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6 APRILE 2009: 3,32 PER NON DIMENTICARE

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Redazione- Quando il 6 aprile 2009 alle 3,39 una scossa di terremoto svuotò gli edifici e il tessuto  urbano  di L’Aquila e del suo territorio qualcuno definì quell’evento  non solo catastrofico ma anche irreversibile. Negli effetti e nelle conseguenze  che lungo i dieci anni successivi e fino ad oggi  hanno fatto sentire il loro peso. Fino a permettere di dire  oggi che quella città,la città  del “prima terremoto”, malgrado  ne sia stata ricostruita buona parte ,( dov’era e com’era )  non esiste più. Malgrado la ricostruzione in questi anni abbia restituito al  loro uso abitazioni, negozi, uffici pubblici e aziendali , chiese, luoghi per il tempo libero ,il volto della città è completamente cambiato  tanto  da non assomigliare più a quella di prima anche se  la ricostruzione ha tenuto conto di una delle affermazioni più forti e più clamorose  degli aquilani,come abbiamo appena detto  : “ dov’era e com’era”. Si sente  che è una città svuotata  malgrado le apparenze .  Una città che probabilmente paga un prezzo molto alto e inconfessabile ,quello  di una “ idea di città” sulla quale il dibattito  si è esercitato poco  o è stato  tacitato fin dal suo  nascere.

Nell’anniversario appena trascorso diamo dunque la parole a voci che ijn questi anni hanno alimentato insieme a molte altre questo dibattito  a cui hanno partecipato anche tante persone,  che non vivevano a L’Aquila . Ne daremo conto in altri articoli su queste pagine. Per il momento  abbiamo  preso dai profili fb delle persone qui citate  le loro  emozioni, sensazioni, i loro racconti ,  i loeo ricordi appunto in occasione del 6 aprile , anniversario  della data del sisma .

“A distanza di 12 anni dal Terremoto pubblico la poesia che ho scritto, parte della mia silloge, dopo aver visitato Aquila l’anno scorso.

Un luogo che mi e’ rimasta nel cuore con il suo dolore ma con la sua rinascita.

~ 99 Cannelle e io ~

L’acqua in te sgorga abbondante,

generosa nel tuo antico castello.

Elemento puro e fresco,

che diede il nome alla tua città,

Fedele alla tua inclinazione.

Bianco e rosato è

il tuo viso a scacchiera,

come la casa sacra di Maria

che ti appartiene,

prima casa di perdonanza celeste.

Novantanove i tuoi castelli,

che fondarono la tua dimora.

Io al centro del tuo,

Tu al centro del mio.

Fuori la rinascita mio e tuo.

E’ Tonia Poetry  acount di Facebook che scrive ; le fa eco  Alessandra Prospero:” Questo 6 aprile ogni anno ci scava dentro e ci scorre sottopelle. Gli ultimi due passati con le restrizioni della pandemia non aiutano. Troppi pensieri, troppo impetuosi, troppo dolore. Di solito, quando sto così, facciamo un gesto a prima impressione banale, ma che è baluardo di una normalità conquistata e amatissima, che troppo spesso diamo per scontata. Nel mio quartiere c’è una pizzeria che fa la pizza migliore, quella alta, morbida, che sa di sapienti mani partenopee. E allora andiamo a “prendere le pizze” alla Vesuvio, che prima osservava il giorno di chiusura proprio di martedì. Stasera ci abbiamo provato lo stesso, perché una giornata del genere aveva bisogno di una boccata d’aria, di un po’ di normalità. Abbiamo scoperto con gioia che adesso sono aperti tutte le sere, abbiamo parlato con i proprietari e abbiamo ricordato insieme i bei vecchi tempi in cui la Vesuvio era in centro, vicino all’università, ed era sempre piena. “E pensare che adesso è sempre così, vuota” ci hanno detto con un velo di amarezza.Eppure, loro non si arrendono e trattano i clienti con la consueta cordialità, ogni giorno si rimboccano le maniche e preparano tanti cartoni per le pizze da asporto. E allora – forse – anche questo è un segno: per ripartire non è necessario tirare in ballo i massimi sistemi, basta – sempre forse – dare una mano alle realtà più vicine a noi. Penso a tutte le attività che hanno subito il sisma del 2009 e un anno di chiusure forzate… e allora, io, Fede e Seb adottiamo nel nostro piccolo una o più attività.Facciamolo tutti .

