STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO E LA FORMAZIONE DELLO STATO UNITARIO IN ITALIA ( SECONDA PARTE ) – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO
Redazione- Nel 1846, dopo un lungo e tormentato conclave, fu eletto Papa Pio IX°, Giovanni Mastai Ferretti, già arcivescovo, conosciuto come uomo liberale. Gli Italiani, entusiasmati già dal neoguelfismo giobertiano, videro in lui “il papa del destino”, il papa liberale. Di fronte all’entusiasmo popolare che traboccò allorquando, com’era di consuetudine, il papa diede l’amnistia ai prigionieri politici, il pontefice non poté rimanere insensibile e, seguito da altri principi, come Carlo Alberto e il Granduca di Toscana, concesse la Guardia Civica, la Consulta di Stato, una moderata libertà di stampa, nonché nel 1847 una Lega Doganale fra Piemonte, Granducato di Toscana e Stato Pontificio. A nulla valsero i tentativi di intimidazione da parte dell’Austria, poiché il pontefice ebbe l’appoggio di Carlo Alberto, di Mazzini e persino di Garibaldi.
Alla fine dell’anno 1847 l’Austria occupò Ferrara e scoppiarono moti rivoluzionari a Messina e a Reggio Calabria. Ben presto il moto si propagò in tutta la Sicilia. Anche al Nord si creò un clima di tensione. La popolazione, indomita, prese parte ai lutti di Lombardia mentre non poche furono le dimostrazioni degli scioperanti. Il 12 gennaio 1848 si costituì a Palermo un governo provvisorio mentre re Ferdinando II, dopo varie insistenze del papa e di Carlo Alberto, fu costretto a concedere alla popolazione una Costituzione modellata su quella francese del 1830, spingendo altri sovrani alla concessione degli Statuti.
Il 22 febbraio 1848 scoppiò a Parigi un’altra rivoluzione. Gli elementi sobillatori furono repubblicani, democratici, socialisti. È inutile dire che la seconda rivoluzione scoppiata in Francia ebbe ripercussioni anche in Olanda, in Belgio, in Italia e addirittura nello stesso Impero Asburgico, in particolare a Vienna, dove il 13 marzo la popolazione insorse contro l’impero, poiché Metternich non aveva voluto fare alcuna concessione. Di lì a poco insorsero anche Milano e Venezia, dando così inizio alla Prima Guerra d’Indipendenza.
Milano doveva essere aiutata da Carlo Alberto contro il nemico asburgico, il quale nel frattempo era intento a sedare ribellioni anche in Boemia e in Ungheria, aiutato dalla Russia. In Lombardia però l’aiuto di Carlo Alberto giunse molto tardi, causando risentimenti da parte dei Lombardi. Carlo Alberto, informato che la città non aveva sufficienti risorse alimentari e munizioni, rinunciò onde evitare una terribile disfatta, confidando di rivalersi in altra occasione. Ormai il generale asburgico Radetzky si era rinchiuso nel quadrilatero di Peschiera, Verona, Legnago, Mantova, evento che Carlo Alberto avrebbe dovuto impedire. Dopo alcune vittorie, nel giugno del ‘48 il Re di Sardegna conobbe un’amara sconfitta a Custoza, esattamente il 25 luglio del 1848. Ancor prima le truppe ausiliari, giunte da ogni parte d’Italia, furono richiamate dai rispettivi principi che seguirono l’esempio di Pio IX. Falli così la guerra federale e agli occhi di tutti gli italiani scemò la figura del Papa liberale. Inoltre la condotta del re Carlo Alberto in guerra fu alquanto discutibile per la propaganda annessionista che ordinò. Lo sfacelo si ebbe quando giunsero per Radesky i rinforzi del generale Nugent. L’8 agosto del 1848 fu firmato l’armistizio dal generale Carlo Canera di Salasco, capo di stato maggiore dell’esercito sardo, e dal generale austriaco Heinrich von Hess. Solo Garibaldi riuscì a battere il nemico a Morazzone.
In Francia si ebbe il trionfo dei fautori dell’ordine mentre il proletariato era in rivolta. Dopo alcuni giorni di eroica resistenza la rivolta fu domata. Fu però concessa una nuova Costituzione che, pur essendo più liberale delle precedenti, fu pur sempre borghese e antisocialista. Alla fine dell’anno 1848 fu eletto presidente della seconda Repubblica francese Luigi Napoleone Bonaparte.
