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L’INIZIO DELLA VITA UMANA-DI ROBERTO RUBINO

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Redazione-Il dibattito bioetico attuale registra forti contrapposizioni fra matrici culturali differenti e, a volte, antagoniste che si confrontano sui temi della vita e propongono criteri e principi anche conflittuali. Ma, a guardar bene, non sono le questioni etiche a dividere le diverse scuole bioetiche quanto piuttosto le considerazioni antropologiche ed ontologiche e, di conseguenza, linguistiche. Credo che tutti siano d’accordo nel condannare l’uccisione di un essere umano innocente, sia esso bambino, vecchio o malato. Profonde divisioni invece nascono nel definire chi sia un essere vivente, chi sia un essere umano e quali caratteristiche lo distinguano dagli altri esseri viventi non umani, quando inizia e quando termina lo status di essere umano, in quali condizioni esistenziali abbia senso riferirsi all’essere umano.

Le sfide etiche contemporanee sono soprattutto sfide filosofiche ed antropologiche. E’ fondamentale definire l’essere  per determinare il dover – essere.

Così, la questione di chi sia l’uomo, di quando inizi e termini non semplicemente la vita, ma l’essere persona, la vita umana è assolutamente rilevante per la costruzione di un sistema etico e per la fondazione di una morale bioetica e di un linguaggio corretto che significhi esattamente la realtà delle cose.

L’obiettivo di questo lavoro è dimostrare che l’essere umano, in quanto persona ontologicamente fondata, inizia ad esistere sin dal momento del concepimento. Il passaggio generazionale comincia sin dallo zigote  (one-cell embryo).

Per dimostrare questa tesi userò argomenti di ordine biologico ed alcune riflessioni filosofiche.

In biologia ogni individuo è identificato nell’organismo. Individuo vivente ed organismo risultano sinonimi, anche se è possibile avere viventi che non sono organismi (ad esempio un batterio patogeno che vive in una pozza d’acqua è un vivente ed è un organismo; quando entra nel nostro corpo attraverso una ferita, dando il via ad un processo infettivo, tale batterio non vive più libero nell’ambiente, bensì entro un corpo vivo più grande, che gli fornisce l’occorrente. Dunque il batterio quando entra nel nostro corpo cessa di essere un organismo pur rimanendo un vivente?). La distinzione tra vivente ed organismo è delicata: cosa pensare delle cellule tumorali che pur vivendo nel corpo e derivando dallo stesso zigote di tutte le sue altre cellule, si automatizzano fino al punto da mettere in pericolo la nostra vita? Oppure una coppia di fratelli siamesi fusi a livello del torace e dell’addome, quanto organismo e viventi sono?[1]

Comunque teniamo ferma l’identità tra vivente ed organismo definito come “la modalità di esistenza individuale del vivente biologico che mantiene la sua specifica identità anche se la sua morfologia e fisiologia evolve nel corso della sua vita biologica”[2]. Dunque, ogni individuo esiste come individuo solo in questo modo: una parte di sé resta immutabile ed identificativa dell’individuo stesso ed una parte cambia nel distendersi nello spazio e nel tempo. Così la manifestazione fenomenologica inganna e non ci fa cogliere la continuità dello sviluppo (un bambino di un anno e lo stesso ragazzo dopo trenta anni sembrano inequivocabilmente due individui differenti). Così, per stabilire quando inizia l’esistenza di un individuo vivente (nel nostro caso di un individuo umano vivente) è necessario cogliere l’inizio biologico strutturale ed identificativo stabile dell’individuo stesso. Ciò che lo rende uguale a se stesso pur modificando la sua forma e la sua fisiologia.

L’individuo umano nasce per una riproduzione sessuata gonocorica.

I gameti, cioè le cellule germinali, differiscono da tutte le altre cellule del corpo di un organismo (cellule somatiche) perché presentano un numero dimezzato di cromosomi. Nell’uomo tutte le cellule somatiche presentano 46 cromosomi (corredo cromosomico diploide = 2n), mentre i gameti ne presentano 23 (corredo cromosomico aploide = n). La riduzione dei cromosomi avviene nel corso della meiosi che si verifica nel processo di differenziamento delle cellule germinali, detta gametogenesi. Alla fine di tale processo si avranno gameti maschili (spermatozoi) e femminili (cellule uovo) con un corredo aploide di cromosomi.

