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ADOLESCENZA E MONDO INTERNO: DA “SPAZIO” EROICO A LUOGO DI INCONTRO-DELLA DOTT.SSA MARIA RITA FERRI

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                                                                  Un giorno, all’età di undici anni, tornai a casa da scuola; era uno di quei giorni in cui il destino è appostato dietro l’angolo, in cui è facile che accada qualcosa. In quei giorni sembra che ogni disordine e turbamento della propria anima si rifletta nel mondo circostante, deformandolo. Disagio e angoscia opprimono il nostro cuore, e noi cerchiamo e troviamo le loro presunte cause al di fuori di noi, il mondo ci sembra fatto male e, dappertutto, sbattiamo contro qualche ostacolo.

( “Animo infantile” H. Hesse )

 

Redazione-La dimensione esistenziale dell’adolescente è data da una posizione di “limite” in cui ha luogo l’angoscia della perdita di un mondo quasi sognato senza la conoscenza delle forme e dimensioni della propria nuova realtà. E’ tale dimensione interiore che si va a esprimere in diverse forme comportamentali o a individuarsi in precise espressioni caratteriali. E’ questa la matrice unica di tali diverse modalità di esistere dell’adolescente: la costruzione della propria identità psicologica.

Bruscamente l’ingresso nell’adolescenza interrompe e spezza ogni equilibrio intrapsichico precedentemente raggiunto, perché possa maturare la costruzione dell’identità individuale. Ciò comporta, nel mondo interno dell’adolescente, dei profondi ed evidenti cambiamenti; tale crisi è fondamento dello sviluppo della personalità: rende possibili diverse dinamiche libidiche e maggiori livelli di integrazione del Sé, che può così sognare nuovi oggetti d’amore ed una nuova identità.

In tale processo il primo compito evolutivo, quindi, è il sospendere i legami affettivi precedenti, per permettere il distacco dagli antichi oggetti d’amore.

Il soggetto adolescente si sperimenta, dunque, in un “vacuum”: la crescita, come nuova nascita di sé, necessita di uno spazio “vacuum” sperimentale. L’area adolescenziale risulta definita da una sospensione dei legami affettivi fino a quel punto portanti la consapevolezza della propria esistenza.

L’alternarsi di “isolamento” e “protagonismo” rivelano il bisogno di entrare nella realtà extrafamiliare e il timore di separarsi dai primi oggetti d’amore, oltre allo slancio nel modulare le due spinte interiori ed integrarle.

La sospensione dei legami d’amore precedenti, così forti e vitali, richiede atti di rottura che necessitano l’attivazione di spinte pulsionali aggressive. Il mondo delle generazioni precedenti viene quindi vissuto come popolato da oggetti deludenti e cattivi, sarà disprezzato e aggredito dall’adolescente perchè possa  trovare in sé la forza di separarsi psicologicamente dalla propria infanzia, investire nuovi oggetti d’amore e cercare un nuovo Sé.

Nella cultura latina, in particolare, il bambino vive nella luce protettiva molto intensa della famiglia, cure e attenzioni che lo pongono in primo piano. Nel cerchio di sguardi e investimenti familiari anche il tempo è eternità: si riversa tutto in un presente senza limiti. Più tardi, con l’irruzione del senso del tempo, nell’adolescenza, emerge la trasformazione: non vi è più l’abbagliante luminosità del cerchio degli sguardi familiari, ma la luce della realtà.

L’adulto conserva nel cuore la circolarità protettiva dell’infanzia come “sogno di capanna”, leggenda della “casa natale”. Gli spazi dell’infanzia sono interiorizzati come originaria immagine di rotondità, cerchio di luce della lampada, rêverie di ogni intimità, come evoca la dimensione onirica del pensiero di G. Bachelard.

Di fronte a se stesso l’adolescente si trova d’un tratto solo: è questo il momento in cui ha coscienza di essere .

“Per ogni adolescente è sempre mattino nel mondo” (P. Blos).

Nella mente dell’adolescente, dunque, irrompe la dimensione temporale. Si modifica così la percezione di un tempo senza evoluzione e di uno spazio tutto familiare, dove il bambino può liberamente muoversi riconoscendolo come proprio territorio. Nell’infanzia il mondo esterno è estensione del familiare: circoscritto e abbracciato dallo sguardo dei genitori, diviene una estensione del territorio più caro, proiettato nel mondo.

