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IL COLLOQUIO CON GLI ADOLESCENTI-DOTT.SSA SILVANA DI FILIPPO

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“ Gli adolescenti non sono considerati qualcuno da assistere,

controllare o proteggere,

ma una risorsa per se stessi e la società”

( Paulo Freire)

 

“ … Stupefatto  del mondo mi giunse un’età

che tiravo i pugni nell’aria e piangevo da solo.

Ascoltare i discorsi di uomini e donne non sapendo

Rispondere, è poca allegria.

Ma anche questa è passata: non sono più solo

E, se non so rispondere, so farne a meno.

Ho trovato compagni trovando me stesso.”

(Cesare Pavese)

 

Redazione-Paolo Freire ha espresso un’importante e sostanziale concetto sugli adolescenti. Egli afferma: “Gli adolescenti non sono considerati qualcuno da assistere, controllare o proteggere, ma una risorsa per se stessi e la società”. E’ sulla base di questo principio che può essere instaurato con lui un rapporto dialogico (che l’adulto non deve mai sottovalutare). L’adolescente ha bisogno di trovare un valido punto di riferimento in adulti responsabili che siano capaci di trasmettere ad i ragazzi stessi segnali precisi e di facile decodifica.

E’ necessario creare degli spazi-adolescenti che consentano di creare raccordo con la rete sanitaria, sociale ed educativa con punto sicuro di ascolto e di contenimento.

Il termine “ Adulescens” non indica una condizione, uno stato, ma un processo: esso, infatti, è il participio presente del verbo latino “adulescere” che significa “crescere”, diventare grandi; invece il participio passato dello stesso verbo, “adultus”, indica il termine, la fine di uno sviluppo compiuto.

Con il termine ‘adolescenza’ si indica, allora, l’insieme delle trasformazioni fisiche e psicologiche che si manifestano tra l’infanzia e l’età adulta.

Proprio a fronte di tale processo,  è importante creare un lavoro di rete efficace che possa migliorare e costruire una relazione migliore.

“I ragazzi adolescenti, sono in una posizione ancora differente, in quanto la fase del ciclo che stanno vivendo è caratterizzata dalla ricerca di emancipazione e di individuazione rispetto al sistema familiare. Nella fase adolescenziale la prima trasformazione è lo spostamento dell’attenzione dal genitore come funzione al genitore come persona.

Questo processo tende ad estendersi fino a stabilirsi come una delle caratteristiche principali del rapporto, caratteristica che è connessa con il bisogno dell’adolescente di confrontarsi con gli aspetti reali dell’altro come matrice per la costruzione dei propri. “[1]Nella fase adolescenziale è importante non squalificare o negare l’importanza e il significato delle loro esperienze di vita, anche se gli adulti spesso ritengono che le difficoltà degli adolescenti siano banali. Questa incomprensione, a volte, sollecita nell’adolescente sentimenti di ostilità, di aggressività e di provocazione verso la figura dell’adulto, incapace o non attento a comprendere e accettare questo modo di comunicare. Con gli adolescenti il percorso è emotivamente coinvolgente e di difficile gestione, si incontrano realtà che esprimono linguaggi diversi sia per codice che per significato, che impegnano l’operatore a ricercare la chiave giusta per accedere adeguatamente alla realtà soggettiva del minore e per comprendere come costruire insieme e accettare una nuova visione di questa stessa realtà. E’ l’operatore che deve decodificare i significati e non delegare al minore la responsabilità di comprendere i propri modi di esprimersi. Parlare con bambini o con adolescenti non è la stessa cosa: occorre differenziare i linguaggi e gli stili di comunicazione.

