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UNA STRANA DOZZINA DI STORIE E TESTIMONIANZE PERSONALI

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Redazione- «Sono per la maggior parte storie legate al vissuto personale dell’autrice o dell’autore, al suo mondo privato e prossimo e alla geografia locale. In qualche caso questo vissuto incrocia la grande storia, più spesso si tratta invece di microstorie intime». Spicca anche il prevalere della «casa» come luogo dell’azione, conclude la scrittrice  : «Dominano le figure delle madri e delle sorelle, mentre i padri sono quasi assenti. Sono storie nelle quali la casa diventa personaggio. Nell’anno del confinamento tra le mura domestiche, è certo una coincidenza non casuale». A dirlo  è Melania Mazzucco ,presidente del Comitato direttivo del Premio Strega  2021  che in marzo ha scelto i dodici finalisti . Una rosa di nomi che si ridurrà a cinque in giugno dopo il voto dei lettori, degli studenti delle scuole , e che vedrà la proclamazione del   vincitore l’8 luglio.

Melania Mazzucco  ha fatto questa prima scelta  dei dodici finalisti insieme  ai componenti del comitato direttivo  composto da Pietro Abate, Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Ernesto Ferrero, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Helena Janeczek, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine  .  Un’altra caratteristica  delle opere finaliste è quella di raccontare la biografia  di  giovani narratori  che  privilegiano l’ambiente domestico  e in particolare la casa,quasi una palingenesi in tempo di covid quando appunto l’isolamento in casa ha la preminenza nel nostro vivere quotidiano .

“Sono storie di bambine senza infanzia, adolescenti solitarie o emarginate. Il sentimento dell’esclusione sociale e del rancore incendia alcuni di questi libri. Sono storie di testimonianza, di vita vissuta o prossima. Sono storie domestiche, nelle quali la casa – abitata, posseduta, perduta, occupata, infestata di oggetti – diventa personaggio.”

Proprio a cominciare da  Andrea Bajani con il suo : “ Il libro delle case  “ edito da Feltrinelli proposto da Concita De Gregorio  che lo candida  con espressioni come queste : “Lo faccio con la gioia di chi ha trovato posto nelle pagine di un libro, e vuole condividerli: la gioia, il posto. Lo faccio con la meraviglia di chi si sia imbattuto nella bellezza come un panorama che arriva inatteso dopo una curva, e deve fermarsi perché la bellezza comanda, chiede silenzio e rispetto, si insedia e resta.”E continua De Gregorio : “Le case sanno chi siamo e custodiscono tra le mura il segreto. Andrea Bajani chiama a raccolta le tracce lasciate dal passaggio di qualcuno che, per semplicità, diciamo: Io. Cesella una lingua che da parole antiche sprigiona significati inauditi e correndo, lentamente, viaggia nella memoria, nel desiderio, nel bisogno. Nel sentimento di onnipotenza che ci coglie ogni volta che, partendo, cambiamo casa per cambiare il mondo – il nostro mondo, il mondo intero – e la risacca, invece, in direzione contraria, che ci riporta sempre a tutto quello che non sappiamo di aver dimenticato.»

Furio Colombo invece ha proposto  il libro autobiografico di Edith Bruck   “Il pane perduto” edito da La Nave di Teseo in cui l’autrice racconta “la sensazione di estraneità rispetto ai suoi stessi familiari che non hanno fatto esperienza del lager, il tentativo di insediarsi in Israele e lì di inventarsi una vita tutta nuova, le fughe, le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo composto di esuli, l’approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla “Roma bene” degli anni Cinquanta, infine l’incontro fondamentale con il compagno di una vita, il poeta e regista Nelo Risi, un sodalizio artistico e sentimentale che durerà oltre sessant’anni.” Colombo nel candidare il libro  scrive che  tutta l’opera è pervasa  da : “un’amorevole dolcezza che  prosciuga altri sentimenti (come l’odio legittimo per l’orrore e i carnefici), perché Edith è salva e tenuta in vita da un legame fortissimo, un misto di orgoglio e pietà affettuosa per chi, come lei, è stata spinta nella galleria dell’orrore. Nella visita sul fondo della memoria Edith ripercorre il miserabile inferno preparato meticolosamente dai suoi aguzzini (tornati come in un incubo), vittime di una solitudine che si nutre di morti.” Ma la vita  diventa  poi un’altra cosa ed Edith è salva.

