IL VESTITO COME CODICE DI RELAZIONI
Redazione- In una recente puntata della trasmissione “ Di Martedì “ su La 7 condotto da Giovanni Floris, la scrittrice Michela Murgia nel dare un suo giudizio su comunicazione e informazione sulla campagna di vaccinazione ha stigmatizzato alcune frasi in “termini bellici “ del generale degli alpini ed esperto di logistica Francesco Maria Figliuolo in merito alla necessità di procedere speditamente alla somministrazione di dosi di vaccini per fasce di età a cominciare dagli anziani over ottanta e dalle persone fragili .
La domanda di Floris era sul linguaggio bellico di Figliuolo. La risposta della Murgia conteneva questa frase, con cui la rete televisiva ha intitolato il filmato che si può vedere in play : «A me personalmente spaventa avere un commissario che gira in divisa».Estesamente Murgia diceva : “”Io gli unici uomini che ho visto in divisa davanti alle telecamere, che non fossero le forze dell’ordine durante un arresto importante, sono i dittatori. Quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre, non mi sento più al sicuro. Non sono sicura che la categoria bellica sia la categoria con cui si può responsabilizzare un paese. Ci spaventa di più”.Una opinione che poi la Murgia ha continuato ad articolare e chiarire in una intervista su La Stampa così:” Chiariamo: non volevo assolutamente essere provocatoria. Floris mi ha chiesto di interpretare semiologicamente le frasi del generale. E io ho semplicemente detto che era un linguaggio da guerra. Che quel linguaggio non mi rasserena. E che affidare le vaccinazioni a un generale che veste la divisa è un forte atto simbolico”.Concludendo l’intervista con una affermazione : “io rispetto i soldati. Danno lustro all’Italia nelle missioni all’estero e un contributo essenziale nelle emergenze di protezione civile. Ma io ho sollevato una questione che mi pare persino ovvia e mi stupisco dello stupore”.
Una “ questione persino ovvia “ ,come la definisce la stessa Murgia al termine di una lunga argomentata spiegazione o chiarificazione che dir si voglia, che però ha scatenato una reazione a catena sia sui giornali della carta stampata che su quelli on line, senza parlare poi dei social .Qualcuno afferma che probabilmente in una situazione in cui anziani e fragili sono rimasti senza tutela, mentre categorie “privilegiate” ( tra virgolette ) invece sono già messe al sicuro, secondo scelte discrezionali delle regioni che hanno così dato vita ad una vaccinazione a “macchia di leopardo “ il piglio militaresco forse non ci sta male e non ci sta male nemmeno la spinta ad una cavalcata .Per evitare un paese dalla forte impronata preunitaria o una riesumazione dei regni con una preminenza di quello borbonico . Mentre altri accusano la Murgia di offendere le forze armate e comunque di avere poco rispetto per lo stesso Figliuolo. Probabilmente se il Governo è arrivato al passaggio decisivo: far decollare l’operazione salvezza con un cambio di passo anche il linguaggio e la comunicazione si sono adeguati.
Ma torniamo alla polemica sulla divisa ,quella che sembra aver prodotto una valanga di rimproveri alla Murgia che secondo Guia Soncini come scrive nella rubrica l’Avvelenata su Inkiesta.it : “ è la figura pubblica più insolentita in privato e meno contraddetta in pubblico d’Italia. Con l’energia che giornaliste e scrittrici investono nel dire che la Murgia è il male si potrebbe illuminare la Lombardia. Tuttavia nessuno (o comunque: pochi), in pubblico, le dice mai anche solo «ma cosa diavolo stai dicendo».” Picchia, durissimo Guia Soncini che si riferisce però ad una affermazione della Murgia durante una puntata di Otto e mezzo sempre su La7 condotto da Lilli Gruber in cui riferendosi al generale Francesco o Figliuolo, Murgia ha affermato “solo i dittatori girano con le divise”. “Le persone in divisa mi fanno paura”, ha aggiunto la scrittrice dal cuore rosso. E nel suo pezzo, la Soncini parte da una premessa durissima. Anche se in verità durante quella puntata la giornalista Maria Sattanino ebbe a dissentire con la Murgia dicendo che lei era figlia di militari e che quindi non aveva alcuna remora ne preclusione per chi va in giro con la divisa .Lo stesso Beppe Severgnini in un’altra puntata sempre di Otto e mezzo, riferendosi appunto al linguaggio del generale Figliuolo, ha ricordato che questo generale è un generale degli alpini , uomini che in divisa si sono da sempre prodigati in favore delle popolazioni nei momenti più difficili della vita del paese tra cui frane, alluvioni, disastri . Fino a vedere le penne nere costruire alloggi e strutture comunitarie per i terremotati tanto da rimanere, insieme alla figura dei vigili del fuoco, per sempre nel cuore della gente che loro dimostra non solo gratitudine ma anche affetto.