“ Se si vuole costruire un dialogo veramente efficace con gli adolescenti occorre attivarsi in una relazione che li riconosca ‘competenti’ nel ruolo di adolescente attraverso l’invio di messaggi chiari, a conferma dell’importanza dei contenuti nella relazione di aiuto” .[2] Gli adolescenti spesso dicono ‘bugie’ per difendersi, in preda a pensieri di onnipotenza, utili, invece, a negare sentimenti ambivalenti e di disagio nel tentativo di tutelare la loro parte più intima. Il bisogno di comunicare la propria ‘ambivalenza è molto sentito dagli adolescenti, spesso non trovano soddisfazione nell’ambito familiare o con gli adulti, per la difficoltà a coniugare linguaggi. Per questo il gruppo dei pari diventa per lui, sede più rassicurante per esprimersi. Le ricerche confermano che il dialogo è poco presente in famiglia, soprattutto nell’adolescenza.

“Il clima basilare per poter avere relazioni umane soddisfacenti è di aiutare l’altro a sentirsi a proprio agio. Anche il confronto su un comportamento antisociale risulterà più efficace se l’adolescente ha un buon rapporto con l’adulto interessato. Però la buona volontà può non essere sempre sufficiente.

Gli adulti possono anche sapere che la compiacenza è inopportuna nei colloqui, tuttavia quello che influenza il ragazzo o la ragazza non è l’intento dell’intervistatore ma ciò che essi ritengono essere il suo intento.

I ragazzi con i quali si stanno discutendo le situazioni stressanti sono particolarmente sensibili a ciò che essi ritengono che l’intervistatore pensi di loro.

A volte i ragazzi fraintendono l’intenzione degli adulti (professori, operatoti psico-sociali, assistenti ecc.), che invece magari hanno a cuore il benessere dei giovani.

Gli adolescenti sono sensibili al modo come li tratta sia  prima che durante il colloquio.  Una segretaria sbrigativa può dare fastidio, rigidi procedimenti di registrazioni ospedaliere per i quali gli individui sono tenuti ad aspettare a lungo, regole e ritardi negli appuntamenti implicano una mancanza di attenzione alla quale è probabile che il giovane risponda negativamente. Ciò che l’intervistatore praticamente fa è altrettanto importante di ciò che dice. Prendere appunti per ricordarsi cosa è stato detto ogni volta può far nascere nell’interlocutore una serie di sentimenti che vanno dalla preoccupazione su ciò che è stato scritto all’impressione che l’intervistatore sia critico, e qualche volta l’adolescente può sentire che l’intervistatore è più interessato alla qualità dei suoi appunti che ai suoi sentimenti e alle sue idee. Se appunti devono essere presi, è importante riconoscere che ciò può rendere molto ansiosi i giovani, e spiegare loro perché tali appunti sono importanti.

Una preoccupazione molto simile può insorgere quando si legge una relazione di fronte ad un adolescente senza dire niente sul suo contenuto o su chi l’ha scritta. Se un colloquio è vissuto come una critica o come una punizione, l’angoscia dell’adolescente può precludere la possibilità che i commenti dell’adulto abbiano un qualche effetto o valore a lungo termine.

Per un adolescente che viene intervistato per la prima volta, ci sono due problemi da risolvere: la percezione e la comprensione della situazione nella quale il giovane si trova e la sincerità dell’intervistatore circa la propria comprensione.

L’adolescenza è un’età nella quale si è protesi verso l’azione; gli adolescenti interpretano – e qualche volta erroneamente – il comportamento degli adulti e spesso essi comunicano mediante le azioni. L’angoscia si esprime più spesso attraverso il comportamento: il modo in cui un’adolescente siede, il  modo in cui  muove nervosamente le dita e si agita, tutto ciò è indice di tensione. Se questi segno di tensione non scompaiono durante il colloquio, significa che l’adolescente non è capace di rispondere e di mettersi a suo agio.

Quando il tentativo di mettere un giovane a suo agio sembra non avere alcun effetto, è ragionevole far rilevare questo fatto in modo non troppo critico. Gli adolescenti hanno conflitti riguardo l’esibizionismo, e si accorgono di essere osservati. La loro tendenza spontanea può essere quella di sentirsi imbarazzati e criticati quando viene fatto un  commento sulle apparenze, soprattutto perché gli adulti di solito insistono su di esse. L’ipersensibilità dell’adolescente può trasformare un’osservazione utile in qualcosa di persecutorio.

