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LA VIA DELLA CONVERSIONE: LE QUATTRO NOTTI DELLA SALVEZZA

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Redazione- La Direzione, la Redazione, i collaboratori  della rivista  augurano ai lettori una Buona Pasqua con le parole di una riflessione sul cammino quaresimale ,tempo forte  dell’anno liturgico , che chiama ad accogliere la Fede  ,la Speranza e la Carità che al di là del loro valore teologico rappresentano l’accoglimento e la testimonianza alla Verità nel mondo che viviamo. Un mondo che  anche laicamente ha bisogno della Verità che è poi fondamento della Giustizia. Entrambe cardine della Libertà e della Democrazia .

In questa riflessione ,tenendo ben presenti tutti i valori religiosi ma anche quelli laici , ci facciamo guidare  da Papa Francesco che nel suo incipit al messaggio  appunto per la quaresima dell’anno del covid ha scritto : “Annunciando ai suoi discepoli la sua passione, morte e risurrezione, a compimento della volontà del Padre, Gesù svela loro il senso profondo della sua missione e li chiama ad associarsi ad essa, per la salvezza del mondo.”

Un messaggio  che continua  ricordando appunto il valore teologale delle virtù più importanti nella vita di ogni fedele : “ Nel percorrere il cammino quaresimale, che ci conduce verso le celebrazioni pasquali, ricordiamo Colui che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). In questo tempo di conversione rinnoviamo la nostra fede, attingiamo l’“acqua viva” della speranza e riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo. Nella notte di Pasqua rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, per rinascere uomini e donne nuovi, grazie all’opera dello Spirito Santo. Ma già l’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione, che anima i sentimenti, gli atteggiamenti e le scelte di chi vuole seguire Cristo.”

Papa Francesco  nella sua riflessione che continua così fa riferimento spessissimo alle sue encicliche  “Laudato si” e ” Fratelli tutti” :   “Il digiuno, la preghiera e l’elemosina, come vengono presentati da Gesù nella sua predicazione (cfr Mt 6,1-18), sono le condizioni e l’espressione della nostra conversione. La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa.

  1. La fede ci chiama ad accogliere la Verità e a diventarne testimoni, davanti a Dio e davanti a tutti i nostri fratelli e sorelle.

In questo tempo di Quaresima, accogliere e vivere la Verità manifestatasi in Cristo significa prima di tutto lasciarci raggiungere dalla Parola di Dio, che ci viene trasmessa, di generazione in generazione, dalla Chiesa. Questa Verità non è una costruzione dell’intelletto, riservata a poche menti elette, superiori o distinte, ma è un messaggio che riceviamo e possiamo comprendere grazie all’intelligenza del cuore, aperto alla grandezza di Dio che ci ama prima che noi stessi ne prendiamo coscienza. Questa Verità è Cristo stesso, che assumendo fino in fondo la nostra umanità si è fatto Via – esigente ma aperta a tutti – che conduce alla pienezza della Vita.

Il digiuno vissuto come esperienza di privazione porta quanti lo vivono in semplicità di cuore a riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento. Facendo esperienza di una povertà accettata, chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso. Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna San Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi (cfr Enc.  Fratelli tutti, 93).

La Quaresima è un tempo per credere, ovvero per ricevere Dio nella nostra vita e consentirgli di “prendere dimora” presso di noi (cfr Gv 14,23). Digiunare vuol dire liberare la nostra esistenza da quanto la ingombra, anche dalla saturazione di informazioni – vere o false – e prodotti di consumo, per aprire le porte del nostro cuore a Colui che viene a noi povero di tutto, ma «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14): il Figlio del Dio Salvatore.

  1. La speranza come “acqua viva” che ci consente di continuare il nostro cammino

La samaritana, alla quale Gesù chiede da bere presso il pozzo, non comprende quando Lui le dice che potrebbe offrirle un’“acqua viva” (Gv 4,10). All’inizio lei pensa naturalmente all’acqua materiale, Gesù invece intende lo Spirito Santo, quello che Lui darà in abbondanza nel Mistero pasquale e che infonde in noi la speranza che non delude. Già nell’annunciare la sua passione e morte Gesù annuncia la speranza, quando dice: «e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20,19). Gesù ci parla del futuro spalancato dalla misericordia del Padre. Sperare con Lui e grazie a Lui vuol dire credere che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore. Significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.

Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata (cfr Enc Laudato sì, 32-33.43-44). È speranza nella riconciliazione, alla quale ci esorta con passione San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità.

Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc.Fratelli tutti [FT], 223). A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» ( ibid., 224).

Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa, la speranza ci viene donata come ispirazione e luce interiore, che illumina sfide e scelte della nostra missione: ecco perché è fondamentale raccogliersi per pregare (cfr Mt 6,6) e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.

Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose” (cfr Ap 21,1-6). Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).

  1. La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza.

La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.

«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» ( FT, 183).

La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità.

Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (FT, 187).

Cari fratelli e sorelle, ogni tappa della vita è un tempo per credere, sperare e amare. Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre.

Maria, Madre del Salvatore, fedele ai piedi della croce e nel cuore della Chiesa, ci sostenga con la sua premurosa presenza, e la benedizione del Risorto ci accompagni nel cammino verso la luce pasquale.  (1)

 Ma la notte della Pasqua, vogliamo aggiungere noi  è una delle quattro notti della salvezza.

La prima notte: la notte della salvezza. La seconda notte: la notte di Abramo o della fede..La terza notte: la notte dell’esodo o della liberazione. La quarta notte, la notte del Messia o dell’amore crocofisso.

La notte di Pasqua ,la notte della salvezza,riassume il racconto delle quattro notti fonti del dono dell’esperienza di grazia che il Signore ha dato agli uomini.

La notte di Pessach i figli di Israele si siedono attorno ad una mensa addobbata con i segni della redenzione e proclamano le meraviglie che Dio ha compiuto per loro.
L’osservanza scrupolosa del “seder pasquale” consiste per ogni famiglia di magiare le erbe amare (“maror”),il pane dell’afflizione ,il “matzah” o pane azzimo ( pane non lievitato perché nell’urgenza della fuga dall’Egitto non ci fu tempo per farlo lievitare) e di bere il vino alle coppe della salvezza.
Il “ seder pasquale” è dunque il rito che regola la purificazione di ogni lievito, simbolo del fermento del male che è in noi (“chametz”) e la celebrazione del banchetto.

La notte della Pasqua i cristiani la celebrano attorno alla mensa dell’agnello, mangiano il pane della vita e devono il calice della salvezza, nutriti quindi del corpo e del sangue di Cristo.
Pane azzimo dell’ostia e calice del vino sono nel segno della continuità dell’eucarestia con il banchetto pasquale ebraico pur nella novità della presenza reale del Signore Gesù.
Perciò la liturgia della Veglia pasquale canta così: “Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti del Cristo dall’oscurità del peccato e della corruzione del mondo, li consacra all’amore del padre e li unisce alla comunione dei santi.. Questa è la notte in cui Cristo , spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro.

Nel dialogo tra padre e figlio (Es.13,14) seduti intorno alla mensa del Pessach risuona una domanda : “ Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti ?”
Perché si fa memoria della schiavitù di Egitto , ci si dispone a gustare il sapore della libertà bevendo alle quattro coppe della salvezza.

La notte di Pessach è la notte che rivela le innumerevoli meraviglie di salvezza che l’altissimo ha operato: quattro, dalle quali derivano tutte le altre e tutte e quattro si sono compiute nella notte e nel buio del cuore, la luce è venuta a salvarci.
Il racconto delle quattro notti è riferito nella tradizione ebraica in rapporto alla benedizione ( o qiddush) delle quattro coppe in un antico documento che ne parla ed è il TARGUM ONKELOS a Es. 12,42.”In realtà quattro notti sono scritte nel libro del memoriale. LA PRIMA NOTTE fu quando il Signore si manifestò nel mondo per crearlo: il mondo era deserto vuoto e la tenebra si estendeva sulla superficie nell’abisso ma il Verbo del Signore era la luce e illuminava. Ed egli la chiamò notte prima (QIDDUSH della prima coppa) .

