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” IL VERO REGNO DI DIO ” -DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-   Il decreto di morte di Gesù avviene due giorni prima della Pasqua. Grossomodo in quel momento, gli ebrei eliminano il lievito dalla casa, perché si avvicina il periodo del pane azzimo (Pasqua): simbolicamente è la eliminazione della malizia. Secondo Ester, il decreto di eliminazione degli ebrei avviene il 12 di Nissan, si tratta di un parallelo molto importante.

          Una donna unge il corpo del Salvatore, si tratta di una antitesi rispetto a quello che operano i capi degli ebrei, che invece lo condannano. È un unguento profumato preziosissimo e la donna lo versa in abbondanza sul capo di Cristo, tanto che i discepoli deplorano l’atto perché lo considerano uno spreco. Lo fa a Betania, che in ebraico significa “casa della miseria”, è insomma un riferimento a Cristo, infatti la donna compie il suo gesto in vista della morte di Gesù.

          Leggiamo il racconto nel Vangelo di Matteo, al capitolo 26:

6 Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7 gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8 I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: «Perché questo spreco? 9 Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!». 10 Ma Gesù, accortosene, disse loro: «Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. 11 I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. 12 Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13 In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei».

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. 16 Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.

          Il rituale della Pasqua ebraica si apre con la elevazione del pane azzimo e il padre di famiglia dice in aramaico: lachmà anià (è un ricordo di Deuteronomio 16, 3), che vuol dire “pane della miseria” o “pane dell’umile”. Il nome Betania allude a tale invocazione e al fatto che la Pasqua di Cristo inizia con la condanna a morte, segno della sua umiltà estrema.

        Oggi sappiamo la ubicazione di Betania, un luogo è stato identificato con sicurezza: è il sepolcro di Lazzaro, che ancora oggi in arabo porta quel nome. In un testo trovato a Qumran (11Q19) si dice che vi erano tre luoghi a est della città di Gerusalemme in cui si recavano i lebbrosi: era forse anche la città di Betania, dove vi era la casa di Simone il lebbroso?

        Il Messia significa in ebraico “Unto”, in greco Cristo: l’Unto del Signore viene unto da una donna. È un segno molto importante, che la dice lunga sulla spoliazione completa di Cristo nell’umiltà della carne. Infatti al tempo le donne sono considerate un nulla.

          È poi l’unico evento che dalle parole di Gesù deve essere ricordato sempre, vista la sua inaudita importanza. Infatti viene menzionato da tutti e quattro gli evangelisti, pur con alcune divergenze.

          L’unzione dei piedi o sul capo era un tipico segno di accoglienza dei pellegrini, che camminavano molti chilometri, quindi il capo era esposto al sole e i piedi spossati dalla fatica. Gesù è simbolicamente un pellegrino in quanto viene dal Cielo e il suo regno non è di questa terra.

           Matteo usa il termine greco alabastron: esso indica il vaso che contiene unguenti o profumi, che poteva essere di alabastro ma anche di altri materiali. Il testo greco dice muron, termine che indica sia l’unguento profumato in genere sia la mirra. Il riferimento alla mirra è molto evocativo: la mirra è un olio resina aromatico orientale, il più importante ingrediente di oli e profumi. Nel libro dell’Esodo (30, 22) la mirra è fondamentale nella composizione degli unguenti destinati alla unzione sacra (degli oggetti del tempio e dei sacerdoti): tutto ciò che viene toccato dall’olio diventerà santissimo.

             Quindi Cristo, Unto del Signore, viene consacrato, come per gli ebrei avveniva con i re, i sacerdoti e i profeti.

            Oggi gli ebrei non fanno l’unzione (perché legata al tempio, che non c’è più), ma uno dei precetti prescrive di conservare l’olio santo per i sacerdoti (che verranno ripristinati quando il Messia riedificherà il tempio).

            L’olio fa brillare il volto dell’uomo, come dice il Salmo 104, 5, e la luce è un simbolo divino.