Un adolescente che non risponde ad una osservazione appropriata circa la sua tensione può spesso essere aiutato attraverso una tecnica meno diretta. Si può ad esempio dire: “Le persone sono criticate così spesso per il loro modo  di apparire, che si irritano quando qualcuno lo nota”. Questo tipo di commento permette all’adolescente di rifiutare un’idea, se lo desidera.

Tutte le interviste dovrebbero avere uno scopo, come ad esempio quello di capire le capacità dell’adolescente  a coinvolgersi emotivamente, a confrontarsi con la frustrazione ed a valutare adeguatamente la realtà. L’intervistatore dovrebbe quindi determinare cosa desidera appurare o comunicare. Un altro scopo può essere il controllo di un comportamento disturbato. Qualcuno ritiene che il modo migliore per esercitare un controllo in tali situazioni è quello di fare appello alla coscienza, fungere da controllo esterno per l’adolescente. Altri credono che l’adolescente dovrebbe sentire che l’intervistatore è un alleato che sta cercando di essere utile per controllare il comportamento distruttivo.

E’ ingenuo ricordare che colui che riveste un ruolo assistenziale si senta necessariamente a suo agio. Ad esempio molti professori comprendono che dietro ai comportamenti e alle parole dei loro allievi ci sono ragioni complesse, ma poiché sono preoccupati dell’adeguatezza delle proprie risposte preferiscono reagire evitando il problema, e si comportano come se il problema non esistesse. Tutti gli adulti che hanno legami emotivi significativi con dei giovani devono far fronte alla propria inadeguatezza e ai propri sensi di colpa. La persona che vuole sentirsi importante, o essere onnipotente, non dovrebbe lavorare con gli adolescenti.”[3]

 “ In tutte le circostanze, di crisi o meno, le comunicazioni attraverso l’azione da parte dell’operatore verso assistiti adolescenti devono essere in linea con quelle verbali. Sedere dietro un tavolo implica il desiderio di prendere le distanze; prendere appunti può portare il paziente a concludere che l’interesse principale dell’operatore è quello di raccogliere dati. Il primo intento dell’adolescente è quello di provare a valutare la personalità del suo interlocutore. Una raccolta anamnestica convenzionale distorce la tecnica della comunicazione dell’adolescente con gli adulti, mentre invece è cruciale comprendere i modi naturali attraverso i quali l’adolescente interagisce con gli altri. La distanza fisica che un adolescente mette fra lui e l’operatore è tanto significativa quando l’esistenza di un’angoscia che non diminuisca nel corso del colloquio. Nel colloquio iniziale tensione  ed ansia sono inevitabili.

Le tecniche di comunicazione  verbale apprese possono produrre una interazione apparente, ma il persistere della tensione è una comunicazione non verbale altamente significativa. Nel colloquio con l’adolescente ci sono due livelli di comunicazione: ciò che si dice e ciò che si fa. Una comprensione utile può essere ottenuta se ci si chiede cosa si sarebbe capito se l’adolescente fosse stato soltanto visto, senza poterlo sentire.

Perché gli adolescenti comunicano solo in parte attraverso il gioco – anche se il loro modo di giocare è diverso da quello dei bambini – è tecnicamente difficile servirsi di tale tipo di comunicazione. L’adolescente che è in terapia, in trattamento, o che ha una relazione emotivamente significativa con un adulto, può esprimere le sue difficoltà nell’azione, proprio come un bambino piccolo che risolve i suoi conflitti evolutivi attraverso l’attività diretta del gioco.

Gli adolescenti possono anche giocare ad essere in terapia e persino giocare il ruolo di un giovane che sta in relazione con degli adulti. Gli adolescenti parleranno del loro gioco e, quindi, comunicheranno. L’attività ludica vera e propria ha probabilmente uno spazio limitato nella psicoterapia dell’adolescente. Alcuni terapisti hanno la peculiare abilità di usare “gli scarabocchi”[4], altri giocano a scacchi con i loro giovani pazienti, ma ciò è probabilmente valido solo con i ragazzi in prima adolescenza, i quali non possono ancora coinvolgersi in modo significativo in una comunicazione verbale, in ragione del loro sviluppo puberale. E’ questo il livello di sviluppo durante il quale un ragazzo che non riusciva a parlare in psicoterapia disse” Non è che non voglio parlare con lei, ma non mi viene in mente niente e quindi non posso”.