“Premesso che Michela Murgia fa bene ad esprimere le sue opinioni perché gli intellettuali sono la coscienza critica di un Paese e il suo ragionamento sull’utilizzo del linguaggio è un’utile riflessione, non concordo con alcune sue affermazioni di merito. Il generale Figliuolo è stato nominato commissario straordinario per l’emergenza Covid19, ma permane nel suo incarico di comandante della logistica dell’Esercito proprio per mettere questa organizzazione al servizio della più grande campagna vaccinale della storia. Era utile farlo proprio per l’eccezionalità della situazione. Continua dunque ad usare la divisa perché svolge questo compito in quanto esponente delle Forze Armate, così come la usano i membri della Protezione civile e della Croce Rossa. La politica, quindi, non ha abdicato al proprio ruolo, ma ha fatto una scelta specifica: affidare la logistica dell’operazione a chi ne ha, per formazione e organizzazione, le massime competenze”. Lo scrive su Facebook la senatrice del Pd Roberta Pinotti, presidente della commissione Difesa.”I militari -prosegue- mettono a punto le capacità logistiche per la loro missione, ma è giusto e utile che in un momento di massima emergenza per il Paese questa loro competenza sia a servizio degli obiettivi dello Stato e di tutti i cittadini, in primis portare a compimento il piano vaccinale nazionale. Non vedo il vulnus, né la militarizzazione. Ognuno deve contribuire, facendo la sua parte e mettendo a disposizione le proprie competenze per il grande obiettivo comune: vaccinare tutti. Medici e operatori sanitari, volontari, Forze Armate, amministratori regionali e locali: tutta la grande squadra dello Stato che gioca insieme per battere la pandemia”.
Abbiamo riferito questa lunga polemica non perché particolarmente interessante o comunque decisiva nel mainstream delle opinioni sul particolare periodo che stiamo vivendo, in cui sembra che l’argomento Covid 19 e i temi correlati tra cui appunto la campagna vaccinale ,abbia preso il sopravvento ma perché utile ad introdurre una riflessione sul tema “l’abito non fa il monaco” per metterla con la saggezza popolare.
Più in generale per rispondere ad alcune domande come : Che tipo di relazione ho con il mio corpo e con il mio modo di vestire? Che tipo di abito è “giusto” per Me? Qual’è il concetto di moda per me? L’abito fa il monaco?… oppure l’abito non fa il monaco? Per dire in definitiva che il Vestire è uno dei molti Linguaggi con cui si comunica al mondo qualcosa di noi. Abbigliamento come messaggio di appartenenza ad un preciso status sociale?
Il vestito è un universo di parole e pensieri, molto interessante da esplorare per scoprire come ci si relaziona con esso e con la propria immagine. Per studiare il comportamento sociale umano sono stati fatti molti studi a cominciare da quelli storici che evidenziano il peso dell’abbigliamento nei fenomeni sociali tenendo conto che altre discipline si sono comunque interessate a questo argomento .
Scrive Marinella Calzone su Imore.it : “ Vestirsi, portare un capo di abbigliamento, scegliere un determinato stile, diventa sul corpo un linguaggio; la prima espressione di sé del soggetto che l’indossa, e anche la prima che l’interlocutore percepisce; il più immediato, anche se superficiale, “attacco” –come per una sinfonia- di una relazione interpersonale che si svolgerà poi secondo altre percezioni ed intendimenti più ampi e profondi di quelli che l’abito da solo può raggiungere. Perché in fondo, anche se dobbiamo assegnargli una certa importanza -ed è ciò che tenteremo di fare con le nostre osservazioni-, il linguaggio dell’abito, quelle “parole” che può comunicare del soggetto, è un balbettio a confronto della ricchezza che le relazioni personali possono costruire ed esprimere. L’abito permette al corpo e quindi alla persona di “vivere”, “possedere” uno spazio. Intendiamo con ciò uno spazio sociale, anche se spesso si tratta di uno spazio fisico con significato sociale, luogo dove si intrecciano relazioni. L’abito ci rappresenta in società, dice qualcosa della nostra identità e cultura, ma è anche un biglietto di presentazione che legittima la presenza in quello specifico spazio sociale.