Lo spermatozoo può essere distinto in due porzioni: la testa e la coda. La testa contiene il nucleo, ricoperto per i due terzi anteriori dall’acrosoma, mentre la coda viene divisa in collo, parte intermedia, parte principale e parte terminale. La coda o flagello, dotata di mobilità, consente il trasporto dello spermatozoo verso l’uovo. Il gamete femminile, la cui maturazione o ovogenesi assume andamento stagionale con cicli regolari, si ingrandisce durante il processo della follicologenesi sintetizzando, attraverso il sangue materno, le sostanze nutritizie che utilizzerà nei primi stadi dello sviluppo embrionale.

Le cellule germinali sono dunque altamente specializzate al fine della riproduzione ma, in sé, non sono un nuovo individuo, in quanto sono cellule appartenenti agli organismi materno e paterno e da essi guidate nella loro genesi e nella loro formazione, fino all’incontro.

Subito dopo la eiaculazione o contemporaneamente si producono nella donna contrazioni ritmiche a carico della muscolatura liscia dell’utero e delle trombe uterine, che costituiscono l’orgasmo femminile. In virtù di tali contrazioni il liquido spermatico, immesso profondamente nel canale vaginale, viene quasi risucchiato attraverso il canale cervicale e raggiunge la cavità uterina e successivamente il lume tubarico. Il muco cervicale favorisce il passaggio degli spermatozoi nel periodo periovulatorio, li protegge dall’acidità dei fluidi vaginali e conferisce loro un supplemento di energia in previsione del proseguimento del viaggio nelle vie genitali femminili.  Anche in questa fase è evidente che a guidare l’incontro fra i gameti siano gli organismi materni e paterni, ed è altresì evidente il concerto biologico che precede la fecondazione. Ancora più evidente è la comunicazione biologica, chimica, molecolare tra spermatozoo ed ovulo. “E’ stato recentemente ipotizzato che gli spermatozoi si dirigano verso l’ovocito non a caso, ma a seguito di un richiamo chemio tattico dell’ovocito stesso. Il processo di fertilizzazione o fecondazione è il risultato di molteplici eventi molecolari, che consentono agli spermatozoi eiaculati prima di riconoscere e poi di legarsi alla zona pellucida dell’ovocito. La presenza di recettori (ligandi), situati sulla membrana plasmatica della regione equatoriale della testa degli spermatozoi, infatti, suggerisce che essi potrebbero essere coinvolti sia nel riconoscimento spermatozoo-zona pellucida, sia nella penetrazione nell’uovo”[3].

Gli spermatozoi raggiungono la porzione ampollare della tuba: uno solo però riesce a penetrare all’interno del gamete femminile. L’adesione dello spermatozoo alla zona pellucida è dovuta alla viscosa interazione tra i ligandi situati nella testa degli spermatozoi e le glicoproteine (recettori) della zona pellucida. L’evento induce la reazione acrosomiale: gli enzimi, contenuti nell’acrosoma ed esocitati, digeriscono le glicoproteine della zona pellucida, mettendo allo scoperto la membrana plasmatica dell’ovocito. Lo spermatozoo viene a trovarsi nello spazio perivitellino, in posizione tangenziale; la membrana plasmatica della testa si fonde con quella dell’ovocito e, conseguentemente, il nucleo e il flagello si trovano nel citoplasma dell’ovocito stesso. Subito dopo avviene la reazione corticale, che impedisce ad altri spermatozoi di penetrare nella cellula uovo. La testa dello spermatozoo forma il pronucleo mentre il flagello e i mitocondri degenerano (i mitocondri dello zigote sono perciò esclusivamente materni). La fecondazione è avvenuta: si ripristina il patrimonio genetico diploide caratteristico della specie nella cellula – uovo o zigote. E’ nato un nuovo individuo biologico, è compiuto il salto generazionale.

Con la formazione dei due pronuclei, maschile e femminile, si è costituita una cellula che contiene un patrimonio genetico diploide formato dai patrimoni aploidi della cellula uovo e dello spermatozoo. Questa cellula è lo ZIGOTE. Non avviene la fusione dei due pronuclei (anfimissi).

Il metabolismo dei gameti si sarebbe affievolito gradualmente e le cellule germinali sarebbero morte dopo poche ore se non fosse avvenuta la fecondazione. Questa nuova cellula, attivata dalla singamia e dalla cascata di reazioni che ne consegue, ha una prospettiva di vita ben più lunga (oggi oltre i 100 anni).

