CREATIVITÀ, IDENTITÀ E “DOVERI D’AMORE”DAGLI ALBORI AL CUORE DEL NOVECENTO NELL’ETIMOLOGIA DI SIBILLA ALERAMO-DI MONIA CIMINARI
Redazione-Il 900 viene considerato un secolo al capolinea e, nello stesso tempo, un secolo di svolta: nella cultura, nella società, nella vita. In particolare vengono rilevati due aspetti: che il pensiero si è ormai emancipato dal gioco della metafisica e che i saperi hanno assunto nuove identità e nuovi paradigmi nella rilettura del passato e nell’attenzione al futuro. Inoltre, nel ‘900 si può costatare come la pedagogia si è radicalmente rinnovata stabilendo contatti critici come scienza dell’educazione e si è imposta come pratica sociale per l’alfabetizzazione, la cultura di massa, l’educazione per tutta la vita, l’emergenza formativa.[1]
Tra i principali eventi si avvertono: la fine della tradizione, l’ascesa della tecnologia, l’irruzione delle masse, l’orrore dell’olocausto, l’avvento della modernizzazione sociale, aspetto per il quale, l’opera della poetessa e scrittrice Sibilla Aleramo, è stata sotto diversi punti di vista innovativa.
Autrice dotata di una notevole sensibilità compositiva e di una bellezza malinconica e sofisticata, per oltre sessant’anni ha dimostrato un talento e uno stile davvero rari, impersonando sentimenti di grande spessore che hanno reso famosissimi il suo volto dolce e vero, come la delicatezza e il garbo del suo viaggio alla scoperta della sua vera identità per un autentico modo di essere.
Nella fase dell’evoluzione soggettiva di Rina Faccio, maggiore di quattro figli, figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga, assumono grande importanza le ultime trasformazioni fisiche che concludono il lungo processo iniziato nella sua pubertà trascorsa a Milano fino all’età di dodici anni, quando interruppe gli studi per il trasferimento della famiglia a Porto Civitanova. Localmente il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. Qui la fanciulla si trova a vivere la delicata fase dell’adolescenza rivestendo un corpo e dei compiti da adulta senza esservi preparata, fu, infatti, suo padre a spingere subito Rina a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento[2]. Lo sviluppo del corpo con il prorompere della sua definitiva “sessualizzazione” fu vissuto con ansietà, preoccupazione e malcontento da parte della giovane quando, costretta a subire le avance di un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli, venne da questo violentata nel 1891, a quindici anni. Incinta, nel sentirsi sgradevole e inadeguata al confronto scontro con lo specchio che rivelava un’immagine da bambina ormai scomparsa insieme ai suoi anni lieti trascorsi, si trovò di fronte alla propria nuova immagine trasformata, irriconoscibile e conflittuale. Nonostante la perdita del bambino fu tuttavia costretta dalla famiglia a un matrimonio «riparatore» nel 1893. Imprigionata in quel matrimonio e in quel corpo dal quale avrebbe voluto assolutamente evadere, diversa da tutti, in un tentativo d’incontro, di”rassicurazione”, che avrebbe soddisfatto il paradossale bisogno di una fantasia di “mostruosità comune e condivisa”, fu la fuga da quella cittadina della quale percepiva il gretto provincialismo, dalla squallida convivenza con un marito non stimato e ahimè dal suo primo e unico figlio Walter, nato nel 1895, in cui avrebbe voluto trovare rifugio[3]. Il suo malessere è vissuto attraverso l’osservazione dell’atteggiamento altrui e della propria sofferenza. Alla caduta delle illusioni fu il suo corpo ideale, come luogo privilegiato dell’esperienza femminile per l’estrema varietà dei registri espressivi, a vincere sul convenzionale, poiché le caratteristiche di quest’ultimo non coincidevano con il suo spirito libero. Trasferitasi a Roma nel febbraio del 1902, si legò a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia » alla quale la Faccio collaborò e iniziò a scrivere, su sollecitazione dello stesso Cena, il romanzo Una donna, edito nel 1906 che tratta la vicenda della sua stessa vita, dall’infanzia fino alla sofferta decisione di lasciare il marito e soprattutto il figlio, in nome dell’affermazione di una vita libera e consapevole, contro la costrizione e l’umiliazione dell’esistenza che un’ipocrita ideologia del sacrificio intendeva imporre alle donne.[4]
Dal suo stesso romanzo autobiografico le seguenti citazioni:
Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me[5].
Avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati… e, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile[6].
La mente di Sibilla Aleramo rimase spumeggiante come un bicchiere di champagne frizzante, libera e combattiva come sempre lei aveva desiderato. Seppur le acque di una sorgente che talvolta escono spontaneamente dalla roccia, oppure affiorano in depressione del terreno, sono utilizzate tanto nei campi che ne sono contigui, quanto in campi abbastanza lontani attraverso canali e condutture di pensiero, ella raggiunse finalmente il suo destino. Dopo un’attenta riflessione su se stessa giunse infine alla conclusione di come sia importante lavorare insieme al processo di cambiamento della nostra relazione, poiché questa relazione arricchisce continuamente il nostro amore e la nostra vita verso ulteriori lidi. Tutto questo comporta il condividere, come la scrittrice sapeva ben fare, qualsiasi sentimento persistente così come l’impegno a fare ricorso a tutte le proprie capacità per capire i pensieri e i sentimenti degli altri. Sostenitrice com’era della dissoluzione dei ruoli stereotipati, per la libertà di vivere secondo le proprie scelte e desideri, piuttosto che secondo le aspettative, le regole, i ruoli che gli altri ci impongono, incluse nel suo mèlange individuale la scoperta del sè, lo sperimentare valori propri e l’incoraggiamento reciproco per la crescita comune. Talvolta il non dire nulla era esattamente coerente con i suoi bisogni, altre volte, come scrittrice e giornalista, condividere storie personali, rispondere alle domande o illustrare il proprio punto di vista, costituivano l’unico modo di essere veramente presente nella questione:
Oggi non si tratta più di scoprire e conquistare continenti: oggi si tratta di conquistare se stessi, di trovare in noi sempre nuove facoltà per comprendere e amare la vita: e si tratta di trasformarla questa vita [7]
L’autrice, attraverso i suoi diari, fu una sorta di fautrice della terapia narrativa, un approccio intriso di pensieri e sentimenti reconditi espressi, comunicati perché è indispensabile capire che anche le storie delle persone comuni sono estremamente complesse, come la storia della cultura e della psicologia.[8] La scrittura che, di per se stessa, è una pratica attiva e socializzante, nel passato era ritenuta meno adatta alla donna, e non è, infatti, un caso che tante poche donne vi si dedicassero. E’ solo con l’inizio dell’Ottocento che la scrittura fa il suo ingresso massiccio nel mondo femminile, molto spesso attraverso il veicolo della comunicazione epistolare. Ma le donne dovranno aspettare ancora a lungo, perché la loro capacità, si direbbe anche il loro diritto di scrivere, siano pienamente riconosciuti: Jene Austin, all’inizio del XIX secolo, scrisse la maggior parte dei suoi immortali romanzi a un angolo del tavolino nel salotto comune di famiglia, rubando il tempo alle incombenze domestiche e nascondendo in fretta i fogli in un cassetto o sotto la carta assorbente non appena qualche nipotino o qualche altro familiare reclamavano la sua attenzione. Di lì a qualche decennio, Charlotte Brote ideava le sue complesse trame impastando il pane: proprio lo stesso gesto che, di là dell’Atlantico, Emily Dickinson compiva mentre creava le sue sublimi e raffinate poesie. Ancora cento anni dopo, Virginia Wolf rifletteva acutamente sulla difficoltà per le donne di avere “una stanza tutta per sè”, mentre la sua attitudine di scrittrice era quotidianamente messa alla prova dalla necessità di condurre la casa, il marito e la piccola casa editrice. Come Sibilla Aleramo un’altra scrittrice di origini marchigiane, Dolores Prato, nostra contemporanea, fu costretta a scelte di sofferenza e di sacrificio e fu riconosciuta concretamente per il suo talento solo dopo la morte povera e solitaria. Il XX secolo ha velocemente inserito elementi di dirompente novità e Rina Faccio li ha vissuti e rincorsi tutti, punto per punto, a partire, in primo luogo dalla realizzazione delle pratiche educative e delle politiche degli Stati che hanno condotto all’alfabetizzazione pressoché totale tra le popolazioni. Al medesimo tempo, altri eventi eccezionali hanno accelerato gli usi della scrittura e ne hanno fatto una pratica di