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” ESSERE FIGLI DI DIO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Gesù cammina sulle acque del lago di Galilea secondo il racconto di tre evangelisti: Marco, Matteo e Giovanni. L’importanza di questo segno che opera Cristo è testimoniata dal fatto che viene riportato oltre che da due sinottici anche da Giovanni (a tutti e tre ci rifacciamo in questo nostro scritto).

Il segno segue la moltiplicazione dei pani. Leggiamo Giovanni 6, 14-15:

“Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo”.

Siamo nel contesto della Pasqua, la vittoria di Dio sul mare. Dio ha aperto cammini imprevisti sul mare portando a salvezza il suo popolo facendolo passare dalla schiavitù alla libertà. Questo è l’esodo: la fuga degli ebrei dal giogo egiziano grazie a Mosè, il quale li guida per 40 anni nel deserto fino a che il popolo non entra nella Terra Promessa. La Pasqua è per gli ebrei il memoriale dell’esodo.

Il profeta che deve venire nel mondo è un richiamo al Messia, come prospettato in Deuteronomio 18, 15: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto”. Secondo la tradizione ebraica il Messia dovrà ripetere i prodigi dell’esodo, come dare il pane del cielo (la manna offerta da Dio al popolo nel deserto). Il Messia deve essere il nuovo Mosè.

Gesù si ritirò sulla montagna da solo perché, se, come dice la tradizione, la prima moltiplicazione dei pani avvenne sul monte di Tabgha, è evidente che questa montagna è il monte delle Beatitudini, le cui pendici iniziano davanti a Tabgha.

Mentre Gesù era sul monte i suoi discepoli scesero al lago di Tiberiade (v. 16). La folla voleva fare Gesù re, aveva intenzione di “rapirlo”, in greco arpazein. Probabilmente erano gli zeloti, che avevano la base in Galilea. Gli zeloti costituivano un gruppo all’interno dell’ebraismo che si riconosceva nella Torah ma considerava Dio come unico Signore, quindi non poteva accettare il potere romano, allora questi individui organizzavano rivolte contro i romani. Gli studiosi ipotizzano che gli zeloti avessero riconosciuto Cristo come il Messia e volessero farlo re. Per gli zeloti, infatti, il Messia doveva essere un capo politico che avrebbe liberato Israele dalla dominazione straniera, la quale era tanto più grave quanto si prestava all’idolatria contro il Dio unico degli ebrei.

Ma Cristo non sta al loro gioco e si ritira “solo”, in greco monos, da cui la parola “monaco”. Gesù non vuole stare nel mondo, ma si ritira dal mondo in preghiera, come faranno in seguito i monaci cristiani. Gesù si ritirò “di nuovo” sul monte, allora Gesù amava stare da solo in preghiera, lontano da tutti. Gesù non appare come un Messia politico, come se lo aspettavano in molti, bensì come il Servo sofferente di Isaia 53.

Dopo un miracolo così impressionante come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, è evidente che gli zeloti lo scelsero come il loro capo. Un passo delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio, uno storico ebreo contemporaneo di Cristo, testimonia che Giovanni il Battista riceveva molto seguito presso gli zeloti e Erode era preoccupato di possibili rivolte. Non dimentichiamo che si era sparsa la voce che Cristo fosse una reincarnazione di Giovanni Battista. Ma l’atteggiamento di diniego di Cristo non è solo politico, ma soprattutto teologico: egli voleva manifestarsi come la vittima pasquale e non come un nuovo carnefice della storia.

Allora i discepoli salirono sulla barca e passarono all’altra riva senza Gesù. Si scatenò una tempesta e i discepoli ebbero paura: dopo molto tempo videro Cristo avvicinarsi a loro camminando sulle acque per trarli in salvo.

Negli anni 1986/7, quando le acque si abbassarono molto di livello, fu scoperta una barca sul fondo del lago di Tiberiade. Quindi possiamo farci una idea del tipo di imbarcazioni che c’erano a quel tempo. Il relitto è conservato nei pressi dell’antica Magdala. Questa barca poteva contenere fino a 13 persone, fu datata al radio carbonio e risultò che il taglio degli alberi avvenne attorno al 120 a.C./40 d.C. Presenta un foro centrale, quindi poteva navigare a vela, ma anche a remi. Conformemente a un mosaico di Magdala, che raffigura un’imbarcazione del tempo con vela ma anche con remi.

Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti e soffiava un forte vento. Giovanni sottolinea la tenebra, in greco skotia. Tutto il Vangelo di Giovanni è una lotta costante tra Luce e Tenebra. In questo brano del Vangelo di Giovanni è Cristo la luce, in quanto Egli interviene a salvare i discepoli sulla barca dai marosi alla quarta vigilia, cioè dalle 4 alle 6, vale a dire attorno all’alba. Lo stesso Giovanni nel capitolo 8 testimonia che Cristo dichiara di essere la Luce del Mondo. In un contesto pasquale dire che Gesù è la luce significa richiamare quella colonna di fuoco che, nelle tenebre della notte durante la quale gli ebrei fuggirono dagli egiziani, li guidava alla salvezza. E quella colonna di fuoco altro non era che Dio in Persona!

La nube dell’esodo era fuoco di notte e fumo di giorno, in quanto Dio è una nube luminosa, dirà la tradizione: Dio non è completamente manifesto nella storia. È un “Dio nascosto” (Isaia 45, 15). Nell’originale ebraico del passo di Isaia vi è il participio mistatter (forma hitpael), che di per sé è un riflessivo, e non un passivo: quindi Dio non “viene nascosto” ma “si nasconde”, ha la facoltà di nascondersi, desidera nascondersi. Dio vuole rivelarsi e si rivela, come attesta tutta la Bibbia, che è la storia dell’incontro di Dio con l’uomo, ma Egli rimane parzialmente ignoto.

Il lago di Tiberiade, in base alla posizione geografica, soprattutto per gli scontri dei venti dal deserto e dal nord, dal monte Hermon, ancora oggi fa scatenare tempeste improvvise e assai violente. Secondo la tradizione ebraica il lago di Tiberiade è una delle grandi meraviglie del mondo: un midrash racconta che Dio ha creato sette mari nella Terra Promessa ma uno solo ha scelto per Lui. In ebraico e aramaico yam significa sia “mare” sia “lago”, per questo il lago di Tiberiade viene detto in greco “mare”, thalassa.

Ma il “vento”, che nel testo evangelico è in greco anemos, è spesso nella Bibbia una allusione allo Spirito di Dio, in quanto l’ebraico ruach e il greco pneuma significano sia “vento” sia “spirito”.

Mosè era ispirato da Dio durante l’esodo, qui Gesù è Dio in Persona oltre ad essere il compimento di Mosè.

La Bibbia fa derivare il nome Moshé da una radice che vuol dire “tirar fuori” (la figlia del faraone, che lo estrae dall’acqua, dice: “Lo ho tirato, mashah, fuori dall’acqua”, Esodo 1, 10), in quanto il bambino venne estratto dal Nilo. Ma la maggior parte degli studiosi ritiene che il nome in questione derivi dall’egiziano msw, participio perfettivo passivo del verbo msj, “generare, partorire”, dunque varrebbe “generato, partorito”. Come il titolo del faraone Tuthmose, “generato dal dio Toth”. Tuttavia il nome di Mosè corrisponde al copto mas, “figlio”, che, per avere una /a/, doveva essere nella fase più antica della lingua egiziana *mis, il che non coincide con la vocale /o/ dell’ebraico Moshé.

Secondo l’etimologia che va per la maggiore, quella da msw, mancherebbe in “Mosé” la menzione del nome del Dio, ma non è strano nei nomi biblici, infatti “Isacco”, “Giacobbe”, “Giuseppe” non lo hanno.

Anche Gesù è Figlio di Dio. Uno dei titoli più alti di Cristo è quello di Figlio di Dio, in greco o uios tou theou. In Giovanni solo e esclusivamente Cristo è uios, tutti gli altri sono “figli”, in greco ta tekna, un neutro plurale. È come se Giovanni alludesse a una figliolanza adottiva di tutti noi (che Paolo sviluppa esplicitamente), mentre solo Cristo è il vero Figlio di Dio. Essere Figlio di Dio voleva dire nella mentalità di allora essere come Dio, il Padre. Il faraone era figlio di Toth perché considerato un dio vero e proprio.

Secondo la concezione del tempo il “mare” era un mostro: secondo il mito babilonese Tiamat, il mostro del mare e dell’abisso, venne sconfitto dal dio creatore. Pensiamo anche la mito ugaritico della lotta tra Yam, il mare, e il dio creatore Baal. Per questo nella Bibbia Dio cammina sulle acque: per manifestare la sua supremazia su tutto quanto esiste.

In Giobbe 9, 8 si legge: Dio “cammina sulle onde del mare”, nell’originale ebraico wedorek chal bamote yam. Il versetto 8 completo è: “Egli solo dispiega i cieli e cammina sulle onde del mare”. Si tratta di un merismo, secondo la mentalità semitica si pongono due estremi (cielo/mare) per indicare tutto ciò che sta in mezzo. Quindi è una dichiarazione dell’onnipotenza di Dio: egli signoreggia sul cielo e sul mare, cioè su tutto quanto esiste. La lezione “mare” è del Codice di Leningrado, invece due manoscritti ebraici hanno chab, “nuvola”, annullando il merismo, ma quest’ultima lezione non viene molto presa in considerazione dagli studiosi.

