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NATURA, TECNOLOGIA, ANTROPOLOGIA E POLITICA COME SENSO DI RELAZIONE-DOTT.SSA MONIA CIMINARI

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Redazione- In questo periodo di pandemia siamo intrisi di tecnologia che è sì, più che mai utile, ma è anche fonte di tensione e di paura perché, a volte, avvertiamo come se mancasse un parametro di un controllo. C’è qualcosa di più da analizzare. La tecnologia è lo specchietto per le allodole di ciò che vorremmo essere. Ci sono più ristretti gruppi di potere ai quali la tecnica consegna un grande dominio che se ne possono servire per accrescere. Non sappiano quale sia il vero fine di questa concentrazione di potere. Il vero deficit dell’umanità non è tecnico, ma intimistico che si concentra nell’uso adeguato di quell’energia libera che è dentro di noi, che ci fa essere imprevedibili, creativi, caotici, artistici, indisciplinati, alla ricerca di qualcosa che ci faccia sentire superiori.

La democrazia è una ricerca, una spaziatura che tiene insieme differenze.

Hanna Arendt  in Vita Activa nel 1958 considera quella capacità umana in cui

le parole danno una dimensione di senso affinché la politica possa oggi più che mai essere comunicazione. Le parole possono disconoscere e ferire come invece possono farci stare bene tracciando dei confini. L’importante è saper distinguere, fare quello sforzo di delimitazione necessaria.

Hanna ricorda la tragicità dei periodi del Nazismo e Totalitarismo, quando tutto era buio, ecco perché è bene fare sempre un passo indietro per andare avanti e vedere la luce. Ricordo a questo proposito la poetessa, giornalista ungherese Edith Bruck di origine ebraica deportata e sopravvissuta ai campi di sterminio. Il 24 ottobre del 2019 l’Università di Macerata le ha conferito la laurea Honoris Causa in Filosofia classica e moderna. Nel corso di un’intervista la scrittrice ha avuto modo di parlare di quegli sporadici ritagli di luce che hanno illuminato la permanenza nel campo di sterminio in cui era imprigionata. Tra questi un soldato ad Auschwitz dove era appena arrivata, aggrappata alle vesti di sua madre, con uno strattone la separa dalla stessa destinandola ai campi di lavoro invece che ad un’imminente morte nei forni crematori. Un altro ufficiale tedesco nei pressi della cucina, inspiegabilmente, le regala delle marmellate per addolcire l’amarezza che la circondava. Mentre un altro militare tedesco evitando di chiamarla con il numero di matricola, le chiede il suo nome. Dunque l’importanza delle parole che concentrano, ciò che il pensiero mette in movimento.

Ci sono possibili confini mobili tra politico e politica. La politica diventa uno strumento di relazione, fatto per poter governare, raggiungere dei risultati e, nello stesso tempo, saper pensare per concetti.

‘I nazisti nella loro opera di sterminio hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza..(..).. li hanno isolati dal mondo dei vivi, ammassandoli nei ghetti e nei lager e ancor prima di azionare le camere a gas li hanno offerti al mondo, facendo constatare che nessuno li voleva’. Da qui, dalla privazione dei diritti umani, sottolinea con evidenza la Arendt, nelle sue considerazioni sul totalitarismo, deriva la perdita di senso di comunità che garantisca qualsiasi diritto.

Direttamente o indirettamente la politica permea la nostra vita nella sua sfera formale e informale. Formale, in quanto azione di diritto pubblico, governativa e costituzionale. Informale è la politica che si trova ovunque in ambito domestico. La politica è così intesa come un insieme di pratiche istituzionali e sociali collocate socialmente e territorialmente.

E’ un concetto vicino, ma anche molto lontano che si sviluppa tra conflitti e tensioni.

In Vita Activa ci sono approcci, cornici interpretative entro le quali, il fare politica e l’esistenza stessa si realizzano.

L’Azione politica dovrebbe essere capace di relazioni politiche e di dare risposte e azioni politiche di senso perché ognuno è e possa continuare ad essere unico e differente.

Tutto quello che il totalitarismo ha cancellato lo declina in un alone.

Il concetto di politica che la Arendt intende proporci è connesso con le idee della umana libertà e spontaneità che devono poter disporre di uno spazio di diffusione, ovvero di un luogo per la politica che sia dunque ben al di sopra del concetto corrente e alquanto burocratico di una sfera politica volta unicamente a organizzare e assicurare la vita degli uomini.

Oggi, riprendendo la Arendt, la politica, se vuole conservarsi libera e umana dovrebbe ricordare e rievocare il proprio senso vero. La sciagura della politica nel ventesimo secolo non deriva soltanto dalla comparsa di terribili regimi totalitari, i quali hanno portato alla totale estinzione della libertà come segno distintivo del politico, ma anche dal fatto che tale fenomeno ha comportato, pure per i sistemi politici che pretendono di essere liberali, il rischio di essere contagiati dal bacillo totalitario. “Quando un principio di tale portata si affaccia sulla scena (…) è quasi impossibile limitarlo”. Per questo oggi non ci si può semplicemente accontentare della scomparsa storica di fascismo e comunismo, ma occorre mantenere la consapevolezza che la limitazione della libertà e la repressione della spontaneità umana e la corruzione del potere attraverso la violenza, sono una costante minaccia anche per la politica dei sistemi cosiddetti liberali. Incapacità di fare un passo indietro, per un altro passo avanti.