             Quindi Cristo è tanto re, sacerdote e profeta e come lui lo sono tutti i cristiani, unti nel battesimo e poi nella cresima.

              La mirra è anche unguento analgesico e antibatterico, quindi preserva i corpi, per questo è usata per la sepoltura. Altro significato della mirra, che è possibile rintracciare nel brano evangelico citato.

              La radice ebraica significa “amarezza”: il monte Moria, che è quello del tempio, contiene la radice di mirra.

             Secondo il Nuovo Testamento Cristo è il sommo sacerdote, quindi è legato sia al tempio sia alla amarezza per via della passione e morte in croce.

            È questo il messaggio più recondito del cristianesimo. Cristo è un re, un sacerdote e un profeta sofferente. Egli è di discendenza davidica e Davide fu eletto re, infatti leggiamo in 2Samuele 5, 1-3:

In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha det­to: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”».

Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.

          Lo stesso Nuovo Testamento rivela che Cristo è re, infatti leggiamo in  Colossesi 1, 12-20:

Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vi­sta di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.

Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

         La natura di tale regno è esplicitata dai vangeli. Infatti in Luca 23, 35-43 si legge:

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio. tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».

E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

         Cristo è un re che si riconosce dalla sofferenza, da quella “amarezza” che ha contraddistinto tutta la sua vita terrena. Marco 10, 45: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto per molti”.

           Nell’Antico Testamento avere un re a imitazione dei popoli vicini è stata per Israele una tentazione (1Samuele 8, 6), in quanto l’unico re degli ebrei è Dio. Esodo 19, 6: “Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.

           La monarchia di Israele è stata una esperienza molto triste. Spesso infatti il re diventa un despota oppressore (1Samuele 8, 11-18), che non di rado induce il popolo all’idolatria (1Re 16, 30-33).

          Con Davide il regno umano diventa modello  del futuro popolo interamente consacrato a Dio. Salmo 45, 11: “ … e il re s’innamorerà della tua bellezza. Egli è il tuo signore, inchinati a lui”. Sapienza 10, 10: “Per diritti sentieri ella guidò il giusto in fuga dall’ira del fratello,

gli mostrò il regno di Dio e gli diede la conoscenza delle cose sante;

lo fece prosperare nelle fatiche e rese fecondo il suo lavoro”.

           Il vero Regno di Dio sarà quello del paradiso, quando Dio sarà tutto in tutti. Nel frattempo, in questa dimensione terrena, i cristiani sono chiamati a vivere santamente, vivendo così da figli di Dio, quindi consapevoli della propria elezione.

             I primi capitoli degli Atti degli Apostoli sono all’insegna di una vita cristiana santamente condotta, e curiosamente mostrano paralleli con i rotoli di Qumran, scritti da una comunità giudaica (esseni?) ritirata dal resto del mondo. Le coincidenze più significative sono queste:

  • Comunanza dei beni: la comunità di Qumran praticava tale condivisione, come si evince dalla Regola della Comunità e dal Rotolo di Damasco;
  • Atti 2, Pentecoste: dopo la discesa dello Spirito sui discepoli, Pietro controbatte all’accusa mossa dagli astanti che i seguaci di Gesù parlavano “strano” perché ubriachi. In Atti 2, 15, 17 egli attualizza l’antica profezia di Gioele (“E avverrà in quegli ultimi giorni, Dio dichiara, io riverserò il mio spirito su ogni essere umano e i tuoi figli e le tue figlie profetizzeranno”) applicandola al comportamento curioso dei discepoli. Gli studiosi notano che in genere l’attualizzazione come procedimento interpretativo in chiave escatologica era spesso usata dalla comunità di Qumran in riferimento ai propri seguaci.

            Questo può far supporre che la vera comunità cristiana deve vivere sulla terra in attesa continua degli ultimi tempi. Gesù dice che non sappiamo né il giorno né l’ora e che quindi dobbiamo essere preparati alla sua venuta. Infatti leggiamo in Matteo 24, 37-44:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

          Dio ha scelto di farsi conoscere attraverso la Bibbia, dandoci anche il proprio nome. È in questo nome che è rivelata la sua fedeltà al popolo che si è scelto, gli ebrei nell’Antico Testamento e poi i cristiani.