L’apparizione di un nuovo patrimonio genetico è il segno che è accaduta una trasformazione sostanziale. Lo zigote è il punto esatto nello spazio e nel tempo in cui un individuo umano inizia il proprio ciclo vitale. Un nuovo essere umano è nato.

“E’ osservazione comune che il primo evento nella formazione di un individuo umano è la fusione di due cellule altamente specializzate, l’oocita e lo spermatozoo, attraverso il processo di fertilizzazione. Processo altamente complesso dove due cellule straordinarie e teleologicamente programmate, che costituiscono due sistemi a sé stanti ma ordinati l’uno all’altro, interagiscono tra di loro dando origine ad un nuovo sistema”[4].

“ I 46 cromosomi dello zigote rappresentano, infatti, una combinazione qualitativamente nuova di istruzioni, detta in termine tecnico genotipo; questa nuova combinazione è atta ad imprimere un nuovo schema di struttura e di attività alla cellula che lo possiede.”[5]

La prima importante attività conseguente alla fecondazione della cellula uovo, è la suddivisione della stessa (segmentazione) in cellule via via più piccole (blastomeri) che rimanendo unite formano un complesso pluricellulare simile ad una mora (morula). Lo zigote è una cellula totipotente, nel senso che possiede tutte le possibili capacità evolutive. Nel corso dello sviluppo avviene un progressivo restringimento delle potenzialità cellulari. Le cellule dei foglietti embrionali (ecto, meso ed endoderma) possono essere definite multi potenti, in quanto ognuna può dare origine ad uno svariato numero di popolazioni cellulari diverse, caratterizzate da una propria fisionomia morfo-funzionale. Mediante progressive modificazioni le cellule possono restringere ulteriormente la propria multipotenza, transitando attraverso lo stadio della pluripotenza, per raggiungere l’unipotenza, che coincide con lo stato differenziato. Questo processo, che prevede il raggiungimento di un particolare stato strutturale e funzionale da parte di cellule che derivano da un’unica cellula totipotente, prende il nome di differenziamento, mentre il processo mediante il quale le cellule differenziate si organizzano in tessuti e organi è definito morfogenesi.

E’ stato anche dimostrato che, seguendo il destino delle cellule discendenti (marcando con colori diversi le prime due cellule, i blastomeri), la prima divisione dello zigote determina la funzione delle cellule discendenti: una cellula darà origine all’embrioblasto (tessuti embrionali) e l’altra al trofoblasto (tessuti extraembrionali).

“Se il piano corporeo dei Mammiferi inizia ad essere posto al momento della fecondazione e se i primi blastomeri hanno già un futuro predeterminato, non è possibile lasciare spazio al concetto di pre-embrione e all’idea che gli embrioni precoci siano un cumulo indistinto di cellule”[6]

Il differenziamento e la morfogenesi non sono etero diretti ma fanno parte di un dinamismo auto costruttivo guidato dal nuovo genoma. Siamo in presenza dunque di un nuovo organismo il cui progetto – programma individualizzato ne costituisce la struttura biologica.

Il documento Identità e statuto dell’embrione umano del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica così si pronuncia: “dallo studio dello zigote e della sua formazione risulta che, durante il processo di fertilizzazione, appena l’ovulo e lo spermatozoo interagiscono tra loro, immediatamente prende inizio un nuovo sistema, che ha due caratteristiche fondamentali:

  • Il nuovo sistema non è una semplice somma dei due sottosistemi, ma un sistema combinato, il quale, a seguito della perdita da parte dei due sottosistemi della propria individuazione e autonomia, incomincia ad operare come una nuova unità, intrinsecamente determinata, poste tutte le condizioni necessarie, a raggiungere la sua specifica forma terminale. Di qui la classica ed ancora corrente terminologia di embrione unicellulare (one cell embryo);

  • Il centro biologico o struttura coordinante di questa nuova unità è il nuovo genoma di cui l’embrione unicellulare è dotato. E’ questo genoma che identifica l’embrione unicellulare come biologicamente umano e ne specifica l’individualità. Questo nuovo programma non è inerte né eseguito, ad opera di altri organi fisiologici materni, ma è un nuovo progetto che costruisce se stesso ed è di sé l’attore principale”[7].