Tra gli scopi della terapia, il cambiamento della struttura di personalità dell’adolescente è in genere un obiettivo terapeutico non realistico.

Una direzione appropriata è invece quella di  aiutare  il normale processo di crescita, di assistere adolescenti a conseguire un’autonomia dai legami di dipendenza infantile e di aiutarli a fare identificazioni solide.

I conflitti dell’adolescente possono indebolire talmente le funzioni dell’Io da portare ad una riduzione della capacità di avere rapporti umani. Invece di ricevere un positivo sentimento d’amore, di affetto e di stima da parte del mondo esterno, anche quando tutto ciò viene offerto, gli adolescenti disturbati si sentono molto perseguitati dal loro ambiente e dalle persone che lo compongono. Le persone con le quali sono in rapporto sono vissute come non affettuose. I genitori degli adolescenti dominati da conflitti sono estremamente consapevoli di questo; altri adulti preferiscono spiegare l’alienazione dell’adolescente come dovuta all’età. Sebbene gli adolescenti disturbati possono affermare di sentirsi capiti solo da coloro che appartengono alla loro stessa generazione, ciò è più spesso un desiderio piuttosto che un dato di fatto. Molti non si sentono capiti da nessuno, si attaccano ai compagni come un naufrago ad un clima di salvataggio, ma posso sentirsi altrettanto perseguitati dai loro coetanei che dagli adulti. Gli adolescenti possono dire di non voler nessun contatto con gli adulti, e si possono chiedere se gli adulti siano veramente in grado di prendersi cura di loro.

I sentimenti negativi che vengono messi a fuoco nella situazione terapeutica possono disgustare l’adolescente nei confronti della terapia.

Una terapia soddisfacente richiede che ci siano, oltre al terapeuta, altre persone disponibili a cui l’adolescente possa rivolgersi”.[5]

Nel colloquio diagnostico la principale fonte d’informazione è l’adolescente. Ma valide informazioni si possono ottenere anche dai suoi genitori e da altri eventuali adulti nelle sue immediate vicinanze.

Uno strumento importante per la diagnostica individuale è il colloquio diagnostico. (…) Vi sono poi altri mezzi per raccogliere informazioni di rilievo.

In primo luogo ci si può fare un’idea della posizione dell’individuo nei confronti degli altri sottoponendogli determinati compiti, domande o test. In questo modo ci si potrà pronunciare sull’intelligenza, sul rendimento scolastico, sulla gravità del comportamento problematico e così via. Il caso individuale viene così inserito in un quadro di riferimento generale, di solito secondo criteri classificatori.

Così ad esempio, l’esito di un test del comportamento può indicare che l’adolescente deve essere inserito nella categoria degli adolescenti affetti da problemi gravi.

Quando si applica un test occorrerà tuttavia spiegare all’adolescente i motivi per cui quella prova potrebbe contribuire ad una migliore comprensione dei suoi problemi.

Un altro importante strumento diagnostico può essere rappresentato dalle osservazioni, tanto all’interno della situazione assistenziale che in altri contesti, ad esempio a scuola oppure a casa. In questi ultimi due casi l’operatore potrà comprendere meglio il modo in cui il comportamento dell’adolescente interferisce con gli avvenimenti del suo ambiente quotidiano.