                  Il termine ebraico ‘Elohim si può tradurre al singolare con “Dio” ma è un plurale grammaticale, di genere maschile. Gli studiosi dicono che questo plurale serve ad esaltare la singolarità della divinità. Nella Bibbia ebraica ci sono molti esempi di termini che hanno desinenze plurali, ma che non sono affatto dei plurali, nel senso che questi non indicano il numero, ma l’intensità di un singolare. Per esempio in Genesi 6,9 è scritto che Noè era un uomo giusto e integro. Il termine “integro” in ebraico è tamim, ha desinenza –im, che indica il plurale. Ma semanticamente è un singolare.

          In ebraico il nome di Dio è formato da quattro lettere senza vocalizzazione (che è stata inserita in seguito dai masoreti): YHWH. Dato che non ha vocali, da molti è considerato un nome impronunciabile. Al suo posto gli ebrei dicono la parola Adonai, che significa “signore”. La teoria che va per la maggiore tra gli studiosi è che YHWH derivi dalla radice ebraica del verbo essere (HYH) con una variante arcaica (che è: HWH). La Y iniziale si giustifica come prefisso dell’imperfetto, terza persona maschile. Quindi letteralmente YHWH sarebbe: “Egli è” o “Egli sarà” (oppure “Essi sono” o “Essi saranno”), l’imperfetto ebraico indica sia il presente sia il futuro. Probabilmente YHWH deriva da Esodo 3, 14: “Io sono colui che sono”, ‘Ehyeh Asher ‘Ehyeh. Quindi il senso ultimo di YHWH sarebbe: “Io sono” o “Io sarò”.

            Molto discussa è anche la pronuncia. I masoreti inserirono le vocali di Adonai sotto le consonanti di YHWH e nacque così la forma distorta Geova. Oggi la pronuncia meglio accettata dagli studiosi è Jahvèh: le vocali A-E così inserite si giustificano con una forma causativa del verbo ebraico. Allora YHWH dovrebbe significare: “Io sono colui che fa respirare”, “Io sono colui che dà la vita” (il verbo essere in ebraico significa prima di tutto “respirare”, quindi “vivere”, “esistere”, “essere”, “avvenire”, “divenire”).

            Perché i masoreti inserirono quelle vocali sbagliate? Per ricordare al lettore di pronunciare la parola Adonai al posto del tetragramma. Addirittura i traduttori sefarditi della Bibbia di Ferrara misero solo la lettera A puntuata. Quindi nemmeno si sbagliarono, anche se sono conosciuti casi in cui la vocalizzazione tramandata dai masoreti non è quella originale. In Qoelet 5,5 c’è: “E non dire: ‘Davanti a me (c’è) l’angelo’, perché è un errore”. È questa forse la vocalizzazione migliore (lepanay, “davanti a me”). Lo scrittore del libro biblico, il Qoelet, era protosadduceo, quindi non credeva negli angeli. Ma il libro ci è stato tramandato dalla sinagoga farisaica. I farisei credevano negli angeli, per questo, cambiando vocalizzazione, fecero imporre un’altra lezione, che i masoreti accettarono: “E non dire davanti all’angelo, perché è un errore …”.

Pertanto possiamo concludere che il Dio rivelato dalla Bibbia sia unico e sia Colui che ci fa vivere.

            Se diamo al verbo ‘ehyeh il senso di “essere”, l’espressione ebraica dell’Esodo si può tradurre anche “sarò quel che sarò”, vale a dire che Dio è Colui che è sempre presente nel suo popolo. Come diceva Cristo: “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28, 20).

            In Esodo 3, 12 Dio rassicura usando la prima persona del verbo: “Sarò”, ‘ehyeh. In Osea 1,9 Dio minacciando di ritirarsi dal popolo di Israele, dichiara: “Poiché voi non siete il mio popolo e io non sarò (‘ehyeh) per voi”.