 Il pre-adolescente inizia a percepire uno spazio-altro da quello familiare, una dimensione nuova, che offre le prime tracce di mondi per lui ancora sconosciuti.

Internamente ciò corrisponde al sentimento di un inizio di Sé, senza ancora la possibilità di pro-gettarsi, con prevalenza quindi di sentimenti depressivi: la perdita dei buoni oggetti infantili appare definitiva. Il sentimento di “non ritorno” degli oggetti è dato in particolare dai vissuti relativi alle trasformazioni dell’aspetto corporeo. Tali mutamenti, infatti, determinano un sentimento di perdita di un fondamentale punto di riferimento: l’idea del proprio corpo come sede stabile di abilità motorie ed espressive, fonte di sicurezza.

Inoltre si sviluppa pervasivamente l’incertezza di quale sarà il punto di arrivo di tale trasformazione. Inizia la stagione dei conflitti fra crescita e regressione e dei sentimenti che accompagnano tali movimenti: orizzonti diversi cui rivolgersi.

Lo sguardo del bambino è rivolto al mondo esterno, mentre nell’adolescenza si scopre di avere un mondo interiore, paesaggi interni da esplorare: nasce l’introspezione. Ciò porta l’adolescente a vivere prevalentemente dentro sé.

E’ la scoperta di avere un mondo interno a segnare l’inizio del sogno adolescente. Mondo interno sconosciuto, ma presente: accanto a tale consapevolezza e conseguenza di questa, nasce la coscienza di un Io che osserva, che si autoosserva, che si autoanalizza. Ciò cambia il rapporto con il mondo che diviene modalità di rispecchiamento delle proprie immagini interne, sconosciute, ma sicuramente percepite: uno spazio interno che scopre sé  guardando fuori di sé.

Si crea così una possibilità nuova di trovarsi nel mondo e in esso entrare: la poesia, riconoscere frammenti del proprio sentire nei movimenti naturali che divengono sospiri ed emozioni di una vita interiore improvvisamente rivelata.

L’immagine del Sé infantile e il nuovo Sé in crescita vivono in profondo conflitto. Il mondo infantile viene percepito come qualcosa da negare e da cui separarsi velocemente (anche perché difficilmente integrabile). Tale conflittualità comporta vissuti di alta drammaticità per l’adolescente, combattuto fra il terrore di rimanere attratto in un’infanzia senza tempo e la minaccia di sperdimento nell’andare verso l’extra-familiare, il nuovo. L’animo dell’adolescente è quindi in un doloroso conflitto fra angosce depressive legate al senso di abbandono degli antichi oggetti d’amore e angosce persecutorie provenienti dal mondo esterno, extra-familiare.

Si avvia con l’adolescenza un processo interiore di elaborazione del lutto: l’animo si sperde in sentimenti di esclusione, perdita legata alla nuova dimensione della separatezza. Il sentimento di abbandono è prevalente in un paesaggio interno divenuto depressivo. Infatti il “separarsi da” esita penosi vissuti abbandonici. Le rappresentazioni interne dei genitori appaiono trasformate, l’angoscia interna si proietta sugli eventi, il cui significato diviene dilatato e a volte oscuro mentre il mondo si popola di mille minacce.

Lasciare l’infanzia e la sua luce protettiva comporta una separazione da un mondo amato ma che non contiene più le nuove possibilità di crescita, intuite all’esterno. La separazione ha in sé un senso di liberazione e anche di lacerazione: nell’abbandono  (anche se attivamente agito) l’Altro porta con sé una parte del mondo interno del soggetto, esitando in lui vissuti di impoverimento e di vuoto interiore. Nella psiche l’abbandono o l’assenza dell’Altro è vissuta inconsapevolmente come aggressione: l’oggetto “cattivo” prende forma sull’assenza del buon oggetto perduto.

Nel lutto dell’adolescenza ciò che si perde è la luminosità dello sguardo innamorato dei genitori che ponevano in una posizione centrale il bambino: si esce dal cerchio protettivo e si passa a poter essere testimone e protagonista del reale. Sorge internamente un vuoto di senso: spazio aperto dove può alloggiare l’angoscia ma anche la capacità di contenerla per conoscersi e conoscere. Viene così interrotto il pacificante processo di dolce identificazione con le figure adulte,  proprio del periodo precedente .