Carlo Maria Marchi ricorda : “Domani 6 aprile.  Il sisma. La prima immagine è della casa dove abitavamo prima dell’attuale, per fortuna eravamo già andati via; il palazzo è stato abbattuto.La seconda foto fu la nostra casa; l’ultima tenda a destra; il “campeggio” come lo chiamava il cav. era gestito dal SudTirolo (per fortuna), ordine, disciplina e pulizia.La terza foto è l’interno della “casa”; la sera passava il medico, l’elettricista per vedere se le stufe funzionavano, la signora (parlava ladino) con la caraffa del tè, lo psicologo, la maestra per ricordare ai bambini che la mattina nella grande tenda ci sarebbe stata scuola. Che gente brava.” E poi : “Di quella notte desidero ricordare il lavoro di un mio carissimo Amico (con la A maiuscola). Il dr,  Berardino Persichetti che fece nascere un bimbo in un’ambulanza mentre la terra tremava. Non si può lottare contro la paura se si ha paura. Io tornai al carcere; era un subbuglio, non c’è modo di calmare chi è chiuso in una cella. Arrivarono i pullman dei carabinieri e vennero trasferiti tutti, mi sembra andarono a Spoleto. Tornai a casa per prendere un po’ di cose, il portellone della macchina, una specie di Suv era aperto; detti una craniata, c’ho ancora il bozzo. Portai tutto alla tenda, insieme al nostro cagnolino che rimase buono per tutti i giorni. L’unico problema erano i wrustel, bolliti, con il sugo, con i crauti, con patate, ma sempre wrustel erano”

E c’è un libro tra i tanti  “Il Giglio della memoria “ a cura di Patrizia To0cci con la prefazione di Paolo Rumiz edito da Tabula Fati .”Questo libro è nato attorno ad un desiderio: che restasse testimonianza della nostra vita di questi anni, durante e dopo il terremoto del 6 aprile 2009.Nella prima sezione del libro, La banca della memoria, è contenuta una narrazione collettiva: 55 testimonianze raccontano le prime 12 ore della nostra seconda vita. Non è stato facile “estorcere” questi racconti: tutte queste testimonianze parlano la mia stessa lingua, quella dell’esilio. Ho cercato, in questo modo, di dare voce a una comunità dispersa, che ha perso i luoghi dell’incontro, il concetto di prossimità ma non la necessità, né il desiderio di condividere il “momento”, per cementare la speranza del ritorno.La seconda parte del libro, I gigli della memoria, vorrebbe invece dar conto del tempo successivo, fino ad oggi.La postfazione è affidata alla penna di Paolo Rumiz. L’ho accompagnato in Zona rossa, fra le rovine dell’Aquila. Volevo che vedesse quelli che per me già erano il simbolo della città: i gigli in ferro battuto, posti alla fine delle catene di ferro che sorreggevano i muri maestri dei palazzi aquilani. Resistono ancora, infatti, sulle pareti crollate. Ognuno dei 55 racconti è un giglio. Ogni testimonianza ha una foggia e una forma diversa. Ma hanno senso solo se ci sono tutte, e tutte insieme; se saranno ad ogni cuspide, ad ogni cantone di ogni casa, di ogni palazzo che verrà ricostruito nella nostra città e nei paesi limitrofi.I gigli — se lo vorremo fortemente — saranno di nuovo ancora sui muri delle case ricostruite, anche per coloro che verranno. A rendere testimonianza di coloro che non ci sono più, ma anche del nostro esodo, di un altro attraversamento. Di questa storia.”

Ecco le  parole di don Federico Palmerini, nell’omelia della Santa Messa celebrata nel decennale del terremoto ad ONNA, notte del 6 aprile 2019, nella chiesa di San Pietro Apostolo:” Dieci anni non permettono di fare retorica sul terremoto, non lo consentono a chi ne porta indelebili su di sé le cicatrici, o addirittura le ferite ancora aperte. Non siamo più nella fase in cui ci si può accontentare di facili consolazioni, o ci si può nutrire di illusioni che ben presto si tramutano in disillusioni prima e in delusioni amare poi. Fa retorica chi deve difendere qualche posizione, qualche risultato, oppure tenere nascosta qualche responsabilità o omissione, o utilizzare una vicenda pesante, come quella vissuta da noi, per secondi fini.