Frattanto in Italia si ebbero gli ultimi sussulti democratici, mentre nel Regno Borbonico si sfrenò la più bieca reazione di Re Ferdinando II e in Toscana si assistette ad una ripresa dei democratici che costrinsero il Granduca, impotente, a capitolare e ad affidare il potere al ministero/triunvirato: Montanelli, Guerrazzi, Mazzoni. Montanelli fu il teorico della Costituente italiana, tanto desiderata dallo stesso Mazzini. Anche a Roma trionfò un ministero liberale con a capo Terenzio Mamiani, filosofo di Pesaro, ultimo conte di Sant’Angelo in Lizzola, il quale cercò di farsi appoggiare da Pellegrino Rossi, esponente di rilievo del governo pontificio, alla fine ucciso dai liberali. Ci si avviò alla Costituente italiana e si dichiarò decaduto il potere temporale del Papa.
Nel 1849 a Roma, con l’avvento della Repubblica Romana, i poteri andarono al triumvirato: Mazzini, Saffi, Armellini. La Repubblica Romana emanò I Decreti di Ventoso con cui si stabiliva che il cospicuo patrimonio dei beni ecclesiastici, incamerati, fossero ridistribuiti fra i contadini più poveri. Il provvedimento non poté essere applicato poiché la Repubblica Romana nel frattempo cadde a causa dell’intervento militare della Francia repubblicana di Luigi Bonaparte. Durò neppure 5 mesi. Luigi Bonaparte volle contrastare l’egemonia dell’impero asburgico in Italia e rafforzare il potere personale attraverso una vittoria in vista della ricostruzione di un secondo impero. Carlo Alberto a sua volta era desideroso di vendicare l’anno precedente, decidendo una ripresa delle ostilità contro l’Austria. Ma alcuni giorni dopo la dichiarazione di guerra fu di nuovo irreparabilmente sconfitto a Novara (23 marzo 1849). Deluso, amareggiato, abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, su cui pesò il compito di redigere l’armistizio di Vignale che fu meno pesante di quello proposto al padre. L’indennità di guerra da versare all’Austria fu di 75 milioni. La reazione tornò a trionfare. Dopo la sconfitta di Novara l’Austria rioccupò il Lombardo-Veneto, eccetto Venezia. I Borboni rioccuparono la Sicilia e il Granduca ritornò in Toscana. Mentre il 3 luglio del 1849, nonostante la strenua ed accanita resistenza, anche Roma cadde sotto i colpi delle truppe francesi del generale Oudinot. Erano appena trascorsi due giorni dall’approvazione della Costituzione della Repubblica Romana, senz’altro la più avanzata delle Costituzioni italiane. L’ultima a cadere fu Venezia nel 24 agosto del 1849, dopo un lungo ed estenuante assedio.
La mancata volontà di utilizzare ed incanalare il fermento popolare già in atto, le rivalità regionali, gli antagonismi municipalistici e principi che si muovevano solo in vista di interessi personali furono alla base del fallimento del 1848.
Nel dicembre del 1852 in Francia Napoleone III, appoggiato dalla componente clericale e dall’elemento reazionario, attentò ad un colpo di stato per trasformare la Seconda Repubblica in impero, facendosi proclamare imperatore da un plebiscito popolare. Instaurò così una dittatura. Promosse il liberoscambismo in economia. Emanò leggi severissime contro la classe operaia. Sotto il suo governo furono iniziati i lavori per il canale di Suez nel 1869 con Lesseps.
Intanto nel 1853 scoppiò di nuovo la guerra in Crimea fra Russia e Turchia. Per fermare l’espansione moscovita, Francia e Inghilterra decisero di entrare anch’esse in guerra in Crimea contro la Russia. Si pensò anche di far entrare in guerra il Piemonte, che avrebbe dovuto inviare delle truppe mercenarie. L’Austria da parte sua non vide di buon occhio l’intervento del Piemonte nella guerra in Crimea e fu indecisa se soccorrere la Russia che nel 1848 l’aveva aiutata a reprimere i moti ungheresi. In Piemonte era allora ministro del Consiglio Cavour: Camillo Benso Conte di Cavour, succeduto nel 1852 al ministro d’Azeglio, dopo il rifiuto delle due camere di approvare la legge sul matrimonio civile.
Cavour era cadetto di una delle più vecchie nobiltà piemontesi. Fu avviato dal padre alla carriera politica che aveva abbandonato per una vita di viaggi, affari, speculazioni, studi e amori. Impresse all’economia piemontese un carattere liberalistico. Volle immettere il regno nel circuito dell’egemonia e dell’economia europea. Confidò ed aiutò la libera iniziativa dei singoli produttori e agricoltori. Credette nella germinazione dal basso ed aiutò i settori produttivi, promuovendo con l’azione diretta dello Stato opere pubbliche a caratteri infrastrutturale: ferrovie, banche di credito, strade. Nel 1855 superò la crisi calabriana, quando non rinunciò alla legge che sopprimeva un cospicuo numero di conventi. Favorì la libertà di stampa, di associazione e di insegnamento. Molti furono gli uomini di prestigio che si ripararono in Piemonte.