Questo processo di sviluppo di moltiplicazione e differenziazione, secondo il citato documento del Centro di Bioetica, ha tre peculiari proprietà biologiche: la coordinazione (l’informazione contenuta nel genoma guida e coordina le interazioni e le moltiplicazioni cellulari; tutto ciò conferisce unità all’organismo), la continuità (anche se la moltiplicazione cellulare, la differenziazione dei tessuti, la formazione degli organi avviene per tappe successive non c’è soluzione di continuità altrimenti ci sarebbe la morte) e la gradualità (mantenendo sempre la propria identità, l’embrione compie passaggi da forme più semplice a forme più complesse ma senza passare per soglie o livelli). Il tutto che comparirà alla fine è già causativamente e geneticamente presente all’inizio anche in senso individuale (scompare ogni differenza fra ontogenesi e filogenesi).

Il nuovo genoma dimostra biologicamente che siamo in presenza di un nuovo individuo ma non per ciò stesso dobbiamo ridurre la persona umana al suo DNA. La vita è tutt’altra cosa rispetto al DNA. Il DNA è uno degli elementi che partecipano al vitale e all’informazione, ma non è l’unico.

Così risponde il biologo Jacques Testart alla domanda del filosofo Christian Godin sull’importanza della conoscenza del DNA: “il fatto stesso, ora più che noto, che condividiamo il 99% del nostro patrimonio genetico con lo scimpanzé dovrebbe convincerci fino in fondo che l’essenziale è altrove: se geneticamente, soltanto un uno per cento distingue uno scimpanzé da Shakespeare, questa è proprio la prova che non sono i geni di Shakespeare ad aver scritto l’Amleto.  Dal fatto che i geni possono determinare la forma delle orecchie si inferisce che determineranno anche una forma di vita. Ma dove si è visto un ovulo alcolizzato o uno spermatozoo omosessuale? Un ovulo amante della montagna, uno spermatozoo che preferisce il mare)”[8].

Dunque gli argomenti di ordine biologico chiariscono in modo inequivocabile che lo zigote è un nuovo organismo, un nuovo individuo umano, ma non hanno certo la pretesa riduzionista di semplificare l’uomo in determinazioni genetiche.

Come la morte è la perdita di unità del vivente, così la vita è l’acquisto di tale unità, che accade con la formazione dello zigote. I due estremi del processo vitale sono concepimento e morte, come si muore individualmente, così si è concepiti individualmente.

“Tutto ciò che mi costituisce materialmente esisteva prima di me (di me come zigote): atomi, molecole, ecc., ma la forma quale principio di unità e di auto programmazione intrinseco allo zigote non esisteva prima di me o di lui. In un certo modo viene al mondo e non dal mondo”[9].

Il filosofo Possenti mette in campo il concetto aristotelico di causa formale per dimostrare che lo zigote è razionalmente il principio dell’essere persona.

Eccomi dunque all’argomentazione filosofica per dimostrare che lo zigote è persona umana ontologicamente fondata e non semplicemente “materiale vivente”, come sostengono alcuni bioeticisti.

Secondo i sostenitori della filosofia realista e cristiana, tutto ciò che esiste è qualcosa di determinato, distinto dalle altre cose e, naturalmente, dal nulla. La potenza è la capacità di ciò che esiste a essere qualcosa. L’atto è ciò che realizza questa capacità, attribuendo alle cose la loro determinatezza.

Il filosofo Severino ribatte contro questa tesi obiettando che l’embrione viene definito “dai suoi sostenitori” uomo in potenza capace di essere un giorno uomo in atto. Se ciò fosse vero, argomenta Severino, vorrebbe dire che il passaggio dall’embrione-essere in potenza all’uomo-essere in atto, è un itinerario possibile ma non necessario. L’embrione infatti, come ogni essere in potenza, è capace di essere qualcosa, ma anche di non esserla e questa contraddizione impedisce che gli sia con certezza attribuita la natura di uomo.

Scrive Severino: “che l’embrione prodotto dal seme dell’uomo e dall’ovulo della donna sia un essere umano in potenza – ossia qualcosa che in condizioni normali ha la capacità di diventare un essere umano – è un principio accettato sia da coloro che sostengono, sia da coloro che negano che l’embrione sia già un essere umano. I due opposti schieramenti si scontrano infatti in relazione a un ulteriore carattere della potenza. I cattolici intendono che l’embrione sia un esser-già-uomo, ma un esserlo già in potenza. Gli altri intendono che l’embrione, sebbene sia in potenza un essere umano, sia tuttavia un non-essere-ancora-uomo.”[10]Questo vuol dire, secondo Severino, che, se l’embrione può diventare uomo in atto, allora, proprio perché lo può (e non lo diventa deterministicamente), può anche diventare non-uomo.

