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” UN ANGELO VESTITO DA UOMO ” – DI RENATO LEBAN

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Racconto di renato Leban

1972

UN ANGELO

VESTITO DA UOMO

C’ E` UN TEMPO IN CUI DIO

CI MANDA GLI AMICI

CHE AMANO IN NOI NON LA FALSA

IMMAGINE, O L’IRREALE CARATTERE,

MA GUARDANO ATTRAVERSO LE SCORIE

DELLE NOSTRE IMPERFEZIONI E AMANO IN NOI

IL DIVINO E L’IDEALE DELLA NOSTRA NATURA,

AMANDO COSI’ NON L’UOMO CHE SIAMO,

BENSI’ L’ANGELO CHE POTREMMO ESSERE.

Harriet Beecher Stowe

ANGEL | OMORI Wiki | Fandom

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Eravamo vicino al periodo in cui gli animi si preparano a ricevere lo spirito del Santo Natale e come ogni anno nella nostra comunità ci si preparava a festeggiarlo nel modo più piacevole per gli uomini, ma soprattutto più gradito a Dio. Ognuno di noi aveva il suo compito; per piccolo o grande che fosse era sempre una cosa speciale e come tale veniva eseguito con particolare cura.

Quest’anno, avevo pensato io, non so proprio che cosa potrei fare, ma come sempre il Signore sa quello che vuole da noi e quando noi abbiamo dei dubbi Egli ci suggerisce la maniera per risolverli. E così ecco che mi ritrovai a vivere un’esperienza veramente strana. Infatti, fu in quella giornata in cui uscii da casa per andare come al solito a lavorare che incontrai un uomo, o meglio mi sembrò di vederlo, perchè nel momento stesso in cui provai ad osservarlo attentamente egli scomparve. Il mio stupore fu tale che mi fermai, corrugai la fronte, chiusi gli occhi, contai fino a cinque, e li riaprii per fissare meglio lo stesso luogo. Niente, assolutamente niente!

Eppure ero certo di averlo visto, anzi, avrei potuto desciverlo nei particolari, tanto era diverso da tutte le altre persone.

-“Mah”- pensai –“io non bevo, non fumo, non uso droga alcuna e quindi non poteva essere un’allucinazione. Che fosse stato un fantasma? No, era troppo presto per vederne qualcuno in circolazione, e poi certe cose succedono solo in Inghilterra. Qui da noi, in Italia, i fantasmi non avrebbero luogo o spazio dove abitare e poi la credibilità della loro esistenza è quasi nulla, perciò non credo che, se esistessero dei fantasmi, e dico “se”, sceglierebbero un luogo a loro poco ospitale.”-

Comunque, sta di fatto che io avevo visto un uomo di circa vent’anni o forse più, non saprei…. Egli era molto singolare per la luce che emanava. Oh, beninteso, non dovete immaginarvi che risplendesse, ma ciononostante c’era in lui uno splendore, più interiore che esteriore.

Aveva un bel viso sereno con lineamenti regolari, sopraccigli arcuati e ben delineati, quasi fossero stati disegnati da un pittore. I capelli erano leggermente ondulati, soffici e di un bel biondo luminoso che ai lati aveva dei riflessi più scuri, quasi come d’oro antico. La testa era un po’ grande, ma non ne distorceva l’effetto, anzi dava più luce al volto. I suoi occhi erano un miracolo della natura: l’azzurro era penetrante e diventava via via di un bel blu scuro, quasi viola, verso le pupille. Il naso era regolare, quasi perfetto, e le labbra erano morbide, così come di chi non ha mai fatto uso di parole sconvenienti. Era alto un po’ più di me. Sorrideva e mi allungava la mano come per ricevere un saluto. Lo notai anche perchè il suo vestito aveva qualche cosa di diverso. Era come il mio per certi versi, anzi molto simile al mio, ma sembrava avere migliaia di anni.

Ora che mi ritrovavo in mezzo al marciapiede senza anima viva accanto mi guardai attorno ancora una volta e poi decisi che forse non avevo visto nulla. Feci così un paio di passi, deciso a raggiungere la mia meta. Fui quasi spaventato quando mi sentii salutare. Mi girai con il cuore in ritmo crescente, ma si trattò solo della signora Zaira che, come al solito, andava a fare le sue passeggiate mattutine con Guendalina, una cagnetta tutta stile “frou frou”. Era una barboncina caffelatte con tanti ricciolini ambrati. E` strano, ma c’è sempre un certo sincronismo di azioni e pensieri fra gli animali domestici ed i loro padroni. Infatti, a guardarle bene Guendalina e la signora Zaira, c’era qualche cosa fra di loro che faceva pensare al loro legame affettivo. Non lo so, forse era il modo d’incedere o il fatto di fermarsi ogni tanto per ricevere l’approvazione l’una dall’altra. Comunque, mi feci animo ed allungai il passo, arrivando così vicino alla Piazza Unità d’Italia, passando sotto il Comune. Fui attratto dalla fontana poichè notai che c’era qualche cosa di diverso in essa: infatti il mio occhio poteva cogliere che nel gruppo monumentale c’era un personaggio in più del solito. Pensai:

-“Amico mio, devi andare dal medico, stai invecchiando e vedi troppe cose strane.”-

La mia testa si spostò istintivamente in avanti e la mia bocca si aprì come quella di un pesce quando vidi ascendere quel personaggio che avevo giudicato di troppo. Scendendo si diede una scrollatina come per allontanare da sé la polvere, ma poi si girò, alzò la mano muovendo appena le dita in segno di saluto, e scomparve.