Nella primavera del 1859 scoppiò la Seconda Guerra d’Indipendenza in cui lo stesso Garibaldi partecipò con la divisa di generale regolare e con i suoi “Cacciatori delle Alpi”. La Seconda Guerra d’Indipendenza fu il capolavoro di Cavour che assorbì nella legalità anche gli elementi di punta della soluzione democratica, come Daniele Manin, eroe della Repubblica di San Marco e poi fondatore della “Società Nazionale” in cui lo stesso Garibaldi avrebbe avuto notevolissima parte. Dopo alcuni sanguinosi successi militari, come Solferino, Napoleone III, non ritenendo più utile l’impresa bellica, firmò improvvisamente i preliminari di Villafranca con gli Austriaci. Gli accordi di pace tradirono la fiducia degli Italiani e misero in discussione il lavoro di Cavour. Questi, amareggiato, si dimise. Ritornò al potere nel 1860, quando si preparò l’annessione della Toscana e dell’Emilia al Piemonte, in cambio di Nizza e Savoia alla Francia.
Nel 1860-61 la proclamazione del Regno d’Italia fu l’atto che sancì formalmente la nascita dello Stato italiano unitario, istituendo il Regno d’Italia. Avvenne con la promulgazione della legge 17 marzo 1861, n. 4671, con cui Vittorio Emanuele II, già monarca del Regno di Sardegna, assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia.
Al processo unitario italiano contribuirono diverse forze, da quella liberal-moderata a quella democratica. Nell’ideale moderato potevano essere accomunate la tendenza neoguelfa di Gioberti e quella filo-piemontese di Massimo D’Azeglio e di Cesare Balbo. Mentre in campo democratico si incontrarono l’ideale repubblicano di Mazzini, Cattaneo, Ferrari – pur nelle loro diversità sostanziali – le idee neoghibelline di Guerrazzi e quelle vicine al Socialismo di Pisacane. All’iniziativa popolare sostenuta dai democratici si contrappose la guerra regolare tipica delle concezioni moderate. Di fatto auspicare l’insurrezione delle masse significò riconoscere al popolo la fonte del potere, traguardo difficilmente raggiungibile data l’opposizione dell’alta borghesia. In tale situazione storica si fece luce la figura di Camillo Benso di Cavour. Cadetto di una famiglia di vecchia nobiltà, di orientamenti politici moderati, alieno da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico dei mazziniani, egli si rese conto ben presto dell’impossibilità di governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti nei ceti borghesi e piccoli borghesi. Prima ancora di assumere le redini del gabinetto del governo si assicurò una sicura maggioranza nel Parlamento, stringendo un’alleanza (il connubio) con le correnti più moderate della sinistra e con il loro esponente più in vista: Urbano Rattazzi.
La definizione di un Cavour “tessitore” dell’Unità d’Italia, sebbene molto diffusa, fu impropria poiché egli fin dagli inizi non ebbe ben chiaro l’obiettivo unitario. Anzi per diverso tempo lo statista credette che l’unità italiana fosse praticamente irrealizzabile e la sua abilità consistette nel saper attendere momenti migliori per trarre dalle contingenze storiche il massimo delle opportunità. Soltanto in occasione della guerra di Crimea Cavour apparve deciso a rischiare anche la propria popolarità e il proprio potere, pur di realizzare i suoi piani. Di fatto non esisteva nessun interesse piemontese, né più genericamente italiano, in quel lontanissimo territorio. Né apparve in gioco il prestigio di casa Savoia anzi si corse il rischio di perdere la stima tanto dignitosamente conquistata dal re di Sardegna nelle difficili trattative di pace dopo le sconfitte del 1848-49. In effetti Cavour trasse un cospicuo frutto politico dall’intervento militare piemontese in Crimea. Egli mirò essenzialmente a portare sul tavolo delle trattative di pace la “questione italiana” e ad informare le potenze coinvolte sul mal governo dei Borboni delle Due Sicilie e dello Stato della Chiesa. Volle altresì orientare le simpatie moderate verso il Piemonte e provocare, se non la condanna, l’isolamento dell’Austria, fautrice e sostenitrice di una bieca reazione. Iniziò così quel febbrile lavorìo diplomatico che rinsaldò l’amicizia fra lo statista piemontese e l’imperatore francese Napoleone III, mentre il Piemonte divenne l’inconfutabile guida del Risorgimento italiano.
