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I BAMBINI CHE PARLANO DA SOLI-DI TERESA DI MECO

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Redazione-Una considerazione condivisa ci porta spesso a riflettere su quante volte ognuno di noi si sia chiesto  se esista qualcosa, del nostro io, che possa  coincidere con la visione che ne ha l’altro, o gli altri, quale importanza rivesta per ogni essere umano, poter constatare  la corrispondenza  di un sé che si proietta fuori di noi, con ciò che noi siamo intimamente, nella parte più solitaria e interiore di noi stessi.

Sicuramente coincide con una continua e importante conferma, finalizzata all’affermazione di noi stessi. In effetti chi siamo veramente  si determina ogni volta che questi due aspetti della nostra personalità quello esteriore (sociale) e quello interiore sintonizzano;   il terreno dei conflitti lascia spazio all’armonia personale e collettiva, che di volta in volta riconquistiamo rideterminandoci.

Alcuni psicologi moderni hanno teorizzato questo concetto rimandandolo al presupposto che nel bambino ci sarebbe un “doppio di sé”,  un concetto nuovo per la psicologia evolutiva, pertanto è opportuno definire la sua composizione.

  Il Doppio è costituito da un primo membro, il bambino, che è un soggetto attivo e dinamico nel campo della conoscenza; il secondo membro è rintracciabile nelle rappresentazioni mentali del bambino, ed è inteso come un individuo in parte uguale a Sé e in parte diverso da Sé, che per convenienza espressiva denominiamo Doppio, ossia di un Altro da Sé, che il bambino costruisce giorno per giorno, con la consapevolezza che si tratta di un personaggio inventato, che non ha alcun corrispondente nella realtà, quindi fittizio, a volte creato dal nulla, altre volte dal mondo fisico del bambino. L’Altro è dotato di una personalità autonoma ed è capace di agire e ragionare.

Il Doppio emerge spesso da situazioni di gioco, può comprendere l’uguale a Me, cioè simile fisicamente al bambino, e il diverso da Sé, identificato ad esempio dall’orsacchiotto.

Tra il bambino e il Doppio si instaura un rapporto simbiotico: infatti quest’ultimo ascolta, soffre e gioca con il bambino, è un amico caro e fidato nel quale l’infante investe le immagini di sé che raccoglie dal rapporto con gli altri, e a sua volta modellerà l’immagine che ha di sé in base a quanto il Doppio gli trasmette.

Con il tempo, il Doppio inizia ad assumere atteggiamenti diversi da quelli del bambino e relativi ai tratti altrui, tanto che racchiude e fonde personalità differenti così da formare un Altro Sé sociale, col quale il bambino può dialogare e confidarsi. Arrivati a questo punto, il Doppio si suddivide in uguale a Sé e in Altri Se che il bambino ha interiorizzato.

Durante l’età evolutiva, molti bambini vivono l’esperienza di avere accanto un uguale a Me, il Doppio considerato come una persona con la quale confidarsi e parlare e alla quale attribuire differenti emozioni. Il Doppio può ricoprire due funzioni: una di   ordine cognitivo, definito nella costruzione e consolidamento del Sé;  uno di ordine sociale, in rapporto al processo di socializzazione.

Tutto ciò ha un inizio molto lontano. Possiamo stabilire la sua linea di partenza andando alla ricerca di tutte  quelle  azioni comportamentali che determinano nella prima infanzia la comparsa del sé; tanti Psicologi e Pedagogisti ci hanno informato su come è possibile trovarne le tracce nello sviluppo della personalità. Secondo Piaget infatti nei primi anni di vita (0-3) è proprio la comprensione di un confine tra dentro e fuori che aiuta il bambino a uscire dal proprio guscio, nonostante la sua posizione resti predominante. Questo passaggio è reso evidente dall’uso continuo dell’aggettivo ‘mio’ con cui cerca di prevalere sul mondo esterno. La comparsa del gioco simbolico si associa ad un aumento della vita sociale, e il bambino comincia ad elaborare teorie sul mondo circostante e ad applicarle agli altri.

Si deve a Cooley, uno dei massimi rappresentanti della prospettiva interazionista, la definizione del Sé relazionalmente inteso, cioè una costruzione sociale che implica l’interiorizzazione di altri significativi. Secondo l’autore il soggetto fa propri gli atteggiamenti che gli altri esprimono nei suoi confronti, e queste valutazioni riflesse definiscono quello che metaforicamente viene indicato come il looking-glass-self.