La negazione dell’onnipotenza degli oggetti parentali determina il precipitare degli antichi dei, il sentimento di vuoto interiore nasce da questo oscuro sentire. Vengono cioé sospesi quei legami affettivi che contenevano come braccia la consapevolezza della propria identità.

Perché l’angoscia si trasformi in costruzione del Sé, è necessario che si instauri nell’Io la possibilità di tollerare il vuoto interiore. A volte è necessario trovare, transitoriamente, modalità attive e difensive di “riempimento” come l’incorporare esasperatamente il cibo, o il riempirsi di parole, scrivere, leggere o parlare rumorosamente. Ciò permette piccole pause nel doloroso processo elaborativo che permette il rafforzamento dell’Io nel contenere i sentimenti depressivi: sentirsi soli diverrà nel tempo sentirsi unici. E’ questo un processo che si instaura in una mente capace di contenere lo smarrimento. Le strutture cognitive si sviluppano, si ampliano ed articolano, divengono capaci di dare struttura e significato alle emozioni, capaci di contenere come braccia materne le parti confuse del Sé.

Nel momento in cui fronteggia le proprie angosce interne, l’Io adolescente sta sviluppando la propria capacità di contenimento del lutto. Ciò è possibile nella dimensione muta della sofferenza, nell’area dell’incomunicabilità.

Per l’adolescente percepire l’incomunicabilità del proprio mondo equivale a possedere un proprio segreto; all’interno del cerchio magico del silenzio di sé, egli crea un luogo in cui non possa entrare lo sguardo dell’Altro, in cui si è salvi.

Narcisismo e “frontiera” psicologica tra sé e il mondo definiscono lo spazio angolare in cui l’Essere trova rifugio dalle angosce, nuova “casa” che offre riparo alla rêverie, “protegge chi sogna” (G. Bachelard). Attraverso il sogno l’angoscia si trasforma nelle immagini innumerevoli di eroicità.

Lo spazio nell’adolescenza diviene quindi “spazio attraversato”, ricerca del luogo dove affondare le proprie radici. L’adolescente costruisce il suo spazio interno come terra dell’Eroe, dove l’universo si riversa e si rivela. E’, l’Eroe, un sognatore di dimore, che può alloggiare dappertutto, senza mai rinchiudersi in nessun luogo: la rêverie dell’abitare è temuta e rifiutata. L’Eroe sviluppa una rêverie dell’altrove.

E’ nel nomadismo che l’adolescente cerca incessantemente se stesso per trovarsi nell’incontro con l’Altro. Il viaggio verso sé si sviluppa attraverso il linguaggio, musicalità di frontiera tra mondo interno e contatto. Il linguaggio apre un varco all’Eroe nel mondo del reale, permette una nascita, nella dialettica parola-silenzio.

Il linguaggio, nell’adolescenza, assume dimensioni e significati particolari. Racchiude in sé il conflitto fra il desiderio-timore di appartenere e bisogno di chiusura, non comunicabilità. Ciò spiega, a volte, come vi possa essere una differenza tra lo scrivere e il pronunciare parole nell’adolescente. Nel primo caso, infatti, è la condizione di solitudine a permettere o inibire (a seconda della direzione del conflitto interno) una libera espressione del pensiero, laddove nel linguaggio orale la parola non “trattenuta” nel foglio (bianca estensione del Sé), appena pronunciata già svanisce, portando via, simbolicamente, una parte del mondo interno.