Il corso degli eventi non venne interrotto neppure dall’attentato di Felice Orsini contro l’imperatore francese nel 1858. Addirittura l’attentatore con il proprio gesto e con la sua dignitosa condanna a morte riuscì a sensibilizzare, complice Cavour, l’opinione pubblica europea alla causa italiana. Così nel luglio del 1858 a Plombières lo statista piemontese e Napoleone III presero accordi per una guerra difensiva antiasburgica, suggellati dal matrimonio di Stato fra la giovane Clotilde di Savoia e il vecchio Gerolamo Bonaparte.
L’Italia si realizzò tramite le annessioni al Piemonte ma, nonostante il decisivo apporto delle forze popolari e volontarie in quella fase risorgimentale, che coincise con l’impresa dei Mille, il processo unitario fu dovuto al successo della linea di Cavour, al credito che la sua linea politica aveva avuto nell’opinione pubblica.
E’ invece difficile stabilire se i ruoli dell’Italia dopo l’unità siano riconducibili a quella impostazione politica che finì per diffondere le leggi e le disposizioni amministrative piemontesi in tutto il territorio nazionale, senza tener conto delle peculiari realtà dei singoli Stati e senza calcolare che città come Napoli, fra le più grandi d’Europa, si sarebbero male adattate a considerarsi province di un regno con capitale Torino, dove si parlava più in francese che in italiano.
L’Unità ormai era compiuta e spettò ai successori di Cavour continuare il lavoro. Invece essi esasperarono l’aspetto moderato e piemontese della politica del loro predecessore, creando quella spaccatura fra liberali e democratici, fra piemontesi e italiani che Cavour aveva abilmente mascherato. Rattazzi tentò ancora il gioco cavouriano dell’incoraggiamento nascosto e della pubblica sconfessione delle forze democratiche da cui scaturirono gli infelici episodi di Aspromonte e di Mentana, mentre il re Vittorio Emanuele II non incoraggiò quelle personalità come Ricasoli, che, pur offrendo garanzie antirivoluzionarie, avevano il grave difetto di non essere manovrabili dalla corte e di non essere filopiemontesi.
Il nuovo Stato dunque non adeguò le proprie strutture alla nuova realtà storica, politica e sociale, ma fu una semplice dilatazione del Piemonte. La capitale rimase decentrata e difficilmente raggiungibile per i deputati dell’Italia meridionale, considerate le condizioni delle ferrovie del tempo. Il re continuò a farsi chiamare Vittorio Emanuele II come se nulla fosse accaduto. Vani risultarono i tentativi di Farini e Minghetti per l’attuazione di un decentramento amministrativo con relativa autonomia regionale, poiché tutti i poteri furono accentrati e i prefetti divennero arbitri della vita politica locale.
La legge elettorale fu estesa a tutto il paese ma fu sempre a base censitaria, rendendo il voto in alcune regioni privilegio di pochi notabili. Addirittura nelle prime elezioni, quelle del 1861, il numero degli iscritti nelle liste elettorali non corrispose a quanti avevano effettivamente esercitato il voto. In più di un caso i deputati furono eletti con poche decine di voti. Il nuovo Stato nacque così con un’impronta burocratica, censitaria e ben presto fiscale, divenendo impopolare. Fu identificata dai nuovi cittadini come “agente delle tasse” e impose la coscrizione militare obbligatoria.