“Splendi come vita” di  Maria Grazia Calandrone edito da  Ponte delle Grazie  , viene definito dalla stessa autrice come  una lettera d’amore alla madre adottiva”.  Dice infatti Calandrone : “ È il racconto di una incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata, che ama immensamente la propria madre. Poi c’è una ferita primaria e la madre non crede più all’amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, a un quotidiano rifiuto, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia e i suoi propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come la propria madre, la si può finalmente “vedere” come essere separato, autonomo e, per ciò, tanto più amabile”. Il libro  è stato proposto da Franco Buffoni così : “Il romanzo Splendi come vita è un’ideale lunga lettera stilisticamente compatta – pur se composta di pagine di diario, episodi narrati in prima persona, ricordi brucianti, ferite mai rimarginate – scritta dall’autrice cinquantenne, ben nota come poetessa, alla madre adottiva. Splendi come vita è una storia di amore e odio (o disamore, come lo definisce l’autrice) di fronte a comportamenti “materni”, non più comprensibili né concepibili. O forse, meglio, è la storia di una perdita, di una cacciata, di un paradiso perduto: con quanto di biblicamente ineluttabile tali termini connotano e comportano. Perché la bambina adottata ama profondamente la madre. Poi succede qualcosa nella sua crescita e da quel momento la madre non crederà più all’amore della figlia.”

Giulia Caminito a proposito del suo libro edito da Bompiani “L’acqua del lago non è mai dolce “ sulla rivista Il libraio  scrive : “C’è una parte della letteratura italiana, quella soprattutto che racconta l’Italia dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80 del Novecento, che è molto legata alla lettura come salvezza. Il caso più eclatante è quello di L’amica geniale, il primo libro della quadrilogia di Elena Ferrante, ma non è il solo. Sono spesso soprattutto le protagoniste donne, anzi le bambine, che cercano e desiderano la lettura e i libri che la famiglia, perché povera, perché più legata al mondo del lavoro, gli nega.  Basti pensare proprio alla lotta di Lenù, che trova il suo modo per scappare dal rione attraverso lo studio, l’applicazione, pur non possedendo quella componente geniale che è propria di Lila. Lenù ama leggere, ama i libri della biblioteca e deve combattere con la madre per poter studiare e staccarsi da lei.Il distacco dal materno avviene infatti prima di tutto con la lettura, con i libri, che non sono oggetti comuni in casa di Lenù. Anche gran parte della amicizia infantile tra Lila e Lenù si basa sul fatto che tra loro si crei un linguaggio di narrazioni e di storie. Questa letteratura non dice bugie, perché racconta un processo storico realmente avvenuto, soprattutto per le donne, quello del riuscire ad allontanarsi dal loro ruolo di madri e mogli, dai contesti più poveri grazie allo studio e all’educazione. Nel corso degli anni le dinamiche famigliari si sono evolute e sono cambiate, per cui se prima in molti casi una femmina che studiava era una femmina inutile, poi è diventato un punto di onore per molte famiglie di lavoratori e di ceto basso permettere ai figli e alle figlie di studiare, e raggiungere la laurea e assicurarsi un posto di lavoro diverso, una carriera. È stato così anche nella mia famiglia dove mia madre è stata la prima laureata e mio nonno, che faceva il bigliettaio sui bus di Roma, sempre con grande orgoglio parlava di questa sua figlia che aveva studiato Lettere e che scriveva, come se non potesse esserci niente di più importante. Quando ho deciso di scrivere L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani, 2021) mi sono chiesta se tutto questo valesse ancora, se lo studio potesse ancora essere considerato il lasciapassare per superare le indigenze di famiglia e guardare a un destino differente, culturale, intellettuale.”