L’adolescente sperimenta così, inconsapevolmente, un movimento interno di “svuotamento” di sostanza. Ciò permette di comprendere, ad esempio nella scuola, il significato di ritmi concitati nell’esposizione orale, quasi a restringere nel tempo o a negare del tutto, attraverso un infittirsi di parole, il vuoto interiore incombente, o al contrario, un rallentare del ritmo delle frasi, parole, come tentativo di evitare l’esperienza della perdita e infine ad ogni “pro-getto” di parola il bisogno di ricercarne, con ansia a volte, un’eco nell’espressione del docente come testimonianza-conferma di non essersi perduti. Il linguaggio verbale e non verbale del docente e il suo ascolto permette, quindi, di tessere una relazione in cui l’adolescente possa sentire di porre in un luogo sicuro parti di sé racchiuse in ogni concetto, in ogni pausa. Attraversare il silenzio dell’Altro-adulto con il suono delle proprie parole, infatti, può essere vissuto inconsciamente come atto aggressivo, che evoca un’immagine di sé “cattiva”, particolarmente presente nell’adolescenza. L’incoraggiamento mimico e verbale del docente avrà quindi una valenza formativa di grande rilievo: permette l’espressione di un’aggressività sublimata nell’adolescente e quindi il formarsi interiore di una forza trasformativa delle spinte aggressive. Egli sperimenterà così sempre più la fiducia nelle proprie capacità di trasformare la rabbia in movimento verso l’altro, nell’avvicinarsi, aprirsi (ad-gredior=andare verso) e individuare quindi un percorso di relazione in cui sperimentarsi e crescere.

La capacità di identificazione introiettiva dell’adulto permetterà inoltre l’offrire simbolicamente all’adolescente un “luogo” dove poter riporre frammenti (parole) aggressivi di sé, dove possano trovare ordine e spazio. La risposta finale (il voto, le parole, la mimica) del docente ha il significato psicologico di restituire all’adolescente un’immagine di sé riparata o riparabile. A tali attese interiori di riparazione è legata l’ansia, espressa o negata, volta ad ottenere una buona votazione, che l’adolescente vive costantemente nel suo studio. Una votazione alta corrisponde, infatti, al vissuto di possedere un “buon” pensiero, una mente non danneggiata, in grado di contenere ed elaborare le spinte pulsionali, al percepire, quindi, la propria intrinseca “bontà”: gli istinti aggressivi sono quindi vissuti come meno minacciosi, mitigati dalla fiducia in sé e nel mondo. Una valutazione di insufficienza rivolta alla globalità del Sé, al contrario, conferma un’immagine “distrutta” e “distruttiva” interna, spesso proiettata sul docente e favorisce l’aumento di angosce persecutorie. L’approfondimento di tali considerazioni può aprire la strada a un nuovo percorso relazionale educativo e riparativo per lenire tali ansie.

La stabilizzazione psichica quindi delle “buone figure genitoriali” (che offrono fiducia e valorizzazione), avvenuta nel periodo della latenza, fa sì che le forze dell’Io si mobilitino per ritrovare una nuova capacità di aderire alla realtà, rafforzando le proprie funzioni e utilizzando l’esperienza frustrante come esperienza di crescita e rafforzamento del processo di secondarizzazione del pensiero. Il superamento di tali prove produrrà un ulteriore effetto di fiducia nelle proprie e altrui capacità riparative e di amore.

Possiamo individuare inoltre alcuni elementi che caratterizzano il linguaggio dell’adolescenza. Per l’apporto dei contenuti emotivi conflittuali, particolarmente accresciuti in tale momento evolutivo, il linguaggio diviene una funzione in cui la capacità di pensiero ormai ampliata e articolata non sempre trova la sua forma adeguata nella comunicazione. Un elemento che fortemente caratterizza le parole dell’adolescente è dato dal tipo particolare di difese intrapsichiche che l’Io sviluppa e che informano di sé il pensiero e il linguaggio.

Una delle difese maggiori consiste nella riedizione del narcisismo, o “narcisismo secondario”. Attraverso tale modalità difensiva dall’ansia (sia di segno depressivo, legata alla perdita degli antichi oggetti d’amore, sia di tipo persecutorio determinata dall’avvicinarsi al mondo extrafamiliare) l’Io tenta di valorizzare sé, di porsi al centro dell’universo come luogo di riferimento in ogni tensione psichica e reggere le angosce e le insicurezze legate al “vacuum” interno e alla separazione. La distanza così posta con l’Altro impedisce di sviluppare un linguaggio articolato e flessibile proprio del tentativo di raggiungere l’oggetto, sperimentato come diverso e distante da sé, per essere compresi, tentativo specifico di momenti evolutivi più avanzati.