Qui, davanti al Signore, non vale la pena tutto questo: siamo chiamati a stare davanti a Lui nella verità, con tutto ciò che qui dentro ciascuno di voi, ciascuno di noi porta con sé e dentro di sé: dolori, rimorsi, vuoti che scavano dentro, assenze di persone care che pesano ogni giorno di più, amarezze, stanchezze, nostalgie, fatiche. Ma anche speranze, bagliori di luce, consolazioni, prospettive, progetti.

C’è un vissuto di dieci anni che questa notte portiamo su questo altare, fatto di cadute e di risalite, fatto di tentativi andati a buon fine e di errori, di mancanze di amore e di gesti di totale donazione, di passi di perseveranza e di improvvise interruzioni di cammino.

Insomma, sono stati dieci anni duri, faticosi, complessi (a tratti, addirittura complicati), contrassegnati a volte da un buio pesante, che però, qua e là, è stato squarciato da luci che hanno fatto intravedere il cammino e hanno permesso di continuare a fare un passo dopo l’altro, seppur con difficoltà.

Tante domande restano, tanti dubbi ancora ci fanno rumore dentro, e forse al nostro Dio abbiamo, giustamente, chiesto che ci rispondesse, che ci desse una spiegazione. Forse qualcosa l’abbiamo capita, qualche risposta l’abbiamo avuta, senz’altro però ci sarà stato anche tanto silenzio, ma credo che se vogliamo cercare le tracce di Dio in questi dieci anni le troveremo soprattutto in una presenza discreta, feriale, sommessa. Proprio quella presenza che ci ha aiutato a continuare il cammino, a non mollare, a non alzare bandiera bianca, a non arrenderci al buio. Se guardiamo la storia della salvezza, spesso il Signore ha fatto così: quando al profeta Elia si è rivelato, in un momento durissimo della sua vita, in una brezza leggera anziché in qualcosa di eclatante; in primis, però, quando, in Gesù, ha fatto entrare la luce sfolgorante della resurrezione nel cuore di quella che sembrava la disfatta più dura e atroce anche per il figlio di Dio: la morte in croce.

Un Dio che ti cammina accanto, come ha fatto con i discepoli di Emmaus, un Dio che ascolta e raccoglie i macigni che ognuno di noi si porta dentro, un Dio che è “sempre pronto ad asciugare le nostre lacrime” (così lo definiva don Gigi Sabbioni, prete rimasto per 8 anni tetraplegico dopo una stupida caduta, e morto improvvisamente pochi giorni fa a 60 anni), anzi, un Dio che addirittura le conta le lacrime, come dice il libro dei Salmi. Un Dio che a volte sembra inutile, perché non ti offre soluzioni, ma accetta di coinvolgersi fino in fondo con la tua vita. Dove ti trovi tu, lì troverai il Dio di Gesù, fosse pure nell’abisso più profondo. Dov’era quella notte di dieci anni fa? Sotto le macerie, con chi ha incontrato la morte; sopra le macerie con chi ha continuato a vivere. Il nostro Dio, il Padre di Gesù, proprio per questo può indicarci un cammino, farci intravedere un fine, può lasciarci scorgere un senso, seppure a tratti. Può aprirci gli occhi per vedere e vivere diversamente anche i passaggi più sofferti del cammino, come ha fatto con i discepoli di Emmaus.

Quale orizzonte scorgere questa sera, verso quale meta camminare, da quale forza lasciare che siano sorretti i nostri passi di ogni giorno? Tragedie come quella vissuta nel 2009 ci hanno fatto sperimentare sulla carne quanto gli altri facciano parte della nostra vita, quanto gli altri siano la nostra vita, soprattutto se figli, genitori, fratelli, amici, sposi. Noi non possiamo fare a meno degli altri, e perciò tanto dolore attraversa molti cuori stasera. Insieme al dolore, però anche la gratitudine per gli innumerevoli angeli che in questi anni si sono fatti a noi vicini, ci hanno sostenuto ed hanno camminato generosamente al nostro fianco.

Cosa significa per noi, stasera, che non possiamo fare a meno degli altri? Che continuiamo ad aver bisogno degli altri anche oggi, soprattutto oggi. Che possiamo vivere, e non semplicemente sopravvivere, se diventiamo ogni giorno più consapevoli che o ci si salva insieme, o non si salva nessuno. Sì, anche se qualcuno dovesse pensare che ormai vale la pena pensare solo ai propri interessi, alle proprie quattro cose, costui, anche se forse non lo sa, non va lontano. Chi pensa solo a sé, non costruisce nulla di duraturo.