Sandro Veronesi ha invece proposto  con le seguenti motivazioni “Sembrava bellezza “di Teresa Ciabatti edito da  Mondadori  : “…  è una lezione di letteratura narrativa, per tutti quelli che ancora non hanno smesso di esercitarsi nel fallimentare tentativo di tenere separate, nei romanzi, verità e finzione. È un racconto talmente colmo di menzogne – la prassi della comunicazione tra gli esseri umani, insieme al nascondimento, al malinteso, alla reticenza, alle omissioni – che alla fine rasenta la più intima delle confessioni. È un romanzo straziante, perché è uno strazio ritrovarsi a vivere tutta la vita in un corpo così lontano dal canone condiviso della bellezza; ed è un romanzo esilarante, la cosa più vicina ai libri di John Fante che mi sia mai capitato di leggere. È un romanzo che spazia dalla vitalità alla morte, soffermandosi in quella zona grigia che viene spesso trascurata, quella della quasi-morte, della regressione, della demenza, che a volte diventano abiti sorprendentemente comodi da indossare. È un romanzo sulla meravigliosa vertigine della mitomania. Ma soprattutto, come ho detto, è una lezione sull’unica verità possibile in letteratura, quella fatta di nomi, predicati, avverbi e aggettivi scelti e composti con tale maestria da rendere inutile sapere altro. “

“Le maternità di cui scrivo sono sempre problematiche e storte, mentre nel nuovo libro l’intento è sondare le conseguenze del disamore che queste sorelle hanno vissuto in famiglia. Volevo raccontare la deprivazione affettiva che si soffre in certe famiglie, che oggi chiamiamo ‘disfunzionali’. Che cosa diventano queste mancanze nella vita adulta? A quali scelte ci conducono?”. E’ questo in estrema sintesi come lo descrive la stessa autrice  il libro di  Donatella Di Pietrantonio  “Borgo Sud” edito da Einaudi . La scrittrice, originaria abruzzese, vive a Penne, un paese in provincia di Pescara, dove alterna il lavoro di autrice a quello di dentista pediatrico. Si è imposta all’attenzione con L’Arminuta (Einaudi), romanzo che le è valso il Premio Campiello 2017, e che ora trova una vita nuova nel seguito appunto  Borgo sud. Continua la Pietrantonio in una intervista a Il libraio : ““Fin dall’inizio, quando ho cominciato a scrivere di queste due sorelle ne L’Arminuta, avevo immaginato di raccontare le loro vite fino alla mezza età. E poi scrivendo della loro adolescenza, del loro primo incontro dopo aver vissuto due infanzie separate, mi sembrava che il ciclo narrativo si fosse come chiuso nelle mie mani. Dopo aver consegnato L’Arminuta all’editore queste due sorelle non mi davano pace, mi chiedevano di seguirle nell’età adulta, negli incroci delle loro vite, nelle relazioni che hanno costruito e che sono molto determinate da quello che hanno vissuto durante la loro infanzia. Mi chiedevano di mantenere la promessa iniziale”. (…)“Penso di aver concluso la storia con questi due volumi. Ma non posso esserne certa. A volte i personaggi sono imprevedibili e sorprendenti, e hanno ancora qualcosa da dire all’autore. Sento di aver soddisfatto quel bisogno di raccontare le mie protagoniste da grandi, di raccontare anche i loro matrimoni, soprattutto quello dell’Arminuta. Ecco, anche per me questo è stato un tema abbastanza nuovo”.