Ma il prof. Severino dimentica il primato dell’atto sulla potenza. Aristotele è molto chiaro su questo punto. Non può esistere qualcosa solo in potenza, ma ciò che è in potenza è sempre potenza di qualcosa in atto. La potenza spiega il divenire e non la creazione. Dunque non dobbiamo immaginare l’uomo in potenza come una specie di “essere di serie B” che sottende all’uomo in potenza.

“L’argomentazione ( di Severino ndr) è fasulla, perché fasulla è la sua premessa, ovvero il fatto che l’embrione debba essere considerato uomo in potenza e non in atto. Tra le cose esistenti infatti non esiste nulla che sia solo in po-tenza, come pura capacità di essere. Tutto ciò che esiste è qualche cosa, è in atto, perché nella realtà esiste solo ciò che è determinato e, come tale, ha un certo grado di perfezione e di compiutezza. Mario Rossi è innanzitutto un uomo, e ciò lo distingue da tutti i viventi non umani; all’interno del genere umano è un vecchio, e ciò lo distingue da tutti gli uomini più giovani; è poi Mario Rossi, uomo specifico e irripetibile, diverso da tutti gli altri. Nelle sue diverse identità è sempre composto di potenza e di atto. La potenza è la sua capacità a essere qualcosa (uomo, vecchio, Mario Rossi), l’atto è ciò che realizza questa capacità. Prima di essere vecchio, è stato un bambino, come tutti gli altri esseri umani, e prima ancora un embrione: era un vecchio in potenza, ma fin dallo stadio embrionale era un uomo: un uomo specifico, in atto. Ciò che lo faceva e lo fa uomo è la sua natura razionale, cioè la sua anima, dotata di facoltà immateriali, la ra-gione e la volontà. Nel suo stadio embrionale, egli non esercitava la facoltà razionale. Oggi che è vecchio e malato di arteriosclerosi la esercita malamente, ma rimane uomo, come lo era appena concepito, e la sua natura umana gli dà il diritto inalienabile a vivere. L’embrione umano è in potenza quello che diventerà: un adulto, uno studente, un medico. Ma egli è già uomo in atto, difatti le sue potenzialità future sono irre-versibilmente determinate dalla propria natura umana: l’embrione-uomo non diventerà una scimmia o una formica, né potrebbe diventarlo, ma solo un uomo adulto. L’embrione quindi è, in atto, un uomo allo stato embrionale e, in potenza, è anche un uomo destinato – se non intervengono fattori esterni – a svilupparsi fino a diventare bambino, adulto, vecchio e infine cadavere, dato che tutti siamo destinati a morire. Non c’è quindi contraddizione nel fatto che l’embrione è insieme un essere in atto e in potenza, in quanto lo è sotto due aspetti diversi e in tempi diversi: l’embrione è uomo-embrione in atto e uomo adulto solo in po-tenza”[11].

Notiamo bene che un essere di natura razionale è un essere capace potenzialmente di compiere operazioni razionali, e non solo colui che compie attualmente tali operazioni. L’uomo è persona anche quando non compie operazioni razionali, perché possiede una natura che lo abilita, prima o poi, o ancora, a compiere tali attività. Questa sottolineatura è importante, perché i bioeticisti che difendono l’aborto e l’eutanasia sostengono al contrario un’equazione, un’identità tra la persona e il suo esercizio in atto di certe attività: secondo questi autori, un essere umano è persona solo quando compie attualmente certe operazioni. In tal modo, essi operano una distinzione tra essere umano a persona, cioè sostengono che l’essere umano diventa gradualmente persona (e lo è pienamente solo quando esplica pienamente attività razionali) e cessa gradualmente di esserlo (quando perde lucidità intellettuale, quando è in coma, ecc.). Partendo da queste premesse errate, essi deducono che l’embrione e il malato terminale non sono persone, in quanto non esplicano attività razionali.

Nonostante l’evidenza argomentativa dimostri che lo zigote è un nuovo essere umano, anche chi vuole difendere il diritto alla vita fin dal concepimento cade in un grave errore linguistico che contribuisce a sostenere alcune posizioni pro aborto e a creare confusione sugli spettatori indifferenti.