-“Ma dai”- dissi –“non è possibile, è lo stesso di prima!”-

Stetti quasi male quando la mano di Lorenzo Franza si appoggiò sulla mia spalla ed egli disse:

-“Ciao Renato, come va?”-

-“Bene”- risposi senza fiato.

-“Ti trovo un po’ più pallido del solito”- continuò Lorenzo – “non hai dormito bene?”-

Non avevo il coraggio di dirgli che in quel momento avevo solo il fiato sufficiente a respirare per non morire d’infarto. Lorenzo era il tipico dandy, un po’ chich e un po’ snob. Aveva come me superato l’età dei trent’anni con disinvoltura. Era elegante, ma un po’ arretrato nello stile. Aveva un modo di parlare e di muoversi che ricordava la gente di Savoia e credo che i suoi avi dovevano essere di quelle terre, ma alcuni pensavano che egli fosse inglese, poichè aveva i capelli biondo rossastri e quando parlava aveva un accento anglosassone e soprattutto il suo umorismo era diverso dal nostro.

-“E allora? Vogliamo muoverci o pensi che sarebbe considerato originale rimanere qui tutto il mattino?”-

-“No, no”- risposi io –“andiamocene, e presto”-

-“Ma mio caro Renato, devo dirti onestamente che mi sembri un po’ come dire….spampanato. Prima non ti muovi e ti trovo qui a fissare la fontana come se fosse una cosa nuova ed ora hai improvvisamente fretta. Sei sicuro di stare bene?”-

-“Si, devo andare”-

-“Dove devi andare?”-

-“Al lavoro.”-

-“Ma se sono appena le sette del mattino e le prove al teatro non iniziano mai così presto!”-

-“Beh Lorenzo”- dissi deciso -“non hai alcun motivo di offendermi.”

-“Offenderti? Ma se sto solo provando a dirti che mi sembri un po’ fuori tempo.”-

Era imbarazzante, ma Lorenzo aveva ragione e non sapevo come controbattere ai suoi argomenti, così dissi:

-“Forse è meglio che ci muoviamo.”-

La giornata che ne seguì fu gradevole ed ogni cosa pareva andare per il meglio. Tutti sembravano più gentili e felici del solito, ma non potevo distogliermi dalla mente i due fatti avvenuti prima. Me lo vedevo ancora davanti agli occhi, quello che era sceso dalla fontana monumentale, mentre sorridente si scuoteva la polvere di dosso. Rivedevo quei suoi occhi dove il cielo infinito si specchiava sino a diventare un blu intenso e dove le pupille quasi viola sembravano ardere di luce speciale. Rivedevo il suo sorriso e quel muovere le dita, così come fanno i bambini quando dicono ciao. Mi sentivo legato a questo personaggio, quasi ammagliato e non ne sapevo il perchè. Lo sentivo diventare parte di me ed anche la meraviglia e lo spavento non erano del tutto scomparsi: in qualche modo sentivo che lo avrei rivisto. Infatti, non appena uscii dal Teatro Verdi dopo le prove, eccolo lì, tutto vestito di bianco. Mi fermai e per la prima volta lo guardai con calma, senza alcun timore, e per la prima volta mi chiesi:

-“Perchè quest’uomo mi appare così strano e diverso?”-

Lo sentivo amico, anzi come qualcuno che si conosce da sempre. Notai in lui qualche cosa di distinto: non era felice. Mi guardava, ma era come se volesse dirmi qualcosa di cui non sapeva trovare le parole e questo sembrava procurargli un grande dolore. Se ne stava lì fermo, muto, senza fare un gesto, solamente gli occhi parlavano per lui. Ad un certo punto, quando gli fui più vicino, sentii nascere in me una sensazione come se potessi capire il suo strano silenzio, o come se questo in realtà fosse un dialogo senza barriera alcuna fra i nostri spiriti.

Provai un dolore in me, riflesso dall’anima sua, ed ogni cosa intorno a noi sparì in quell’istante. Mi ritrovai in una dimensione diversa dove ogni cosa aveva un valore diverso: l’oro, l’argento ed ogni pietra preziosa non avevano alcuna pregevolezza. Il denaro bruciava l’anima di coloro che non volevano udire la voce della verità. La verità era la parola e la parola era la verità ed entrambe erano una sola cosa con lo Spirito nel loro scopo e lo Spirito era in noi.