Quando la moda -o altre motivazioni- spogliano il corpo, lo disumanizzano, lo rendono in certo modo impersonale, lo riducono a semplice manifestazione dell’appartenenza sessuale, sulla base della quale non è possibile stabilire una relazione personale significativa che risponda alla capacità dell’individuo di esprimersi secondo le sue possibilità sociali, culturali e secondo la sua dignità: esprimersi cioè per mezzo di quel linguaggio sociale, ricco di gesti e di espressioni che coinvolge tutta la persona, al quale comunque appartiene anche il vestirsi. “ ( )Deal punto di vista psicologico continua la Calzone : “Ci sono comunque altre osservazioni da fare. L’abito è un modo di “vivere”, di “possedere” il corpo, di caricarlo di significato. Il corpo nudo, in quanto tale, di per sé non ha significati, non parla, non è in grado di comunicare nulla della persona, a meno di utilizzarlo come superficie su cui scrivere la propria identità, un modo per raccontarsi e raccontare il proprio stile di vita. I tatuaggi più o meno permanenti hanno questa funzione. Nelle società primitive esprimevano qualcosa della identità e della dignità della persona, poi sono stati utilizzati come strumenti di identificazione o di comunicazione di appartenenza a determinati ambienti -per esempio per i galeotti o seguaci di sette segrete-; in alcune epoche persino i cristiani hanno utilizzato i tatuaggi di segni religiosi per dichiarare la propria fede. Negli anni sessanta–settanta, quando è esplosa la moda del tatuaggio, potevano indicare l’appartenenza ad una sottocultura, per esempio gli hippy. Oggi hanno perso i significati legati alle appartenenze o all’identità della persona; sono pura moda, una funzione estetica, a imitazione degli artistici tatuaggi temporanei all’henné sulle mani e sui piedi in uso nelle popolazioni indù e nord-africane.” (1)
E appunto come già dicevamo solo per allargare il discorso citiamo Abbagnanno : “la Moda investe tutti i fenomeni culturali e anche quelli filosofici. Mode sono state nell’età moderna il cristianesimo, l’illuminismo, il newtonismo, il darwinismo, il positivismo, l’idealismo, il neoidealismo, il pragmatismo, ecc.: tutte dottrine che hanno avuto un’importanza decisiva nella storia della cultura. D’altronde sono state Mode anche movimenti culturali che poca o nessuna traccia hanno lasciato. Si può dire che la funzione della Moda è quella di inserire negli atteggiamenti istituzionali di un gruppo, o più in particolare nelle sue credenze, per mezzo di una rapida comunicazione e assimilazione, atteggiamenti o credenze nuove che, senza la Moda, dovrebbero combattere a lungo per sopravvivere e farsi valere. Questa funzione specifica per la quale la Moda agisce come un controllo che limita o indebolisce i controlli della tradizione rende inutile ogni esaltazione e ogni disdegno nei confronti della moda” (2 )
Anche se il discorso della moda esula un po’ dal tema di fondo di questa riflessione. Perche vogliamo parlare del vestito ,secondo quando dice Barthes, che, è come il linguaggio per Saussure: una massa eteroclita al cui interno è possibile trovare di tutto; aspetti fisici, tecnologici, economici, estetici, psicologici, sociologici, ecc., studiati ognuno dalla rispettiva disciplina. Questa massa eteroclita non deve essere però diluita nei vari punti di vista disciplinari che possono esaminarla, per poi sparire come oggetto unitario. Il vestito – come la lingua saussuriana –può invece trovare un punto di vista interno attraverso cui descriverne, per così dire, lo specifico . ( 3)
Anche se : “Le nostre identità sociali sono di rado quegli amalgama stabili che riteniamo siano.