Nella Bibbia il mare è sinonimo delle “grandi acque”, simbolo del male che attenta alla creazione e che Dio aggioga come un nemico. Non per nulla la stessa espressione di Giobbe 9, 8 compare in Deuteronomio 33, 29, per esaltare la vittoria di Dio sui nemici.

In Israele l’idea del dominio di Dio sulle acque viene applicata anche all’attraversamento del Mare delle Canne (Esodo 15, 21):

“Cantate al Signore

perché ha mirabilmente trionfato:

ha gettato in mare

cavallo e cavaliere!”.

Ancora nel Salmo 76, 20:

“Sul mare passava la tua via,

i tuoi sentieri sulle grandi acque

e le tue orme rimasero invisibili”.

È in questa azione salvifica esodica che Dio appare il vero salvatore di Israele. Infatti al versetto 16 dello stesso Salmo si canta di Dio: “Tu riscattasti col tuo braccio il tuo popolo, i figli di Giacobbe e Giuseppe”. La redenzione operata da Dio è detta in ebraico ga’al, letteralmente “riscatto” di Dio nei confronti di Israele, “figlio primogenito” (Esodo 4, 22-23).

Al versetto 20 di Giovanni si legge: “Ma egli disse loro: Sono io, non temete”. Abbiamo qui due particolari stilistici degni di nota. La formula greca egō eimi, “io sono”, è usata da Giovanni per esprimere una autorivelazione di Cristo, si tratta della ripresa della traduzione operata dalla Settanta del nome di Dio di Esodo 3, 14: “Io sono Colui che sono”, nell’originale ebraico ‘eye asher ‘eye. Poi Giovanni per esaltare questa rivelazione usa o de, “ma egli”, raro nel Quarto vangelo. Gesù quindi si sta rivelando come il vero Dio, l’unico in grado di salvare l’uomo.

In un antico pezzo della haggada pasquale ebraica l’attraversamento delle acque del Mar Rosso e la manna nel deserto erano ricordati insieme e esaltati come atti salvifici di Dio. Forse Giovanni si ispira a questo pezzo: Gesù attraversava le acque e prima aveva fatto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

C’è anche un altro particolare interessante. Nella versione di Matteo si legge: subito dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù “ordinò ai discepoli di salire in fretta sulla barca e precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato le folle”. Il verbo greco che la CEI traduce con “ordinò” è ēnankasen, che di per sé vuol dire “costringere”, infatti il sostantivo greco anankē vuol dire “necessità”. Allora i sinottici ci prospettano un Gesù che costringe i discepoli a salire sulla barca, poi si scatena la tempesta ma Gesù non è con loro, passa molto tempo di paura e alla fine Cristo li salva.

Perché Gesù si comporta in questa maniera? Dio si manifesta nelle situazioni più disperate, quando la speranza sta per venire meno. Dio mette alla prova la fede di coloro che ama. Santa Teresa d’Avila, riferendosi a tutte le tribolazioni che Dio le riservava, ebbe a dire che Dio tratta male i suoi amici. Papa Paolo VI affermava che il cristianesimo non è “facile” ma “felice”.

È spesso nella sofferenza che Dio si manifesta. A salvare il mondo è stata la croce di Cristo. È nella croce l’intima natura della divinità e quindi della redenzione.

Dio sceglie di essere piccolo, povero e sofferente per manifestare il nulla di questo mondo. E vuole che i suoi amici lo trovino nella croce.

La Santa Messa è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, il quale sacrificandosi redime il mondo. Nel pane spezzato e nel vino versato vi è la presenza vera e reale del corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore. Per questo la Santa Messa è la fonte e il culmine della vita cristiana. E il cristiano, che Tertulliano definì alter Christus, deve partecipare alla Santa Messa in una duplice maniera. Deve associarsi ai patimenti di Cristo per risorgere con lui alla beatitudine.