Il linguaggio permeato dal narcisismo sarà un linguaggio quindi “ego-centrico” e non ancora “allo-centrico”. La difficoltà nell’individuare passaggi logici articolati e definiti nei dettagli, lo sviluppare un linguaggio quasi chiuso in sé, racchiude l’attesa che si realizzi nuovamente la magia perduta nella prima e seconda infanzia: essere compresi nello sguardo materno senza spiegazioni ne’ condizioni. Essere compresi quindi, nella prima adolescenza, equivale per molti versi ad essere amati. Il congiungersi ad un mondo che accoglie senza più separazioni, evitando così la fondamentale esperienza del lutto, rappresenta il desiderio di evitamento dello “svezzamento” necessario dalle cose per poterle nominare e della pausa che distanzia e distingue le idee. Aggiungere parole, o anche tradurre in parole il pensiero, equivale ad uno “strappo” affettivo, riconoscere di essere separati dal mondo-madre.

Il pensiero narcisista è un pensiero magico, tale è il suo linguaggio. Attraverso le parole è possibile, in questa fase, creare una nuova, soggettiva, realtà. La parola pensata diviene il ponte fra una realtà esterna eccitante e dolorosa e il bisogno di raggiungere le antiche sicurezze. E’ una realtà reinventata quella individuabile nella fabulazione degli adolescenti, tentativo continuo di addolcire l’esperienza per renderla raggiungibile e sperimentare così la nascita della propria, nuova, soggettività. Nel linguaggio dell’adolescenza è presente un’eco della parola magica dell’infanzia, mediata dal nuovo senso di realtà cui l’adolescente non può più non testimoniare e con cui tenta soluzioni di compromesso.

Il narcisismo secondario permette lo sviluppo, nel mondo interno, di uno spazio come luogo di cambiamenti, dove il Sé possa sorgere come “protagonista eroico” che narra se stesso alla vita e cresce intraprendendo un viaggio iniziatico che porta al separarsi attraverso una rottura dell’ordine interno  di valori precedenti verso l’instaurarsi di nuove ordinate prospettive psichiche.

In questo passaggio dall’essere oggetto di cure e sguardi materni al divenire soggetto adulto che sceglie direzioni e oggetti dove volgere amore e aggressività, il narcisismo quindi si pone come prima frontiera psicologica che riassume, evocando, la “rêverie” dell’infanzia. Tale frontiera protettiva interno-esterna alla psiche  è percepibile in un linguaggio anch’esso di “frontiera”, eroico come il personaggio che l’adolescente crea di sé al proprio interno, e impoverito e fragile come l’immagine più profonda e temuta che egli conserva nel cuore.

Il linguaggio del nuovo “eroe” sarà quindi un liguaggio rivolto all’Altro, rappresentante di spazi e ordini “adulti” e quindi opposti al Sé. Avrà i caratteri aggressivi della lotta e della chiusura della frontiera esistenziale in cui l’adolescente cresce la propria eroicità. Ciò permette di comprendere il ricorrere, da parte dell’adolescente, all’uso di parole trasgressive come elementi di autorassicurazione della esistenza di una distanza posta e confermata rispetto al mondo “persecutorio” degli adulti.

Il linguaggio dell’adolescente è un linguaggio che assicura distanze, descrive spazi di rapporto accessibili o chiusi. E’ il canto dell’Eroe. L’aggressività espressa nel linguaggio sia direttamente che non verbalmente è espressione di un’angoscia interna, legata al timore di non riuscire a domare le spinte regressive verso il cerchio magico che conteneva l’Io infantile e in cui fluiva la dolce dipendenza dall’adulto, verso la rêverie del rifugio della casa natale, che “tiene l’Infanzia immobile fra le sue braccia” (G. Bachelard). Il linguaggio dell’adolescenza quindi differenzia uno spazio sociale da uno spazio interno. In quest’ultimo l’adolescente parla a se stesso e può, in seguito ad esperienze favorevoli con il mondo esterno, giungere ad ascoltarsi.

Il linguaggio “per sé”, espresso nei pensieri muti o nei diari o ancora nelle lettere, costruisce quindi un Sé onnipotente e narcisista (l’Eroe) e permea di tali qualità la realtà divenuta così eroica essa stessa: ogni evento esterno ha un’eco nella costruzione della propria leggenda interiore, si amplia e acquista significati magici di avventura: è così che l’Eroe popola il suo mondo e supera ogni ostacolo. Lo spazio eroico del narcisismo definisce l’ambito della nuova solitudine, sofferta e cercata, dove il proprio essere trova riparo, nuova “casa” dove l’intimità viene protetta e dove solo è possibile l’immaginazione. Solo nella solitudine vi è consistenza per l’Essere.