massa anche nel mondo delle donne. L’emigrazione, le guerre mondiali con le loro esperienze di straniamento, di morte e di sfollamento, l’accesso alla politica nelle sue più varie forme hanno incentivato in Sibilla e in molte altre fervide donne la promozione del femminismo e della dissoluzione dei ruoli familiari di tipo tradizionale. Di lì a poco, nasceva la consonanza tra donne e scrittura autobiografica e popolare, continuamente alimentata da riviste dedicate alla scrittura e dalla costituzione di organizzazioni e istituzioni, esclusivamente preposte a ricercare e raccogliere la scrittura diarista popolare e femminile. Uno dei primi ritrovamenti effettuati e pubblicati da una di queste istituzioni sorte in Italia, l’Archivio di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, fu un grande lenzuolo dotale che una contadina aveva fittamente ricoperto di pensieri, di ricordi e annotazioni, quindi, in mancanza di meglio, un mezzo di comunicazione tra i più originali.[9]
Dal lenzuolo al nostro computer lo stile narrativo offre un terreno fertile per dare consapevolezza, per generare altre verità, per stimolare l’autoanalisi, l’autocritica, l’autodeterminazione come decisive furono le parole di Eleonora Duse dirette a Sibilla che la invitarono ad ascoltare se stessa: cercate in voi la vostra voce di bambina, essa vi aiuterà. E siate buona con voi stessa, siate voi sempre.[10] Lei era curiosa come una bambina che, dinanzi all’immensità del mare avvertendo l’impossibilità di contenerlo con i propri occhi, afferra la mano di chi è adulto e gli chiede: “per favore, aiutami a guardare”.[11]
Sibilla aveva fame di relazioni significative con artisti competenti, dovendo porre loro domande cruciali per la crescita personale e ottenere risposte su questioni essenziali a proposito di alcuni segreti dai quali si sentiva esclusa.
Nel tempo, il suo spirito esplode con il suo corpo e cerca il proprio spazio e la propria dimensione. Cerca la propria storia. Un proverbio ebraico dice che Dio ha creato l’uomo per sentirgli raccontare storie. Solo chi ha una storia può raccontarla. Quella solitudine che era croce e delizia: nessuno la poteva raggiungere e si espande quel dolce amaro tormento del volere e non volere essere soli, del volere e non volere essere raggiunti, del volere quella solitudine per ascoltarsi sperando che qualcuno la raggiunga e non ne faccia sentire il peso schiacciante, magari con un «ti amo».[12]
In un “esser picciol tempo dura”, direbbe Petrarca, Sibilla era mutevole e instabile: voleva creare in questa selva oscura, ma ogni venire alla luce si accompagnava al pianto. È nel caos di una vita che tentava di emergere finalmente nella sua unicità e totalità, percepiva per la prima volta la grandezza della vita stessa come qualcosa che la chiamava e le veniva data in dono ed essa penetrò in lei tutta insieme e la confuse, la gettò nel caos. Per questo leggeva, ascoltava musica, scriveva con una fame che in lei non morì mai, ma visse in eterno, attraverso le sue opere. Scrittrice e poetessa, insegnante ed educatrice, ha diretto riviste e scritto pièce teatrali. Fu una vita turbolenta la sua, sempre in giro per l’Italia e l’Europa, con i problemi economici di chi cercava di fare l’artista, scrivere poesie in un Paese che aveva il 78% di analfabeti e le donne, erano sottomesse e schiacciate da un ruolo domestico cui era precluso il mondo dell’arte e della letteratura.[13] Ebbe anche molti amori, alcuni noti altri no; conobbe, talora anche intimamente, i poeti e gli artisti più influenti degli albori del Novecento, da Dino Campana a Gabriele D’Annunzio a Eleonora Duse, ma è stata soprattutto simbolo e antesignana della lotta per l’emancipazione femminile esprimendosi instancabilmente:
In realtà la donna, fino al presente schiava, era completamente ignorata, e tutte le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava se stesso: senza il suo complemento, solo nella vita ad evolvere, a godere, a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e l’altro erano, in diversa misura, da compiangere.[14]
E ancora: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna! [15]