Stimolate dal cambiamento sociale e tecnologico, dalle diminuzioni biologiche del ciclo vitale, da visioni utopistiche e occasioni di disastro, le nostre identità sono sempre in fermento e provocano dentro di noi numerosi conflitti, paradossi, ambivalenze e contraddizioni. È di queste instabilità di identità collettivamente sperimentate e talvolta storicamente ricorrenti che la moda si nutre. (4 )
Dobbiamo dunque ricordare la mostra “Uniform” di qualche tempo fa , a cura di Urs Stahel, che si articola in due parti: un corpus di immagini di 44 fotografi che racconta l’evoluzione dell’uniforme nel mondo del lavoro, dagli inizi del Novecento a oggi, e un progetto monografico dell’artista Walead Beshty, che realizza centinaia di ritratti fotografici a persone appartenenti al sistema dell’arte, per le quali l’abbigliamento è un codice distintivo di anti-uniforme. Il prego di questa mostra sta nell’offrire un progetto espositivo che intende stimolare una riflessione ( che è in definitiva quello che qui ci interessa ) sul rapporto tra “essere e apparire”, sulla relazione tra ciò che siamo e ciò che mostriamo e su come l’uniforme, determinata dal contesto sociale e culturale, condizioni la percezione che il soggetto ha di sé, dentro e fuori dal proprio ambito professionale. Le parole utilizzate nella lingua italiana per indicare gli abiti da lavoro, ‘uniforme’ e ‘divisa’, hanno significati contrastanti: la prima indica un’uniformità, un’appartenenza di gruppo senza differenze, la seconda rimarca una separazione categorica e gerarchica.
Dall’omologazione all’identità individuale, le uniformi (5) comunicano informazioni di rango, posizione, appartenenza e autorevolezza, combinando qualità funzionali e formali e diventando nel tempo un riferimento, non sempre celato, per la moda e la produzione dell’abbigliamento di massa.
La mostra ,oltre 600 ritratti di uomini e donne in abiti da lavoro ,al Mast di Bologna esposta dal febbraio al 3 maggio 2020 , in cui 44 fotografi hanno affrontato il tema dell’identità,esplorava quello speciale codice di relazioni che passa attraverso il vestire. Perché tutti indossiamo una divisa anche quando pensiamo di non averla.
“In rassegna , racconta Giuseppe Matarazzo martedì 28 gennaio 2020 su L’Avvenire , i lavoratori di Walker Evans, il pescivendolo di Irvin Penn, i minatori di Song Chao ma anche l’operaia Fiat di Paola Agosti, le suore e i monaci di Timm Rauters, l’addetto della Safety Boss Company durante una pausa in Kuwait di Sebastião Salgado, i ritratti di Angela Merkel (19912008) di Herinde Koelbl fino alle indagini più contemporanee e complesse sui giovani di oggi di Barbara Davatz, e la lunga carrellata di ritratti industriali – nello spazio monografico – di Walead Beshty: 354 immagini (troppe forse per poterne cogliere tutte le sfumature) di persone con cui il fotografo ha lavorato – per lo più artisti, collezionisti, curatori, stampatori – per le quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.”
