Ultime Notizie

INTERVISTA AL SOCIOLOGO ABRUZZESE DARIO LEONE SUL SUO ULTIMO LIBRO

Leone: “Racconto la solitudine dei piccoli che mentre combattono i giganti, vengono corrosi dall’indifferenza che li circonda”.

0 5.370

Redazione- A colloquio con il sociologo che ha trasformato in romanzo l’analisi di un fenomeno sociale inedito che definisce come una “microdittatura” in un paese di provincia nel cuore dell’Italia democratica. Dario Leone 40 anni, marxista-leninista ortodosso ma non dogmatico, autore di splendidi saggi sociologici nei quali ha affrontato l’analisi della dimensione affettiva in quest’epoca contemporanea (L’amore ai tempi della Globalizzazione, Aracne 2017), la perdita dell’identità sociale (Identità liquida, disagio solido, Nulla Die 2019) e le conseguenze dei sistemi sociali sulla psiche delle persone (Le gabbie sociali della Globalizzazione, Susil 2014). Cantautore a tempo perso (ha pubblicato online l’album Il sogno rubato, 2018), già collaboratore universitario del CISM (Centro Interdipartimentale sulla società multiculturale) e militante di partito fin dall’adolescenza prima al fianco di Cossutta e Diliberto ed ora nel Partito Comunista di Marco Rizzo di cui è dirigente del Comitato Centrale. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo ultimo lavoro uscito a dicembre che è anche il suo primo romanzo a metà tra la narrativa e la saggistica dal titolo Storie di ordinaria amministrazione edito da Nulla Die, che sta ottenendo una rilevante risonanza.

La tua ultima fatica letteraria racconta le “imprese” di un giovanissimo comunista che da assessore di una piccola comunità, contrasta un monolitico gruppo dirigente che egemonizza ogni singolo aspetto della vita quotidiana dei cittadini. Un incubo, insomma…

È un romanzo sulla fine dello spazio politico antagonista. Tutto si svolge sullo sfondo della crisi della Sinistra (allora definita “radicale”), che dopo aver condiviso esperienze di governo nefaste, scompare dal parlamento e si liquefa. Il racconto però, si dipana in un contesto periferico nel quale la dimensione nazionale è solo una cornice. Il sociologo Agustoni, ritiene che sia un lavoro prezioso soprattutto perché mentre esistono diari e memoriali di illustri personaggi storici, al contrario non esiste nulla del genere per quel che riguarda i protagonisti politici dei territori locali. Diciamo che è un lavoro che va a colmare un vuoto letterario e scientifico. Analizzo l’esercizio della leadership in senso weberiano (e orwelliano) e le conseguenze del sistema messo in piedi da un micro dittatore, sulla pelle di chi lo contrasta. Su quest’ultimo aspetto mi sono soffermato di più raccontando la solitudine dei piccoli che combattono i giganti e che pian piano, pur non arrendendosi mai, vengono corrosi dall’indifferenza che li circonda.

Una delle cose che più colpiscono il lettore è, probabilmente, l’accondiscendenza della minoranza in Consiglio Comunale. Il “sindaco- dittatore” che nel romanzo chiami Augusto Benito, dopo essersi liberato del giovane comunista, sembra incontrastabile anche per via dell’assenza di una opposizione istituzionale.

Diciamo pure che è uno spaccato locale del sistema borghese e capitalista nel quale dominano interessi particolari privi di una visione politica che quindi produce l’azzeramento delle distinzioni tra i partiti in campo. Nel libro la minoranza eletta diventa, dopo l’estromissione dell’assessore comunista, una costola della maggioranza che consolida il suo dominio egemonico che sottilmente diventa ancor più violento e repressivo verso qualsiasi dissenso anche il più lieve e disinteressato. Gli oppositori veri, subiscono una valanga di calunnie che vengono veicolate da potentissime macchine del fango sostenute non solo da chi ha vinto le elezioni, ma anche da chi le ha perse. Gli antagonisti dunque, sono fisicamente isolati non solo da un punto di vista politico ma anche sociale visto che vi è anche il terrore di fermarsi per strada a parlare con loro pena il ricatto sul lavoro, l’intimidazione e l’aumento del controllo. Descrivo in miniatura la delinquenza politica di un sistema determinato esclusivamente dalla struttura economica che basandosi sull’affare e sul profitto, pone le istituzioni al proprio servizio e non nell’interesse del popolo. È quindi l’inizio della distruzione di una comunità che nel corso degli anni sarà seppellita dall’immondizia, dai debiti e dall’assenza di un ruolo nel proprio contesto territoriale per mano del suo intero arco politico.

Quindi parliamo di un giovane estremista contro un esercito di moderati.