San Pio da Pietralcina, quando celebrava il Santo Sacrificio della Messa, riusciva a vedere sull’altare Gesù Cristo che si immola per la nostra redenzione e, acconto a Lui, la Vergine Maria in preghiera. Non ci sono parole per indicare pienamente il mistero della Messa, ma i teologi vi si avvicinano dicendo che dalla Eucaristia giungono al cristiano e al mondo intero tutte le grazie che Dio elargisce. I mistici vedono che durante la consacrazione nella Messa si irradiano dall’Ostia dei raggi di luce che vanno a beneficare tutti i partecipanti. È la Luce del Risorto, che si rinnova nel mondo intero ogni volta che un sacerdote consacra il pane e il sangue eucaristici. Giovanni Paolo II (Salvifici doloris 31): “Il mistero della redenzione del mondo è in modo sorprendente radicato nella sofferenza, e questa, a sua volta, trova in esso il suo supremo e più sicuro punto di riferimento”.

Lo stesso San Pio rammentava che è proprio per via della Messa che Dio ancora non distrugge il mondo, nonostante i grandi peccati degli uomini, che oggi sono diventati peggiori dei diavoli.

La sofferenza non deve far paura, in quanto è insita nel progetto di Dio. Non Dio vuole il male, ma il male è entrato nel mondo per invidia del diavolo, tuttavia Dio sa estrarre il bene anche dalla negatività. Tutto ciò che accade è voluto da Dio, insegnava Tommaso d’Aquino.

Dio, assumendo su di sé il male nel diventare sacrificio di espiazione, ha cancellato la negatività del male: Egli lo ha trasformato in una occasione di identificazione con Cristo, quindi di salvezza. Giovanni Paolo II (Salvifici doloris 24): “Nel mistero della Chiesa come suo corpo, Cristo in un certo senso ha aperto la propria sofferenza redentiva ad ogni sofferenza dell’uomo”. Paolo in 2Corinzi 12, 9 rivelava come la potenza di Cristo si manifesta nella debolezza.

Giovanni Paolo II nel libro Memoria e identità, pubblicato dopo la sua morte, scriveva: “Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza, l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore. È vero, la sofferenza entra nella storia dell’uomo con il peccato delle origini … Ma la passione di Cristo sulla croce ha dato un senso radicalmente nuovo alla sofferenza, l’ha trasformata dal di dentro. Ha introdotto nella storia umana, che è storia di peccato, una sofferenza senza colpa, affrontata unicamente per amore. È questa la sofferenza che apre la porta alla speranza della liberazione, dell’eliminazione definitiva di quel pungiglione che strazia l’umanità. È la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene”.

I grandi santi hanno compreso il mistero indicibile della sofferenza, se vissuta assieme Cristo. È con la croce che Dio salva il mondo, pertanto il male è tale solo all’apparenza! Per questo i santi offrono la loro vita come sacrificio, nella imitazione di quanto fece Gesù Cristo duemila anni fa in maniera cruenta, e durante ogni Santa Messa in maniera incruenta.

Sembra assurdo nella nostra società consumistica soffrire per amore degli altri. Ma lo ha fatto Cristo e siamo chiamati a farlo tutti noi. Paolo in Colossesi 1, 21 scriveva: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne”. Santa Rita da Cascia ottenne da Cristo una spina della sua croce che la tormentò sulla fronte per molti anni. La Beata Speranza di Gesù, quando non era tormentata da persecuzioni e improvvise e misteriose malattie, per soffrire aderendo alla volontà di Dio, metteva dei sassolini dentro le scarpe.

Paolo scriveva in Romani 8, 22: “Tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”. I mistici cristiani osservano come il dolore che tutte le persone sperimentano nella vita altro non sia che doglie del parto necessarie a collaborare con Dio nel progetto mirabile della creazione.

Il grande teologo von Balthasar osservava come la croce è la regola dell’universo.

Quella croce appesa ai nostri muri è il mistero della nostra vita. Nel dolore e nella notte oscura del male Gesù è presente, anche se non lo vediamo sulla barca. Egli sta sul monte a pregare per noi. E, quando tutto ci sembra perduto, egli appare all’improvviso per portarci in salvo. Osea 6, 1-2:

“Venite, torniamo al Signore,

perché egli ha strappato, ma ci guarirà;

ha percosso, ma ci fascerà.

In due giorni ci ridarà la vita;

il terzo giorno ci rimetterà in piedi,

e noi vivremo alla sua presenza”.

Questo è impossibile per il mondo, ma il cristiano vive nel mondo però non è del mondo. La patria del cristiano è il Cielo (Filippesi 3, 20).

Paolo (Efesini 4, 20-24) scriveva: “Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”.

