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IL VESTITO COME CODICE DI RELAZIONI

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Redazione- In una recente puntata della trasmissione  “ Di Martedì “ su La 7  condotto da Giovanni Floris, la scrittrice Michela Murgia nel  dare un suo giudizio su comunicazione e informazione sulla campagna di vaccinazione  ha stigmatizzato alcune  frasi  in “termini bellici “  del generale  degli alpini  ed esperto di logistica Francesco Maria  Figliuolo  in merito  alla necessità di procedere  speditamente alla somministrazione di dosi di vaccini per fasce di età a cominciare dagli anziani  over ottanta e dalle persone fragili .

La domanda di Floris era sul linguaggio bellico di Figliuolo. La risposta della Murgia conteneva questa frase, con cui la rete televisiva ha intitolato il filmato che si può vedere in play : «A me personalmente spaventa avere un commissario che gira in divisa».Estesamente Murgia diceva  : “”Io gli unici uomini che ho visto in divisa davanti alle telecamere, che non fossero le forze dell’ordine durante un arresto importante, sono i dittatori. Quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre, non mi sento più al sicuro. Non sono sicura che la categoria bellica sia la categoria con cui si può responsabilizzare un paese. Ci spaventa di più”.Una opinione che poi la Murgia ha continuato ad articolare e chiarire in una intervista su La Stampa  così:” Chiariamo: non volevo assolutamente essere provocatoria. Floris mi ha chiesto di interpretare semiologicamente le frasi del generale. E io ho semplicemente detto che era un linguaggio da guerra. Che quel linguaggio non mi rasserena. E che affidare le vaccinazioni a un generale che veste la divisa è un forte atto simbolico”.Concludendo l’intervista con una affermazione : “io rispetto i soldati. Danno lustro all’Italia nelle missioni all’estero e un contributo essenziale nelle emergenze di protezione civile. Ma io ho sollevato una questione che mi pare persino ovvia e mi stupisco dello stupore”.

Una “ questione persino ovvia “ ,come la definisce la stessa Murgia al termine di una lunga argomentata spiegazione o chiarificazione che dir si voglia, che però ha scatenato  una reazione a catena sia sui giornali della carta stampata  che su quelli  on line, senza parlare poi dei social .Qualcuno afferma che probabilmente  in una situazione in cui anziani e fragili sono rimasti  senza tutela,  mentre categorie “privilegiate” ( tra virgolette ) invece sono  già messe al sicuro, secondo scelte discrezionali delle regioni che hanno così  dato vita ad una vaccinazione a “macchia di leopardo “ il piglio  militaresco forse  non ci sta male e non ci sta male nemmeno la spinta ad  una cavalcata .Per evitare un  paese dalla forte impronata preunitaria  o una riesumazione  dei regni con una preminenza di quello borbonico . Mentre altri accusano la Murgia di offendere le forze armate e comunque di  avere poco rispetto per lo stesso Figliuolo. Probabilmente  se il Governo è arrivato al passaggio decisivo: far decollare l’operazione salvezza  con un cambio di passo  anche il linguaggio e la comunicazione si  sono adeguati.

Ma torniamo alla polemica sulla divisa ,quella che sembra aver  prodotto una valanga di rimproveri alla Murgia  che  secondo    Guia Soncini  come scrive nella rubrica l’Avvelenata su Inkiesta.it   : “  è la figura pubblica più insolentita in privato e meno contraddetta in pubblico d’Italia. Con l’energia che giornaliste e scrittrici investono nel dire che la Murgia è il male si potrebbe illuminare la Lombardia. Tuttavia nessuno (o comunque: pochi), in pubblico, le dice mai anche solo «ma cosa diavolo stai dicendo».” Picchia, durissimo Guia Soncini che si riferisce però ad una affermazione della Murgia  durante una puntata  di Otto e mezzo sempre su La7 condotto da Lilli Gruber  in cui  riferendosi  al generale Francesco o Figliuolo, Murgia ha affermato “solo i dittatori girano con le divise”. “Le persone in divisa mi fanno paura”, ha aggiunto la scrittrice dal cuore rosso.   E nel suo pezzo, la Soncini parte da una premessa durissima.  Anche se in verità durante quella puntata la giornalista Maria Sattanino ebbe a dissentire con la Murgia dicendo che  lei era figlia di militari e che  quindi non aveva alcuna  remora ne preclusione  per chi va in giro con la divisa .Lo stesso Beppe Severgnini  in un’altra puntata sempre di Otto e mezzo,  riferendosi  appunto al linguaggio del generale Figliuolo,  ha ricordato che questo generale è un generale degli alpini , uomini che in divisa si sono da sempre prodigati  in favore delle popolazioni nei momenti più difficili  della vita  del paese  tra cui  frane, alluvioni, disastri . Fino a vedere le penne nere costruire alloggi  e strutture comunitarie per i terremotati  tanto da rimanere, insieme alla figura dei vigili del fuoco, per sempre nel cuore della gente  che loro dimostra non solo  gratitudine ma anche affetto.