Scriveva un teologo protestante, Jurgen Moltmann, che ha vissuto duramente sulla sua pelle l’atrocità della Seconda Guerra Mondiale, ed anche la prigionia: “Gli scampati considerano il loro essere sopravvissuti non solo come un dono, ma anche come un compito”. Sì, credo che noi abbiamo il compito, la responsabilità di imparare più e meglio di altri il valore del “noi”, del vivere e fare “insieme”, e non da soli, di mostrare cosa voglia dire, come ci ha ricordato nel suo messaggio il Cardinale Arcivescovo, “ricostruire con i mattoni della fiducia e il cemento della concordia”.

Per portare avanti questa impresa, però, ed evitare che tutto sia improntato ad un “volersi bene di superficie, inconsistente e di circostanza”, dobbiamo essere disponibili a far morire in noi ogni giorno di più l’egoismo, la ricerca di interessi e sguardi particolari. Siamo chiamati a sentirci famiglia, comunità, l’uno a servizio del bene e della vita dell’altro.

Eppure, tutto questo non ci viene spontaneo, non riusciamo in quest’avventura solo affidandoci alle nostre povere forze: ognuno di noi sente, infatti, spesso, dentro di sé una voce che dice “pensa prima a te stesso”. A questa voce non bisogna obbedire, come non bisogna rimanere prigionieri neanche di invidie, gelosie, risentimenti, rabbie, conflitti. Siamo chiamati a costruire concordia, incontro, amicizia vera anche quando qualcuno ci ostacola, ci deride, ci mette il bastone tra le ruote. Lavorare e costruire nel segno del “noi”, infatti, ricordiamocelo sempre, inevitabilmente fa infuriare chi vuole solo affermare se stesso ed i propri interessi.

Chi può aiutarci ad essere guariti da tutto ciò? Solo il Signore Gesù: noi, questa notte, siamo intorno a questo altare per incontrarLo e per nutrirci di Lui, che ha vissuto tutta la sua vita come dono e offerta per noi. “Fare la comunione” a Messa, fare comunione con Lui ci è indispensabile per “fare la comunione” fuori dalla porta di questa splendida chiesa. Nessuno può delegare qualcuno per la propria parte, ognuno ha la sua.

Vi lascio con un’immagine: quando ero adolescente, una sera, durante un incontro di catechesi in parrocchia, il nostro educatore ci portò in piazza a Paganica, davanti alla nostra chiesa parrocchiale. Ci disse: “Ognuno di voi si scelga una pietra della chiesa, su una parete”. Non capivo il perché, ma la scelsi. Poi ci disse: “La pietra che avete scelto siete voi, parte imprescindibile di questa comunità. Se non sarete quello che siete chiamati ad essere, quella parete avrà un vuoto che nessuno potrà colmare. Se lo sarete, allora questa comunità sarà veramente se stessa, anche grazie a voi”. Ne abbiamo viste troppe di pietre cadere in rovina; stasera vi invito a trovare anche voi, quando usciremo da questa chiesa, la vostra pietra su una delle sue pareti, per ricordarvi ogni volta, guardandola, che siete parte imprescindibile di questa famiglia di Onna, solo se ognuno sarà “per” l’altro, e non “contro” o “senza” l’altro. Ma oltre alla vostra, dovrete trovare altre 41 pietre, quelle di quei figli e figlie di Onna che, pur essendo morti la notte del 6 aprile, nel Signore Risorto continuano ad essere pienamente parte di questa famiglia, anzi, oggi più di prima, al cospetto di Dio. Sì, perché quell’amore che ci unisce a coloro che abbiamo amato, se è vero, è più forte della morte. Il Signore Risorto ci doni il suo Spirito, l’unico in grado di trasformarci il cuore, rendendolo capace di amare con gratuità e sperare perseveranza. La Madonna delle Grazie e l’apostolo Pietro siano il nostro sostegno per continuare a costruire percorsi di fiducia, giorno dopo giorno, con generosità e tenacia.”