L’uomo nuovo è Gesù Cristo stesso nel quale il cristiano si trasforma mediante l’Eucaristia. Galati 2, 20: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Il cristiano ha Dio dentro di sé in quanto è una immagine di Cristo. Ma per esserlo deve essere senza la corruzione del peccato, vivendo istante per istante la grazia di Dio nei sacramenti, nella preghiera e nelle buone opere. Infatti, sant’Agostino scriveva (Confessioni 3.6.11):

“Dov’eri dunque allora, e quanto lontano da me? Io vagavo lontano da te, escluso persino dalle ghiande dei porci che di ghiande pascevo. Quanto sono preferibili le favolette dei maestri di scuola e dei poeti a quelle trappole! I versi della poesia sono certo più utili dei cinque elementi variamente trasformati per le cinque caverne delle tenebre, mere invenzioni, che però uccidono chi vi crede. Dai versi poetici posso anche trarre reale alimento. Se allora declamavo la storia di Medea che vola, non la davo per vera, come non vi credevo io stesso sentendola declamare. Invece alle altre ho creduto, per mia sventura; lungo quei gradini fui tratto sino agli abissi infernali, febbricitante, tormentato dall’arsura della verità, mentre, Dio mio, lo riconosco davanti a te, che avesti misericordia di me quando ancora non ti riconoscevo, mentre cercavo te non già con la facoltà conoscitiva della mente, per la quale volesti distinguermi dalle belve, ma col senso della carne. E tu eri più dentro in me della mia parte più interna e più alto della mia parte più alta”.

Paolo in Romani 6, 3-5 scriveva che nel battesimo moriamo come Cristo per poi risorgere come lui:

“O ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua”.

Nell’originale greco abbiamo ebaptisthēmen eis Christon Iēsoun, “siamo stati battezzati in Cristo”: Paolo usa la preposizione greca eis, che indica un moto a luogo, anziché la preposizione en, che indica invece uno stato in luogo. Gli studiosi osservano che le due preposizioni non sono intercambiabili in Paolo. Quindi l’apostolo vuole dire che nel battesimo in Cristo vi è un affidamento intimo, una adesione personale, possiamo dire una compartecipazione alla sua natura divina.

Pertanto nasciamo uomini ma in virtù del battesimo diventiamo figli adottivi di Dio, coeredi di Cristo.

La maggiore tempesta che gli uomini di tutti i tempi incontrano nella loro vita è la perdita del rapporto con Dio. Solo se si invita Gesù nella barca, la tempesta si placa. In una rivelazione privata Gesù Cristo disse a Santa Faustina Kowalska che l’uomo non troverà la pace fino a quando non si rivolgerà al suo Cuore misericordioso. Salmo 73, 28: “Il mio bene è stare vicino al Signore”, che nell’originale ebraico suona wa’ani qirabat ‘Elohim li tob, dove qirabat, “essere vicino”, è assai pregnante in ebraico, la traduzione italiana non rende ragione. In accadico qerebu indica il rapporto sessuale e la forma D indica “portare offerte agli dei”. L’ugaritico qrb indica l’offerta di un sacrificio. Nei testi aramaici di Elefantina la radice significa “vantare un diritto”. In siriaco (alla forma etpa.) la radice viene usata in senso sessuale. Per questo la traduzione greca della Settanta rende l’ebraico qirabat con il verbo proskollaomai, “essere incollato”.

Essere battezzati e vivere in grazia di Dio significa avere Dio nel cuore. È la cosiddetta “transustanziazione mistica”, la trasformazione della nostra umanità in ciò che è Cristo, cioè Dio, così come il pane e il vino vengono transustanziati nel corpo e nel sangue di Cristo risorto. Il mondo non può dare amore, quello vero, può darlo solo Dio. Per questo i vangeli dicono che Cristo è l’unica cosa necessaria.

Nel brano di Giovanni la barca è citata 4 volte, si tratta di un numero che evoca perfezione e totalità. E questo di contro alla fragilità di una imbarcazione di legno in mezzo ad acque agitate. Perché quindi la barca, che poi potrebbe essere il simbolo della chiesa (ancora oggi nei luoghi di culto vi sono le “navate”), è perfetta? Gli uomini di chiesa sono fragili e impotenti di fronte ai marosi della vita e della storia. Ma nella chiesa vi è nientemeno che Gesù, l’Uomo Dio: è questo che rende tale imbarcazione così potente. In Giovanni 15, 5 Gesù dichiarava: “Senza di me non potete fare nulla”.

In Isaia il ritorno dagli ebrei dalla deportazione babilonese è narrato come una sorta di esodo verso la Terra Promessa e è significativo che compare molte volte la manifestazione di Dio con il titolo “Io sono” (42, 8 e 43, 5.11-13 e 44, 6.25 e 45, 5-7). Anche qui Gesù si dichiara con “Io sono”: Egli è Dio e a Lui tutto è possibile, anche raddrizzare le righe storte degli uomini nella storia.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 54 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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