“Premesso che Michela Murgia fa bene ad esprimere le sue opinioni perché gli intellettuali sono la coscienza critica di un Paese e il suo ragionamento sull’utilizzo del linguaggio è un’utile riflessione, non concordo con alcune sue affermazioni di merito. Il generale Figliuolo è stato nominato commissario straordinario per l’emergenza Covid19, ma permane nel suo incarico di comandante della logistica dell’Esercito proprio per mettere questa organizzazione al servizio della più grande campagna vaccinale della storia. Era utile farlo proprio per l’eccezionalità della situazione. Continua dunque ad usare la divisa perché svolge questo compito in quanto esponente delle Forze Armate, così come la usano i membri della Protezione civile e della Croce Rossa. La politica, quindi, non ha abdicato al proprio ruolo, ma ha fatto una scelta specifica: affidare la logistica dell’operazione a chi ne ha, per formazione e organizzazione, le massime competenze”. Lo scrive su Facebook la senatrice del Pd Roberta Pinotti, presidente della commissione Difesa.”I militari -prosegue- mettono a punto le capacità logistiche per la loro missione, ma è giusto e utile che in un momento di massima emergenza per il Paese questa loro competenza sia a servizio degli obiettivi dello Stato e di tutti i cittadini, in primis portare a compimento il piano vaccinale nazionale. Non vedo il vulnus, né la militarizzazione. Ognuno deve contribuire, facendo la sua parte e mettendo a disposizione le proprie competenze per il grande obiettivo comune: vaccinare tutti. Medici e operatori sanitari, volontari, Forze Armate, amministratori regionali e locali: tutta la grande squadra dello Stato che gioca insieme per battere la pandemia”.

Abbiamo  riferito questa lunga polemica non perché particolarmente interessante o comunque  decisiva  nel mainstream  delle opinioni  sul particolare periodo che stiamo vivendo, in cui sembra che l’argomento Covid  19  e i temi correlati tra cui appunto la campagna vaccinale ,abbia preso il sopravvento  ma perché  utile ad introdurre una riflessione sul tema  “l’abito non fa il monaco” per metterla  con la saggezza popolare.

Più in generale per rispondere ad alcune domande come : Che tipo di relazione ho con il mio corpo e con il mio modo di vestire? Che tipo di abito è “giusto” per Me? Qual’è il concetto di moda per me? L’abito fa il monaco?… oppure l’abito non fa il monaco? Per dire in definitiva  che il Vestire è  uno dei molti Linguaggi con cui si comunica al mondo qualcosa di noi. Abbigliamento come messaggio di appartenenza ad un preciso status sociale?

Il vestito è un universo di parole e pensieri, molto interessante da esplorare per  scoprire come ci si relaziona con esso e con la propria immagine. Per studiare il comportamento sociale umano sono stati fatti molti studi a cominciare da quelli storici che evidenziano il peso dell’abbigliamento  nei fenomeni sociali tenendo conto che altre discipline si sono comunque interessate a questo argomento .