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Fernando Di Orio e già Rettore dell’Università di L’Aquila scrive : “LA STORIA CI HA DATO RAGIONE . Il post terremoto dell’Aquila fu il momento in cui ogni decisione poteva compromettere il futuro dell’Universita’ e della nostra Città. Ancora ora ripenso a quello che è stato fatto e sono orgoglioso di averlo fatto . Nel post terremoto ci furono due tendenze difficili da contrastare . I professori universitari che volevano lasciare la Città e le altre provincie d’Abruzzo che fingendo solidarietà , volevano appropriarsi , della nostra Università. Nei senati accademici si proponevano sedi improbabili , quasi tutte vicine a Roma , che regolarmente riuscivo a bocciare e ci fu addirittura una Facoltà, quella di Ingegneria , il nostro fiore all’occhiello , che si riunì per decidere il trasferimento. Partecipai a quel consiglio di Facoltà dove fui acconto con freddezza e ostilità . Fu una dura battaglia , condotta con l’aiuto dei pochi docenti aquilani tra cui si distinse la prof. Paoletti , che vincemmo tra le minacce dei colleghi che volevano abbandonare L’Aquila . Nel frattempo i “politici” abruzzesi mi telefonano per propormi sedi “prestigiose” a Pescara e a Chieti . La stessa ministra Gelmini mi propose il Villaggio Azzurro di Chieti . Alle mie risposte negative in cui ribadivo che l’università dell’Aquila aveva una sola collocazione e quella era la Città dell’Aquila . Arrivarono a convocare una tumultuosa assemblea a Pescara con ragazzi e famiglie . In cui venivo zittito dalle famiglie urlanti e io mi trovai a discutere con il solo sostegno , se non sbaglio, di Guido Liris , mentre le mamme mi urlavano “assassino” perché secondo loro mettevo a repentaglio la vita dei figli . Personalmente per 29 giorni ho vissuto in tenda e , spesso da solo, ho trovato le tende per consentire le attività didattiche , esami soprattutto. Le istituzioni ci negarono tutto ciò che chiedevano tanto che ci furono due personaggi , uno tecnico e uno politico , che mi dissero “Magnifico Rettore l’esperienza dell’Università dell’Aquila finisce qui, si potrà riparlarne tra qualche anno” . La sede della Guardia di Finanza a noi fu negata perché con noi sarebbero venuti gli studenti che erano “inaffidabili e pericolosi “ . Occupammo con l’aiuto del personale tecnico-amministrativo, manu militari , la ex Reiss Romoli che era impiegata per il lavoro di qualche impiegato di non so quale assessorato regionale . Da lì riparti’ la vita amministrativa dell’università. La Città guidata da Massimo Cialente aveva i suoi problemi e quindi a loro non potevamo chiedere nulla . Feci una battaglia dura, insieme con il nostro conterraneo Gianni Letta , con la ministra Gelmini che,debbo riconoscerlo per onestà intellettuale ,dopo qualche resistenza che in alcuni casi ci impegnarono per nottate intere ad avere notevoli benefici dallo Stato come ad esempio l’esinero delle tasse universitarie che poi qualcuno che mi successe considero’ sbagliato anzi “immorale” . Grazie a quei contributi economici e all’esonero delle tasse la Città torno a riempirsi di quegli studenti che all’atto del terremoto erano andati via . Ora l’università ha ripreso tutto il suo vigore e questo era il mio sogno del 2009 . Un pensiero non può non andare agli studenti e ai cittadini morti , ma possiamo veramente dire che LA STORIA CI HA DATO RAGIONE .

Pier Paolo Visione : “Ci sono stato dopo 12 anni. Il 6 aprile 2009 era un piazzale con macerie di palazzi di 4 piani di cemento armato, costruiti negli anni ’60 e ’70, in pieno boom economico, incartati su se stessi e di morti. Prima del 6 aprile era un piazzale di utilitarie ammassate e nascondiglio per mal intenzionati. Ora in quel Parco a 200 metri da Piazza Duomo, in pieno centro storico, inizia il lavoro eterno di 309 nostri concittadini il cui nome è scritto su delle lastre di rame per allertare i residenti a stare attenti e a fare prevenzione costruttiva. In futuro speriamo di scrivere i nomi su della pietra come a New York ma per iniziare va bene. Se al prossimo terremoto superiore a 6 gradi della scala Richter la notizia non verrà neanche passata al Tg, come in Giappone, perché non ci sarà nessun morto in città, loro e noi cittadini responsabili, che abbiamo capito il loro messaggio, avremo fatto un ottimo lavoro. Lunga vita alle persone di buona volontà e buon lavoro ai nostri Martiri.