La seconda notte  fu quando il Signore si manifestò ad Abramo dall’età di cento anni,mentre Sara sua moglie ne aveva novanta,affinché si compisse ciò che dice la scrittura : certo Abramo genera all’età di cento anni e Sara partorisce all’età di novant’anni. Isacco aveva trentasette anni quando fu offerto sull’altare. I cieli si abbassarono e discesero e Isacco ne contemplò la perfezione e i suoi occhi rimasero abbagliati per le loro perfezioni. Ed egli la chiamò : notte seconda (QIDDUSH della seconda coppa).
La terza notte  fu quando il Signore si manifestò contro gli egiziani durante la notte : la sua mano uccideva i primogeniti di Egitto e la sua destra proteggeva i primogeniti di Israele per compiere la parola della Scrittura : Israele è il mio primogenito (Es. 4,22) Ed egli la chiamò : la notte terza ( QIDDUSH della terza coppa).

La quarta notte  sarà quando il mondo giungerà alla sua fine per essere redento. Le sbarre di ferro saranno spezzate e le generazioni degli empi saranno distrutte. E Mosè salirà dal deserto e il Re dall’alto: e il Verbo camminerà in mezzo a loro ed essi cammineranno insieme., E’ la notte di Pasqua nel nome del Signore ,notte predestinata e preparata per la redenzione di tutti i figli d’Israele in ogni generazione (QIDDUSH della quarta coppa).”

Far memoria di queste quattro notti aiuta ad entrare intensamente nella notte di Pasqua, culmine e fonte della salvezza nostra e di tutte le creature che sono al mondo. Come quattro tappe esse scandiscono il cammino, teso a fare sempre più di noi , per tanti aspetti figli della notte, i figli della luce redenti dall’Amore.

Dunque  nello spirito degli ebrei contemporanei di Cristo – e di conseguenza nello spirito degli apostoli e di Gesù stesso – la pasqua non commemorava soltanto la notte dell’uscita dall’Egitto.

La tradizione teologico-liturgica ebraica vi aveva aggiunto il “memoriale” di altre tre notti, di altre tre “nascite”, riassumendo così, come vedremo, tutta la storia della salvezza, dalla creazione fino alla fine del mondo.

Infatti nella versione aramaica della bibbia, quella stessa che leggeva Gesù (il Targum palestinese), Esodo 12,42 era commentato dal famoso Poema delle quattro notti.    (2)

 Il Targum palestinese, che abbiamo appena ricordato , dà testimonianza di tutto ciò che la festa pasquale era, al tempo di Gesù, per la fede tradizionale del popolo di Dio: si commemoravano “le quattro notti” della storia della salvezza iscritte nel “libro dei memoriali”.  Che cos’è questo “Libro dei memoriali”, o dei “ricordi”? Un  modo di parlare molto concreto, come quando noi diciamo: “Prendo nota di questo nella mia memoria”, o “Scrivo il tuo nome nel mio cuore”. Si tratta di quei “libri celesti” senza pagine in cui Dio “registra” i nomi dei suoi amici, le opere del suo amore per il suo popolo, le persone e le cose che “non vuole dimenticare”. Nella liturgia, questi “memoriali” sono un richiamo sia per gli uomini, sia per Dio:

–   un richiamo per gli uomini dei benefici di Dio operati nel passato; per ridestare in loro il ringraziamento e la fedeltà;

–   un richiamo per Dio di tutto ciò che ha operato; perché si ricordi del suo amore.

Il ricordo di Dio non è però mai una semplice evocazione del passato, corrisponde sempre a un nuovo intervento del suo amore. Dio non “rumina” i suoi ricordi, ne rende nuovamente attivo il beneficio; ne continua la grazia, attuale, perenne. Quando perciò Dio “si ricorda”, avviene qualcosa: viene creata una nuova situazione o restaurata un’antica.