Mi avvicinai ancora ed egli mi disse:

-“Vieni e guarda”-

Davanti a me si apriva, come in un sogno, un mondo diverso dove la realtà della vita lasciava il posto alle cose dello Spirito. Il giovane allungò il braccio indicandomi un luogo: era il Mondo degli Spiriti.

-“Se vuoi”- disse –“ti condurrò là dove potrai conoscere il perchè di tante cose.”-

Non ebbi nè timore nè dubbio alcuno, ma risposi:

-“Si, verrò con te e lo farò in completa fede, poichè ho la sensazione di averti atteso da anni, anche se in verità non conosco neppure il tuo nome. E` strano ma non ho dubbi, io che da sempre ho dubitato ogni cosa. Ho una strana fede, nuova, poichè credo che tu sia un messaggero di Dio.”-

Il giovane sorrise un po’ e disse con umiltà:

-“Io sono Michele, per altri Adamo, il padre di tutti, il Principe dell’universo, l’Anziano dei giorni, e la mia tromba risveglierà ogni mortale. Quelli che saranno morti si risolleveranno dalle loro tombe e non potranno più dormire. Io sono colui che fu nominato Principe ed a cui furono date le chiavi della salvezza. Io sono il Settimo Angelo, ossia l’Arcangelo che radunerà le armate celesti e combatterà contro il maligno. Sono qui dinanzi a te poichè fui eletto nella prima ora per essere all’inizio ed affinchè da me potessero nascere le moltitudini delle nazioni, e per questo fui eletto Principe. Io sono colui che ha il potere di smascherare il demonio anche se si vestisse di luce. Ecco, ora tu sai chi sono e perchè ti sono apparso: ho una missione speciale.”-

In quel preciso istante rividi ogni cosa come prima: l’uscita del teatro, la gente, le luci, le vetrine, ed il traffico caotico in cui era avvolta la città, ma di quel giovane non c’era neppure l’ombra.

Mi ritrovai così ancora una volta fra persone diverse, senza riuscire a spiegarmi che cosa fosse successo in realtà. Ero solo fra tanta gente che continuava a vivere la propria esistenza giornaliera, affrettandosi a fare gli ultimi acquisti per le prossime festività natalizie.

La sera era giunta, con le sue lunghe ombre, e le strade cominciavano a svuotarsi lentamente. Gli ultimi rintocchi della torre del Municipio facevano muovere le due statue di Micheze e Jacheze che battevano le ore sulla campana della torre, segnando in questo momento le venti.

Mi sentii come se all’improvviso fossi diventato vecchio. Incominciai a camminare, ma mi sentivo stanco e così, lentamente, arrivai al Parco della Rimembranza per poi percorrere, piano piano, la Via Capitolina su, su fino alla vetta del colle di San Giusto. Sotto il castello di San Giusto c’è un grande piazzale con i resti antichi di un tempio Romano. Passai attraverso il piazzale sino a raggiungere la parte più alta e mi sedetti. Omai le ombre della sera erano scomparse da lungo tempo per dar luogo ad un bel cielo stellato. Faceva freddo e la Bora ritornava a soffiare dopo una pausa di alcune ore. Dal colle Capitolino si udivano i rumori della città come se fossero un’eco interiore della città stessa. Mi girai verso il golfo; il mare era illuminato dalla luna, pallida e gelida come la notte. Guardai questa mia città e pensai:

-“Sei bella, armoniosa, e gaia”-

Forse era la prima volta che ammiravo Trieste, così come lo si fa con una bella donna, eppure in quel momento di bellezza e serenità io mi sentivo come se ogni creatura vivente fosse lontana da me, come se non avessi avuto mai una famiglia, come se ogni cosa avesse perduto il suo valore. Mi sentivo solo e provavo un dolore pari a quello di un uomo che perde il suo migliore amico, ma ciò non era accaduto e non riuscivo a spiegare a me stesso la causa di tale sentimento. Provavo una strana angoscia: le parole di quel giovane Arcangelo, la visione, il futuro, il Mondo degli Spiriti, la parola di Dio, non potevano passare senza lasciare un’impronta o una traccia ben precisa. Non avevo mai pensato spiritualmente in un senso così ampio, così universale, così al di fuori dei miei limiti umani. Era una nuova presa di coscienza, inattesa, e mi guidava verso la ricerca di una progressione di cui non avevo neppure immaginato l’esistenza o la possibilità. Mi venne spontaneo di guardare verso l’alto e notai un punto luminoso che brillava più degli altri. Forse era un pianeta o forse una stella; inconsciamente la chiamai Michele.