“Uniform” racconta così come la moda si lega al lavoro. «In lingua italiana esistono due parole, “uniforme” e “divisa” – sottolinea il curatore della mostra e della collezione Mast, Urs Stahel –. La prima mette in rilievo l’aspetto unificante, la seconda una dimensione divisiva: termini che rivelano inclusione ed esclusione come due azioni collegate, apparentate. Uniformi militari e civili si sono sempre influenzate a vicenda. Entrambe possono trasmettere orgoglio e rispetto ma entrambe possono essere al tempo stesso un fardello».In Civilian Uniforms as Symbolic Communication (2017), Elisabeth Hackspiel-Mikosch e Stefan Haas, fanno notare infatti come le uniformi civili da una parte «segnalano l’appartenenza a una collettività, sia essa un’autorità statale, una corporazione o un ordine religioso, un’associazione civile o un’impresa privata», dall’altra «le uniformi possono anche escludere, tracciare linee divisorie, rendere visibili o addirittura intensificare i conflitti sociali». Per concludere: «Chi sa leggerne i segni trae informazioni di rango, posizione, ambito di competenza e responsabilità della persona che indossa l’uniforme». ( 6 )
Dunque divisa o uniforme .Ma possiamo parlare di divisa anche come armatura che in questo caso si rivela a volte come una fragilità. Perché come racconta l’italianista Alessandro Giannei la divisa sembra una armatura,come quella che ci portiamo dentro tante volte che di volta in volta ci protegge o non ci permette di scappare quando vorremmo o che non riesce a separarsi da noi o che se ne va per proprio conto. Una divisa che è però sempre personale. Come l’armatura di Achille che Omero ci descrive nell’Iliade , fatta forgiare da Teti sua madre, nientedimeno da Vulcano nella sua officina. Una armatura fatta forgiare solo per Achille , per il suo titolare anche se le armature e le divise hanno spesso una vita propria e un proprio destino. Perché spesso in una guerra le armature portano chi le indossa dove vogliono loro, alla vittoria o alla peggiore sconfitta. Poi in tempo di pace non sembrano rassegnarsi alla obsolescenza. Così per le divise: ci portano alla vittoria o alla peggiore sconfitta. Perché come chi ha letto “ Il cavaliere inesistente “ di Italo Calvino sa , armatura e cavaliere non sono sempre la stessa persona Un punto importantissimo che ci interessa in modo particolare . Perché sempre a proposito di diversità ,parlando dell’armatura di Achille dobbiamo ricordare che quando Quinto di Smirne e Virgilio nelle loro opere la affidano al figlio Neottolemo perché la storia continui ,questa ( l’armatura )si rifiuta di lasciare il campo di battaglia.
Ecco il punto armatura e cavaliere non sono sempre la stessa persona . Come divisa e uniforme non sono la stessa cosa con chi le indossa e che l’uomo è sempre diverso dall’abito sia esso una divisa militare o di altro corpo o associazione ed ente , una tonaca ecclesiastica , un colletto bianco ,una tuta da operaio, un camice bianco.
Il cinema, la letteratura,i cartoni animati ci raccontano il rapporto tra alcuni personaggi e le loro divise come in “ Godzilla vs Kong “,”Pacific Kim”e “ Neon Genesis Evangelion” secondo ipotesi positive e negative, fino a Ironman che capisce che deve proteggere il mondo non con la sua armatura ma dalla sua armatura. Un diversificato arcipelago di opinioni , idee e condizioni che pure sempre ritornano a mettere in discussione la divisa e chi l’indossa per la sua capacità di usarla in positivo e per il bene sia per la sua incapacità o peggio per la sua sottomissione a qualcosa che appunto è capace di andare per conto suo trascinando ogni altra cosa senza freni e senza rimedi .
Nel nostro caso però come dice Francesco Merlo nella sua rubrica di posta su La Repubblica in un trafiletto dal titolo ‘ La mimetica e la democrazia’: “ Figliuolo non è un generale ministro come lo era Costa nei due governi Conte. E’ un generale con un compito da generale : organizzare il territorio nella guerra contro il Covid. Con la divisa che lo rivela e lo impegna si veste e non si traveste . Non si tucca da politico né da governatore .” Anche perché, continua Francesco Merlo:” dobbiamo liberarci dei fantasmi : i militari in democrazia non sono “ vogliamo i colonnelli” ma “ arrivano i nostri” dopo terremoti, attentati e catastrofi : nei pericoli e sulle strade le divise rassicurano e proteggono E vale anche per carabinieri e polizia. Quando vanno giudicati male non è perché somigliano alla divisa che indossano .ma al contrario perché non le fanno onore”.
Ecco perché la costituzione repubblicana all’art. 52 afferma esplicitamente “ L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. E anche perché in quella formula “ il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge “ compreso è compreso proprio quell’esercito di popolo attraverso la leva obbligatoria che è stata ieri garanzia di democraticità e oggi nel volontariato e come preparazione per svolgere attività in altri corpi dello stato che è altrettanto garanzia di democraticità così che le forze armate sono un organismo statale a rilevanza costituzionale. I militari prestano giuramento con la seguente formula : “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana , di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni . ( Art. 2 Legge 11 luglio 1978 n.382 in Gazz. Uff. il 21 luglio 1978 n. 203).
