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VERSO UN WELFARE VIEW DI SVILUPPO SOCIO-SANITARIO-ECONOMICO-FINANZIARIO-DOTT.SSA MONIA CIMINARI

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Redazione- Il termine WELFARE STATE viene utilizzato a partire secondo dopoguerra per indicare un sistema politico economico in cui la promozione della sicurezza e del benessere sociale ed economica dei cittadini è assunta dallo Stato, nelle sue articolazioni istituzionali e territoriali come propria prerogativa e responsabilità. Il Welfare State è detto anche Stato Sociale e si contraddistingue per una rilevante prevalenza pubblica nella previdenza, assistenza sociale, sanitaria, istruzione, edilizia popolare e tale atteggiamento si accompagna a un attento interventistico sia a livello legislativo, di programmazione economica e amministrativa.

Il Welfare State nasce storicamente con l’emergere delle contraddizioni economica capitalistica, la distruzione della civiltà contadina, della solidarietà familiare, di villaggio, la nascita del proletariato, l’urbanizzazione, l’emigrazione, l’estensione del diritto di voto e l’avvento al potere dei partiti socialdemocratici. Tali trasformazioni socio-economico-politiche fanno emergere nuove forme di povertà, con difficoltà crescenti per la famiglia e le varie realtà intermedie a provvedervi in modo adeguato. Il susseguirsi di periodiche recessioni economiche, accompagnate da elevati tassi di disoccupazione, la necessità di provvedere alle esigenze di vedove, di orfani e di tutti coloro che per vari motivi mancano delle risorse necessarie per vivere – invalidi, anziani, e così via – fa nascere l’esigenza di un coinvolgimento diretto dello Stato.

Negli anni 1883-1892, in Germania Otto von Bismack istituisce un regime di leggi sociali a favore dei ceti più bisognosi, un precedente sono le poor law, “leggi per i poveri”, varate in Inghilterra nel 1601 e soppresse nel 1834, ma solo dagli anni 1920 tali misure raggiungono un’estensione e un’organicità tali da poter parlare di vere e proprie politiche sociali. Una pietra miliare nell’edificazione dello Stato sociale è il Social Security Act, “Atto per la Sicurezza Sociale”, promulgato negli Stati Uniti d’America nel 1935. In Europa va ricordata la politica sociale inglese dopo il Rapporto Beveridge del 1942, che diviene il manifesto teorico-programmatico del Welfare State.

Il welfare Italiano a partire dal dopoguerra non è molto diverso dagli standard europei, ma si distingue per la particolare composizione interna della spesa. Infatti gran parte della spesa sociale del nostro Paese è assorbita dalle funzioni di “vecchiaia e superstiti”, ossia dal sistema pensionistico.

La pensione è una prestazione pecuniaria vitalizia prevista a fronte dei rischi di vecchiaia e invalidità, nonché in relazione al grado di parentela con un assicurato o un pensionato defunto.
Il sistema pensionistico per la tutela della vecchiaia è costituito da un complesso di regole ed istituzioni preposte ad erogare prestazioni vitalizie in denaro a coloro che hanno terminato la carriera lavorativa ed hanno superato una soglia d’età anagrafica. Il sistema pensionistico garantisce a tali persone una sicurezza economica anche in età avanzata.
Principali pensioni:
Nel caso in cui l’assicurato muoia prima di essersi ritirato dal lavoro, il coniuge ha diritto a percepire una pensione indiretta, mentre la pensione di reversibilità spetta ai medesimi soggetti nel caso in cui il decesso avvenga dopo il decesso del pensionato.
Nel caso dell’invalidità si ha la pensione di invalidità previdenziale, corrisposta ai lavoratori assicurati a fronte della perdita di capacità di lavoro in seguito ad un evento invalidante, e la pensione di invalidità civile rivolta ad invalidi civili, i ciechi e i sordomuti che si trovano in condizioni di bisogno accertato tramite la prova dei mezzi.
La pensione previdenziale di vecchiaia spetta al lavoratore quando, superata una certa soglia d’età (detta età pensionabile), si ritira dal lavoro. Il diritto a questa pensione è legato al pagamento di contributi per un periodo minimo.
La pensione previdenziale di anzianità viene corrisposta in seguito al versamento contributivo per un numero di anni prestabilito, ed è corrisposta al momento del pensionamento del lavoratore ma non è richiesto il superamento di una certa età anagrafica.
La pensione sociale ha lo scopo di garantire un livello minimo di reddito a quelle persone che superata una certa età anagrafica non hanno un requisito contributivo. Per avere questa pensione è necessario superare un accertamento detto “prova dei mezzi”, che attesti l’effettiva situazione di bisogno.
La pensione di base non è collegata al precedente reddito da lavoro e spetta a tutti i cittadini che hanno superato una soglia d’età anagrafica.

Il sistema pensionistico può essere di due tipi:
Sistema a capitalizzazione –> le risorse versate dagli individui (solitamente con i contributi) sono accumulate in conti individuali, investite in mercati finanziari, rivalutate e convertite in rendita al momento del pensionamento.
Sistema a ripartizione –> i lavoratori versano i contributi in un determinato tempo, e questi vengono subito utilizzati per il pagamento delle prestazioni ai pensionati nello stesso momento. I lavoratori ottengono così il diritto a ricevere la pensione quando essi stessi si ritireranno dall’attività.
Nella maggior parte degli Stati europei la tutela della vecchiaia è affidata a schemi pubblici che costituiscono il primo pilastro del sistema pensionistico. Il secondo pilastro è gestito dallo Stato o dai privati e costituisce i fondi pensione occupazionali, mentre il terzo pilastro è costituito dalla previdenza individuale: si sottoscrive una assicurazione e si basa su un sistema a capitalizzazione definita.
Esistono tre sistemi per definire i trattamenti pensionistici.
Sistema retributivo –> le prestazioni sono collegate al precedente reddito da lavoro e vengono calcolate in percentuale sulla media di retribuzioni degli anni di carriera.
Sistema contributivo –> l’importo della pensione è strettamente connesso all’ammontare dei contributi versati e dipende da un ulteriore parametro stabilito dal legislatore.
Sistema a capitalizzazione –> presenta due varianti differenti:
Sistema a prestazione definita: viene stabilito il livello della pensione in percentuale sulla retribuzione di riferimento che può corrispondere a quella percepita nell’ultimo anno di lavoro.
Sistema a contribuzione definita: viene fissato il tasso di contribuzione del lavoratore, il valore della prestazione è variabile perché risente dell’andamento del mercato.