Non esistette un’opposizione politica forte, capace di convogliare il malcontento esistente, di incanalarlo e di suggerirgli delle alternative realistiche. Garibaldi si era ritirato a Caprera. Mazzini era ancora esule. Comunque essi poterono ancora galvanizzare le masse per riunire Roma e Venezia alla patria. Le dottrine mazziniane poterono ancora riscuotere consensi fra la piccola borghesia e l’artigianato cittadino. Scarso fu tuttavia, se non inesistente, l’ascendente che poterono esercitare sulle moltitudini della plebe cittadina e delle campagne. Queste, abbandonate a se stesse, furono costrette dai bisogni primari ad esprimere la loro rabbia, il proprio rancore nelle forme più elementari ed immediate. Nacque così la questione meridionale che si è protratta fino ai nostri giorni in tutta la sua drammaticità. I governi dell’Italia unita, pur intravedendone le cause sociali, preferirono sottolineare i loro interventi a causa della presenza ribelle del brigantaggio, strettamente legato alla condizione oggettiva del Sud. Unico caso in tutto il processo risorgimentale italiano, il Sud si consegnò all’Unità con tutte le sue forze, borghesi o popolari che fossero, proprio perché sperava di risolvere con il processo di unificazione le antiche piaghe storiche. Tanta partecipazione del Sud al processo unitario e il sacrificio di giovani vite tuttavia furono ben presto mal ripagate. Gli stessi garibaldini furono guardati con diffidenza dai funzionari e dai militari piemontesi. Mentre i generali borbonici e gli amministratori del Regno Borbonico furono per lo più reintegrati al loro posto, preferendosi personale esperto, sebbene di dubbie lealtà ed onestà, alle immissioni di patrioti nei posti di responsabilità e di comando. Inoltre un’industria fragile protetta dai forti dazi, abituata a rifornirsi nei mercati del Mediterraneo, che offrivano materie prime a prezzi più bassi, fu improvvisamente costretta ad affrontare la concorrenza dell’agguerrita industria del Nord, appena nata.
Perciò fu facile agli emissari dei Borboni, che lo Stato della Chiesa ospitò di buon grado, sebbene si trattasse di briganti professionisti, convincere molti giovani a non rispondere alla chiamata alle armi e molti contadini ad appoggiare le bande armate che operavano contro i piemontesi. Ri-nacque così, sotto spoglie solo in parte mutate, il Sanfedismo del 1799. Soltanto lo stato d’assedio, istituito con la Legge Pica del 1863, mise in moto una vera e propria campagna militare che seminò più vittime che tutte le guerre risorgimentali: villaggi decimati, teste di briganti infissi sugli incroci delle strade, imboscate. Nel 1869 con l’istituzione della tassa sul macinato, legge Sella, contemporaneamente alle manifestazioni di collera popolare meridionale si verificarono sollevazioni contadine anche nel Nord Italia con successivi arresti e repressioni. Ormai la protesta divenne una costante del panorama sociale e politico della nuova Italia. Riflesso di tale situazione poté considerarsi il fenomeno delle emigrazioni, che non avvenne soltanto dal Sud, dove trovò le sue punte massime. In tale clima di malcontento e di esasperazione cominciò a formarsi il primo embrione di opposizione popolare, rivoluzionario abilmente incanalato da Bakunin.
Sulle finanze italiane gravarono gli arretrati delle ingenti spese sostenute dal Piemonte nella fase finale del Risorgimento. Nel frattempo la Destra non lasciò cadere l’impulso dato da Cavour alle opere pubbliche, alle infrastrutture e si impegnò per la costruzione delle ferrovie. La politica di incremento dei lavori pubblici e di risanamento del bilancio non poté essere attuata se non attraverso una politica fiscale estremamente severa ed essenzialmente impostata sulla tassazione indiretta. In seguito gli effetti di quel fiscalismo severo risultarono deleteri poiché ridussero i consumi e di conseguenza i livelli produttivi. L’industria manifatturiera esistente subì una battuta d’arresto, non riuscendo a reggere la concorrenza dei prodotti dell’industria straniera, largamente favorita dalla politica liberista. Fu così che nel meridione morì la diffusa industria domestica, mentre la lievitazione dei prezzi agricoli favorì in parte l’agricoltura. Il panorama agrario di molte regioni si presentò contraddistinto da piccole proprietà – al livello di autoconsumo – e da grandi proprietà di tipo, se non feudale, certamente precapitalistico. Come molti studiosi hanno asserito in tale periodo avvenne un’accumulazione originaria di capitali e la costruzione delle infrastrutture necessarie. Avvenne cioè la pre-industalizzazione. La politica economica della Destra corrispose quindi a quella della fase iniziale dello sviluppo capitalistico che precedette il decollo vero e proprio; coincise con il periodo di preparazione che avrebbe consentito il decollo. Nacque il credito bancario e con esso le industrie protette come l’automobilistica di Torino, che con il suo sviluppo preconizzò il boom dei tempi recenti; l’industria cotoniera e degli zuccheri; l’industria siderurgica strettamente collegata alla cantieristica; l’industria dell’energia elettrica, in cui molti videro l’alternativa per ovviare alle ingenti importazioni di carbone. Il boom industriale fu possibile soprattutto per lo sfruttamento della manodopera. Gli operai furono costretti a lunghi turni di duro lavoro in ambienti malsani, poco igienici, peraltro testimoni dello sfruttamento del lavoro femminile e minorile. Emerse così una nuova classe sociale: il proletariato industriale con una sua coscienza proletaria.
F.to Gabriella Toritto