La sua autobiografia divenne anche percorso di formazione e maturazione da donare agli altri e fu così che si è impegnata in molte iniziative per ridurre l’analfabetismo degli italiani che vivevano in uno stato da poco unitario ma senza una lingua comune. Ha fondato scuole andando ad insegnare ai bambini nelle campagne romane come testimoniato dalla sua introduzione alla conferenza tenuta all’Università popolare di Milano il 23 marzo 1909 in cui sostenne:
Per tutte le ineffabili emozioni che le campagne romane hanno procurato al mio spirito, da anni, io vorrei oggi sciogliere qui un puro canto. Vorrei in questa città della mia infanzia, recare, con cuore devoto, il dono della visione che laggiù, nell’austero solitario paesaggio del Lazio, mi hanno dato il senso della perennità della vita anche attraverso gli scoramenti individuali sociali, il senso dell’armonia tra il passato, presente e futuro, tra la realtà vissuta e quella desiderata e sognata. Dire la bellezza dell’immenso piano che va dai Colli dell’Alba Longa di Tivoli…….e il Tevere fin giù al mare d’Enea, forviando il suo silenzio….e tradurre a voi l’esaltazione che questo piano ondulato di tumuli e cavità vulcaniche, seminate di avanzi appartenenti a tre civiltà dalle mura elleniche alle torri medioevali, infonde lentissimamente, ma irrimediabilmente come una febbre in chi le contempla dalle alture, le percorre nelle sue strade ancor cosparse di lastre latine […][16].
Cinquant’anni più tardi la scrittrice ha ricordato ancora il suo umile operato percorso da giovane in un altro convegno ribadendo:
L’importanza di questo convegno è sentita da tutti i presenti ancor prima cha la relazione e i dibattiti s’inizino. Ma per me, chiamata a dire brevi parole augurali, acquista un particolare significato che mi commuove individualmente poiché mi riporta alla mia remota giovinezza, a cinquant’anni or sono, a un mattino, appunto del 1904, non so più se era primavera o autunno, che sentì parlare per la prima volta delle condizioni dell’Agro Pontino Romano da un’altra giovane donna, Anna Fràntzenl Celli, moglie del grande medico Professore Angelo Celli, la quale m’invitò a visitare il villaggio di capanne presso Tivoli[…][17]
Il Professore Angelo Celli epidemiologo, professore di Igiene all’Università di Roma e sua moglie, un’infermiera tedesca energica e attiva, erano stati i primi a dedicarsi ai contadini dell’Agro, avevano speso tutta la vita e la loro professione verso la cura delle malattie diffuse nell’ambiente contadino e innanzitutto della malaria di cui erano profondi conoscitori e per la cura della quale avevano ottenuto, nel ‘900, la legge sulla profilassi obbligatoria con il Chinino di Stato.[18]
E così Aspettando che i principi papalini obbediscano alla legge di bonificazione della terra, di quelle terre che fino a poco tempo prima erano state sotto il governo pontificio, scriveva nel 1902 Sibilla Aleramo, abbiamo intrapreso di bonificare l’intelligenza dei contadini, tenuti in uno stato di schiavitù e di miseria che non può paragonarsi nemmeno al medioevo, nemmeno alla servitù romana, assai peggiore di quanto si riscontra nella storia[19].
La sua storia, quindi, fu in parte dedicata all’impegno sociale per fare scuola in una scuola che non esisteva affatto, dove, anzi, esisteva di tutto poco e niente e poiché era un’ottima insegnante, voleva darsi da fare, ma questo non bastava. Non poteva solo “travasare un sapere” ma doveva anche creare le occasioni per farlo e trasmettere questo bisogno di conoscenza che non esisteva. Cercò a questo punto, per quanto possibile, di mettersi in gioco, entrare in relazione con le persone, cercare punti d’incontro, diventare i loro riferimenti. Ponendo così le basi per una scuola, come quella contemporanea, in cui tutti i bambini o meglio, tutti gli esseri umani, in particolare quelli con una storia problematica alle spalle, possano trovare qualcuno disponibile ad ascoltarli, ad ascoltare non solo quello che sanno, ma anche quello che sentono, valorizzando ogni diversità. Per queste ragioni è importante che le emozioni e i sentimenti degli allievi siano accolti e riconosciuti come aspetti strettamente legati all’esperienza e non come ostacolo o disturbo allo svolgimento del programma: solo così i ragazzi potranno aprirsi all’apprendimento che di per sé è un percorso difficile[20].