E di conseguenza secondo il Regolamento per la disciplina delle uniformi emanato dallo Stato Maggiore della difesa, edizione 2019 : “durante l’espletamento dei compiti del servizio …è obbligatorio l’uso della divisa ( Cap IV),” l’uso dell’abito civile è consentito fuiori dai luoghi militari nelle licenze e nei permessi” ( Cap V), “ il militare comandato in servizio isolato al di fuori dell’ente di appartenenza ma in territorio nazionale , svolge il servizio in uniforme “ ( Cap. VI comma 1 ).
Per concludere che secondo il diritto militare il generale Figliuolo, incaricato di sopraintendere alla logistica della campagna vaccinale,mettendo quindi a disposizione non solo le sue competenze personali ma anche gli strumenti del suo ufficio , ha il diritto di tenere la divisa anzi il dovere.
( 1 ) https://www.imore.it/rivista/abito-e-corpo-un-dialogo-fondamentale/
Ma anche http://www.imore.it/rivista/identita-personale-corpo-e-moda/
http://www.imore.it/rivista/sappi-prima-di-tutto-chi-sei-e-ornati-di-conseguenza/
(2 ) Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia , UTET, Torino 1961, pp. 572-573
(3 ) Gianfranco Marrone, Introduzione , in: Roland Barthes Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento , trad. it. di Lidia Lonzi e Gianfranco Marrone, Einaudi, Torino 2006, p. xvi.
( 4 ) Fred Davis, Moda, cultura, identità, linguaggio (1992), trad. it. di Fabrizio Macchia, Baskerville, Bologna 1993).
( 5 ) E’ richiesta l’autorizzazione per la fabbricazione di uniformi . Col predetto termine si intende il confezionamento di un qualsiasi indumento vestiario o capo di abbigliamento (giacche, pantaloni, pastrani e loro accessori, quali fregi e altri segni distintivi aventi la medesima funzione) destinate ad esclusivo uso delle forze di polizia sia d’ordinamento civile che militare e dei corpi e servizi di polizia municipale; E’ richiesta l’autorizzazione anche per la detenzione per finalità lecite (riparazione, lavaggio, collezione etc) dei predetti indumenti accessori; La licenza ex. art. 28 T.U.L.P.S. è ora altresì richiesta per la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione, la detenzione, la raccolta e la vendita di materiale di armamento destinati ai Corpi di Polizia, diversi dalle armi da fuoco e da quelli già disciplinati dal previgente art. 28 T.U.L.P.S. e dalla L.09/07/90 n. 185 (quali ad esempio cannocchiali con visori notturni o/e puntamento laser da montare sulla canna di fucili per tiri di precisione), nonché dagli strumenti cosiddetti di “autodifesa” (ad esempio scudi e/o elmetti utilizzati dalle forze di polizia nei servizi d’ordine pubblico).
LEGISLAZIONI DI BASE art. 28 del T.U.L.P.S. (R.D. 18/06/1931 n. 773); art. 33, 34, 35, 36, e 37 del regolamento al T.U.L.P.S. ( R.D. 06/05/1940 n. 365)
LEGISLAZIONE SPECIALE 27/12/1956 n. 1423 : misure di prevenzione per l’acquisto di armi e materie esplodenti; 02/10/1967 n. 985 : disposizioni per il controllo delle armi; 14/08/1974 n. 393: (d.m. 07/09/1974): imposta di fabbricazione sulle armi e sulle relative munizioni; 18/04/1975 n. 110 : norme integrative della disciplina per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi; 21/02/1990 n. 36 : nuove norme sulla detenzione delle armi, delle munizioni, degli esplosivi e dei congegni assimilati; 09/07/1990 n. 185 : nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito di materiale di armamento; D.P.C.M. 23/02/1991 n. 94 : nuove norme per il controllo dell’esportazione, importazione e transito di materiali di armamento (Reg.); d.m. 23/09/1991 esportazione, importazione e transito di materiale di armamento (elenco materiali); 21/02/2006 n. 49, art. 1 ter ; Codice Penale: artt. 53, 435, 4997 ter, 585, 679, 680, 704, 995;
( 6 ) https://www.avvenire.it/agora/pagine/uniforme-labito-che-fa-il-lavoro