Michele brillava alto nel cielo. Sembrava un monito, un simbolo, un punto fermo nell’esistenza mortale ed era diventato un amico che avrei potuto ritrovare ogni qualvolta avrei alzato gli occhi al cielo in una notte stellata. Sentii il desiderio di pregare e così, come si parla con un proprio simile, io parlai con il mio Signore. Provai un senso di quiete e di serenità. Alzai il bavero del mio Loden ed ormai, del tutto infreddolito, mi alzai e camminai lentamente attraversando la grande sala del tempio sino ad arrivare presso la cattedrale di San Giusto. Mentre ero così raccolto con i miei pensieri rivolti allo Spirito, mi sentii nuovamente e profondamente felice. Guardai ancora un volta quel luogo e dissi a me stesso:

-“Il Signore ti ha veramente benedetto, Renato, per farti vivere in una città così bella!”-

La tranquillità, la pace, e la bellezza regnavano indisturbate. Sembrava un luogo incantato, reso reale soltanto dall’andirivieni dei gatti vagabondi che, con i loro occhi brillanti nella notte, ricordavano che la vera magia era la vita stessa.

-“Sei bella, Trieste”- ripetei come in un’eco.

Ero ormai stanco ed avevo freddo, così decisi di ritornarmene a casa. Abitavo vicino alle mure della vecchia città, giù per la via San Giusto ed ancora giù per Via San Michele dove avevo vissuto i miei primi anni di vita e poi ancora, ecco in un androne la Via Tor San Lorenzo dalla quale vedevo le mura di cinta della città medievale, il campanile, ed il rosone della cattedrale di San Giusto. Poco dopo fui sotto le coperte e la mia giornata finì.

Quando mi risvegliai il sole era alto nel cielo, anche se in quella giornata era impossibile vederlo poichè grosse nubi formavano una cappa di piombo sulla città. La Bora ululava e gemeva, fischiando al suo passaggio: era la Bora nera. Ogni cosa sembrava aver mutato colore. I gatti camminavano in diagonale, spinti dal vento, con il pelo irto come se fosse la lisca di un pesce. Altri se ne stavano quatti, in attesa di un piccione ignaro della loro presenza. A sua volta, la numerosa famiglia dei piccioni se ne stava accovacciata agli angoli dei cornicioni mentre il vento sollevava le loro piume a ciuffetti, rendendoli buffi ed infreddoliti. Per le strade la gente si affrettava tra un negozio e l’altro. Tutto sembrava grigio; l’acqua nelle fontane era gelata ed in alcuni punti della città erano state tese delle corde per aiutare i passanti nell’incedere contro le forti raffiche di Bora. Poche volte si era vista una giornata così, ed era la vigilia di Natale. In alcune piazze si vedevano delle strane foreste nate dal nulla: erano i tanti abeti che aspettavano d’essere acquistati. Diversi genitori con i loro bambini contrattavano per comperare l’abete più bello. Ricordo che fui colpito da uno di questi venditori che stava inchiodando una base di legno all’albero, per mantenerlo in posizione eretta. Era il tipico montanaro, grande e grosso, con le guance come due pomi rossi. Questi si sentì scrutato, alzò la testa verso la mia direzione e poi, come infastidito, si girò dall’altra parte. Vicino a me venne un bambino dai capelli neri. Era alto si o no un metro ed avrà avuto forse sei ani. Non lo vedevo in faccia perchè era qualche passo davanti a me. I suoi abiti denotavano la misera condizione in cui si doveva trovare. Stava muovendo i piedini per non infreddolirsi di più. Aveva una giacca tutta sporca con due buchi evidentissimi sui gomiti. Il bambino chiese con educazione all’uomo che stava inchiodando l’albero:

-“Posso avere un ramo, per favore?”-

L’omone si girò e con una fragorosa risata rispose:

-“E quanto lo pagheresti? Facciamo mille o duemila lire, eh?”-

-“Non ho soldi”- confessò candidamente il bambino.

-“Beh, allora vattene moccioso, non ho tempo da perdere!”- e nel dire queste parole fece il gesto di allungargli un calcio.

Il bambino si tirò indietro istintivamente e finì con la schiena contro di me. Si girò, alzò lo sguardo impaurito e disse:

-“Non mi picchi, signore!”-

Aveva un musetto che era quanto di più bello avessi visto. Non si mosse, stette lì fermo, quasi per timore di essere toccato. L’uomo che continuava a battere i chiodi disse:

-“Lo cacci via, quel girovago è uno zingaro che va a rubare.”-

Non lo ascoltai, guardai fisso negli occhi quel ragazzino e sentii che nasceva un’intesa, una simpatia per lui. L’uomo brontolò ancora ed io risposi con fermezza:

-“Lo lasci stare, è un bambino!”- poi chiesi al piccolo:

-“Come ti chiami?”-

-“Davide”- rispose.

-“Hai un bel nome, Davide”-

Aveva i capelli arruffati e la sua pelle era un po’ più scura della nostra, ma gli occhi erano grandi e l’iride era di una luminosità incredibile, di un bel colore verde smeraldo.

