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EDUCAZIONE ALLA RESILIENZA NELL’EMERGENZA DEL CORONAVIRUS- DOTT.SSA LUANA SACCHETTI

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Redazione- Questo è un periodo storico in cui siamo tutti, o quasi tutti, invitati a restare in casa a causa dell’emergenza da virus Covid-19 che ha colpito tutto il territorio nazionale e internazionale.

Parlando di emergenza, si evince un’urgenza immediata che destabilizza un intero sistema, il quale deve rispondere nel breve tempo a questo cambiamento.

Di fronte ad una situazione educativa emergenziale, come delineato primariamente da Maria Montessori nel 1908 durante il terremoto di Messina, bisogna intervenire innanzitutto organizzando interventi sistemici e strategie educative, puntando l’attenzione sulla centralità della cura educativa per superare il periodo di crisi e predisponendo servizi educativi curandone la dimensione relazionale, sociale e pedagogica-educativa.

Il periodo di stress/trauma conduce gli individui, siano essi piccoli o grandi, verso una diversa percezione di sé e ad un cambiamento all’interno dell’ambiente e delle relazioni familiari ed extra-familiari.Inoltre bisogna far fronte al problema del divieto di rapportarsi fisicamente con le figure di riferimento, siano essi familiari esterni al nucleo abitativo, amici, insegnanti, istruttori sportivi…e potrei andare avanti per ore ad elencare tutte le altre figure indispensabili alla routinedell’ individuo, che ha subito una “rottura”,.

I professionisti, invece, implicati in prima linea nell’emergenza, che vivono le giornate intervenendo nella complessità e liquidità delle situazioni, sono esposti maggiormente a rischi, sidi contagio ma soprattutto a ripercussioni psicologiche dovute al carico psico-fisico. Su di loro bisognerebbe aprire un discorso molto più articolato che riguarda il carico emotivo, fisico e di adattamento allo stress (uscirà un prossimo articolo curato da una collega psicologa).

Tornando alla ricerca di risorse interne ed esterne nelle persone “costrette” in casa, queste ultime dovrebbero cercare di trasformare il senso di sofferenza e inquietudine emotiva in “tempo educativo diverso”. Devono lasciarci alle spalle il senso d’inadeguatezza rispetto al tempo, il <<non sentirci all’altezza di questo tempo>>, come scrive Pascal nel Pensiero 126-Fuggire la noia.

Insieme alla riscoperta del “tempo lento”(in contrasto al “tempo liquido” che non è<<la strada da fare per conseguire certe cose>>come scrive Bauman, ma conferisce solo una svalutazione dello spazio) bisognerebbe tornare a dare un valore essenziale al Nostro tempo e al Nostro spazio.

Questa visione positiva, nonostante gli eventi traumatici, dev’essere supportata dall’essere resilienti. L’uomo è resiliente quando scopre e/o riscopre le proprie risorse personali, familiari e sociali; quando gestisce le sue reazioni di fronte ad una situazione avversa; quando cerca di considerare la realtà dal suo lato migliore. L’individuo resiliente si propone di agire, verso una condizione avversa, attraverso diversi meccanismi:

  • Meccanismo di agency, di autoefficacia percepita, in cui mette in campo le capacità di essere all’altezza delle situazioni;
  • Meccanismo di locus of control interno,con percezione di controllo sulla propria vita e sugli eventi;
  • Stile di coping orientato al problema, in cui si adopera attivamente attraverso la capacità diproblemsolvinge analizza la questione sotto punti di vista differenti, non fuggendo di fronte al problema stressante.

Gli esperti del sociale, di educazione e pedagogia devono educare le persone alla resilienza, sin da piccoli.

Rispetto a questo argomento, vorrei fare un appello anche ai genitori che (bonariamente) commettono degli errori nell’approcciare i bambini e gli adolescenti a fasi problematiche della vita. I bambini vanno allenati a questo processo di resilienza e igenitori, nonostante non vorrebbero mai vedere un figlio in difficoltà, dovrebbero sforzarsi a non risolvere i problemi del bambino/adolescente pur di vederlo felice. Il genitore, operando sempre in maniera iperprotettiva e difensiva, rischia di confondere la propria felicità con quella del figlio, non donando gli strumenti necessari di problemsolving in una fase di sviluppo strategico della personalità del figlio.

La resilienza si abbina benissimo alla resistenza che, come ben sappiamo, è una forza che spinge oltre.

Uno dei primi passi per educare alla resilienza è il “lasciar fare”, (senza ovviamente consentire al piccolo di commettere azioni pericolose) facendo sperimentare le proprie capacità, stimolando così la crescita di autonomia e autostima. Il secondo passo riguarda la condivisione e la relazione con i pari in cui i bambini costruiscono delle dinamiche sociali preziose per il futuro. Fondamentale, cari genitori, è saper dire di no e porre dei limiti, insieme alle regole (poche ma buone e continuative). Grazie a questi passi, i bambini si sentiranno più sicuri di se stessi e più formati per superare gli ostacoli nelle fasi successive della vita.

Per instaurare un rapporto resiliente, sia in casa, a lavoro, a scuola, tra coetanei ecc., è opportuno mettere in campo una comunicazione efficace e assertiva. L’educatore, il genitore, l’operatore sociale, l’insegnante, dev’essere innanzitutto assertivo (dal latino assèrere,asserire-affermare) quindi, prima di voler conoscere e capire l’altro, deve conoscersi, sapersi esprimere e sapersi attivare per raggiungere obiettivi. Per creare un equilibrio tra sé e l’altro è opportuno attivare una modalità comunicativa in grado di comprendere e imparare il linguaggio (specie emotivo) dell’altro, individuando forme di comunicazione adeguate ai diversi momenti e contesti dell’interazione.

Questo sarà un comportamento costruttivo per entrambe le parti perché impostato su trasparenza e parità.

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