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LA GRANDE GUERRA: DAI TRATTATI DI PACE ALLA RESA DI FIUME (SECONDA PARTE)

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Redazione- Dietro il paganesimo dell’impresa fiumana – è ricordato a più riprese come nella Fiume degli Arditi regnasse un clima orgiastico, dove trovava spazio l’estetismo del segretario d’azione Guido Keller, solito nutrirsi con petali di rosa e insalata condita col miele – si cela un progetto più ampio: quello di marciare su Roma e mettere in atto un golpe finalizzato all’instaurazione di uno Stato autoritario. Nel maggio del 1920 il governo Nitti cade ed è sostituito da un governo molto più forte: a presiederlo c’è Giovanni Giolitti, uno dei politici italiani più importanti e famosi dell’epoca. Dopo il cambio di governo d’Annunzio decide che i tentativi di costringere l’Italia ad annettere Fiume sono falliti e nel settembre del 1920 fa approvare una Costituzione che trasforma Fiume in una specie di Stato indipendente. La “Carta del Carnaro”, come è ribattezzata, è un complicato guazzabuglio di varie e confuse ideologie. Mentre a Fiume il governo di Gabriele d’Annunzio litiga con gli altri capi dell’impresa, Giolitti firma con la Jugoslavia un trattato per mettere fine alla questione di Fiume: il trattato di Rapallo. La città avrebbe acquisito lo status di “città libera”, sottoposta a una specie di “tutela” italiana. Il trattato è approvato anche da Mussolini e da molti nazionalisti italiani, che sono ormai stanchi delle eccentricità di d’Annunzio e di alcuni suoi legionari. Il 23 dicembre 1920 l’esercito italiano lancia un ultimatum al Comandante Gabriele d’Annunzio: entro il giorno successivo assieme ai suoi uomini deve abbandonare la città. Il Comandante respinge l’ultimatum e l’esercitò italiano attacca la città di Fiume. Al 24 e 25 dicembre ci sono scontri in cui muoiono alcune decine di legionari e di soldati italiani. La corazzata italiana “Andrea Doria” spara alcuni colpi di cannone che colpiscono la residenza dello stesso governatore, dove risiede il Comandante, il quale decide la resa al fine di evitare ulteriore spargimento di sangue. Il Natale di sangue del 1920, che pone fine all’avventura dei legionari nell’Adriatico, riconsegna all’Italia un d’Annunzio ormai logoro, in declino fisico e deluso dalla politica. Il Poeta allora torna ad essere l’Immaginifico. Si ritira sulle sponde del Garda, in quello che diverrà il Vittoriale degli Italiani, e regala alla letteratura mondiale Il Notturno. Quando, alla fine del 1922, cala il tramonto sulla lunga giornata dell’Italia liberale, emergono, più o meno velatamente, tutti i caratteri dell’incompatibilità tra dannunzianesimo e fascismo – e più specificamente tra d’Annunzio e Mussolini – per lungo tempo acriticamente ignorati dalla vulgata storica. E la marcia su Roma – che non rappresenta più un mistero – è anticipata per prevenire la ventilata possibilità di una pacificazione nazionale

guidata dal Poeta Vate, che avrebbe relegato il fascismo in posizione secondaria.

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