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SINODALE O PIRAMIDALE? IL SINODO OGGI, TRA LE NOSTRE COMUNITÀ

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Redazione-  Ho percepito il Sinodo come un evento per pochi. Com’è arrivato, così è andato via, almeno in quelle poche parrocchie che conosco da vicino. Poco, certo, per tirare le somme. Ma forse anche questo è già un dato.

Da parroco, mi fermerei a fare una domanda prima di qualsiasi altra cosa: che tipo di Chiesa vogliamo essere? Non quante cose dobbiamo fare, non quanti progetti avviare. Ma chi siamo, e se siamo disposti ad essere davvero Chiesa. Perché pensare una Chiesa aperta, missionaria e trasparente significa soprattutto esserlo. Non si può aprire le porte delle nostre chiese se i nostri cuori sono chiusi all’altro. Non si può parlare di sinodalità se continuiamo a ridurre solo esclusivamente la Chiesa nello spazio miope degli oratori, dei catechismi, delle nostre consuetudini. La Chiesa è invece lo spazio di relazione per antonomasia — con Dio e con gli altri.

Nel corso di questi anni mi sono chiesto se nelle nostre stanze ci fosse il rumore delle voci del nostro io, o davvero la sinfonia della vita della Chiesa, perché vivere un tempo di grazia senza esserne consapevoli significa tralasciare l’ascolto della voce di Dio per ricercare il nostro Ego. Non abbiamo bisogno di più progetti o di più cose da dirci. Abbiamo bisogno di essere verità, di accogliere le fragilità — le nostre e quelle degli altri — e di essere cristiani credibili proprio nella fragilità.

Le radici: dal Vaticano II al Sinodo dei Vescovi

Per capire il Sinodo di oggi bisogna risalire alla fonte. Il Concilio Vaticano II ha introdotto una visione ecclesiologica radicalmente nuova: la Chiesa non è definita primariamente dalla struttura gerarchica ma dalla sua identità come Popolo di Dio (Lumen gentium, 9–17). Da qui derivano due principi decisivi. Il primo è la dignità battesimale comune: tutti partecipano alla missione della Chiesa. Il secondo è la diversità dei ministeri e dei carismi: la gerarchia non annulla la responsabilità dei laici, ma la abilita e la coordina. La corresponsabilità dei laici non è quindi una concessione bensì una conseguenza teologica del Battesimo.

Il Sinodo dei Vescovi nasce nel 1965 proprio per rendere stabile la collegialità episcopale maturata nel Concilio. Paolo VI, nel testo istitutivo Apostolica Sollicitudo, afferma che il Sinodo è chiamato a «favorire l’unione e la collaborazione dei Vescovi di tutto il mondo con il Vescovo di Roma, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa». Il Papa non governa da solo, i vescovi non sono meri esecutori: il Sinodo è un consiglio reale, non simbolico. Ma c’è un punto spesso trascurato: il Sinodo non è solo uno strumento della gerarchia, è anche un segno della Chiesa come comunione, dove ogni membro è chiamato a partecipare.

Paolo VI era consapevole del rischio di interpretare il Sinodo secondo categorie politiche. Per questo, nella prima Assemblea straordinaria del 1969, afferma con chiarezza che la collegialità non significa che il governo della Chiesa debba assumere gli aspetti dei regimi democratici o totalitari, ma possiede una forma originale radicata nella volontà di Cristo. La sinodalità, per Paolo VI, non è democrazia ecclesiale: è comunione gerarchica, partecipazione ordinata, ascolto reciproco nello Spirito. E nell’allocuzione di apertura della terza Assemblea Generale del 1974, il Sinodo viene descritto come «spettacolo di comunione viva», citando il Salmo 132: “Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum.” (“Ecco quanto è buono e quanto è piacevole che i fratelli vivano insieme“) Un evento spirituale, non solo istituzionale.

Questa triplice eredità — fondazione istituzionale, teologica e spirituale — ha reso possibile lo sviluppo successivo. Giovanni Paolo II ha consolidato il Sinodo come strumento di conferma nella fede; Benedetto XVI lo ha approfondito come evento di ascolto della Parola e di corresponsabilità, affermando nell’omelia di apertura del Sinodo del 2005 che «il Sinodo è camminare insieme: è ascolto della Parola, ascolto reciproco, discernimento comunitario alla luce dello Spirito Santo». Papa Francesco, infine, con Episcopalis communio del 2018, ha esplicitato ciò che nel Vaticano II era implicito: la sinodalità non riguarda solo i vescovi, ma tutto il Popolo di Dio.

Da piramidale a sinodale: non una rivoluzione di strutture, ma di mentalità

La distinzione tra «piramidale» e «sinodale» non significa togliere il Papa o i vescovi. Nella Chiesa il governo è sempre gerarchico per fede. «Sinodale» significa qualcosa di diverso e più esigente: esercitare quell’autorità ascoltando tutto il Popolo di Dio prima di decidere. Papa Francesco ha messo questo al centro con il Sinodo 2021–2024: il principio è semplice quanto radicale.