Nella sinossi del libro “Cara pace” di  Lisa Ginzburg edito da  Ponte delle Grazie si legge : “Maddalena, la maggiore, è timida,sobria, riservata. Nina, di poco minore, è bella e capricciosa,magnetica, difficile, prigioniera del proprio egocentrismo. Le due sorelle, legate dal filo di un’intima indistinzione, hanno costruito la loro infanzia e adolescenza intorno a un grande vuoto, un’assenza difficile da accettare. Ancora adesso, molti anni dopo, cercano di colmarla con corse, lunghe camminate, cascate di parole e messaggi WhatsApp che, da Parigi a New York, le riportano sempre a Roma, in una casa con terrazzo affacciata su Villa Pamphili, dove la loro strana vita, simbiotica e selvatica, ha preso forma.È proprio a Roma che Maddi,da sempre chiusa nel suo carapace,decide di tornare, fuggendo dai ruoli che la sorella, prima, e la famiglia poi, le hanno imposto. Finalmente sola con sé stessa e con i suoi ricordi, lascia cadere le difese e, rivivendo i luoghi del passato, inverte le parti e si apre alle sorprese che riserva la vita.Padri e madri, amicizie e passioni,alberi e fiumi fanno da cornice a una storia d’amore e di abbandono che,come ogni storia viva, offre solo domande senza risposta. E misura con il metro felice della letteratura la distanza che intercorre tra la ferita originaria e la pace sempre e solo sfiorata della maturità.” Il libro è stato proposto da Nadia Terranova con queste parole : “ «Se la famiglia è un’istituzione sociale, un romanzo famigliare è sempre un romanzo politico: racconta i tic e le nevrosi dei legami dentro cui ci ingabbiamo da soli o da cui ci dimeniamo per liberarci, legami fondativi delle relazioni che avremo con il mondo. Nel solco di questa tradizione entra, con raro rigore e suprema eleganza, Cara pace di Lisa Ginzburg, in cui il rapporto fra due sorelle molto diverse è l’occhio con cui guardiamo nella vita dell’una e dell’altra e nella singolare famiglia da cui vengono entrambe. Ginzburg fa una letteratura di piccole storie e grandi dolori; crea un mondo intimo e totalizzante a partire da “un’infanzia esplosa”, un abbandono, una ferita originaria; racconta la timidezza e la sfacciataggine, la fatica e la crescita, il desiderio di proteggere e il bisogno di proteggersi, fino a raggiungere una nuova verità: togliersi di dosso il carapace con cui ogni giorno ci difendiamo è un gesto di libertà che può, all’improvviso, donarci la cara pace di una nuova coscienza e di una raggiunta pienezza. In questo romanzo che non teme crepe e fondali ma sa anche indicare la feritoia da cui può passare la luce, la prosa di Lisa Ginzburg raggiunge una consapevolezza superiore, rivelando una scrittrice intensa e originale, capace di trasfigurare in letteratura i suoi spettri e le sue ombre.»

Quello di Giulio Mozzi “ Le ripetizioni “, edito da Marsilio,  proposto da Pietro Gibellini: “  è un romanzo che riesce a coinvolgere e a parlare di noi, senza che l’autore passi, come accade spesso nella narrativa contemporanea, attraverso la cronaca. Il legame che ci connette l’uno l’altro, racconta Mozzi, è una particolare forma di violenza, interna alla nostra coscienza: può sfociare nel gesto aggressivo o imboccare il sentiero dell’amore. Il romanzo di Mozzi è infatti un romanzo di amore e violenza, di tradimento e di quelle “ripetizioni” che danno, a ciascuno di noi, il senso della realtà. Con un linguaggio e suggestivo e preciso al tempo stesso, l’autore conduce Mario, il suo protagonista, attraverso avventure in parte sospese tra realtà e immaginazione, che lo portano a sfiorare vite strane e misteriose di personaggi senza nome: il Grande Artista Sconosciuto, il Terrorista Internazionale, il Martellatore di Frati, il Capufficio… Mario li contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell’ultima pagina, a una sgomentante conclusione: non farà nulla. Della propria vita né delle proprie storie.  Candido il romanzo di Mozzi per l’originalità tematica, stilistica e ideologica. A differenza di tanta narrativa che corteggia il bene astratto e la quiete consolatoria, raccontare del male e del disordine che si annida in ciascuno di noi significa indagare la nostra possibilità di redenzione e speranza.»