Scrive Marinella Calzone su Imore.it : “  Vestirsi, portare un capo di abbigliamento, scegliere un determinato stile, diventa sul corpo un linguaggio; la prima espressione di sé del soggetto che l’indossa, e anche la prima che l’interlocutore percepisce; il più immediato, anche se superficiale, “attacco” –come per una sinfonia- di una relazione interpersonale che si svolgerà poi secondo altre percezioni ed intendimenti più ampi e profondi di quelli che l’abito da solo può raggiungere. Perché in fondo, anche se dobbiamo assegnargli una certa importanza -ed è ciò che tenteremo di fare con le nostre osservazioni-, il linguaggio dell’abito, quelle “parole” che può comunicare del soggetto, è un balbettio a confronto della ricchezza che le relazioni personali possono costruire ed esprimere. L’abito permette al corpo e quindi alla persona di “vivere”, “possedere” uno spazio. Intendiamo con ciò uno spazio sociale, anche se spesso si tratta di uno  spazio fisico con significato sociale, luogo dove si intrecciano relazioni. L’abito ci rappresenta in società, dice qualcosa della nostra identità e cultura, ma è anche un biglietto di presentazione che legittima la presenza in quello specifico spazio sociale.
Quando la moda -o altre motivazioni- spogliano il corpo, lo disumanizzano, lo rendono in certo modo impersonale, lo riducono a semplice manifestazione dell’appartenenza sessuale, sulla base della quale non è possibile stabilire una relazione personale significativa che risponda alla capacità dell’individuo di esprimersi secondo le sue possibilità sociali, culturali e secondo la sua dignità: esprimersi cioè per mezzo di quel linguaggio sociale, ricco di gesti e di espressioni che coinvolge tutta la persona, al quale comunque appartiene anche il vestirsi. “  (  )Deal punto di vista psicologico continua la Calzone : “Ci sono comunque altre osservazioni da fare. L’abito è un modo di “vivere”, di “possedere” il corpo, di caricarlo di significato. Il corpo nudo, in quanto tale, di per sé non ha significati, non parla, non è in grado di comunicare nulla della persona, a meno di utilizzarlo come superficie su cui scrivere la propria identità, un modo per raccontarsi e raccontare il proprio stile di vita. I tatuaggi più o meno permanenti hanno questa funzione. Nelle società primitive esprimevano qualcosa della identità e della dignità della persona, poi sono stati utilizzati come strumenti di identificazione o di comunicazione di appartenenza a determinati ambienti -per esempio per i galeotti o seguaci di sette segrete-; in alcune epoche persino i cristiani hanno utilizzato i tatuaggi di segni religiosi per dichiarare la propria fede. Negli anni sessanta–settanta, quando è esplosa la moda del tatuaggio, potevano indicare l’appartenenza ad una sottocultura, per esempio gli hippy. Oggi hanno perso i significati legati alle appartenenze o all’identità della persona; sono pura moda, una funzione estetica, a imitazione degli artistici tatuaggi temporanei all’henné sulle mani e sui piedi in uso nelle popolazioni indù e nord-africane.” (1)

E appunto  come già dicevamo solo  per allargare il discorso citiamo Abbagnanno : “la Moda investe tutti i fenomeni culturali e anche quelli filosofici. Mode sono state nell’età  moderna   il   cristianesimo,   l’illuminismo,   il   newtonismo,   il   darwinismo,   il   positivismo, l’idealismo,   il   neoidealismo,   il   pragmatismo,   ecc.:   tutte   dottrine   che   hanno   avuto un’importanza   decisiva   nella   storia   della   cultura.   D’altronde   sono   state   Mode   anche movimenti culturali che poca o nessuna traccia hanno lasciato. Si può dire che la funzione della   Moda   è   quella   di   inserire   negli   atteggiamenti   istituzionali   di   un   gruppo,  o   più   in particolare nelle sue credenze, per  mezzo di una rapida  comunicazione e assimilazione, atteggiamenti o credenze nuove che, senza la Moda, dovrebbero combattere a lungo per sopravvivere e farsi valere. Questa funzione specifica per la quale la Moda agisce come un controllo che limita o indebolisce i controlli della tradizione rende inutile ogni esaltazione e ogni disdegno nei confronti della moda”  (2 )

Anche se il discorso della moda esula un po’ dal  tema di fondo di questa riflessione. Perche vogliamo parlare del vestito ,secondo quando dice Barthes, che, è come il linguaggio per Saussure: una massa eteroclita al cui interno è possibile trovare di tutto; aspetti fisici, tecnologici, economici, estetici, psicologici, sociologici, ecc., studiati ognuno dalla rispettiva disciplina. Questa massa eteroclita non deve essere però diluita nei vari punti di vista disciplinari che possono esaminarla, per poi sparire come oggetto unitario. Il vestito – come la lingua saussuriana –può invece trovare un punto di vista interno attraverso cui descriverne, per così dire, lo specifico . ( 3)

Anche se : “Le   nostre   identità   sociali   sono   di   rado   quegli   amalgama   stabili   che   riteniamo   siano.