 Mead a proposito della natura del sè formula una teoria sulle interazioni sociali. Queste interazioni che hanno sempre funzione comunicativa, sono dapprima puramente gestuali (come negli animali e negli uomini primitivi), poi linguistiche. Il linguaggio è espresso dall’uso di simboli significativi , tali da avere lo stesso significato sia per chi li usa sia per il loro destinatario, consentendo l’immedesimazione del primo nel secondo e viceversa. Proprio l’abitudine a compiere questa identificazione ha causato il sorgere del Sé che non è quindi né una sostanza metafisica, né una funzione individuale, ma un portato comportamentale dell’intercomunicazione linguistica. All’interno del Sé, Mead distingue poi tra il Me, che esprime i comportamenti del gruppo sociale interiorizzati dall’individuo e aventi su di lui la funzione di controllo sociale (lo “spirito” di Dewey), e l’Io, che rappresenta la componente di spontaneità e di originalità insita nella risposta dell’individuo all’ambiente e costituisce quindi, la condizione per la modificazione dei rapporti sociali.

La genesi del Sè nel processo sociale è una condizione di controllo sociale, il Sé è un emergente che mantiene la coesione del gruppo, la volontà individuale viene armonizzata attraverso i mezzi di una realtà ben definita. Ci sono due dimensioni nella teoria sociale di Mead: l’interiorizzazione degli atteggiamenti degli altri verso se stesso e verso gli altri, e l’interiorizzazione degli atteggiamenti degli altri verso gli aspetti dell’attività sociale comune. Il Sé fa riferimento ai progetti sociali e ai traguardi. E’ con i mezzi del processo di socializzazione che l’individuo è portato ad assumere gli atteggiamenti degli altri nel gruppo: e gli altri sono coinvolti con lui nelle sue attività sociali. Il Sé è perciò uno dei più sottili ed efficaci strumenti di controllo sociale.

Stabilire come alcuni cambiamenti sociali e culturali abbiano modificato, contratto, o azzerato questa forma di crescita e progressione può risultare interessante.

Sappiamo da sempre che il bambino nel periodo della latenza è in uno stato di “aut” pulsionale, egli è infatti alla ricerca di se stesso, si aspetta, si ascolta, si intrattiene in un soliloquio spontaneo, da cui esce convinto di essere riuscito a” convincere” quell’altro sé, della veridicità di ciò che ha compreso, pronto a negoziare il tutto con quella piccola collettività di cui comincia a sentirsi parte.

In questa fase si determinano quindi” importanze” sempre crescenti su come intraprendiamo la conoscenza del nostro io,  ancora più determinanti sono le nostre metacognitive riflessioni su come cambiano i nostri giudizi a tale riguardo,  strappando quell’approvazione sociale, o meditando sull’insuccesso.

Tutto questo avviene  in un periodo di tempo piuttosto lungo, e forse vale la pena soffermarsi sull’importanza che riveste di proprio il fattore tempo. Come stiamo affermando, l’articolazione di questi percorsi di crescita si “sviluppa” investendo una trascorrenza di tempo che deve essere giustamente spesa  dall’individuo mentre riflette, pensa, parla con sé stesso per riordinare, a volte per comprendere meglio. Quello che sta costruendo con tanto impegno dal punto di vista di qualsiasi teoria a riguardo, è proprio la conoscenza di sé, vale a dire  ciò che desidera, quello che può fare e non.

A questo percorso di difficile e lenta crescita, la nostra cultura è sempre più propensa a sostituire un “immediato” modello da copiare, quindi, ciò che il bambino vede riflesso nello specchio, non è più il “Doppio”, l’altro da me, o il” sé “, è appunto un modello a cui corrispondere velocemente.

Sicuramente la perdita della” negoziazione”, di quel sottile duello che portava l’essere umano verso la padronanza delle relazioni, si perde; l’altro da sé con cui il bambino si contraddiceva, che spesso lo portava a valutare richieste esagerate e altrettante volte lo gettava nella “noia” producendo nell’uno e nell’altro caso un pensiero attivo, si sostituisce con un modello che suggerisce cosa essere e soprattutto cosa pensare, o forse ancora più precisamente come non pensare, perché a una società dei consumi questo non serve.

Il tempo in cui “il bambino parlava da solo” e quindi dalla creazione del proprio sé scaturivano le originalità del proprio pensiero, è stato sostituito dal continuo fruire di azioni altrui, su cui il sé lascia flebili impressioni; pertanto predomina l’omologazione, e il” dispetto”  sociale si mette in opera perché tutti sono uguali ma dissociati, ognuno chiuso in un suo mondo parallelo e

contiguo  ad   altrettanti pianeti chiusi.

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