            La triplice ripetizione di “sarò” in Esodo 3, 14 indica un’ulteriore estensione del tema della presenza divina. Inoltre l’espressione ripetuta “sarò quel che sarò” ha valore enfatico.

            Forse l’espressione ebraica indica sia che Dio fa vivere sia che Dio è presente. I verbi ebraici, infatti, sono spesso polisemici.

            Dio instaura il Regno suo, nel quale è presente, per farci vivere eternamente.

            Quindi, per farsi conoscere e per guidare gli uomini sul retto cammino, seguendo il quale otteniamo di far parte del suo Regno, Dio si rivela al mondo nei testi sacri.

            La Torah, i primi cinque libri della Bibbia ebraica, è per gli ebrei la cosa più importante donata da Dio agli uomini. Il sostantivo ebraico Torah non significa etimologicamente “legge”: essa contiene anche precetti legali, quindi gli autori neotestamentari hanno tradotto Torah con nomos, che in greco vuol dire “legge”. Ma di per sé Torah deriva dal verbo ebraico yarah, che veicola l’idea del lanciare una freccia, quindi del colpire il bersaglio. In un’altra forma (Hifil) il verbo ebraico significa anche “insegnare”. Pertanto la Torah è quell’insegnamento fondamentale dato da Dio agli uomini per raggiungere la meta della propria vita, per non sbagliare, conoscendo il progetto di Dio, l’ordine cosmico.

           È significativo che in ebraico il “peccato” è detto khattà, che indica il fallire il bersaglio, un po’ come il sostantivo greco neotestamentario amartia. Un altro termine ebraico del “peccato” è ‘awon, da una radice che vuol dire “curvare”, quindi deviare, sbagliare strada, bersaglio, scopi.  Tutta la Bibbia ci permette di non sbagliare nella vita, soprattutto i vangeli, che ci parlano esplicitamente di Gesù.

          La parola “vangelo” deriva dal termine greco euanghelion, etimologicamente “buona (eu) notizia”, la radice della parola si ritrova anche nel greco anghelos, “messaggero”, quindi “angelo”, nel senso che proclama il volere di Dio.

           Prima di tutto euanghelion si riferisce al messaggio di Cristo. In Paolo la parola designa Gesù Cristo in Persona. Solo in seguito il sostantivo greco passerà a indicare un genere letterario, che contiene gli insegnamenti di Gesù, per l’appunto i quattro vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

            Cristo è veramente e realmente presente con il suo corpo, sangue, anima e divinità nella Eucaristia, il Santo Sacramento dell’Altare, istituito da Cristo nei vangeli. Pertanto, santificando la festa domenicale, diventiamo partecipi di tanto Re, Signore e Dio e quindi ci trasformiamo in Lui medesimo.

              Gli ebrei festeggiano lo shabbat, il giorno di sabato. Ma dato che Cristo è risorto la domenica, quando Cristo è risorto, i cristiani hanno iniziato a celebrare la domenica.

               Genesi 2, 2-3:

Dio … si riposò nel settimo giorno da tutto ciò che aveva fatto e Dio benedisse il settimo giorno e lo rese santo, perché in esso si riposò” (in ebraico il verbo è: shabat).

          Sebbene molti testi del Vicino Oriente antico contengano accenni a eventi e rituali di sette giorni, nessun gruppo al di fuori di Israele è noto per aver riservato un giorno della settimana al riposo. Ma anche in Israele le sue origini restano oscure. A giudicare da cenni sparsi all’osservanza dello shabbat (o alla sua assenza) nei Profeti e negli Scritti, si trattava di una prassi consolidata in Israele lungo tutto il primo millennio a.C.

            In una lettera di Ignazio, vescovo di Antiochia (I-II secolo), si legge che a suo parere era assurdo osservare pratiche giudaiche come lo shabbat (Ai cristiani di Magnesia 9-10). Pertanto possiamo arguire che alcuni cristiani più giudaizzanti ancora lo praticavano, ma dai più numerosi il culto era riservato la domenica. Entro la metà del II secolo la domenica aveva del tutto sostituito il sabato, e ciò fu reso ufficiale da un editto dell’imperatore Costantino nel 321.