Stimolate dal cambiamento sociale e tecnologico, dalle diminuzioni biologiche del ciclo vitale, da visioni utopistiche e occasioni di disastro, le nostre identità sono sempre in fermento   e   provocano   dentro   di   noi   numerosi   conflitti,   paradossi,   ambivalenze   e contraddizioni. È di queste instabilità di identità collettivamente sperimentate e talvolta storicamente ricorrenti che la moda si nutre. (4 )

Dobbiamo dunque  ricordare  la mostra  “Uniform” di qualche tempo fa , a cura di Urs Stahel, che  si articola in due parti: un corpus di immagini di 44 fotografi che racconta l’evoluzione dell’uniforme nel mondo del lavoro, dagli inizi del Novecento a oggi, e un progetto monografico dell’artista Walead Beshty, che realizza centinaia di ritratti fotografici a persone appartenenti al sistema dell’arte, per le quali l’abbigliamento è un codice distintivo di anti-uniforme.  Il prego di questa mostra sta nell’offrire  un  progetto espositivo  che intende stimolare una riflessione ( che è in definitiva quello che  qui ci interessa ) sul rapporto tra “essere e apparire”, sulla relazione tra ciò che siamo e ciò che mostriamo e su come l’uniforme, determinata dal contesto sociale e culturale, condizioni la percezione che il soggetto ha di sé, dentro e fuori dal proprio ambito professionale. Le parole utilizzate nella lingua italiana per indicare gli abiti da lavoro, ‘uniforme’ e ‘divisa’, hanno significati contrastanti: la prima indica un’uniformità, un’appartenenza di gruppo senza differenze, la seconda rimarca una separazione categorica e gerarchica.
Dall’omologazione all’identità individuale, le uniformi     (5)  comunicano informazioni di rango, posizione, appartenenza e autorevolezza, combinando qualità funzionali e formali e diventando nel tempo un riferimento, non sempre celato, per la moda e la produzione dell’abbigliamento di massa.

La mostra ,oltre 600 ritratti di uomini e donne  in abiti da lavoro ,al Mast di Bologna esposta dal febbraio al 3 maggio 2020 , in cui  44 fotografi hanno affrontato il tema dell’identità,esplorava   quello speciale codice  di relazioni che passa attraverso  il vestire. Perché tutti indossiamo una divisa anche quando  pensiamo di non averla.

“In rassegna , racconta Giuseppe Matarazzo martedì 28 gennaio 2020 su  L’Avvenire , i lavoratori di Walker Evans, il pescivendolo di Irvin Penn, i minatori di Song Chao ma anche l’operaia Fiat di Paola Agosti, le suore e i monaci di Timm Rauters, l’addetto della Safety Boss Company durante una pausa in Kuwait di Sebastião Salgado, i ritratti di Angela Merkel (19912008) di Herinde Koelbl fino alle indagini più contemporanee e complesse sui giovani di oggi di Barbara Davatz, e la lunga carrellata di ritratti industriali – nello spazio monografico – di Walead Beshty: 354 immagini (troppe forse per poterne cogliere tutte le sfumature) di persone con cui il fotografo ha lavorato – per lo più artisti, collezionisti, curatori, stampatori – per le quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.”

“Uniform” racconta così come la moda si lega al lavoro. «In lingua italiana esistono due parole, “uniforme” e “divisa” – sottolinea il curatore della mostra e della collezione Mast, Urs Stahel –. La prima mette in rilievo l’aspetto unificante, la seconda una dimensione divisiva: termini che rivelano inclusione ed esclusione come due azioni collegate, apparentate. Uniformi militari e civili si sono sempre influenzate a vicenda. Entrambe possono trasmettere orgoglio e rispetto ma entrambe possono essere al tempo stesso un fardello».In Civilian Uniforms as Symbolic Communication (2017), Elisabeth Hackspiel-Mikosch e Stefan Haas, fanno notare infatti come le uniformi civili da una parte «segnalano l’appartenenza a una collettività, sia essa un’autorità statale, una corporazione o un ordine religioso, un’associazione civile o un’impresa privata», dall’altra «le uniformi possono anche escludere, tracciare linee divisorie, rendere visibili o addirittura intensificare i conflitti sociali». Per concludere: «Chi sa leggerne i segni trae informazioni di rango, posizione, ambito di competenza e responsabilità della persona che indossa l’uniforme». ( 6  )