Daniele Petruccioli nella “ La casa delle madri “, edito da TerraRossa , proposto da Elena Stancanelli narra la storia di “Ernesto e Elia  che sono gemelli e si inseguono in una specie di lontananza ravvicinata senza riuscire a toccarsi, come fossero rette parallele; Sarabanda e Speedy, i loro genitori, invece non la smettono di allontanarsi neanche quando credono di starsi vicino. E così Daniele Petruccioli ci conduce su e giù per le generazioni che si succedono in case dove le persone crescono, vivono, muoiono, traslocano e che sono forse le uniche vere custodi di una memoria che facciamo di tutto per rimuovere, ma permane ostinata.
La casa delle madri non è solo un’esplorazione dei delicati equilibri sui quali poggiano gli sbilanciati rapporti famigliari, ma è anche l’esordio di una voce narrativa capace di incantare il lettore, facendolo smarrire in una prosa ricca di affluenti ma al contempo sorvegliata e potente.”  Scrive Elena Stancanelli nella proposta di candidatura : “La casa delle madri è una storia familiare, dolente, dal passo meditato, mai isterico. L’ambiente, poco esplorato di questi tempi, è quello della borghesia colta. Sarabanda, vitale, femminista, ricca e coraggiosa sposa Speedy, eterno ragazzo, bello e inquieto. Rimane incinta di due gemelli, ma al momento del parto qualcosa va storto. Ernesto ed Elia sono identici, ma diversi. Ernesto in particolare è diverso da tutti, ma Sarabanda non vorrà mai ammetterlo. Elia cresce inseguito da quel mantra, “bada a tuo fratello”, Ernesto, crescendo, gonfia il suo impaccio in una rabbia autolesionista. Fin quando la sua malattia finalmente verrà diagnosticata. Daniele Petruccioli racconta questa storia con una lingua raffinata e un andamento che incanta. Le anse dell’amore, le morti, l’appartenenza e la fuga. Case, gatte, nonne e bambini protagonisti di un’esistenza normale, normalmente dolorosa.»Daniele Petruccioli è nato nel 1970 a Roma. In passato si è occupato di teatro, ma da anni lavora prevalentemente come traduttore. Ha pubblicato i saggi Falsi d’Autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti (Quodlibet 2014) e Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi (La Lepre 2017). La casa delle madri è il suo primo romanzo.

«L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità». Così scrive Emanuele Trevi in un brano di “ Due vite “, edito da Neri Pozza e proposto da  Francesco Piccolo ,in questo libro che, all’apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, così propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l’aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l’ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell’unicità di questo libro non stanno nell’impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l’amicizia” . Un libro che come dice Piccolo : “capace di trasformare l’intimità e la malinconia in letteratura, rendendole universali a avvicinandole alle vite di tutti. Ed è un libro che non assomiglia a nessun altro. Per questo lo candido con entusiasmo al premio.»

