luogo a un golpe reazionario! Le conseguenze ultime delle azioni sono imprevedibili. Importante nell’azione è la strategia che, come il programma, si stabilisce in vista di un obiettivo, ma che, differentemente dal programma che ha bisogno di condizioni esterne stabili, riunisce le informazioni, le verifica e modifica le sue azioni in funzione delle informazioni raccolte e dei casi, strada facendo. Purtroppo ad oggi tutto il nostro insegnamento ha investito sul programma, mentre la vita ci richiede strategie e, se possibile, anche arte e serendipità.
La strategia porta con sé la consapevolezza dell’incertezza che dovrà affrontare e perciò comporta una scommessa. Questa dovrà essere fatta con coscienza piena, altrimenti prelude alla rovina. La scommessa è l’integrazione dell’incertezza nella fede e nella speranza. Ma né l’esistente, né il soggetto che conosce, possono essere matematizzati o formalizzati. Heidegger combatte “l’essenza divoratrice del calcolo” che, a suo avviso, “frantuma gli esseri”.
Nella conoscenza scientifica del più recente passato ha regnato il principio della separazione e quello della riduzione, come se la conoscenza del tutto fosse la conoscenza additiva dei suoi elementi.
Nel nostro tempo, come indica Pascal, si tende ad ammettere sempre di più che la conoscenza del tutto dipende dalla conoscenza delle parti, così come la conoscenza delle parti dipende dalla conoscenza del tutto. C’è dunque bisogno di un pensiero complesso, piuttosto che di un pensiero riduttivo e/o disgiuntivo.
Complesso deriva da complexus, ovvero ciò che è tessuto insieme. E l’Umanità è tessuta insieme. È un insieme. Se vuole sopravvivere, l’Umanità deve maturare la consapevolezza di un’unità di destino, in quanto siamo tutti sottomessi alle stesse minacce mortali. Come ha scritto Morin nel suo saggio più famoso “Una testa ben fatta”, l’Umanità deve concepirsi come equipaggio di una stessa navicella, la Terra, che naviga sola nel Cosmo. In quella navicella vi sono bianchi, neri, gialli e rossi. Una ciurma litigiosa e insofferente porta fatalmente a una sedizione e al conseguente naufragio. Occorre dunque “pensare bene”.
Con Morin va via un altro grande pensatore a cavallo fra il XX e XXI secolo. Il suo pensiero ha influenzato molti insegnamenti e discipline.
Anche l’enciclica “Magnifica Humanitas” di papa Leone XIV richiama all’integrazione dei saperi, sollecita l’Umanità a pensare e ad agire nel bene, ricorda quell’unità di destino che implica un agire per il bene comune, per la Città di Dio, Gerusalemme, piuttosto che per una nuova Babele.
F.to Gabriella Toritto