Il governo piramidale pensa: «Dall’alto arriva la decisione, in basso si esegue». Il governo sinodale pensa: «Lo Spirito parla in tutto il corpo ecclesiale. Prima ascolto, poi discerno, poi decido». Non è una frase retorica. È un cambio di mentalità che tocca il modo in cui si convoca un consiglio pastorale, in cui si comunica una scelta, in cui si gestisce un conflitto. Come Benedetto XVI ricordava ai vescovi tedeschi nel 2006, «la collaborazione tra sacerdoti, religiosi e laici non è un espediente organizzativo, ma una dimensione costitutiva della vita ecclesiale». La corresponsabilità non è strategia: è teologia della Chiesa. È, esattamente, la definizione di sinodalità.

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 prevede già gli strumenti necessari: Consiglio Pastorale Parrocchiale e Diocesano, Consiglio Presbiterale, Consiglio per gli Affari Economici, Sinodo Diocesano. Questi organismi però sono spesso dormienti o ridotti a formalità. Il passaggio concreto non richiede necessariamente nuove leggi: basta usarle davvero, rinnovarne i membri, pubblicare i verbali, dare potere consultivo reale, aprire i bilanci. Come ha indicato Praedicate Evangelium del 2022, la logica è quella del servizio, non del comando.

Il metodo della «conversazione nello Spirito», usato nel Sinodo universale, può diventare prassi stabile a livello diocesano e parrocchiale: consultazione capillare, sintesi locali, piccoli gruppi che parlano, fanno silenzio, riascoltano — con la regola di non convincere ma di capire dove lo Spirito spinge — e infine una restituzione pubblica delle ragioni della decisione. Come ha detto Francesco: «La sinodalità non è un parlamento. È camminare insieme sotto la guida dello Spirito e dei pastori».

Il seme ha bisogno di tempo

Dopo il Sinodo, diversi sacerdoti si interrogano: dove sono i frutti? La domanda è legittima. Ma forse lo sguardo più vero non è quello parrocchiale bensì quello diocesano. I documenti sinodali prodotti sono importanti, ma perché la carta si faccia carne occorre tempo. Come il seme, che non dà frutto nell’istante in cui viene gettato.

Il periodo attuale è dedicato a tradurre i risultati del Sinodo in esperienza ecclesiale. Papa Francesco ha approvato un piano triennale che prevede l’accompagnamento e la valutazione della ricezione del Sinodo, con assemblee di verifica già convocate nel 2026. Il Cardinale Grech, Segretario del Sinodo, ha chiarito che l’obiettivo è garantire che la sinodalità diventi uno stile di vita della Chiesa a tutti i livelli, non solo un evento amministrativo. Il percorso culminerà in un’Assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028.

Nel frattempo, nelle Chiese ambrosiane e in quelle del Triveneto, il Sinodo non viene più inteso come un evento concluso, ma come uno stile permanente di comunione e corresponsabilità. Il documento finale «Lievito di pace e di speranza», approvato nell’ottobre 2025, è al tempo stesso punto d’arrivo e punto di partenza. La Chiesa di Milano, con la sessione unitaria dei Consigli diocesani convocata dall’Arcivescovo Delpini per il 28 febbraio 2026, sta cercando di «portare il Sinodo in casa»: dalla riflessione alla pratica pastorale. I Gruppi Barnaba, strumenti di ascolto attivo sul territorio, coinvolgono i laici per intercettare i bisogni reali delle comunità. Nel Triveneto l’accento cade sulla conversione pastorale come rinnovamento del modo di pensare, non della dottrina: strutture parrocchiali più aperte, ruolo più rilevante dei laici, dialogo in contesti sociali complessi.

Uscire dagli schemi per uscire verso l’altro

C’è un ostacolo sottile ma potente che rischia di vanificare ogni sforzo sinodale: il clericalismo come schema mentale. Non necessariamente malintenzionato ma radicato nell’idea che solo il prete capisca davvero, che le assemblee siano noiose, che «in parrocchia si è sempre fatto così».

Gli schemi mentali sono scorciatoie utili finché la realtà non cambia. Quando la realtà cambia — e la realtà ecclesiale e sociale sono cambiate profondamente — gli schemi mentali diventano gabbie. Uscirne non significa dimenticare l’esperienza acquisita, ma saperla interrogare: è ancora vera questa convinzione? Funziona ancora? Cosa perderei se provassi qualcosa di diverso?

Anche la comunicazione all’interno delle nostre comunità soffre spesso di questo limite. Il modello trasmissivo — qualcuno parla, gli altri eseguono — è stato utile in certi contesti storici, ma non produce discernimento. Il modello sinodale richiede invece una comunicazione in cui tutti sono contemporaneamente emittenti e riceventi, in cui il significato si costruisce insieme, in cui il silenzio ha il suo peso. Non è un caso che le scienze della comunicazione — dai lavori di Watzlawick alla cosiddetta «scuola di Palo Alto» — abbiano mostrato da decenni che il problema nelle relazioni di gruppo non è quasi mai il contenuto del messaggio, ma la qualità della relazione tra le persone.