Sono tantissimi i libri, i romanzi, che hanno ispirato e influenzato la nascita di Adorazione, che hanno contribuito a orientarne le scelte, l’immaginario, le domande. E così hanno fatto anche poesie, film e serie tv. Alcuni di questi riferimenti risalgono a molti anni fa, quando avevo appena iniziato il liceo.” Esordisce cosi Alice Urciolo  parlando del suo libro candidato al 75 Premio Strega  edito da 66thand2nd.Da Kafka a Flaubert, da Emma Cline a Teresa Ciabatti, passando per Walter Siti e Michel Houellebecq, il cinema di Buñuel e serie tv come “Sharp Objects”. E non poteva essere diversamente per Alice Urciuolo, sceneggiatrice (“Skam Italia”) classe ’94,  che racconta l’immaginario che ha ispirato “Adorazione”, il suo primo romanzo (di formazione). In breve il romanzo : “è ambientato nella sua terra: a Pontinia, piccolo centro di fondazione fascista nel mezzo dell’Agro Pontino, la giovane Elena è stata uccisa dal fidanzato. A distanza di un anno, i suoi amici sono ancora divisi tra il dolore di quel trauma e il bisogno di un’adolescenza normale. Nell’arco di un’estate infuocata, vissuta fra le architetture metafisiche di Latina e le sensuali dune di Sabaudia, e con Roma, la grande città, sullo sfondo, si intrecciano i loro destini. C’è Diana, con la sua grande voglia sulla gamba che la rende così insicura, e c’è la sua migliore amica Vera, che sembra invece non aver paura di niente. Ci sono Giorgio, il fratello di Vera, che era innamorato di Elena e non lo ha mai detto a nessuno, e Vanessa, che della ragazza assassinata era la migliore amica. Intorno a loro una comunità ancora regolata nel profondo da valori patriarcali perfettamente interiorizzati, una comunità dove le famiglie sono spesso tenute insieme solo dall’ipocrisia e dal silenzio. Le ragazze e i ragazzi dovranno così crescere, perdersi e ritrovarsi da soli. Faranno i conti con il vuoto e la passione, l’insicurezza e l’ansia, l’accettazione e l’affermazione di sé. La morte di Elena assumerà per ognuno un significato diverso, e per ognuno si sovrapporrà alla propria storia personale, a un’educazione sentimentale e sessuale fatta di estremi, in cui l’amore, la tenerezza e il desiderio si mescolano alla sopraffazione, all’umiliazione e alla vergogna.”

Roberto VenturiniL’anno che a Roma fu due volte Natale  edito da SEM è  proposto da Maria Pia Ammirati Che lo candida in questo modo : “«Con il romanzo di Roberto Venturini L’anno che a Roma fu due volte Natale (SEM), ci troviamo di fronte a un dramma dall’inizio alla fine con al centro però la sorpresa di una grande scena dai rapidi lampi di comicità. Non un paradosso, ma una tecnica combinatoria che fa della narrazione di Venturini una vera e propria miscela di generi, dove la tragedia si combina al grottesco. Il tutto armonizzato dalla fitta trama di rimandi, citazioni, metafore e analogie strappate al caos della contemporaneità, e dalla rutilante società dell’immagine fatta di televisione, pubblicità, politica, star system.
Sulla scena della periferia marittima romana si muove un mondo di perdenti, come nell’esplicita citazione di Amore Tossico di Caligari. I toni da favola nera, da storia surreale, non sviano mai dalla cocente tragedia della realtà che lo scrittore coglie a pieno. Roberto Venturini ha scritto un grande affresco della contemporaneità.»

I libri candidati saranno letti e votati da una giuria composta da 660 aventi diritto. Ai voti degli Amici della domenica si aggiungono quelli espressi da studiosi, traduttori e appassionati della nostra lingua e letteratura selezionati dagli Istituti italiani di cultura all’estero, lettori forti scelti da librerie indipendenti distribuite in tutta Italia, voti collettivi espressi da scuole, università e gruppi di lettura, tra i quali i circoli istituiti dalle Biblioteche di Roma.

Il libri in gara concorreranno inoltre all’ottava edizione del Premio Strega Giovani e saranno letti e votati da una giuria composta da 600 studenti provenienti da scuole secondarie superiori in Italia e all’estero. Il comitato direttivo del Premio ha ritenuto che, per i temi trattati, il romanzo Le ripetizioni di Giulio Mozzi (Marsilio) sia adatto esclusivamente a un pubblico di adulti, pertanto non concorrerà al Premio Strega Giovani.

A giugno gli autori candidati e finalisti saranno ospiti di festival e manifestazioni culturali in tutta Italia. La prima votazione, che selezionerà la cinquina dei finalisti, si terrà giovedì 10 giugno, mentre l’elezione del vincitore si svolgerà giovedì 8 luglio (tutti gli eventi saranno realizzati nel rispetto dei protocolli anti-covid 19

previsti dalle normative in vigore).

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