-“Davide”- ripetei, come se avessi voluto ricordare meglio. Mi venne in mente il famoso Re Davide e la poesia “La Canzone di Saul” che avevo scritto tanto, tanto tempo fa. Davide era un personaggio che mi aveva da sempre affascinato ed ora eccolo qui, un piccolo fanciullo maltrattato da un bestione qualunque.

-“E` il suo gigante Goliah”- pensai.

Il ragazzino s’avvide che stavo pensando altre cose e così, con semplicità, mi chiese:

-“E tu, tu come ti chiami?”-

-“Renato”-

-“Ah, Renato come mio padre!”-

-“E dov’è ora tuo padre?”-

-“Non lo so, è tanto tempo che non lo vedo.”-

-“Come, da tanto tempo che non lo vedi. Con chi vivi?”-

Ma Davide si girò, guardò ancora una volta gli alberi, e poi si mise a correre.

-“Davide, aspetta…”- ma Davide era già lontano, inghiottito dalla folla. Girai la testa verso il montanaro e quasi con rabbia lo salutai.

Me ne tornai a casa con l’immagine di quel bambino negli occhi. A pranzo non potei fare a meno di ripensare alla misera condizione in cui egli si trovava. Ogni mio boccone mi sembrava come se fosse stato tolto di bocca a Davide. Ero insoddisfatto, nervoso, e mi sentivo in un certo senso responsabile di non aver fatto nulla per lui. Perchè non l’avevo rincorso? Perchè non l’avevo aiutato e perchè non avevo esaudito io quel suo piccolo desiderio? Finito il pranzo andai nella stanza dove avevo il pianoforte e provai a suonare, ma mi sentitvo talmente triste che decisi di smettere e così me ne andai presso la finestra dove mi appoggiai sul davanzale. Ero lì, quasi sopra pensiero, quando ad un certo punto vidi la figura di un bambino che guardava nella mia direzione. Ebbi un tuffo al cuore: era Davide, che se ne stava seduto tutto infreddolito. Lo chiamai a gran voce. Il bambino alzò la testa e sorrise. Senza lasciar perdere questa nuova occasione e con gran gioia in cuore, abbandonai quel luogo per scendere in strada così com’ero, in maniche di camicia, ma Davide non era più lì. Non mi persi d’animo e lo cercai e cercai in tutte le direzioni. Lo intravidi lontano da me, che stava spiandomi dietro l’angolo di una casa. Lo chiamai:

-“Non avere paura Davide, vieni qui, non voglio farti del male.”-

Mi avvicinai, ma ad un certo punto Davide disse:

-“No, non venire qui, se vieni me ne scappo.”-

Cominciò così un lungo dialogo a distanza: se provavo ad avvicinarmi il bambino si allontanava impaurito, ed allora gli chiesi:

-“Perchè sei venuto a cercarmi se hai paura di me?”-

Davide rispose:

-“Non conosco nessuno e non ho nessuno e tu mi sembri simpatico. Ho freddo e vorrei anche mangiare, ma ho paura che tu sia come Giovanni che mi vuole mettere in orfanotrofio.”-

-“Ma non hai detto che non conoscevi nessuno? Chi è Giovanni?”-

-“E` il fratello di mio padre.”-

-“E dove sta Giovanni?”-

-“No, non te lo dico!”-

-“Va bene, va bene….io non sono tuo zio e se vuoi, potrei aiutarti.”-

-“Se questo è vero, io ti aspetterò a San Giusto”- disse Davide – “ma non voglio andare da nessuna parte, non voglio andare in orfanotrofio.”-

Mi stupiva la determinazione e l’indipendenza dimostrata da un bambino così piccolo e perciò, per venire ad un’azione pratica, promisi a Davide che non l’avrei fatto rinchiudere in un orfanotrofio e che sarei andato a San Giusto dopo aver preso del cibo per lui.

Ritornai a casa infreddolito, ma contento di poter fare qualcosa per quel piccolo spirito testardo e ribelle. Aprendo la porta del mio appartamento sentii molte voci. Vi trovai una moltitudine di parenti: mi sembrava di esserre ad un mercato. Grandi saluti, commenti e convenevoli, ma i miei pensieri erano rivolti a Davide e così me ne andai in cucina. Volevo parlare con mia madre per chiederle del cibo da portare al bambino, però con lei c’erano due mie zie che parlavano e parlavano. Provai inutilmente ad interrompere quella conversazione, ma fui letteralmente sommerso dalle parole, dagli scherzi, e dai risolini di quelle donne. Vedendo che la situazione non si sbloccava decisi di procedere per conto mio. Aprii il frigorifero e raccolsi alcune cose, poi andai nella dispensa, ne presi altre e le misi in una borsa, quindi andai nella mia stanza cercando invano qualche indumento che Davide potesse indossare.

-“Beh, potrò sempre comperargli qualche cosa”- pensai.