Dunque divisa o uniforme .Ma possiamo parlare di  divisa  anche come armatura che in questo caso si rivela  a volte come una fragilità. Perché come racconta l’italianista  Alessandro  Giannei  la divisa sembra una armatura,come quella che ci portiamo dentro tante volte che di volta  in volta  ci protegge o   non ci permette di scappare quando vorremmo o che non riesce a  separarsi da noi o che se ne va per proprio conto. Una divisa che è però sempre personale. Come l’armatura  di Achille che Omero ci descrive nell’Iliade  , fatta forgiare da  Teti sua madre, nientedimeno da Vulcano  nella sua officina. Una  armatura fatta forgiare solo per Achille , per il suo titolare anche se le armature  e le divise  hanno spesso una vita propria   e un proprio destino.  Perché spesso  in una guerra le armature  portano chi le indossa  dove vogliono loro, alla vittoria  o alla peggiore sconfitta. Poi in tempo di pace non sembrano rassegnarsi alla obsolescenza. Così per le divise: ci portano  alla vittoria o alla  peggiore sconfitta. Perché come  chi ha letto “ Il cavaliere inesistente “ di Italo Calvino    sa , armatura e cavaliere non sono sempre la stessa persona  Un punto importantissimo che ci interessa in modo particolare .  Perché sempre a proposito di diversità  ,parlando dell’armatura di Achille  dobbiamo ricordare che quando  Quinto di Smirne e Virgilio nelle loro opere  la affidano al figlio  Neottolemo  perché la storia continui ,questa ( l’armatura )si rifiuta di lasciare il campo di battaglia.

Ecco il punto  armatura e cavaliere non sono sempre la stessa persona . Come divisa e uniforme non sono la stessa cosa con chi le indossa  e che l’uomo è sempre diverso  dall’abito sia esso  una divisa militare o di altro corpo  o associazione  ed ente  , una tonaca ecclesiastica , un colletto bianco ,una tuta da operaio, un camice bianco.

Il cinema, la letteratura,i cartoni animati  ci raccontano il rapporto  tra alcuni personaggi  e le loro divise come in “ Godzilla vs Kong “,”Pacific Kim”e “ Neon Genesis Evangelion” secondo  ipotesi positive e negative, fino a Ironman  che capisce che deve proteggere  il mondo non con la sua armatura  ma dalla sua armatura. Un diversificato arcipelago di opinioni , idee e condizioni che pure sempre ritornano a mettere in discussione  la divisa  e chi l’indossa  per la sua capacità di usarla in positivo e per il bene sia per la sua incapacità o peggio per la sua sottomissione  a qualcosa che appunto è capace di andare per conto suo trascinando ogni altra cosa  senza freni e senza rimedi .

Nel nostro caso però come dice Francesco Merlo nella sua rubrica di posta su La Repubblica  in un trafiletto dal titolo  ‘ La mimetica  e la democrazia’: “  Figliuolo non è un generale ministro come lo era Costa nei due governi Conte. E’ un generale con un compito da generale : organizzare il territorio  nella guerra contro il Covid. Con la divisa che lo rivela e lo impegna  si veste e non si traveste . Non si tucca da politico né da governatore .” Anche perché, continua  Francesco Merlo:” dobbiamo liberarci dei fantasmi : i militari in democrazia  non sono “ vogliamo i colonnelli” ma  “ arrivano i nostri” dopo terremoti,  attentati e catastrofi : nei pericoli e sulle strade le divise rassicurano  e proteggono E vale anche per carabinieri  e polizia. Quando vanno giudicati male  non è perché somigliano alla divisa che indossano .ma al contrario perché non le fanno onore”.

Ecco perché la costituzione repubblicana  all’art. 52  afferma esplicitamente  “ L’ordinamento  delle Forze armate  si informa allo spirito democratico  della Repubblica”. E anche perché in quella formula   “  il servizio militare è obbligatorio  nei limiti e nei modi stabiliti  dalla legge “ compreso  è compreso proprio quell’esercito di popolo attraverso la leva  obbligatoria  che è stata  ieri garanzia di democraticità e oggi  nel volontariato  e  come preparazione  per  svolgere attività in altri corpi dello stato che è altrettanto garanzia di democraticità così che le forze armate  sono un organismo statale  a rilevanza costituzionale.  I militari prestano giuramento con la seguente formula : “Giuro di essere fedele  alla Repubblica italiana , di osservarne la Costituzione  e le leggi e di adempiere  con disciplina ed onore  tutti i doveri  del mio stato  per la difesa della Patria e la salvaguardia  delle libere istituzioni . ( Art. 2 Legge  11 luglio 1978 n.382 in Gazz. Uff.  il 21 luglio  1978 n. 203).