Maria Grazia Lopardi : “Dopo l’oscurità nasce il nuovo giorno .Ero a S. Maria di Collemaggio ai vespri del 5 aprile 2009, nella basilica di Celestino V, quella che ho contribuito a far conoscere con i miei scritti perché di una bellezza ultraterrena…Forse per altri non è così, ma per me che ne ho penetrato i segreti, che ne ho respirato l’atmosfera, varcando una soglia, entrando in una dimensione d’incanto…sì per me è così, magica, celeste, sacra come può esserlo solo un luogo in cui vi è Presenza di eternità… Era la domenica delle palme il 5 aprile e Gesù entrava trionfante a Gerusalemme, trionfo effimero come ogni gloria umana…Volgevo lo sguardo intorno nella mia basilica poco ascoltando il celebrante, molto assaporando la sottile atmosfera di un’aria vibrante eppure immobile…Gesù entrava a Gerusalemme e la mia città, dal nome del nobile uccello che si dice osi guardare fisso il sole, fu costruita, secondo lo storico Claudio Crispomonti, reiterando la pianta della Città Santa… Domenica delle palme…Gesù arriva a Gerusalemme per celebrare la Pasqua, parola che in ebraico vuol dire passaggio e che nel Cristianesimo diviene passaggio di Gesù dalla vita alla morte e poi dalla morte alla resurrezione per salire al Padre…Prendo la palma, simbolo d’eternità e, tornata a casa, la pongo sopra il letto al gancio del quadro con il Cristo pantocrate che con il compasso ordina il caos delle infinite possibilità…Con l’ingresso di Gesù a Gerusalemme inizia la settimana di passione preannuncio di resurrezione nell’ottavo giorno, vinta la morte, passaggio essa stessa, non sconfitta della vita ma trasformazione… Alle 3,32 (3+3+2=8) una impietosa gigantesca mano accartoccia con fermezza il fragile contesto in cui una intera comunità ha costruito il suo rifugio… L’epicentro è a 8 km. e 8, ancora l’8, il numero della spiritualizzazione come attestano i battisteri ottagonali dove si cancella il peccato originale con il recupero di una condizione paradisiaca dopo l’immersione nelle acque che disgregano le scorie per una purificazione … Alle 3 e 32, nel giorno di S. Celestino I, ad una profondità di 8,8 e 888 è la valenza numerica del nome di Gesù in greco, quella che si scorge sul labirinto nella basilica di Celestino…Pochi secondi e nulla è più come prima…Un boato ha preannunciato il sinistro fragore dei crolli e quel che è avvenuto ha raggiunto in immagini il mondo, ma soprattutto è stato registrato dalle anime dei miei concittadini, degli abitanti dei borghi dell’aquilano, di tutti coloro che hanno vissuto il sisma del 2009 che indicherà un anno ed un epoca come quelli che nei secoli hanno scandito la storia di questa terra così vibrante e così bella, circondata dai monti, sotto un cielo limpido come è difficile scorgerlo altrove. La illusoria sicurezza umana viene travolta da una irreale tragedia, dove solo il dolore è vero, mentre si fatica a credere a quel che pure i sensi registrano…Si attende il risveglio che ponga fine all’incubo… La settimana di passione del Cristo viene condivisa dalla Gerusalemme d’Occidente, martoriata nella pietra delle sue mura cariche di storia e nell’anima ferita della sua gente…La morte del figlio di Dio è accompagnata da un terremoto, raccontano il Vangeli, ed un terremoto ha devastato una città sacra, il cui nome in greco, Aetòs, ha stessa valenza numerica di Spirito, Pneuma, per cui sono equivalenti ed in effetti l’aquila in tutte le tradizioni è simbolo solare di potenza, saggezza, conoscenza… Ho già scritto tutto questo e con una strana emozione avverto il dolore mescolarsi ad un senso di riconoscenza perché mi è dato di cogliere un messaggio di speranza, di trasmutare la sorda, continua sofferenza in attenta attesa del segno della rinascita… Passano i giorni e con l’anima congelata entro fugacemente a Collemaggio, la mia basilica lì dove ho colto le tracce di antichi insegnamenti iniziatici, di cavalieri dal cuore puro alla cerca del senso della vita … nella successione di simboli geometrici presenti