Un ultimo importante strumento diagnostico è costituito dai cosiddetti interventi di prova. Si può, ad esempio, verificare nel primo colloquio come l’adolescente reagisca ad un consiglio relativo ad un aspetto minore del problema. Se l’adolescente lo rifiuta immediatamente, il terapeuta sa qualcosa di più sulla disposizione del giovane e sulle possibilità di aiutarlo tramite consigli.[6] Vi sono due questioni di fondo a proposito del modo di procedere dell’operatore nei colloqui diagnostici:

  1. a) come si può ampliare la parte del paziente nel colloquio
  2. b) come si può far sì che egli fornisca dati rilevanti sui suoi problemi personali. In tale ambito il paziente parla.[7]

Un ruolo non trascurabile in ciò è svolto dagli aspetti non verbali. E’ stato così dimostrato che, durante il primo colloquio, i pazienti sentono l’operatore tanto più ”caldo” e comprensivo quanto più egli fa cenni d’assenso con la testa.[8] Il paziente racconta più cose quando più le affermazioni di chi lo ascolta consistono in osservazioni concise[9]. Mettere sotto una certa pressione il paziente insistendo su argomenti, oppure facendo capire di non concordare con talune sue affermazioni, favorisce l’emergere nel colloquio di problemi personali.[10] Porre domande “aperte” (domande con un ventaglio illimitato di risposte possibili, come ad esempio “Come mai è successo?”) porta a risposte esitanti, ma più lunghe rispetto a domande “mirate” o “chiuse” ( domande con un numero limitato di risposte possibili, ad esempio: “E’ successo a scuola?”; oppure: “Cosa pensavi: mi piace, non mi piace, oppure non lo so?”.

Le risposte alle domande “aperte” contengono di solito più dati personali. Ma nel caso di un argomento che abbia per il paziente un forte carico emotivo, le domande “mirate” portano a risposte più ampie[11]: queste sono di solito un elenco di fatti.

Per poter poi comprendere a tal proposito i sentimenti degli adolescenti sono più efficaci le domande aperte.[12]Anche osservazioni e domande che offrano un “suggerimento” ( ad esempio:”Non è piacevole pensarci”) possono stimolare l’adolescente ad esprimere i suoi sentimenti: occorre però che il suggerimento trovi stretta rispondenza nel processo che si sta svolgendo dentro di lui.

Nel caso di un approccio “diretto” vi sono maggiori probabilità che il paziente torni per un colloquio successivo al caso di  un approccio “non diretto”. La spiegazione sta nel fatto che nell’approccio non diretto si ha maggiore sfogo, maggiore “catarsi”[13] : il paziente pertanto si sente temporaneamente molto sollevato e non prova il bisogno di ritornare: questo vale soprattutto per pazienti “poco motivati”.[14]Si potrebbe aggiungere che, attraverso domande “mirate”, si aiuta l’adolescente  ad ordinare i suoi problemi e ad esprimerli verbalmente: tutto questo viene sentito come un maggiore sostegno.

(…)Diversi autori sottolineano l’importanza di far sentire l’adolescente a proprio agio e di non renderlo ulteriormente ansioso in una situazione per lui già poco rassicurante qual è il  primo colloquio.

Sembra che la diminuzione dell’ansia si ottenga di più ponendo domande “mirate” su questioni piuttosto concrete, che ponendo domande aperte sulle motivazioni sottostanti a determinati comportamenti o sulla natura dei sentimenti dell’adolescente .[15]A tale proposito si possono fare ancora alcune osservazioni sui primi contatti di un colloquio diagnostico e sulla presenza di momenti di silenzio.

1) Frasi di apertura molto usate quali: “Per quale motivo sei venuto?” o “ Cosa posso fare per te?” possono confondere l’adolescente.[16]Pertanto si raccomanda di cominciare presentando le informazioni che già si possiedono su di lui perché ottenute tramite altri canali, ad esempio i genitori o una persona diversa che lo ha indirizzato dall’operatore, e facendole commentare all’adolescente stesso; poi, su questa base, si consiglia di passare a domande mirate anche per far capire che si considera il giovane una seria controparte nel dialogo. [17]2) Il silenzio può rafforzare il senso di tensione che l’adolescente avverte nei primi contatti ed egli può intenderlo come disinteresse dell’interlocutore. E’ dunque meglio interrompere eventuali silenzi. [18]In alcuni casi è necessario dire espressamente all’adolescente, nel corso del primo colloquio, che di ciò di cui parlerà non verrà fatta parola a terze persone, a meno che egli stesso non sia consenziente.[19]

3) Si consiglia anche, verso la fine del primo colloquio, di chiedere all’adolescente se tutto si è svolto come lui si aspettava o in modo molto diverso. In base alla sua risposta si potranno allora chiarire vari suoi malintesi. Solo dopo, si potrà trattare l’argomento “appuntamento per un colloquio successivo”. L’operatore deve tenere presente a questo proposito che può essere difficile per gli adolescenti riconoscere apertamente di avere bisogno di aiuto.