Nello spazio sociale l’adolescente traspone parti onnipotenti di sé nel mondo ed entra in contatto con porzioni di realtà che mitigano la fondamentale tentazione eroica: il linguaggio è conflittivo, la perdita è inaccettabile in quanto dolorosa ferita narcisistica; si apre tuttavia attraverso il dialogo una ricerca di ricomposizione tra l’affermazione di sé e il bisogno di verità.

La sintassi del pensiero riceve un ritmo musicale dal sentire e si pone come  primo passo per la costruzione della struttura dialogica dell’essere nel mondo. Il dialogo stesso, inoltre, è il “luogo” dove l’Eroe incontra l’Altro e modifica i propri confini accogliendo porzioni di realtà. In questo movimento il linguaggio si modifica e diviene quasi strumento musicale in cui la ricerca di nuovi ac-cordi permette la scoperta della propria musicalità nella relazione con l’Altro. L’adulto, quindi, favorendo e sviluppando il dialogo tra adolescenti o tra l’adolescente e gli adulti stessi si pone come “accordatore” di strumenti non del tutto armonici o più o meno dis-cordanti ( S. Resnik).

La capacità di dialogo esprime la capacità di tollerare la frustrazione attraverso l’elaborazione della perdita graduale della leggenda di sé (riedizione della magia dell’infanzia), per sperimentare la relazione con l’esterno come arricchimento continuo della propria personalità. Il dialogo, come accostamento per contrasti al non-Sé, permette di scoprire nuove emozioni nell’incontro, possibilità data dalla capacità interna di integrazione sempre maggiore fra sogno e realtà. L’emozione, nell’adolescenza, diviene la traduzione di una nuova, interna poesia.

La “frontiera” si fa così meno dura e definitiva, il linguaggio si accorda nella ricerca di parole che possano trovare ascolto nella mente dell’altro: è un movimento di ricerca, di tentativi di contatto e attraverso il contatto è un pro-gettarsi senza perdersi.

L’Eroe adolescente si è quindi separato dalla sua terra di origine (“infanzia immobile”): nella sua partenza era già presente la ricerca dell’altro se stesso: lascia l’universo conosciuto per radicarsi in mondi diversi. Percepire l’esistenza dell’Altro nella musicalità del dialogo è già l'”approdo”, il cambiamento di sé. La “frontiera” si apre fino a includere l’altro-i, chiudendosi al resto del mondo: di qui il linguaggio gergale, la ricerca di codici interpretativi e rituali segreti, comuni solo al gruppo di adolescenti. L’eroicità, stemperandosi, si moltiplica in un gioco di specchi nel gruppo di pari, in cui l’adolescente ritrova l’onnipotenza in parte perduta e l’aumento della fiducia in sé e nel mondo. Il gruppo dei pari diviene luogo di conoscenza di sé, di costruzione di nuove appartenenze contenute nel tempo e pertanto possibili, dove poter esprimere capacità di amore e rabbia, rispecchiarsi in rapporti unici e irripetibili.

Il linguaggio gergale, quindi, aumenta la coesione all’interno e la distanza all’esterno, rassicura da ansie, offre rifugio. Si costruisce così un nuovo “luogo” intermedio fra il mondo dell’infanzia e il futuro, fra la propria voce e la voce di tutti, dove si può perdere la fissità del narcisismo nella relazione di cui la realtà dell’altro è parte fondante. Nell’estensione della difesa narcisistica, dall’individuo al rapporto tra pari, si esprime un importante passaggio evolutivo: l’onnipotenza individuale diminuisce nella condivisione della pena e dei sogni. La realtà entra più fortemente e senza timori nella fabulazione. L’Io si irrobustisce e il linguaggio diviene più ricco all’interno del gruppo, più comunicativo all’esterno.