Indossai un maglione e stavo per mettermi un giaccone quando qualcuno bussò alla porta: era mio padre.

-“Dove vai, Renato?”-

Mi resi conto che era quasi impossibile spiegare a mio padre la storia di Davide, così dissi semplicemente:

-“Devo uscire”-

-“Come”- replicò lui –“oggi tu vuoi uscire, proprio quando tutti i nostri parenti sono venuti da noi per festeggiare la vigilia di Natale? E tu avresti questo coraggio? Eh no, Renato, ti ho lasciato fare tante cose di testa tua, ma oggi proprio mi oppongo a questa tua azione. Non puoi lasciare tutta la famiglia alla vigilia di Natale! Faresti male a tua madre, a me, e a te stesso, e tu sai che non voglio che ciò avvenga nella nostra famiglia. Credimi, un domani me ne sarai grato!”-

Provai a dare una spiegazione, ma inutilmente, non vi fu verso neppure di cominciare un dialogo; mio padre fu irremovibile e se ne andò a parlare con gli ospiti. Non so che cosa avrei pagato per potermene andare, ma avevo gli occhi di mio padre e quelli di mia madre puntati su di me, come se volessero fulminarmi. Pensavo a Davide ed ero inquieto; forse egli verrà qui, ha visto dove abito, e verrà a cercarmi e con questo pensiero fisso nella mente provai a trovare una giustificazione da dargli al momento in cui sarebbe venuto. Il tempo passava lentamente e venne l’ora di cena, accompagnata da tante chiacchiere, ma Davide non era venuto, così quando la confusione fu sufficiente per poter sparire dalla scena, mi alzai con una scusa qualunque e, passando dietro all’abete illuminato a festa, arrivai alla mia stanza, presi la borsa che avevo preparato prima, e con cautela me ne uscii da casa.

­­­­­­­­Erano circa le ventitrè e trenta, faceva un freddo tremendo, e la Bora soffiava gelida. Non sapevo dove trovare il bambino. Era buio, non un’anima viva per strada, e così provai a cercarlo nelle vicinanze di casa, ma fu una ricerca vana. Ricordai che aveva detto di attendermi a San Giusto, perciò decisi di andarci, anche se erano passate più di tre ore da quando avevo parlato con Davide. Arrivai alla parte alta del colle dove c’erano i resti della basilica forense romana conosciuta come Tempio Capitolino, attraversai di corsa il piazzale cercando di poter intravvedere la sagoma di un bambino. Ero disperato e mi sentivo in colpa per averlo in qualche modo tradito e fatto aspettare al freddo per tutto quel tempo. Sul colle era buio pesto ed il cielo sembrava più vicino. La Bora aveva spazzato via tutte le nubi, tanto che le stelle sembravano più vicine e più brillanti. Vidi quella che io avevo chiamato Michele ed istintivamente pregai, dicendo:

-“O Signore mio, Tu padre di ogni creatura, Ti prego fammi trovare Davide, fa’ che io possa aiutarlo.”-

E così pregando fra me stesso arrivai nella parte più alta del Tempio Capitolino, proprio là dove ero abituato a recarmi nelle sere in cui amavo ammirare la città. Avvicinandomi al muretto di recinzione notai che nella parte più bassa c’era una sagoma scura, non ben definita. Un’emozione tremenda stava entrando in me e divenne una realtà drammatica nel breve spazio di pochi istanti, poichè mi resi conto che quella forma scura non era altro che un bambino steso a terra. Con il cuore che si spezzava dentro di me e con mani tremanti toccai il corpo di Davide: era freddo. Lo alzai verso di me e lo portai vicino al mio petto. Il bambino si mosse e si lamentò

bisbigliando:

-“Non portatemi via, non voglio andare all’orfanotrofio. No, voglio vedere l’albero di Natale. Dov’è?”-

-“Davide, per l’amor del cielo, sono io, Renato”-

-“ Dov’è l’albero di Natale? Io non ne ho mai avuto uno…”-

-“Davide!”-

Ma Davide delirava e non rispondeva più alle domande. Un urlo mi venne spontaneo alla gola:

-“Davide, perdonami, non abbandonarmi, ti sono amico, te lo giuro Davide!”-

Me lo stringevo al petto come se fosse stato mio figlio. Provavo un tal dolore che la gola mi si stringeva sempre più, mentre le lacrime cominciavano a scendermi copiose.

-“Davide, non morire, Davide!”-

Ma il ragazzo non si muoveva più, non rispondeva, non reagiva e non respirava. Lo scossi violentemente con la speranza di farlo reagire, ma Davide era immobile e tutto un gelo. Mi alzai con il bambino in braccio, girai su me stesso, e gridai con tutta la forza che avevo in petto:

-“Dio, mio Dio, perchè, perchè è morto?!”-

Le lacrime erano scomparse dal mio volto lasciando posto ad un dolore che era pari a quello di una lama conficcata dentro di me. Mi inginocchiai e, tenendomi stretto Davide, cominciai a cullarlo dolcemente, dondolandomi su me stesso, con tutto l’amore che egli avrebbe voluto avere da sempre. In quel momento mi sentii vuotato da ogni desiderio, da ogni volontà. La vita non aveva più senso, era solo una tragica ironia ed una stupida beffa.