Anche su quanto è stato detto sopra sono possibili punti di vista divergenti. Ma è chiaro che il colloquio diagnostico con l’adolescente richieda la necessaria flessibilità. Questa serve per avere da lui informazioni rilevanti, ma anche per rafforzare la sua motivazione a chiedere aiuto. Ciò si può ottenere insistendo prima di tutto sul problema o sui disturbi che il paziente stesso propone e ponendo su di essi varie domande. In tal modo si riesce a seguire il corso del suo pensiero: dopo di ciò si porranno domande anche sulla base di diversi quadri di riferimento. Così l’operatore potrà allo stesso tempo vedere se un determinato approccio funziona ( l’adolescente è in grado di comprendere quando vengono posti in collegamento fatti differenti? Come reagisce all’invito a parlare del suo passato?).

Per quanto riguarda l’approccio che rafforza la  motivazione e raccoglie informazioni vediamo l’importanza dell’analisi del problema che consiste nel chiarire e dare rilievo alla situazione problematica attuale dell’adolescente. Si mette ordine nelle persone, nelle circostanze, negli avvenimenti e nel significato emotivo che questi fattori hanno per lui. Si può parlare sia della parte che ha il giovane, sia della parte che hanno le persone e le strutture sociali che gli stanno intorno. Così si chiarisce la situazione e l’operatore può presentare la sua opinione sulla questione.

Per chiarire meglio il concetto, Jan De Wit e Guuss Van Der Veer riportano il seguente esempio:

Loes, sedici anni, vive in una stanza, in un edificio condominiale dove vivono molti giovani. Si lamenta di essere molto nervosa e di prendere per questo motivo brutti voti a scuola. L’operatore le chiede se ha questo problema da molto tempo e viene a sapere che il problema si è molto aggravato da quando Loes vive per proprio conto. E’ andata a vivere in una stanza in seguito al divorzio dei genitori. Alla domanda su come si trovi nel condominio, Loes risponde che si sente spesso in difficoltà, perchè la maggior parte dei condomini sono molto più grandi di lei.

Operatore: “A volte non preferiresti vivere con tua madre o con tuo padre?”

Loes: “Oh no!”

Operatore:” Lo dici in modo deciso, sai quello che vuoi. E perché no?”

Loes: “ Mia madre direbbe: lo vedi, sei troppo giovane.”

Operatore: “ E tuo padre?”

Loes: “Lui ora ha una compagna, praticamente non lo vedo più.”

Operatore: “ Mi sembra che tu sia impegnata in molte cose difficili: studiare, vivere da sola con tutto quanto ne consegue, lottare contro vicini molto più grandi, dimostrare che sei capace di fare tutto quanto. E credo che tu abbia la sensazione di dover affrontare  tutto da sola, che tuo padre non abbia tempo né interesse per te e che tua madre speri che tu fallisca e torni a casa con la coda tra le gambe.”

Loes: “…Bè, sì, è proprio così, a dire il vero.”

 

(…) Per l’adolescente è spesso difficile avere un quadro globale dei suoi disturbi e dei suoi problemi e riuscire a formularli verbalmente. Aiutarlo a descriverli può essere già di per sé molto efficace: l’adolescente in questo modo riesce a inquadrarli meglio e a volte può anche capire da solo come affrontarli.

L’analisi della situazione si forma parlando intorno al contesto di vita dell’adolescente, nella misura in cui esso è associato all’attuale situazione problematica. Fatti che a prima vista sembrano non avere nulla a che fare col problema per il quale l’adolescente cerca aiuto, emergono secondo il principio:”Per comprendere il tuo problema devo sapere come vivi”.