Una cultura quindi che, anche se antica, sappia rivivere nel mondo contemporaneo, che soprattutto sappia offrire momenti di riflessione su noi stessi, sui nostri rapporti, sulla nostra realtà. Perché se la cultura è viva e ricca, può parlare ancora ai giovani non per accumulo, ma attraverso il dialogo e la relazione. Vittorio Emanuele Orlando, politico e giurista italiano, scrisse Il bene e il male, profondamente coinvolti nella costruzione simbolica e nella conservazione… non hanno alcun limite, fuorché quello di esistere entrambi […][21], ma se questo male esiste ed esiste da sempre perché non proviamo una buona volta ad eliminarlo definitivamente partendo proprio dalle nuove generazioni, attraverso i buoni insegnamenti e l’amore che ci accomuna e permette la nostra esistenza?
Sibilla sostituisce al cogito ergo sum di Cartesio l’Amo dunque sono perché l’amore non è solo quello dei «brividi nella carne», ma è ciò che ci rende ogni volta nuovi, liberi, come ogni donna e ogni uomo dovrebbero essere.[22] Sibilla pone la figura femminile come l’angelo da cui si possa generare e salvare l’uomo contemporaneamente attraverso una pioggia di liberazione che è in ognuno di noi e che lava tutte la ferite, come battesimo di purificazione. Sottile quanto il pensiero dell’Aleramo possa assimilarsi ed affratellarsi al pensiero del nostro grande poeta di Recanti, Giacomo Leopardi, il quale, con simili sentimenti dice nella “Ginestra” che per sollevare, in parte, la triste sorte dell’esperienza universale, è necessario stringersi tutti in “social catena, in giustizia e pietade” basi indispensabili per costruire un’altra storia, oltre le storie, forse migliore.[23] La storia dunque come esplorazione, un lasciarsi andare fino ai meandri più sottili dell’anima, precipitare e poi riemergere dalla tanto temuta follia che invece cammina ignara accanto ai singoli uomini e si rivela anche compagna inseparabile della storia umana, anzi del nostro pianeta.
In certi contesti il “pazzo” è solo una persona pericolosa per sé e per gli altri, quindi da evitare, da emarginare, da rinchiudere, ma “Imprigionando i matti non ci togliamo il dubbio di esserlo a nostra volta”.[24] La follia genera distruzione, anche autodistruzione, come mirabilmente narrato nelle tragedie dei classici greci e latini, perché il folle è colui che è privo di senno, quindi che manca di qualcosa rispetto alle altre persone ritenute conformi alla norma. E’ questa l’accezione tipicamente occidentale e, sotto certi aspetti, “moderna” del folle, specie quando viene estremizzata. Ma tale modo di definire la pazzia come fenomeno unitario senza differenziazioni, in quanto semplice alienazione mentale, è essenzialmente fuga nell’irrealtà, nel delirio fine a se stesso.
Il folle invece, in certe situazioni, possiede qualcosa di più e non qualcosa di meno rispetto agli altri esseri umani. Egli diventa nella nostra realtà piuttosto ambigua, una situazione complessa, difficile da gestire perché questa linea sottile che separa la normalità dalla pazzia non si riesce a comprendere o meglio ad accettare e la poetessa e scrittrice Alda Merini così esprime:
Nella mia anima folle o nel mio grembo distrutto? Sei così ardito vorace, consumi ogni distanza; dimmi che io mi ritorca come ha già fatto Orfeo guardando la sua Euridice e così possa perderti nell’antro della follia.[25]
La follia quindi può irrompere all’improvviso dando luogo a distruzione, ma anche a nuove realtà come nel caso di Sibilla Aleramo. Nel 1889 la madre, sofferente da tempo di depressione, tentò il suicidio gettandosi dal balcone di casa. La sua crisi si accentuò progressivamente negli anni, provocando tensioni inevitabili nei rapporti familiari.