            Già la Didakè riferisce che il giorno del Signore si deve spezzare il pane. Il primo schema completo della Messa lo abbiamo con Giustino (II secolo), che contempla sia la liturgia della Parola sia la liturgia eucaristica.

          Ogni domenica i cristiani pregano il Padre nostro (nella versione più lunga di Matteo) per la venuta del Regno di Dio, alla fine dei tempi. Si tratta tecnicamente della parousia, termine greco che veicola l’idea della “venuta” di Cristo nella Gloria. È significativo che la petizione del Padre nostro “venga il tuo regno”, è espressa in greco con un aoristo, che indica una azione puntuativa, cioè un evento ben preciso e collocato in un dato momento della storia futura.

          L’importante preghiera ebraica della Amidà serba paralleli con la preghiera cristiana, infatti gli ebrei recitano ancora:

Tu sei santo e il tuo Nome è Santo, e i santi ogni giorno ti lodano. Benedetto sei Tu, Signore, Dio Santo … Possiamo essere testimoni del tuo ritorno misericordioso in Sion.

         Come l’Amidà, anche la preghiera ebraica dello Shemà è istituzionale nella Sinagoga. L’ordine della presentazione dei temi del Regno nello Shemà – secondo la descrizione di m Ber 2, 2 – corrisponde a quello col quale questi temi sono presenti nel Padre nostro. “L’accoglienza del Regno” (Deuteronomio 6, 4-9), invocato nella prima parte del Padre Nostro, precede “l’accoglienza del giogo dei comandamenti” (Deuteronomio 11, 13-21), che nel Padre nostro è espressa nella seconda parte della preghiera, con il significato (biblico) della richiesta del pane e con la petizione della remissione dei peccati che implica e motiva il perdono reciproco.

            Il tema dei comandamenti è fondamentale nella Bibbia per il Regno di Dio presente e futuro. Se il popolo è fedele ai precetti, Dio concede la Pace ai cristiani (Pentecoste) e quando verrà per l’ultima volta salverà i suoi discepoli rapendoli in cielo.

             Come è noto, i comandamenti sono in due versioni: quella di Esodo e quella di Deuteronomio. In Esodo (20, 8-11) si dice di “ricordare” (zakar) il sabato, invece in Deuteronomio (5, 12-15) di “osservare” (samar) il sabato.

            Queste due formulazioni sottintendono due concezioni teologiche differenti. Nel Deuteronomio la memoria è un fatto esclusivamente umano e non divino: il popolo deve ricordare la schiavitù in Egitto (v. 15) e questo lo deve spronare a osservare il sabato (v. 12). La memoria divina non interviene quasi mai nel Deuteronomio.

             Diversa è la teologia dell’esodo (tradizione P). La memoria divina è fondamentale nella salvazione: è introdotta durante il diluvio, come motivo sta in primo piano alla conclusione del diluvio (Genesi 9, 15-16), quando Dio promette di ricordarsi dell’alleanza. L’interazione di memoria divina e memoria umana consente la presenza sacramentale di Dio nel santuario. Il pettorale sacerdotale (Esodo 28, 12.29) e le trombe (Numeri 10, 9-10) intendono suscitare in Dio il ricordo del suo popolo riunito nel santuario. Da parte sua l’uomo deve ricordarsi di tre cose: il riscatto dall’Egitto (Esodo 12, 14), la funzione fondamentale del sabato (20, 8), la distinzione tra sacerdoti e gente comune (Numeri 17, 5).

               Ma il più grande evento della storia della salvezza, che tutti i cristiani sono richiamati a com-memorare nella Santa Messa, è la morte, risurrezione e ascensione al cielo di Cristo, l’Uomo Dio venuto sulla terra a salvare chi si affida a Lui. In ogni Messa avviene di nuovo ma in maniera non cruenta ciò che è avvenuto duemila anni fa in maniera cruenta.