(…) Nell’analisi della situazione emergono sia aspetti problematici che aspetti non problematici della vita del paziente. Il terapeuta e il paziente possono così verificare quali persone o quali cose possono contribuire alla soluzione del problema. Questo può far sì che entrambi si facciano un quadro più realistico o meno fosco della vita e del futuro del giovane. Per lui può essere di sostegno il fatto che, per una volta, vengano messe in luce anche le cose che egli fa bene.

Dopo un colloquio con Joop sulla morte della madre, l’operatore fa domande sul suo rendimento scolastico, su come impiega il tempo libero e sui suoi contatti coi coetanei. Emerge, fra l’altro, che Joop a scuola non si sente a posto, che pratica molto sport, che ha una fidanzatina, un piccolo lavoro che svolge di sabato, che ha appena conseguito la patente e così via.

 

 L’analisi della situazione può anche riguardare una situazione del passato. Si tratta dunque di ricostruire la storia della richiesta d’aiuto dell’adolescente o partendo direttamente dal problema (“E’ da molto che ti capita di arrossire?”; “Cosa hai tentato di fare per risolvere questo problema?”) oppure in modo meno mirato (“Capisco che ti senti completamente arenato, forse capiremo meglio cosa c’è che non va se parliamo di come sei arrivato a questo punto”).

Quando la situazione attuale è chiara, si passa solitamente a trattare la storia personale (i dati anamnestici). Per avere un buon quadro della situazione è importante mettere in luce anche gli aspetti non problematici dello sviluppo. Parlare della storia di un problema, o parlare più ampiamente della storia della vita del paziente, può chiarire come sia nata l’attuale situazione problematica ed offrire spunti per una soluzione.

Così, ad esempio, può diventare chiaro perché un determinato metodo risolutivo, che sembrava un tempo il migliore e aveva portato anche un certo risultato, nelle circostanze attuali non fa altro che peggiorare le cose. L’adolescente può, inoltre, scoprire quali fili conduttori percorrano la sua vita e su questa base riuscire a costruire una prospettiva per il futuro. Un Colloquio di questo tipo ha un effetto liberatorio, soprattutto se si rivive, elaborandola, una profonda esperienza emotiva del passato.

Nell’esplorazione dell’incidente si parla di una profonda esperienza emotiva dell’adolescente, il più delle volte qualcosa che è accaduto poco prima. Un simile incidente indica, spesso, concisamente dove è che le cose non vanno. Si tratta sovente della cristallizzazione di una problematica sotterranea da lungo tempo esistente e, come tale, rappresentativa della situazione del ragazzo.

Nell’esplorazione dell’incidente l’operatore domanda dettagliatamente ed in modo sistematico cosa è successo, in modo da poter far scorrere l’evento dinanzi a sé come in un film. Parlando, terapeuta e paziente comprendono quanto è accaduto e ricostruiscono il ruolo del paziente e delle altre persone coinvolte. Il terapeuta presta attenzione alle emozioni che per l’adolescente vi sono associate e tenta di mettersi nei suoi panni.

Parlare di questi sentimenti può contribuire all’elaborazione emotiva.

Joost (sedici anni) litigava spesso coi genitori.

Operatore: “Quali sono gli argomenti di queste liti?”

Joost: “Bè, di tutto, varie cose.”

Operatore: “ Quand’è stata l’ultima volta che avete litigato?”

Joost: “Ieri sera”.

Operatore: “Come si sono svolti i fatti?”

Joost: “Ecco, io stavo dipingendo un muro della mia stanza quando è entrato papà e ha iniziato ad impicciarsene. Allora abbiamo litigato ed io sono corso fuori casa”.

Operatore: “ Cosa ha detto tuo padre quando è entrato?”

Joost: “Ha detto:’ Hai dimenticato quel pezzettino lì, dammi il pennello’. Io l’ho fatto e allora lui si è messo ad aggiustare un po’ dappertutto, passando troppa tinta”.

Operatore: “E tu allora cosa hai detto?”.