Dopo pochi anni, la donna fu ricoverata nel manicomio di Macerata, dove si spense nel 1917 e Sibilla le dedicò le seguenti parole:
Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di quest’agonia che senti inevitabile[26].
Folle fu anche l’amore tra Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana: la loro tormentata storia d’amore è stata immortalata in “Un viaggio chiamato amore – Lettere 1916-1918” che è una raccolta di lettere scambiate tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana da cui è stato tratto il film “Un viaggio chiamato amore”di Michele Placido nel 2000 con Stefano Accorsi nel ruolo di Campana e Laura Morante nel ruolo di Sibilla Aleramo. Se, come sostenne Aristotele,“Non esiste genio senza una giusta dose di follia”, tutti per un certo verso abbiamo un lato oscuro che non ha senso non riconoscere per sfidare il male di esistere, i preconcetti, le precostrizioni giacché, il sembrare è nella mente, il conoscere è nell’anima, ma la comprensione è nello spirito ebbro della follia di credere ciecamente in ciò che appare impossibile.[27] In conclusione fu sostanzialmente possibile realizzare nel 1911, in occasione del 50° dell’Unità d’Italia, l’esposizione internazionale d’Arte Moderna, tra le giovani sostenitrici anche Sibilla Aleramo. La Galleria artistica, nata a Roma nel 1883, pochi anni dopo la costituzione del giovane Stato unitario, fu trasferita, per l’occasione, nel nuovo palazzo delle belle arti a Valle Giulia, appositamente progettato dall’architetto e ingegnere romano Cesare Bazzani. Secondo la suddivisione delle sale nel 2011, anno in cui ho avuto il piacere di poter visitare la Galleria, un adibito settore è stato ampiamente dedicato al CINQUANTENARIO costituito da tre sale dove, specificatamente nella terza, sembra prevalere il tema del lavoro, della lotta quotidiana per la sopravvivenza, mista a tanta dignità e voglia di farcela. Tra i quadri, quello dell’artista romano Ferruccio Ferrazzi intitolato Il focolare, del 1910, mostra una commovente visione di una tavola imbandita di povera gente umile e rispettosa. Nel settore dedicato agli esordi e all’esperienza divisionista, ho potuto ammirare con piacere, di Felice Carena, il ritratto di Giovanni Cena con Sibilla Aleramo nel periodo in cui erano intenti alla promozione delle scuole nell’Agro Pontino. Mentre nel salone caratterizzato dagli artisti più rappresentativi degli anni Trenta, ho apprezzato, nel corridoio centrale, il bronzo di Sibilla Aleramo realizzato nel 1938-39 da Pericle Fazzini. Scultore grottammarese, di origine marchigiana, è considerato tra i maggiori e più celebri esponenti della cultura internazionale. Sua è la Resurrezione nella Sala Nervi in Vaticano, commissionata da Paolo VI nel 1965 e realizzata tra il 1970 e il 1975. Lo stesso Fazzini nel definire il suo capolavoro commenta: << Il Cristo risorge da questo cratere apertosi dalla bomba nucleare: un’atroce esplosione, un vortice di violenza e di energia >>.[28] Considerando che l’energia del sole ritorna in tutto il suo vigore dopo ogni tempesta e che ad ogni distruzione segue un’evoluzione questa si individua compatibilmente nel sè fluido e indefinito di Sibilla Aleramo. È in lei l’idea di un continuo ricomporsi attraverso un’ascesi che è esercizio di forza dissolutrice e creatrice, ma anche di libertà, poiché la forza interiore dell’autrice non è mai limitazione di possibilità, bensì condizione ed opportunità
dell’esistere.[29]
[1] F.CAMBI, Le pedagogie del novecento, pref., Laterza, 7 ed., Roma, 2006.
[2] SIBILLA ALERAMO, Il mondo è adolescente, Milano, Casa Editrice Milano-sera, 1949, p. 18.
[3] LUIGI CAVALIERI, Sibilla Aleramo. Gli anni di Una donna. Porto Civitanova 1888-1902, Ancona, Cattedrale, 2009, p. 168.
[4] SIBILLA ALERAMO. Gli anni di Una donna. Porto Civitanova 1888-1902, op.cit., p.193.