Percepii la presenza di qualcuno accanto a me, ma non mi girai.

-“Sono venuto per adempiere la mia promessa.”-

Riconobbi in quelle parole la voce del giovane che si era scosso la polvere di dosso: era l’Arcangelo Michele, ma senza muovermi, con Davide fra le braccia, risposi:

-“Troppo tardi, sei venuto troppo tardi! Che scopo ha tutto questo?”-

L’Arcangelo Michele mi si avvicinò di più e guardandomi in faccia spiegò:

-“Ogni cosa ha uno scopo nella vita ed ogni morte è l’adempimento di questo scopo, affinchè vi sia una progressione eterna. Vieni, ora ti mostrerò parte di quello che è il regno di Dio.”-

-“E Davide?”- chiesi io.

-“Tu verrai con me. Lui è là che ci attende.”-

Mi piegai in due per la fatica e la stanchezza. Non riuscivo a vedere nulla, ma l’Arcangelo Michele e Davide erano ormai davanti a me, però erano diversi, più belli ed erano vestiti in bianco. Davide correva felice in mezzo a tanti abeti bianchi, tutti addobbati con candeline accese.

-“Vieni”- disse Davide –“vieni, c’è anche Michele: sai, lui è mio amico!”-

Ma Michele aggiunse:

-“Prima che tu avanzi in questo che è il Mondo degli Spiriti, devi essere purificato, poichè nessuno può entrare nel regno del nostro Signore senza esserne degno.”-

Mi guardai e vidi che i miei abiti erano mutati, divenuti diversi, e persino i miei capelli erano bianchi, così come gli abiti di Michele e Davide.

L’Arcangelo mi disse:

-“Ora desidero che tu veda dove stanno gli Spiriti buoni; ecco, guarda, questo è quello che voi chiamate Paradiso. E vidi una moltitudine di persone che parlavano fra di loro con amore e serenità e tra loro v’erano grandi profeti e missionari, mentre altri cantavano lodi al Signore l’Eterno. Guardai poi alla mia sinistra e vidi un luogo che sembrava una prigione: lì la gente discuteva animatamente e si arrabbiava, tuttavia alcuni ascoltavano le parole dei missionari ed allora si calmavano. La moltitudine di questa gente aveva terribili problemi, quasi come quelli nostri qui sulla terra. L’Arcangelo, intuendo la domanda che stavo per porgli, disse:

-“Ora Davide è fra coloro che sono degni del Paradiso, ma anche lui come gli altri attende il giudizio dell’Eterno, però se osservi bene puoi notare che egli sta giocando felice con gli altri bambini. Un velo di tristezza ritornò alla mia mente e dissi:

-“E` colpa mia se Davide è morto!”-

-“Non è colpa tua nè di nessun altro: ogni cosa si compie quando è il suo tempo e, come vedi, la morte non è una punizione, ma è un fatto. Non devi parlare in questo modo. Ascolta anche tu le parole del Maestro e capirai quale immensa gioia la progressione possa donarti, Renato. Usa la fede, la speranza, la carità che sono in te. Non parlare con parole senza fede, speranza, o carità!”-

Mi ritrovai piegato sul corpicino inanimato di Davide e mi alzai lentamente, così come se avessi sognato. Non provavo dolore; non riuscivo a sentire quella salma come il corpo di Davide. In realtà era come se a me fosse rimasto nelle mani soltanto l’involucro di un corpo svuotato dalla cosa più preziosa, cioè lo spirito. Vicino a me non c’era nessuno. Mi guardai nuovamente attorno. Il vento era cessato ed il campanone della cattedrale di San Giusto aveva iniziato i suoi rintocchi per annunciare ai fedeli che era il tempo della nascita del Redentore. La gente iniziò ad uscire dalla chiesa, affollando pian piano il sagrato e poi il piazzale di San Giusto.

Un uomo si avvicinò a me e chiese:

-“Posso aiutarla? Ha qualche problema?”-

Senza guardarlo risposi con un nodo alla gola:

-“Questo bambino è morto, io l’ho trovao qui. E` colpa mia, aspettava me.”-

Ci fu un momento di silenzio poi alzai lo sguardo verso l’uomo; era strano, ma la notizia non sembrava l’avesse turbato nè sorpreso. Rispose semplicemente:

-“Mi dispiace, mi creda, ma era scritto così.”-

Lo fissai senza capire il motivo di quella sua calma e di quella sua affermazione, ma più lo guardavo e più avevo la distinta sensazione di averlo conosciuto da qualche parte. Era giovane, aveva un bel viso sereno con lineamenti regolari, sopraccigli arcuati quasi fossero disegnati da un pittore, i capelli leggermente ondulati e soffici di un bel biondo luminoso che ai lati aveva delle sfumature più scure, così come se fossero d’oro antico. La testa era un po’ grande, ma non ne distorceva l’effetto, anzi dava più luce al volto. Gli occhi erano come un cielo infinito in cui ogni sfumatura era un miracolo della natura. L’azzurro era penetrante e diventava via via di un bel blu scuro, quasi viola verso le pupille. Il suo naso era regolare, quasi perfetto e le labbra erano morbide, così come di chi non ha mai fatto uso di parole sconvenienti. Era alto un po’ più di me. Non avevo dubbi: era Michele, e così chiesi:

-“Lei è Michele, non è vero”-

-“No”- replicò l’uomo –“io mi chiamo Edward Farnes e vengo da Torino che è stata la mia prima città qui in Italia.”-

L’uomo mi fissò un po’ ed io mi sentii come se mi bucasse l’anima, poi mi chiese:

-“Quanti ani ha?”-

-“Io?”-

-“Si, lei”-

– Perchè?”-

-“Sembra giovane, ma è la prima volta che vedo un uomo con il viso così giovane e con capelli e barba così bianchi.”-

-“Bianchi?!”- replicai –“ma non li ho mai avuti bianchi!”-

Le parole tuttavia mi si fermarono sulle labbra, poichè ripensai all’esperienza che avevo creduto solo un sogno. Fu il mio turno di fare una domanda e così chiesi:

-“Come e perchè lei è venuto qui?”-

-“Oh, è semplice, sono venuto qui per adempiere ad una promessa; ho ricevuto una chiamata missionaria.”-

-“Missionaria?!”-

-“Si, missionaria, ma non so ancora quale sia il mio compito specifico. Servirò Dio e gli uomini di buona volontà.”-

-“ E` Michele!”- pensai nuovamente. Ne ero certo! Era troppo forte la rassomiglianza e la casualità era poco credibile, ma non dissi nulla. Colui che si faceva chiamare Edward Farnes disse:

-“Si alzi e porti questo bambino in un luogo sicuro ed ascolti anche lei il messaggio che il Signore ci ha dato da condividere: Sia dunque gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.”-

E così dicendo appoggiò la sua mano su Davide ed in me sentii nascere un calore benefico come se fosse un fuoco rigeneratore che mi riportava a nuova vita, e persino il corpicino di quel povero bambino sembrò rivivere. Edward mi guardò fisso negli occhi mentre un dolore inspiegabile ritornava in me per la morte di Davide. La gola mi si richiudeva e le lacrime ritornavano a bagnare le mie guance, scendendo dal mio volto su quel corpo senza vita. Sempre fissandomi intensamente negli occhi Edward aggiunse:

-“Ebbene, sia così come la sua fede le suggerisce; sia come la fede, la speranza, e la carità in lei lo spingono all’empatia della sofferenza a desiderare la vita per Davide. Sia il frutto della benedizione dell’Eterno a toccare le vostre vite, sia l’amore l’uno per l’altro a riunirvi.”- e dicendo così si girò verso la cattedrale e se ne andò, così com’era venuto, scomparendo fra la folla.

In quel preciso istante fu come se il calore di una fortissima fiamma interiore scuotesse tutto il mio corpo. Il cielo intero sembrava vibrare in me. Mi sentii illuminare di nuova energia, così strinsi forte forte a me il bambino, quasi a farlo diventare un tutt’uno con me, e con tutta la fede di cui ero capace in quel momento pregai:

-“Abbi pietà di noi, o Signore!”-

Fu in quel momento che Davide si mosse lentamente verso di me e meravigliato gli dissi:

-“Oh Davide, Davide, Dio sia ringraziato!”-

Davide mi guardò per qualche istante e poi commentò:

-“E` stato un angelo, era vestito come un uomo, e mi ha detto:

-“Su, svegliati Davide, c’è qualcuno che ti aspetta.”-

Ricordai le parole di quell’uomo: -“Sia gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”-

Davide mi chiese chi fosse Michele e, guardando in alto verso il cielo, entrambi vedemmo una grossa luce. Era la nostra stella, o forse un pianeta.

Scendendo dal colle ed andando verso casa Davide disse:

-“Vorrei andare in Piazza Unità d’Italia, solo un momento.”-

Quando fummo lì egli indicò la fontana monumentale e commentò:

-“ E` lui, vedi lui è l’angelo che era con me.”-

Guardai quel personaggio ancora una volta e vidi che Davide aveva ragione, poichè l’angelo di pietra aveva le stesse fattezze di Michele, come pure quelle di Edward Farnes. Strinsi a me Davide e risposi:

-“Si, è proprio vero, hai ragione, è un angelo vestito da uomo.

Renato Leban: scritto nel 1972, nuova versione trascritta nel 1974.

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