Benedetto XVI, nel discorso alla Diocesi di Roma del maggio 2009, aveva indicato questa direzione con chiarezza: «È necessario un cambiamento di mentalità, soprattutto riguardo ai laici, passando dal considerarli semplicemente collaboratori del clero a riconoscerli come corresponsabili dell’essere e dell’agire della Chiesa». Non è una concessione organizzativa. È una domanda di conversione.

Entrare nel tessuto: la sfida sociale

La sfida sociale di oggi

La sfida sociale contemporanea non si presenta mai come un elemento isolato, ma si configura come un intreccio fitto e complesso, un vero e proprio nodo che tiene insieme economia, cultura, tecnologia, relazioni e spiritualità. Le fratture della modernità sono la frammentazione, il digitale e il benessere psicologico. La società odierna è attraversata da una profonda frammentazione. Esiste una spaccatura crescente tra inclusi ed esclusi, tra chi gode di ampie opportunità e chi sperimenta la precarietà ma anche tra chi abita spazi relazionali ricchi e chi è confinato nell’isolamento della solitudine digitale. Tale disgregazione non è solo di natura economica; ferisce le relazioni stesse attraverso la perdita dei legami, del senso di comunità e dell’appartenenza, erodendo progressivamente la dimensione del “noi”. Di fronte a questo scenario, l’azione pastorale ed educativa si trova dinanzi a un compito tanto semplice quanto esigente: ricostruire il tessuto sociale. In tale contesto il digitale non può più essere considerato un semplice strumento o un ambiente alternativo: esso è ormai l’ambiente globale in cui viviamo. È al suo interno che oggi si giocano la costruzione dell’identità dei ragazzi, la percezione del corpo, la gestione delle emozioni e la qualità stessa dei rapporti umani, con tutti i rischi connessi alla manipolazione, alla polarizzazione e al cyberbullismo. La vera scommessa non risiede dunque nel demonizzare la tecnologia, quanto piuttosto nell’educare a una cittadinanza digitale consapevole, fondata sulla responsabilità, sulla verità e sulla cura dell’altro. Questa complessità si riflette inevitabilmente sul benessere psicologico delle nuove generazioni. Come mai prima d’ora, i giovani manifestano ansia, senso di inadeguatezza, pressioni da prestazione, solitudine emotiva e una diffusa fatica a immaginare il futuro. La salute mentale è a tutti gli effetti una questione sociale, non un fatto privato, e per essere affrontata richiede la presenza di adulti capaci di un autentico ascolto, di accompagnamento e di una prossimità reale.

Credibilità, ecologia e convivenza plurale.

Parallelamente, si assiste a una crisi della fiducia nelle istituzioni. Molti giovani percepiscono la politica come distante, la Chiesa come non sempre capace di ascolto, la scuola come un luogo di mera valutazione piuttosto che di crescita, e il mondo del lavoro come un orizzonte precario, poco generativo, svalutativo. Ricostruire credibilità non è una sfida che si vince con i discorsi ma attraverso la coerenza, la testimonianza e la vicinanza quotidiana. In questo cammino di rigenerazione si inserisce l’urgenza dell’ecologia integrale. Non si tratta di una semplice questione ambientale, ma della consapevolezza profonda che tutto è connesso: la cura della casa comune è indissociabile dalla cura delle persone, poiché la giustizia sociale è parte integrante della giustizia ecologica. Le nuove generazioni avvertono questa necessità in modo molto più acuto rispetto agli adulti e chiedono impegni concreti al posto degli slogan. Al contempo, l’orizzonte attuale ci impone la sfida della convivenza plurale all’interno di società sempre più multiculturali, multireligiose e caratterizzate da appartenenze multiple. Il traguardo da raggiungere è il passaggio da una sterile tolleranza alla “convivialità delle differenze”, un paradigma in cui l’altro cessa di essere una minaccia per diventare una possibilità di arricchimento reciproco.

La domanda di senso

La sfida forse più profonda rimane tuttavia quella legata al senso della vita. Smarrimento, mancanza di orizzonti stabili, paura di sbagliare e fatica nel compiere scelte definitive segnano il vissuto di molti ragazzi e non solo. Eppure, la domanda di senso non è affatto scomparsa: si è semplicemente fatta più silenziosa, fragile e intima. Per intercettarla servono testimoni, come diceva Paolo VI nell’”Evangelii nutiandi” del 1975: “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni”, figure adulte che non si limitino a spiegare dottrine astratte ma che sappiano narrare e testimoniare la vita nella sua bellezza e verità.

Conclusione.

Alla fine di questo percorso, la vera domanda che guida la riflessione non è mai stata «cosa dobbiamo fare», bensì «che tipo di Chiesa vogliamo essere». Il Sinodo non ha offerto una risposta preconfezionata o valida una volta per tutte; ha piuttosto ricordato alle nostre comunità che nessuna soluzione può essere calata rigidamente dall’alto, e che nessuno può camminare da solo. Camminare insieme — incarnando quell’antico auspicio del habitare fratres in unum, ovvero dei fratelli che dimorano nell’unità — non rappresenta un semplice metodo organizzativo. È, anzitutto, l’essenza stessa della nostra vocazione.

Don Alessandro Fadda SdB

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