[5] SIBILLA ALERAMO, Una Donna, scritto nel 1906, Feltrinelli, Milano, 2003, 43 ed., p. 94.
[6] Ibidem, p. 171.
[7] Ibidem, p. 180.
[8] Cfr. PAOLA NICOLINI, Il racconto di sé, considerazioni sul pensiero narrativo, Perugia, Morlacchi Editore, 2001, pp.110.
[9] Cfr. Prof. PAOLA MAGNARELLI (a cura di), Altra storia oltre le storie. Quando le donne scrivono, Recanati, Associazione NUMERO DONNA, 1999, p. 10.
[10] SIBILLA ALERAMO, Andando e stando, scritto nel 1920, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 1997, p. 15.
[11] T. PALMESE, I giovani e il futuro: dalla minaccia alla speranza, Rubettino, Saveria Mannelli (CZ), 2005, p.2.
[12] Cfr. La Società degli Individui – Quadrimestrale di teoria sociale e storia delle idee n. 38, Milano, 2010/2012, p. 68.
[13] MARINA ZACAN (a cura di), Svelamento, Sibilla Aleramo: una Biografia intellettuale, Milano, Feltrinelli, 1988, p. 57.
[14] Una Donna, op. cit., p. 105.
[15] Ibidem, p. 135.
[16] Cfr. SIBILLA ALERAMO, “la vita nelle campagne romane” Conferenza tenuta da Sibilla Aleramo all’Università popolare di Milano il 23 marzo 1909, ms. 60 pp., Archivio Fondazione Istituto Gramsci, Sibilla Aleramo, Scritti; vd. www.novecento.it/portale/.
[17]Cfr. SIBILLA ALERAMO, Intervento di Sibilla Aleramo alla Conferenza del 1955 sull’Agro romano, ms. 7 pp., Archivio Fondazione Istituto Gramsci, Sibilla Aleramo; vd. www.novecento.it/portale/.
[18] ALATRI GIOVANNA, Dal Chinino all’Alfabeto, Fratelli Palombi Editori, Roma, 2000, p. 121.
[19] SIBILLA ALERAMO, Lettera del 1902 al suo compagno Giovanni Cena, con tono ancora attonito e scosso da una visita appena conclusa in compagnia dei coniugi Celli nell’Agro Pontino. E’ sempre in questo periodo che insieme a quest’ultimi, Alessandro Marcucci e lo stesso Giovanni Cena fonda le scuole festive dedicate ai contadini dell’Agro romano, vd. Nota bibliografica 1. Fondazione Istituto Gramsci. Sibilla Aleramo fasc. 1180, scatole 24, 1883-1960, serie fotografiche.www.fondazionegramsci.org.
[20] GIULIANA SAVARESE, ANTONIO IANNACCONE, Educare alla diversità, Franco Angeli, Milano, 2010, pp. 128.
[21] SENATO DELLO DELLA REPUBBLICA, Archivio Storico, Vittorio Emanuele Orlando. Una Biografia. Mostra documentaria, Rubbettino editore, Roma, 2002, p. 17.
[22] SIBILLA ALERAMO, Amo dunque sono, A. Mondatori, 1982, p. 42.
[23] E. BARELLI, La comunicazione letteraria, Edizione B. Mondadori,Vicenza, 1982, p. 714.
[24] Cfr. COVACICH MAURO, citazione di Dostoevskij in Storia di pazzi e di normali, Laterza, Roma, 2007, p. 123.
[25] ALDA MERINI, La Terra Santa, Scheiwiller, Milano, 1984, p. 24.
[26] Cfr. SIBILLA ALERAMO, Dialogo con Psiche. Narciso di Novecento a cura di Bruna Conti, poesie,Palermo, 1991, p 48.
[27] ANNA CAPURSO, Ali nel Cielo, Osimo, LEGGERE PER CAMBIARE EDIZIONI, 2011, p. 63.
[28] EMANUELA AGNOLI, Il Cristo di Fazzini, L’arte del Novecento in Vaticano, in Eikon, la fede e le arti, Anno I, numero 1, inverno 2007, FMR, Bologna 2007, p.46.
[29] Quadrimestrale di teoria sociale e storia delle idee n. 38, op. cit., p. 67