              Il Regno di Dio inizia già ora nel cuore del credente, il quale rinato nel battesimo diviene immagine di Cristo. L’Apocalisse si conclude con delle parole aramaiche (traslitterate in greco), che possono essere lette in due maniere: Maran atha (il Signore è venuto) o Marana tha (Signore, vieni). La stessa parola greca parousia, “venuta” (dal greco: eìmi, “vengo”), potrebbe anche significare “presenza” (eimì, “sono”).

             Bisogna avere il coraggio di scegliere il Regno di Dio e di farlo entrare nella nostra vita con i sacramenti della chiesa. Il cristiano è un eroe, perché abbandona il mondo e si decide per Dio, che oggi, soprattutto in Occidente, è bistrattato.

          Sebbene secondo altre coordinate, Bauman ci ricorda che dobbiamo “porci delle sfide difficili”. E Mancuso ci esorta a essere liberi come “dedizione a qualcosa di più grande e più importante del nostro sé”.

           La nostra vita acquista senso solo se abbandoniamo la visione limitata e ci abbandoniamo a qualcosa di più grande di noi, come il Regno di Dio. Pascal scriveva che, così facendo, l’uomo oltrepassa l’uomo.

           In semitico il re è detto spesso melek, da una radice che vuol dire “possedere”. Il vero re è Dio, che possiede di diritto di creazione e di trascendenza tutti noi e il mondo sul quale camminiamo. Per questo la adorazione di Dio risponde alla virtù della giustizia.

           Siamo sulla terra di passaggio e non abbiamo deciso noi né di entrarvi né di uscirvi, quando sarà il momento. Nel frattempo nulla ci appartiene in quanto la nostra vita non è nostra. È un dono di Dio, il quale è il vero padrone degli uomini, come afferma l’ultima sura del Corano.

            Come scriveva sant’Agostino, Dio ci ha creati senza il nostro consenso, ma non può salvarci senza il nostro consenso. Dobbiamo scegliere un Re così buono per far parte del suo Regno, qui sulla terra, e poi quando si perfezionerà in avvenire.

            Nel Li Ki, il Classico cinese dei Riti, è scritto: “Quando il Grande Tao dominava, il mondo intero era una sola comunità”.

             Il Tao può essere in qualche modo indicato come Dio. Quindi se Dio regna, il mondo, vivendo sotto un tale sovrano, prospera e ha la pace. Il termine ebraico shalom, “pace”, indica la totalità delle perfezioni accordate da Dio al suo popolo.

              Il Regno di Dio si estende a tutto, anche la realtà inerte. Dio è il padrone assoluto di ogni cosa!

              Per ogni periodo storico della storia di Israele, Albertz individua tre nuclei di religiosità:

  • Quella familiare;
  • Quella dei santuari locali;
  • Quella ufficiale.

         Albertz cerca di ricostruire la religione dal periodo pre-statale, per giungere alla “religione del gruppo dell’Esodo” (monolatrica: un dio più grande, al quale tributare culto, ma con la esistenza di divinità minori). Durante il tempo di Osea e del re Acab sarebbe comparso il culto di Baal, per riapparire sotto Manasse e poi essere rimosso dal movimento di riforma deuteronomistica sotto Giosia (VII secolo a.C.).

            Il limite dell’opera di Albertz è quello di affidarsi esclusivamente ai dati della esegesi biblica, ignorando le fonti archeologiche. Il problema viene superato da Schmitt, che dà grande rilevanza al contesto archeologico, epigrafico, iconografico. Questo autore pone l’accento sulla pluralità della religiosità non ufficiale.

             Gli studiosi oggi discutono se la religione di Israele e Giuda (centrata su YHWH) sia esistita nella sua originalità oppure sia stata semplicemente una delle tante religioni della Palestina dell’epoca, come quella di Moab, dei Fenici, e così via.