Le espressioni linguistiche che i “pro life” usano per indicare l’essere umano concepito e nelle sue immediate fasi successive di sviluppo sono del tipo “vita nascente”, “nascituro”, “non nati”, ecc. Sono questi appellativi che nascondono una insicurezza sulla reale condizione esistenziale ed ontologica dei concepiti. Come si può parlare di “uccisione dell’innocente” se questo “innocente” non è ancora nato? Se la nascita è un processo, come le espressioni usate affermano (nascente, nascituro), allora in presenza di chi siamo durante questa fase? Di un essere umano parziale? Incompleto? Di un “quasi” uomo? Il grave rischio che corrono gli anti-abortisti è proprio quello di cadere in contraddizione e di usare un linguaggio che sostenga proprio quelle tesi abortiste che fanno leva sul fatto che l’embrione sia solo un essere umano in potenza e non in atto e dunque la sua uccisione non così grave come quella di un essere umano già nato. In realtà si può parlare di processo solo nelle fasi che precedono la nascita e che preparano l’incontro dei gameti. Ma c’è poi un istante, sicuro, registrabile, definitivo che segna il passaggio generazionale e la nascita di un nuovo essere umano. Da quel momento in poi l’uomo è già nato, è in atto, è persona e le sue successive trasformazioni sono solo fenomenologiche e accidentali. Allora chiamiamoli “esseri umani embrionali”, essere umani “fetali”, “esseri umani infanti”, “essere umani bambini” e così via fino a quando l’altro limite dell’esistenza umana, la morte decreterà che

quell’essere umano non c’è più.

BIBLIOGRAFIA

 

  • Pietro Ramellini, Il corpo vivo. La vita tra biologia e filosofia. Ed. Cantagalli, Siena, 2006

 

  • Giuli, L’inizio della vita umana: basi biologiche e questioni etiche. Rinascita della Scuola, 2005

 

 

  • Pasquale Rosati, Embriologia generale dell’uomo, ed. edi-ermes, Milano, 2004

 

  • Angelo Serra, il neoconcepito alla luce degli attuali sviluppi della genetica umana, in L’aborto. Riflessioni di studiosi cattolici a cura di Sgreccia – Fiori

 

 

  • Centro di Bioetica – Università Cattolica del S. Cuore, Identità e statuto dell’embrione umano, 22.6.1989, “Medicina e Morale”, 1989, 4 (suppl.)

 

  • Sgreccia, Manuale di bioetica, vol.1, Vita e Pensiero, 1999, Milano

 

 

      –     J. Testart – C. Godin, La vita in vendita, Lindau, Torino, 20

 

        –  V. Possenti, Il principio-persona, Armando editore, 2006, Roma

 

  • Severino, Sull’embrione, Rizzoli, 2005, Milano
  • de Mattei, La premessa sbagliata con la quale il prof. Severino vuole ingannarci, da il Foglio 04/12/2004

[1] La riflessione sul binomio vivente/organismo è di Pietro Ramellini dal suo libro Il corpo vivo. La vita tra biologia e filosofia. Ed. Cantagalli, Siena, 2006

[2] A. Giuli, L’inizio della vita umana: basi biologiche e questioni etiche. Rinascita della Scuola, 2005

[3] Pasquale Rosati, Embriologia generale dell’uomo, ed. edi-ermes, Milano, 2004

[4] Angelo Serra, il neoconcepito alla luce degli attuali sviluppi della genetica umana, in L’aborto. Riflessioni di studiosi cattolici a cura di Sgreccia – Fiori

[5] Angelo Serra, art. cit.

[6] A. Giuli, art. cit.

[7] Centro di Bioetica – Università Cattolica del S. Cuore, Identità e statuto dell’embrione umano, 22.6.1989, “Medicina e Morale”, 1989, 4 (suppl.) in E. Sgreccia, Manuale di bioetica, vol.1, Vita e Pensiero, 1999, Milano

[8] J. Testart – C. Godin, La vita in vendita, Lindau, Torino, 2004

[9] V. Possenti, Il principio-persona, Armando editore, 2006, Roma

[10] E. Severino, Sull’embrione, Rizzoli, 2005, Milano

[11] R. de Mattei, La premessa sbagliata con la quale il prof. Severino vuole ingannarci, da il Foglio 04/12/2004

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