Il linguaggio, come ponte tra spazi interni di mondi diversi, si configura come possibilità di non sentirsi più separati, può lenire le angosce di sperdimento su cui il narcisismo si basa, come originaria difesa. Nel favorire l’incontro, il dialogo permette nell’adolescenza l’esperienza interna di contatto con parti viventi di mondi che accolgono senza invadere, in cui l’appartenenza e la differenziazione possono alternarsi nella costruzione di un saldo senso di sé.

L'”amico-a” del cuore diviene così, sul piano psicologico per l’adolescente, il proprio “doppio” in cui rispecchiarsi, ritrovarsi e con cui sviluppare il nomadismo interiore. E’ un processo di conoscenza di sé, dove conoscere è, per S. Resnik, un po’ co-nascere (connaissance, naissance=nascita) ovvero nascere insieme, di nuovo. Si individua quindi l’immagine della relazione come nuove braccia in cui poter nascere nuovamente, assieme.

Linguaggio e pensiero quindi sono espressioni dei diversi momenti evolutivi in cui la formazione dell’identità fluisce. Richiamano l’atto del ricordare, del riattualizzare nella mente gli stessi “paesaggi”, visitati in tempi diversi, che divengono così esperienze sempre nuove perché sempre nuovamente interpretabili. Il linguaggio, quindi, con cui l’adolescente comunica con sé e con il mondo, riproduce nel suo modularsi il percorso stesso della vita interiore come alternarsi di pieni e vuoti, presenze e assenze, ritmo cadenzato di continuità-separazione fra le idee. L’atto cognitivo, da un punto di vista kleiniano, la capacità di pensare e di esprimere possono strutturarsi laddove sia possibile un processo di integrazione sempre maggiore tra parti emotive di sé originariamente scisse.

Il gruppo dei pari, che sviluppa un suo sentire ed esprime, attraverso il proprio ritrovato linguaggio, pensieri intorno alla realtà, rappresenta quindi la possibilità del superamento di meccanismi di difesa propri del narcisismo secondario, quali la scissione, in quanto attraverso la trama dei rapporti il gruppo è luogo reale in cui dimorare e area transizionale che rende l’integrazione interna possibile. La scissione fra buoni e cattivi oggetti riporta l’Io a una posizione arcaica rispetto al mondo, alimentando dall’interno il narcisismo: il controllo diviene onnipotente, la dipendenza dalle immagini genitoriali negata e in qualche modo capovolta. Attraverso il narcisismo l’adolescente in questa prima fase si identifica in realtà con l’immagine infantile dei genitori onniscienti e onnipotenti.

Attraverso la scissione i sentimenti aggressivi vengono proiettati all’esterno. La ricerca inconscia è quella di trovare un “luogo” esterno dove riporre l’odio, le parti di sé cattive e distrutte, nella speranza di riceverle riparate e con minore sofferenza.

Laddove ciò si verifichi, nella relazione con l’adulto che riesca a comprendere quanto le spinte aggressive celino timore e angoscia e si ponga come “buon contenitore” che non aggredisce e non si distrugge, (ma al contrario trova nella mente un significato che leghi tali parti e restituisca attraverso la propria empatia un’immagine “buona” e integrata del Sé dell’adolescente), le difese narcisistiche possono diminuire e l’adolescente può accedere a difese di idealizzazione condivisa e quindi ad abitare lo spazio-rifugio del gruppo.

L’idealizzazione di immagini extrafamiliari permette di colmare un doloroso senso di vuoto provocato dalla scissione e frammentazione delle proprie emozioni e del proprio Sé. L’adolescente quindi vive il bisogno di separarsi dalle identificazioni dell’infanzia e, altrettanto intensamente, individuare e porre dentro di sé nuovi oggetti di identificazione su cui riporre la fiducia nella propria capacità di curare e riparare. L’accesso allo spazio di gruppo corrisponde ad un ampliamento degli spazi psichici all’interno del Sé e un’estensione dell’Io fino a comprendere “altri significativi”, che vengono così vissuti come parti di sé (“alone dell’Io”).
Il gruppo dei pari permette le prime integrazioni. Inizialmente la struttura sarà ancora fortemente legata alle difese della scissione, avendo una caratterizzazione fortemente di genere. Tale strutturazione permette, attraverso la netta distinzione fra sessi, un rafforzarsi in ogni individuo del processo di identificazione sessuale, oltre alla possibilità di porre distanza dall’altro sesso vissuto come “contenitore” di aspetti pericolosi e cattivi di sé. Così il gruppo si offre interamente come oggetto ideale e contemporaneamente come contenitore di “buoni oggetti”. In tal modo è possibile per l’adolescente una molteplicità di identificazioni. Infatti ogni membro del gruppo, nel vissuto di ognuno, rappresenta una parte del Sé e il gruppo contiene e integra le parti scisse.