              Gli studi riguardo il dio YHWH cercano di delineare uno sviluppo storico del culto dal tardo Bronzo, giungendo all’instaurarsi del giudaismo più normativo (monoteismo: esistenza di un solo dio) in epoca persiana e poi ellenistica. Ma ancora in età persiana, dalla documentazione archeologica sappiamo che vi è una pluralità di culti, testimoniati da vari esseri divini (figurine; Ashim-Betel e Anat-Betel) e anche dal fatto che, come si evince dai papiri aramaici di Elefantina, vi sono gruppi giudaici che non si riconoscono nella religione normativa.

            Secondo una ipotesi formulata per la prima volta nel 1862, il dio YHWH deriverebbe dal sud (regione di Madian), dove vi sono i minatori che spostandosi al nord introducono il culto. Recentemente è stato scoperto un testo egiziano del Nuovo Regno che parla di YHWH come dio dei nomadi t3 š3sw Yhw3, “il territorio dei Sashu Yhw3”. Negli ultimi anni l’ipotesi trova conferma anche per la menzione di YHWH di Teman nelle iscrizioni da Kuntillet ‘Ajrud.

           Basandosi su alcuni di questi dati, Römer sostiene che YHWH è il dio guerriero e della tempesta originario di una tribù nomade del sud (deserto a sud dell’antica Palestina) e che con il tempo diventa il dio unico di Israele e Giuda. Dapprima viene introdotto solo in Israele e in seguito, quale dio di Saul e Davide, viene introdotto a Gerusalemme, in un santuario più antico di Davide dove in origine vi è stato il culto di un dio del sole. A poco a poco YHWH, quale dio della dinastia davidica, sostituisce il dio solare e si sviluppa quale dio principale.

               Secondo una etimologia recente, il nome di YHWH non deriverebbe dal verbo “essere”, come abbiamo riportato in precedenza, ma dalla radice HWY, “soffiare, agitare” (il vento). YHWH quale dio della tempesta?

              Aspetti poetici della Bibbia: la Bibbia descrive YHWH con metafore legate al fuoco e alle tempeste, come il fumo che esce dalle sue narici e il fuoco che esce dalla sua bocca. La colonna di fuoco e fumo che guida gli ebrei nel deserto è un’altra immagine che si collega a questi aspetti. Religioni antiche: nelle religioni mesopotamiche, esistono divinità associate alle tempeste come Enlil.

              Il Salmo 29 usa la parola ebraica qol, che significa sia “voce” sia “tuono”, in riferimento a YHWH. Quindi, stando a tale ipotesi del dio della tempesta, il Regno di Dio si estende non solo agli esseri umani ma anche a tutto il creato. Anche il tuono è una sua manifestazione! Egli pertanto è Signore di ogni cosa e tutte le cose sono a suo servizio (Salmo 119, 91).

              Proprio per questo alla fine dei tempi non vi sarà la distruzione del mondo, ma una trasformazione radicale del creato, che obbedendo  a tale Signore si trasformerà in cieli nuovi e terra nuova (Apocalisse 21, 1).

            2Pietro 3 ha queste immagini:

11 Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, 12 attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! 13 E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

14 Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate d’essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. 15 La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; 16 così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.

17 Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; 18 ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen!

Bibliografia

  • R. Albertz, Storia della religione nell’antico Israele, Brescia 1992;
  • Z. Bauman, L’arte della vita, Bari 2020;
  • M. Coogan, I dieci comandamenti, Brescia 2024;
  • J. C. Cooper, Yin e Yang, Roma 1982;
  • P. Di Luccio, Il Padre dei piccoli e la pace del suo Regno, Napoli 2021;
  • T. B. Dozeman, Esodo, Brescia 2021;
  • V. Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Milano 2016;
  • B. Pascal, Pensieri, Milano 2000;
  • T. Römer, L’invention de Dieu, Paris 2014;
  • R. Schmitt, Die Religionen Israels in der Eisenzeit, Münster 2020;
  • J. C. VanderKam, Gli scritti di Qumran e la Bibbia, Brescia 2019

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 62 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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