Celebrare un “memoriale” del passato significa provocare un evento reale nel presente, e non una semplice evocazione. La pasqua del nuovo testamento, l’eucaristia, riveste perciò anche questo duplice aspetto dinamico di ringraziamento da parte dei cristiani e di impegno salvatore da parte di Dio( 3 )

 E dunque  :“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui è resuscitato” Luca 24,5
“non abbiate paura ,voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E’ risorto come aveva detto…” Matteo 28,5
“ …non è qui .Ecco il luogo dove l’avevano deposto..Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea.Là lo vedrete come vi ha detto.” Marco 16,6
“donna perché piangi ? Chi cerchi? Ella pensando che fosse il custode del giardino gli disse “Signore se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai portato e io andrò a prenderlo “. Gesù le disse “Maria!” Essa allora voltatosi verso di lui gli disse in ebraico “Rabbuni!” che significa Maestro” Giovanni 20,15 ( 4 )

(1)Messaggio del Santo Padre  Francesco per  la Quaresima  2021 “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme…” (Mt 20,18).Quaresima: tempo per rinnovare fede, speranza e carità.Roma, San Giovanni in Laterano, 11 novembre 2020, memoria di San Martino di Tours

(2) Eccone la traduzione:

Quattro notti sono state iscritte nel “Libro dei Memoriali”:

La prima notte fu quella in cui Jahvé si manifestò sul mondo per crearlo; il mondo era deserto e vuoto e le tenebre ricoprivano l’abisso.  La parola di Jahvé fu la luce e questa cominciò a brillare, la chiamò: prima notte.

La seconda fu quando Jahvé si manifestò ad Abramo, che aveva cento anni, e a Sara che ne aveva ottanta perché si adempisse la scrittura: forse Abramo può generare e Sara partorire?

Isacco aveva trentasette anni, quando fu offerto sull’altare. I cieli sono discesi, si sono abbassati, e Isacco ne vide le perfezioni; e tali perfezioni oscurarono i suoi occhi.  E la chiamò: seconda notte.

La terza notte fu quando Jahvé apparve agli egiziani nel cuor della notte: la sua mano (sinistra) uccideva i primogeniti degli egiziani e la sua destra proteggeva i primogeniti d’Israele, perché si adempisse ciò che la scrittura dice: Israele è mio figlio, il mio primogenito.  E la chiamò: terza notte.

La quarta notte (sarà) quando il mondo arriverà alla sua fine per essere dissolto; i gioghi di ferro saranno spezzati e le generazioni dell’empietà saranno distrutte.  E Mosè uscirà dal deserto e il re messia dall’alto dei cieli…

E’ la notte della pasqua per il nome di Jahvé, notte stabilita e riservata per la salvezza di tutte le generazioni d’Israele.

Il tempo durante il quale gli israeliti abitarono in Egitto fu di quattro-centotrent’anni.  Al termine dei quattrocento-trent’anni, proprio in quel giorno, tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto.  Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto.  Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli israeliti, di generazione in generazione. (Es 12,40-42)

( 3 )  . http://www.abbaziaborzone.it/2011/02/15/le-preparazioni-le-quattro-notti/

(4)Le quattro notti della salvezza è anche un libro di Bruno Forte  che offre una suggestiva meditazione sul centro del mistero cristiano a partire dalla tradizione ebraica che individua 4 notti in cui si è manifestata la salvezza di Dio per gli uomini: la notte della creazione, la notte del sacrificio di Abramo, la notte dell’Esodo e la notte futura della venuta del Messia. La rilettura cristiana offerta da Bruno Forte individua nella notte della creazione l’insegnamento dell’amore umile, nella notte di Abramo l’insegnamento della fede, nella notte dell’esodo l’insegnamento della speranza liberatrice, e nella notte del Messia l’insegnamento dell’Amore crocefisso. Il libro assume dunque una connotazione di attesa, particolarmente adatta al periodo dell’Avvento e all’attesa della notte del Natale di Cristo. Bruno Forte, nato a Napoli nel 1949, sacerdote nel ‘73, dottore in teologia nel ‘74 e in filosofia nel ‘77, è stato a lungo titolare della cattedra di teologia dogmatica nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Ha trascorso lunghi periodi di ricerca a Tubinga e a Parigi. Ha tenuto lezioni e conferenze in molte università europee e americane, e corsi di aggiornamento e di esercizi spirituali nei vari continenti. Delle sue opere (molte delle quali tradotte nelle più importanti lingue del mondo) la principale è la Simbolica Ecclesiale, pubblicata dalle Edizioni San Paolo in otto volumi tra il 1981 e il 1996. Il 26 giugno 2004 il Santo Padre lo ha nominato arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto. È Presidente della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi.

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