L’identificazione diviene così un processo mobile e flessibile, creativo. Ogni individuo può cogliere tratti diversi in soggetti diversi con cui è in relazione, e quindi riunirli e integrarli in sé iniziando una costruzione della propria personalità guidata dalla scelta e uscendo così dal mondo infantile della necessità.

Nel gruppo è possibile inoltre una fondamentale esperienza di sé: il proprio odio non è vissuto come realmente distruttivo: le ostilità espresse, le separazioni e il nuovo riallacciare relazioni fra i membri rappresentano il percorso “agito” dell’oscillazione interiore fra frantumazione e individuazione di capacità riparative del Sé. Ciò permette lo svilupparsi della fiducia nei propri impulsi riparativi, la diminuzione ulteriore delle difese narcisistiche e il desiderio di aprirsi all’altro. E’ possibile così per il Sé entrare nel mondo dell’amore dei nuovi oggetti (amicizia, innamoramento).

Si configura un nuovo “spazio” di relazione: il gruppo etero-sessuale, dove le difese della scissione e proiezione sono sopite. E’ in questo tipo di gruppo che l’adolescente può fare esperienza di una sofferenza che è nutrimento, non più oggetto di scissione e proiezione e quindi proiettata nel mondo e negata o aggredita. Le parti sofferenti del Sé possono  essere trattenute all’interno della vita psichica, in uno spazio mentale in cui essere elaborate e legarsi alla ritrovata fiducia nella capacità di amare. Da tale legame nasce una trasformazione qualitativa della sofferenza: parte di essa diviene sofferenza per l’altro, preoccupazione per l’integrità del buon oggetto amato.

E’ nell’ambito di tale trasformazione interiore che può fiorire la capacità e il desiderio di offrire solidarietà con l’intensità propria dell’adolescenza, gli obiettivi non saranno più di conquista del potere e controllo sul mondo (propri della prima adolescenza) ma di salvarlo: è l’esperienza fondamentale di sentirsi radicati nell’universo e percepire una gratitudine senza fine.

Nella relazione con l’altro è possibile l’innamoramento in cui si riconosce la complementarietà e la reciprocità. Tale relazione è fortemente maturativa in quanto sancisce il ritiro dell’onnipotenza da sé e dall’altro. Nasce all’interno dell’adolescenza uno spazio che può includere l’attesa, il tempo, nella certezza di un contatto. In tale dimora interiore nasce la rêverie di sé e dell’altro che dà vita e raccoglie il legame fra impressioni e sogni che si fondono agli eventi. Anche il linguaggio può divenire più fluido. La conquista di uno spazio interiore in cui mettere al sicuro il proprio amore sviluppa una musicalità interiore, una capacità di cantare la nostalgia e la realtà.

La trasformazione dell’odio in forza creativa si avvera in un linguaggio rinnovato, che dà valore alle cose, valore come area di felicità. E’ un sogno di felicità per sé e per l’altro-i che sviluppa un linguaggio in cui le cose possono essere intimamente pronunciate. Progetti di salvezza e rinnovamento sociale sono la proiezione  nel futuro di una “rêverie” di buoni oggetti amati, integrati nella consapevolezza di una realtà esterna non più nemica. Il mondo intero diviene la nuova, grande “casa” sognata, più vasta di tutte le case del passato, dove l’animo dell’adolescente, sapendo della propria vastità in quanto capace di incontrarsi e riconoscersi con una collettività sconosciuta e già amica, può progettare una dimora. La casa “natale”, l’infanzia “immutabile”, rimane sullo sfondo come sogno di gratitudine che ha permesso oggi di sentirsi parte di una vita finalmente coerente nel proprio mondo interno-esterno.

La verità delle cose diviene così esperienza di riconoscimento di realtà emotive, la confusione tollerata trova alloggio nella propria mente e nell’attesa restituisce la propria individuale, segreta,

soluzione.

 

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

 

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