E di conseguenza  secondo il Regolamento  per la disciplina delle uniformi  emanato dallo Stato Maggiore  della difesa, edizione  2019 : “durante l’espletamento  dei compiti del servizio …è obbligatorio l’uso della divisa ( Cap IV),” l’uso dell’abito civile  è consentito  fuiori dai luoghi militari  nelle licenze e nei permessi” ( Cap V), “ il militare comandato  in servizio isolato  al di fuori dell’ente di appartenenza ma in territorio nazionale , svolge il servizio in uniforme “ ( Cap. VI comma 1 ).

Per concludere  che secondo il diritto militare il generale Figliuolo, incaricato  di sopraintendere alla logistica della campagna vaccinale,mettendo quindi a disposizione non solo le sue competenze personali ma anche gli strumenti  del suo  ufficio ,   ha il diritto di tenere la divisa anzi il dovere.

( 1 ) https://www.imore.it/rivista/abito-e-corpo-un-dialogo-fondamentale/

Ma anche  http://www.imore.it/rivista/identita-personale-corpo-e-moda/

http://www.imore.it/rivista/sappi-prima-di-tutto-chi-sei-e-ornati-di-conseguenza/

(2  ) Nicola Abbagnano,  Dizionario di filosofia , UTET, Torino 1961, pp. 572-573

(3 )  Gianfranco Marrone,  Introduzione , in: Roland Barthes Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento , trad. it. di Lidia Lonzi e Gianfranco Marrone, Einaudi, Torino 2006, p. xvi.

( 4 ) Fred Davis,  Moda, cultura, identità, linguaggio  (1992), trad. it. di Fabrizio Macchia, Baskerville, Bologna  1993).

( 5 )   E’ richiesta l’autorizzazione per la fabbricazione di uniformi . Col predetto termine si intende il confezionamento di un qualsiasi indumento vestiario o capo di abbigliamento (giacche, pantaloni, pastrani e loro accessori, quali fregi e altri segni distintivi aventi la medesima funzione) destinate ad esclusivo uso delle forze di polizia sia d’ordinamento civile che militare e dei corpi e servizi di polizia municipale;  E’ richiesta l’autorizzazione anche per la detenzione per finalità lecite (riparazione, lavaggio, collezione etc) dei predetti indumenti accessori;  La licenza ex. art. 28 T.U.L.P.S. è ora altresì richiesta per la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione, la detenzione, la raccolta e la vendita di materiale di armamento destinati ai Corpi di Polizia, diversi dalle armi da fuoco e da quelli già disciplinati dal previgente art. 28 T.U.L.P.S.  e dalla L.09/07/90 n. 185 (quali ad esempio cannocchiali con visori notturni o/e puntamento laser da montare sulla canna di fucili per tiri di precisione), nonché dagli strumenti cosiddetti di “autodifesa” (ad esempio scudi e/o elmetti utilizzati dalle forze di polizia nei servizi d’ordine pubblico).

LEGISLAZIONI DI BASE   art. 28 del T.U.L.P.S. (R.D. 18/06/1931 n. 773); art. 33, 34, 35, 36, e 37 del regolamento al T.U.L.P.S. ( R.D. 06/05/1940 n. 365)

LEGISLAZIONE SPECIALE      27/12/1956 n. 1423 : misure di prevenzione per l’acquisto di armi e materie esplodenti;     02/10/1967 n. 985 : disposizioni per il controllo delle armi;       14/08/1974 n. 393: (d.m. 07/09/1974): imposta di fabbricazione sulle armi e sulle relative munizioni;       18/04/1975 n. 110 : norme integrative della disciplina per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi;       21/02/1990 n. 36 : nuove norme sulla detenzione delle armi, delle munizioni, degli esplosivi e dei congegni assimilati;       09/07/1990 n. 185 : nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito di materiale di armamento;    D.P.C.M. 23/02/1991 n. 94 : nuove norme per il controllo dell’esportazione, importazione e transito di materiali di armamento (Reg.);  d.m. 23/09/1991 esportazione, importazione e transito di materiale di armamento (elenco materiali);      21/02/2006 n. 49, art. 1 ter ;   Codice Penale: artt. 53, 435, 4997 ter, 585, 679, 680, 704, 995;

( 6  )  https://www.avvenire.it/agora/pagine/uniforme-labito-che-fa-il-lavoro

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