Joost: “Bè, io ho detto: ora lascia  che continui io, questo lo farò io più tardi”.

Operatore: “Ti infastidiva che lui si mettesse ad aggiustare tutti quei pezzettini?”.

Joost: “Lui fa come se io fossi un lattante, sa fare tutto meglio. E poi ha detto che non gli piaceva il colore”.

Operatore: “Allora ti sei arrabbiato?”

Joost: “Si!”.

Operatore: “Cosa hai detto allora?”

Joost: “Bè, che invece era un bel colore e che il colore con cui lui aveva verniciato il soggiorno faceva schifo. Ho parlato piuttosto ad alta voce e allora è entrata la mamma ed è scoppiata a piangere. E allora sono corso lontano da casa.”

Operatore: “Questo era troppo per te…”

 

L’analisi della posizione è parlare della posizione reciproca che assumono terapeuta e paziente. La questione è che cosa l’adolescente si attenda e che cosa  desideri da chi lo aiuta, cosa questi possa e voglia fare per lui e cosa l’adolescente stesso possa fare per risolvere i propri problemi. I giovani sono spesso poco informati su che cosa l’operatore possa offrire loro. A volte le loro aspettative sono irrealisticamente alte. Parlare delle possibilità e delle impossibilità dell’assistenza, concordando la via da seguire, è molto importante.[20]

L’obiettivo prioritario, nel colloquio con gli adolescenti è fornire delle corrette informazioni, tali da consentire uno giusto scambio con il gruppo dei pari.

Nell’attuazione di un progetto adolescenti, è necessaria seguire tre tappe fondamentali.

La prima consiste nell’individuazione della domanda ( partendo dalla conoscenza delle istanze e dei problemi). Nella seconda fase, si può sottolineare l’importanza della ricognizione delle risorse e dei vincoli che caratterizzano non solo l’organizzazione che si accosta alla realizzazione dell’interessato, ma anche il contesto o l’ambiente all’interno del quale tale organizzazione deve muoversi per concretizzare quanto progettato. Nella terza tappa, è determinante la definizione degli obiettivi, ovvero pervenire ad una formulazione più chiara e concreta possibile dei risultati che un determinato intervento

si prefigge di ottenere.

[1] Cfr. Francesco Canevelli e Marina Lucardi, La mediazione Familiare,Ed.Bollati Boringhieri,Torino, 2000

[2] M.T. Zini e S. Miodini, 1987

[3] DEREK MILLER, “Adolescenza e Terapia”, Ediz. Italiana a cura di Arnaldo NovellettoCasa Ed. Borla s.r.l., Roma – 1990. paragr. “Il clima psicologico nei colloqui”  da pag. 203 a pag. 205”

[4] Winnicott,1971

[5] Cfr. Derek Miller, Adolescenza e Terapia, La relazione comunicativa operatore-adolescente nel colloquio terapeutico,paragrafo “la comunicazione

   fra il terapeuta e l’adolescente ,pag. 215 di, Ed. Borla 1990

[6] Cit. p. 249 Psicologia dell’adolescenza, MANUALI DI Psicologia, di Jan De Wit,      Guus Van Der Veer, Giunti,Firenze, 1993 e rif. a Kievit, de Wit, Groenendaal e Tak, 1988

[7] Pope e Siegman, 1972

[8] D’Angeli, 1974

[9] Pope e Siegman, 1972

[10] Heller, 1972

[11] Pope e Siegman, 1972

[12] Cox e Rutter,1985

[13] da Catarismo: Dottrina eretica do origine manichea, che predicava l’opposizione dualistica fra il bene e il male.

[14] Heilbrun,1974

[15] Weiner, 1970; Miller, 1065; Masterson, 1958.

[16] Weiner, 1970

[17] Weiner, 1970; MacGillavry, 1968

[18] Meeks, 1971

[19] Meeks,1971

[20] Cfr. pag.297 a 301 Psicologia dell’adolescenza, MANUALI DI Psicologia, di Jan De Wit, Guus Van Der Veer, Giunti,Firenze, 1993

 

 

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