Io credo che si parli di un giovane moderato contro una manica di estremisti. È paradossale il linguaggio di questo pezzo di mondo occidentale. Gli estremisti sarebbero quelli come il protagonista del mio romanzo, che non vogliono inceneritori, debiti fuori bilancio, il ricatto sulle materiali condizioni di vita, mentre i moderati sarebbero coloro che utilizzano il notabilato e il clientelismo come clava di demolizione della dignità altrui, che desiderano l’ingresso dei privati nella gestione dei rifiuti, che favoriscono impianti di smaltimento di rifiuti tossici, che vogliono inceneritori, che cumulano mutui insostenibili distruggendo la propria terra e che massacrano a suon di fango chiunque osi pronunciare la più flebile critica nei loro confronti. Ebbene, no! Non considero affatto il protagonista del romanzo un estremista.

Quanto c’è di autobiografico in quello che hai scritto?

Diceva Umberto Eco che anche quando uno scrittore comincia un romanzo con “c’era una volta un Re e una Regina”, sta parlando di se stesso. Secondo uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, non esiste al mondo uno scritto che non sia autobiografico in una o più porzioni di un romanzo, di un saggio o di una poesia. E non potrebbe essere diversamente.

Parliamo della fine dei partiti comunisti “post muro di Berlino”. Tu racconti il crollo della sinistra radicale attraverso i sentimenti e l’interiorità del protagonista descrivendone lo smarrimento. Infatti il romanzo sembra essere diviso narrativamente in due parti. La prima è una cronaca dei fatti, la seconda è una prosa quasi intima.

Ciò che unisce le due fasi della storia è il grande errore compiuto dai comunisti negli anni Novanta e nel primo decennio del Duemila. Avevamo l’idea che il mondo potesse essere cambiato attraverso gli strumenti della classe dominante e dunque le elezioni, la partecipazione alle coalizioni di Centro Sinistra, nella convinzione che fosse possibile spostare sul versante dei diritti sociali l’asse delle scelte politiche di tutti i partiti alleati. In realtà è accaduto il contrario. Sono stati i comunisti ad essere stati spostati sulle posizioni delle classi dominanti approvando ogni nefandezza dei governi di cui hanno fatto parte (finanziarie immonde, rifinanziamenti di missioni militari, colpi mortali al lavoro e alla classe operaia). Tutto questo è stato giustificato dal “pericolo della Destra” senza che nessuno si fosse accorto che il Centro Sinistra era (ed è ancor di più oggi) semplicemente un altro tipo di destra che, come quella autentica, è al servizio di un unico padrone (UE, NATO, BCE, FMI, mercati finanziari, grandi gruppi industriali…). Borgotazza, il paese in cui si svolge la storia, è appunto una miniatura di tale condizione. Il giovane protagonista del romanzo, comincia a meditare sul fatto che il sistema politico conti molto poco e che non è la destra che dev’essere battuta, ma il sistema capitalistico di cui fa parte anche il Centro Sinistra e di cui, in fondo (magari ingenuamente e/o bonariamente), ha fatto parte anche il partito nel quale militava, i Comunisti Italiani. E questo è per lui difficile da accettare dopo aver dedicato tutta la giovinezza alla sua costruzione. Per cui è un tormento autocritico paradigmatico della condizione di tutta la sinistra italiana dell’epoca. Tuttavia è pur vero che in quel tempo Rifondazione e i Comunisti Italiani erano l’unico orizzonte nel quale i comunisti potevano muoversi. Dunque è un’autocritica compiuta dal protagonista ma che travalica la sua persona e si fonde appieno dentro l’abbaglio di quegli anni.

Vista la risonanza di Storie di ordinaria amministrazione, ci sarà un seguito?

Non proprio. Ho abbozzato una cosa simile ma non si tratta di un seguito. Ho in mente lo stesso protagonista (il giovane comunista Ernesto Sechia), che scrive un diario raccontando come è stato costruito, gestito e distrutto il Partito dei Comunisti Italiani nella sua regione. Un lavoro che ricalca lo stile di Storie di ordinaria amministrazione che affronta dal basso un momento importante della storia politica dove da una scissione da Rifondazione Comunista nasce il PdCI che si radica nei territori, si afferma elettoralmente e dopo pochi anni comincia a sgretolarsi intorno a personalismi, guerre di potere fratricide fino alla completa autodistruzione. Diciamo che questo romanzo è la storia si Ernesto Sechia nell’Amministrazione Comunale del suo paese, quello che sto per scrivere è la storia dello stesso protagonista nel suo partito. Naturalmente sarà un lavoro lungo e ben più articolato viste le implicazioni politiche, ideologiche e storiche.

Spero abbia la stessa risonanza di Storie di ordinaria amministrazione.

Commenti

commenti