Tutto quello che il totalitarismo ha cancellato, annientando le differenze in un alone che omogenizza, a volte, ci impedisce ancora oggi di riflettere per fare un passo avanti dopo averne fatto uno indietro.

Ognuno di noi e unico e irripetibile, questo è il bello della politica. Noi esprimiamo parole e azioni e così la nostra vita biologica acquista significato politico. Il significato nell’intessere relazioni nel dare senso all’esistenza. La Arendt ritorna molto indietro per recuperare un senso, in cui parole, cose, azioni acquistano una loro dimensione per farci capire chi siamo. Nel gesto politico c’è spontaneità invece il totalitarismo cercava di bloccare, standardizzare renderci tutti uguali.

Nel non essere replicabile nell’azione imprevedibile c’è l’antropologia della politica ovvero la Politica come relazione nell’agire di concerto da cui il tavolo politico come banco che unisce le persone e nello stesso tempo le distanzia. Hanna Arendt ribadisce che nei regimi c’è condizionamento, concentramento e poca superficie per gli spazi del reale, ideale ed esistenziale.

Quest’anno molte attività sono state ridotte, è stato tutto così artificiale, c’è stata poca possibilità di relazione umane tranne quella virtuale sul web, telefono o radio, ma non si può eludere la politica. Antonio Gramsci sosteneva di odiare gli indifferenti perché vivere vuol dire essere partigiani.

Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.

Bisognerebbe attingere al mondo antico, al concetto della Polis e al suo valore comunitario di libertà come diritto di prendere la parola ed esprimersi direttamente. La politica quindi come un cerchio, una spirale in cui ogni questione riguarda tutti.

Il ‘900 è stato denominato il secolo armato, il secondo dopoguerra ha cercato di attingere ad epoche passate per cercare esempi, punti di riferimento tra politica ed esperienza.

Nella Polis c’era la libertà politica di prendere direttamente la parola. Poi si è via, via abbondonata la sfera della casa domestica per quella pubblica dove la mia libertà finisce quando inizia quella dell’altro. C’è quindi il rispetto di una certa distanza e cura di questa distanza. La patois della distanza e di non voler occupare o violarla e il valore del rispetto e della rappresentanza.

Chi di noi non ha mai fatto politica attraverso:

-il prendere la parola;

-agire di concerto;

-fare comunità;

-partecipazione;

-senso di appartenenza politica all’Unione Europea; (o deficit di appartenenza politica all’UE).

Lo spirito di appartenenza si esprime attraverso pratiche simboliche.

La Filosofia politica ci permea a partire da Platone e Aristotele fino ad arrivare ad oggi.

Il mito della caverna è uno dei miti più noti della Repubblica di Platone contenuto nel settimo libro dell’opera scritta circa nel IV secolo A.C. La conoscenza è espressa come contemplazione delle idee del cuore, della mente e dell’anima. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, sono molto importanti in questo periodo in cui siamo con la mascherina e non ci possiamo vedere in viso. L’importanza degli occhi che esprimono ciò che sentiamo dentro, come tecnica di risanamento. L’essere umano e la politica che investe la psico-politica. La psiche umana agitata su tutti i fronti, adesso come non mai deve trovare conforto armonizzante. Coloro che sono educati a fare politica, alla ragione, i filosofi e quindi gli scienziati dovrebbero cercare di fare questo. Nell’unità della Caverna tra luci e ombre ci agganciamo al mondo in cui viviamo per andare oltre, per vedere altro.

C’è stato correntemente un dispendio di energie per definire il vaccino contro il virus, e il virus cambia si modifica, si prende gioco di noi. uindiQqQuindi nel buio la luce della scienza, s’intravvede il buio e la luce della politica un lavoro faticosissimo che non si ferma mai per guadagnare pezzetti di chiarore. Il Mito della caverna mette in rapporto l’ignoranza, l’indifferenza e lo sforzo di conquistare le luce. Le ombre ci sembrano oggetti veri, ma non lo sono ed ecco il percorso conoscitivo dei filosofi per la verità e attualmente degli scienziati e degli operatori sanitari in questa emergenza pandemica nella ricerca della verità di soluzioni al problema alla pandemia. Si staccano dal mondo sensibile per raggiungere le idee e il Bene e ritornare tra gli uomini per governare la città e il mondo nel modo migliore. Io non so se questa pandemia sia stata l’accidentale salto del pipistrello o sia stata creata a tavolino da alcuni potenti che incondizionatamente manovrano il mondo. Non lo so e non vorrei nemmeno sapere, ma come madre e operatore sanitario in prima linea che ho vissuto e sto vivendo fisicamente e psicologicamente a partire da marzo dell’anno scorso questa guerra, ritengo utile vaccinarsi come ho fatto appena possibile, usando tutte le precauzioni per collaborare e affidarsi, a questo punto, a chi ne sa più di noi. Quindi ritornare indietro per andare avanti, rischiarire le idee e farsi coraggio. Nella questione prometeica del libro ‘l’uomo è antiquato’ di Anders si parla anche di questo. La non sincronicità tra l’uomo e i suoi prodotti meccanici e oserei dire chimico-biologici, che sempre più nuovi ed efficienti lo oltrepassano facendo sì che egli si senta antiquato e che, a volte, possono anche sfuggirgli di mano. Da qui una rivalità, una gara dell’uomo con le sue invenzioni attraverso anche tecniche di persuasione che ci rendono spesso irreali, passivi e incapaci di comportarci liberamente per attuare una

 

politica vera e autentica come senso di appartenenza e di relazione.

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