nel meraviglioso pavimento trecentesco ho letto un percorso che conduce dalla terra al cielo, dalla materia allo Spirito e la vibrante atmosfera che dona pace che vi si respira ne fa un luogo dove cielo e terra si incontrano- così avevo scritto nei miei libri… La cupola del transetto è ora crollata, i massicci pilastri sono precipitati a terra ed una porta si è aperta tra cielo e terra, in un abbraccio visibile perché gli occhi colgono un pezzo di volta celeste oltre le macerie della cupola abbattuta che nascondono il pavimento… Quasi 800 anni fa, il futuro Celestino, di ritorno dal concilio di Lione del 1274 dove aveva incontrato il Gran Maestro dei Templari Guglielmo de Beaujeu, cugino di Carlo d’Angiò e già Gran Precettore della provincia Apulia (Puglia), fermandosi in questa altura alla periferia della città in costruzione, aveva sognato la Vergine che gli aveva chiesto di edificare una chiesa in onore della Regina del Cielo… In un tempo relativamente breve era sorta S. Maria di Collemaggio, consacrata nel 1288, teatro nel 1294 dell’incoronazione papale di Celestino che l’aveva inserita, all’Aquila, la Gerusalemme d’Occidente, nel frequentato circuito dei pellegrinaggi medievali, la cui meta è la salvezza dell’anima… Celestino papa nel giorno della sua intronizzazione istituisce la Perdonanza, il primo Giubileo della storia cristiana e come condizione per il perdono richiede che i fedeli entrino nella sua chiesa, consapevoli dei loro nodi interiori, pacificati con se stessi ed il prossimo… Entrare in Collemaggio dove si celebra Maria Assunta, il cui corpo spiritualizzato assurge in cielo, cambia frequenza coerentemente con il messaggio di trasmutazione alchemica suggerito dal pavimento bicromo e come ricorda un affresco in corrispondenza del tratto di pavimento dove stelle ad 8 punte indicano il processo di spiritualizzazione… Al popolo di Dio si chiede di entrare nello spazio sacro della costruzione perché possa realizzare la profezia dell’Età dello Spirito del calabrese Gioacchino da Fiore con l’illuminazione delle coscienze, profezia che Celestino ben conosceva diffusa come un soffio portatore di speranza nel secolo che lo ha visto tra i protagonisti della storia…Celestino volle gli uomini di fede a Collemaggio dove cielo e terra si incontrano in un ripristino della condizione paradisiaca, a vivere il passaggio di una trasformazione, una morte ed una resurrezione, ciò che i simboli disseminati da antichi sapienti mi avevano suggerito…Ora la porta si è aperta ed il cielo irradia sulle macerie di una volta crollata, di un vecchio cielo che si è accartocciato per permettere il manifestarsi di un nuovo cielo ed una nuova terra, mentre i pilastri del tempio, i pilastri del cielo sono abbattuti, simbolo della fine di un ciclo cosmico perché un nuovo ciclo abbia inizio… Il sole che al Solstizio d’estate ed all’Assunta penetrando attraverso i rosoni lascia messaggi infuocati, giochi luminosi che rompono l’oscurità che avvolge lo spazio sacro, mi aveva già preannunciato una nuova creazione, allorché la luce-verbo colpisce le acque primordiali del labirinto in un rito di riedificazione del creato, nonché l’assunzione quando irrompe all’interno della basilica rendendo evanescente la pietra delle pareti, simbolo straordinario del processo di trasmutazione della materia, come il corpo di Maria che, spiritualizzato assurge in cielo. Forse è la mia ragione che cerca un senso alla tragedia? Forse è la mia anima che aspira ad un balsamo che ne attenui ferite, o forse vi è un piano dello Spirito di cui la terra che trema con violenza alle 3 e 32, indica il momento del compimento? Dopo la morte segue la rinascita…Può esservi una luce straordinaria dietro la tragedia, il lutto, il dolore…Il numero magico della mia città è il 99 come ricorda la fontana delle 99 cannelle nel borgo della Rivera…Qualcuno mi richiama l’attenzione sulla sura 99 del Corano, la più breve del testo sacro islamico, intitolata… “Il terremoto”, che così recita:

  • Nel nome di Dio clemente, misericordioso.
  • Quando la terra verrà scossa violentemente
  • Quando la terra avrà rigettato i suoi fardelli
  • E l’uomo dirà: “che cos’ha mai?”
  • In quel giorno racconterà le sue storie. Il Signore gliele rivelerà.
  • In quel giorno gli uomini si avanzeranno a gruppi perché siano mostrate le opere loro; allora chi avrà fatto un atomo di bene lo vedrà, chi avrà fatto un atomo di male, lo vedrà.

E’ il momento del giudizio, senza alcun giudice esterno perché ogni anima, nell’età dello Spirito, seguirà la sua frequenza per un nuovo cielo ed una nuova terra…Così mi rivela Collemaggio con il suo squarcio, mentre la mia città ferita mi colma il cuore di amore e di speranza che, quale fenice, tornerà a volare ed a guardare fisso il sole. Un’intera città sta vivendo il suo travaglio ed ogni cittadino è cellula del nobile simbolo dello Spirito che sperimenta se stesso nella tragedia, ma è anche parte dell’umanità che soffre e sceglie il suo destino… Da una parte ci sono paura e rancore che chiudono alla vita, dall’altra fiducia e riconoscenza per l’ondata di generosità ed amore che pure la tragedia ha messo in moto con la moltitudine di volontari dalle molteplici cadenze dialettali a rappresentare l’Italia intera, la nuova coscienza dell’Italia, forse quella dell’Età dello Spirito, della fraternità senza confini. La luce torna a risorgere all’alba di un nuovo giorno, mentre la basilica di Celestino, ultimo astrolabio, mi richiama un altro straordinario messaggio solare, nel momento del tramonto, quando, sempre all’Assunta, il 15 agosto, il rosone centrale proietta un cerchio di luce che si attenua per un istante mostrando la trama merlettata del rosone, la matrice da cui tutto origina ed in cui tutto torna…Poi è l’oscurità del tramonto in attesa che dalla finestra absidale già illuminata dal sole di agosto, nel mattino del solstizio d’inverno sorgerà il nuovo sole…Commossa e grata guardo oltre le macerie e penso ai nostri morti che vivono nella luce del nuovo giorno.

E Barbara Vaccarelli scrive: “Finalmente volge al termine questo giorno di strazio, di memoria e di dolore per le vittime del terremoto aquilano. Oggi si fa ancora piu duro lo strazio delle vittime di questa emergenza planetaria che ci sta perseguitando da un anno – non mi fido affatto delle emergenze, soprattutto quando sembrano “efficienti”. E nel mentre di una emergenza e l’altra un mese fa Enrico e io, abbiamo lasciato la nostra Ka. Le abbiamo voluto tanto bene e lei ci ha sempre ricambiato.Ha “tenuto botta” 12 anni fa, la mattina del 6 aprile 2009 l’ho ritrovata invasa dai mattoni crollati dalle pareti del garage e dunque “sembrava” tanto malandata. Con vetri nuovi e tanta voglia di riscatto ci ha accompagnato fino a un mese fa.Enrico ha imparato a guidare con lei e io a fidarmi di loro. Vi sembrerà strano che io scriva della Ka, ma non sopporto per niente la retorica e le vetrine… Finalmente è finito questo giorno di strazio.

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”. Scrive  Josè Saramago.Una memoria che però secondo Lia Guiancristoforo  che si richiama a  Margaret Mead deve  avere dalla sua parte per essere tale principalmente  la cura, ossia quella forma di  accompagnamento dell’altro all’interno di una malattia, di un  accadimento avverso, di un  rovescio  finanziario, di un  momento psicologico di grande tristezza,che è il solo modo di approdare al futuro passando per il presente e tenendo quindi sempre presente il passato. Contro  la cinica avidità e l’egoismo . Così Lia Giuancristoforo riassume tutto questo :  “All’Aquila, nel 2009, mentre si scava a mani nude per salvare vite, qualcuno ride e festeggia, pensando agli affari. Secondo l’antropologa Margaret Mead, la prima forma di civiltà non va vista nell’invenzione più vantaggiosa, ma piuttosto nelle testimonianze di cura per gli altri. Il reperto archeologico di una persona che è sopravvissuta con un osso rotto prova che questa persona è stata soccorsa, nutrita, confortata. Avidità, cinismo e individualismo attaccano quotidianamente l’attenzione, l’empatia e la cura per gli altri. Eppure, la ‘prima forma di civiltà’, come una fiaccola olimpica, pur cadendo nel vuoto o spenta dal vento, ancora arde e resiste, trasmettendosi tra le persone.”

Che non è una conclusione e l’avvio  di un nuovo cammino, la ripartenza per una città nuova, una terra nuova.

Nota . I testi riportati sono stati tratti dai profili facebook delle persone citate .Di altri ricordi , sensazioni, racconti, memorie, testimonianze sul 6 aprile  ci ripromettiamo di riferire  sperando di fare cosa grata ai lettori ma anche utile per  far vivere quel dibattito sulla città che è  percorso  irrinunciabile per definirne il nuovo volto .

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