Fino agli anni ’90 il sistema pensionistico italiano è stato costituito dal primo pilastro pubblico, mentre i due pilastri complementari sono sempre rimasti sottosviluppati. A partire dagli anni ’90 le riforme hanno previsto degli interventi rivolti a riconfigurare il sistema basato sui tre pilastri, previdenza statale, professionale e privata.

Infatti Una maggiore incidenza dell’invecchiamento della popolazione e le particolari difficoltà della finanza pubblica hanno costretto l’Italia e molti Stati Europei a innalzare l’età di pensionamento e rivedere tutta la conformazione della politica pensionistico occupazionale. Dal 2008 in particolare il tasso di occupazione dei lavoratori anziani ha cominciato ad aumentare dall’essere poco più superiore al 30% nel 2004, al 34% nel 2008, fino al 40% nel 2012, senza considerare le rispettive conseguenze  della Legge Fornero del 2013.

Significative sono state le differenze territoriali nel paese, una buona parte degli over 55 del Mezzogiorno non ha potuto usufruire delle pensioni di anzianità nonostante avesse incominciato presto a lavorare perché nei primi anni ha praticato in nero senza contribuzione. Nelle regioni settentrionali i lavoratori hanno avuto subito accesso a lavori regolari sfruttando a pieno la possibilità di pensionamento anticipato.

La composizione degli over 55 è molto cambiata negli ultimi anni, per le femmine al crescere delle occupate si è contemporaneamente ridotta la fascia delle inattive indisponibili al lavoro, come anche per i maschi anche se è cambiata di poco. Comunque resta il fatto soprattutto in questa situazione di emergenza che il rischio di perdere il lavoro è preponderante e i lavoratori più anziani trovano molta più difficoltà a trovare lavoro.

Quindi si è ravvisata la necessità di attuare da parte del governo politiche di diritto mirato attraverso un orientamento al lavoro, un bilanciamento delle competenze, con corsi di formazione e di politiche di rete tra settore pubblico, privato, cooperative e associazionismo del terzo settore in campo amministrativo, socio-sanitario, tecnico, produttivo e informatico.

Il terzo settore è una risorsa molto importante per lo sviluppo dei sistemi socio assistenziale degli ultimi tempi.
Il nostro paese, come accennato, ha presentato vistose anomalie nella sua distribuzione interna: il 62% della spesa sociale è impiegato per “vecchiaia e superstiti”, mentre per le funzioni famiglia, abitazione ed esclusione sociale si spende solo il 4,4% della spesa sociale. Nel 2004 il 70% della spesa complessiva per l’assistenza sociale è di tipo categoriale, indirizzata a vecchiaia ed invalidità.

Tra ente pubblico e terzo settore si è sviluppato man mano un rapporto di integrazione. L’attore pubblico opera come una selezione dei fornitori potenziali attraverso l’autorizzazione e l’accreditamento delle aziende che saranno poi i cittadini a scegliere. Prevale il principio della sussidiarietà: il terzo settore opera in modo funzionale e lo Stato funge da supplente solo se gli attori più vicini non funzionano o hanno delle carenze.
Si ha quindi il coinvolgimento delle organizzazioni del terzo settore nel processo di policy – making.  Il privato sociale è percepito come risorsa strategica in qualità di anello di congiunzione tra le domande emergenti dalla società e il livello politico. Il principio è quello dell’integrazione, il privato sociale rappresenta una risorsa importante perché riassume in sé competenze sia a livello di offerta che riguardo le caratteristiche della società e della domanda sociale.

Quindi da un Welfare State in cui lo Stato garantiva tutto a tutti per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, troppo costosa e inefficiente si è passati a un’altra tipologia, il Welfar-mix che si caratterizzata dal fatto in cui lo Stato è uno degli attori socio assistenziali. In quanto ci sono altri soggetti oltre a quelli pubblici che li erogano come organizzazioni private, profit o no profit, associazioni, cooperative, poste in concorrenza tra loro e il cittadino sulla base di una valutazione qualità prezzo sceglierà l’azienda che più gli conviene.

Un altro Welfare molto ricorrente e quello Welfare-comunity basato sull’associazionismo fra cittadini che danno a loro volta vita a diverse iniziative che dovranno integrare quelle statali. E’ la comunità che si reinventa e si fa carico di se stessa. Certo che in questo periodo di pandemia e di isolamento c’è stato poco spazio per la rete e per l’aiuto tra comunità. C’è stata quasi una ‘non rete’, soprattutto per le persone più fragili, anziani, malati, bambini a partire dall’assistenza fino ad arrivare al mercato dei vaccini. Questa storia somiglia a tante altre storie, di persone, a volte, dimenticati dal disinteresse dei potenti, abbandonate a sé stesse, per rincorrere non so quale fine che disconosce i più deboli e sofferenti. Speriamo quindi dunque fin da ora in un nuovo Welfare View che riscopra il solo unico uscio dove infilarsi per funzionare che è

quello della comprensione e dell’amore.

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