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IL VIDEO DELL’INTERVENTO DELLA DOTT.SSA MARIA RITA FERRI SU: “NOTE PSICOANALITICHE SUL DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITA'”

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Redazione-Poichè non può rimemorare in una forma a posteriori (A. Correale), il soggetto borderline non può davvero fare esperienza,ma piuttosto esperire o perire nell’esperienza.Esperire per lui è davvero perire perchè l’esperienza è sempre l’incontro e quindi include un incauto allontanarsi dallo “status limitische protegge da ogni abbandono dell’Altro.

E’ noto che la sofferenza del soggetto “ al limite” ha luogo dall’aver strutturalmente dei limiti psichici confusi e non ben marcati, non in grado, quindi, di proteggere dai venti e dai fuochi, interni ed esterni.

Il limite è il proprio confine,(noi sappiamo dove giunge il nostro esser-ci )conosciuto dall’infans nell’abbraccio con la madre.

Nell’abbraccio il piccolo Io ritrova il grembo ed anche il proprio confine, con D.D. Winnicott, e  scopre di occupare uno spazio definito e quindi esistere.

Limiti confusi si avranno quando, ogni volta, non così lungo fu l’abbraccio da connettere del tutto la linea che dà fondamento all’essere.

Ma il limite è anche il luogo della perdita: è lì che il piccolo Io percepisce che la madre e lui hanno vita in luoghi distinti: perde dunque l’oggetto in quanto lo scopre esterno a sé.

Ma è anche vero che è proprio all’esterno che potrà ritrovarlo, se potrà perdonarlo per averlo perduto come proprio, una prima volta.

Non potendo dunque esperire, egli  è in un viaggio continuo tra eventi che nessun fil  rouge può legare in una tessitura di senso. La vita dunque non ha trama nè ordito, non evolve ma ripete con furore un antico sogno

dove l’Altro ed anche il Sé non sono e non furono mai del tutto veri, reali forse, ma non veri.

Egli vive dunque in un sogno reale senza risveglio ed in una realtà senza immagini, in cui non vive alcun protagonista, poiché questi sempre è legato ad una storia ed a un progetto.

 Nel soggetto nello stato limite non potendo fare esperienza, alcun progetto è mai possibile da configurare.

Ciò include due conseguenze: da un lato il mantenere un intatto stupore rispetto alle cose del mondo, che la percezione mantiene intatte nel loro candore senza nulla aggiungere; dall’altro il soggetto “limite”, non potendo esperire non giunge ad una propria filosofia di vita, che sempre aiuta una completezza di struttura, e sempre proviene dall’esperienza.

Mantiene così più salda una filosofia dell’origine, filosofia che non si costruisce, ma che si rivela d’emblée: egli, infatti non deve riscoprire il senso come in una filosofia matura e soggettivata, ma mantiene il senso già a lui giunto da un passato antico e di Altri, un senso naturale.

Vive, anzi, alle origini di un senso profondo e prezioso come la terra.

Mantiene un sentimento dell’appartenenza,infatti, più profondo di altri. Poichè infatti il mondo non gliene offrì a sufficienza, dovè scavare la terra con le proprie radici fino a legarsi all’essenza dell’humanitas. Vive infatti nel centro della terra, in lui possiamo ascoltare antichi saggi narrare i valori del mondo, ma non ha fronde mature per realizzarli: la sua è attesa instancabile che qualcuno li realizzi per lui, o lo congiunga a sé stesso.

Volgendo tale richiesta ad un oggetto o ad una sostanza che lo colleghi all’imago della Madre Arcaica, la Fortuna, produce così la sua dipendenza: la maturità precoce, nelle radici, appunto,legata ad un rivelarsi così fragile e ricco di caducità nell’appartenere all’umano, esitò una dipendenza strutturale e funzionale dall’oggetto-Fortuna, come possibilità unica di battere il destino che lo volle incompleto.

Suoi sono dunque i valori della terra, appartiene ai tempi in cui era sufficiente assopirsi per cancellare una realtà sgradita.

Il suo patire, dunque, non è nel non avere radici quanto nel non avere Altri, da cui deriva il non avere dimora, che nasce sempre da un dialogo intimo, ma viaggiare senza scoperta e senza un vero cammino, viaggiare, dunque, sulle proprie stesse orme.

Pur appassionato del diálogos, infatti non ha un Altro interno con cui intesserlo, un Altro quindi conoscibile: in assenza di parola significante, ovvero diálogos, per  lui ogni Altro possibile è sempre e resta un étranger.

Il suo ardore è un fiume che naturalmente non prende forma, e dunque non giunge a riva, e non si riunisce ad altri mari.

Così come l’abbraccio, ogni oggetto non è mai così compatto da divenire vero, ma solo reale, esiste quindi, ma non è lì per lui, esiste solo leggermente, per non andare in frantumi, il soggetto-limite può solo non “perderlo di vista”, con Jean-Bertrand  Pontalis.

Inoltre, poichè non ha leggi proprie, il soggetto-limite rimane a malincuore affidato alla parola dell’Altro, ad un già là del destino, ne è comunque esclusa una sua impossile scelta.

E poichè non ha leggi proprie non potrà mai accettare davvero le leggi dell’Altro e dalla prova di realtà e da ciò una compiacenza non voluta, ma infinita.

Egli, dicevamo, ha grandi valori, ma, senza l’Altro, sa di essere un’Antitesi senza la sua Tesi.

Il diálogos, a lui vietato nel pensiero, prende nell’agire l’acerba forma di un conflitto con il mondo che vive al centro della sua vita, che lo avvolge,

somiglia ad un sentire da cui egli è precluso, ed è il conflitto ciò a cui la sua vita si conforma, perchè è la sola voce che gli giunga come propria…

E’ anche vero che non si piega costantemente al conflitto, svolgendo, altresì, un controllo nei modi e negli accenti perchè non vi sia

ne’ perdita ne’ appartenenza totale all’Altro. Teme la discontinuità quanto la prossimità. La seconda divenendo intrusività, nel varcare la siepe, indebito e temuto, da parte dell’Altro, la prima  abbandono selvaggio.

Non ha sosta tra i due mondi: gli è permesso solo declinare nel cuore ogni invito e mai cedere internamente a nulla.

 Pur aspirando alla totalità, ferma i suoi passi prima di giungervi. E così sembra costretto ad un vivere parziale che disprezza, ma che diviene il suo solo cuore.

Nel rapporto con l’Altro nulla può conquistarlo perché egli è dunque già preda del mondo e noi sappiamo che senza margini o confini non ci si emancipa: l’unica salvezza è la fuga.

Una fuga senza origine, nè orizzonte, poichè il suolo sembra essere l’unica, a tratti, certezza. Una vita così trattenuta a terra non può che aspirare al cielo, quindi la fuga non è altrimenti diretta, ha come unico verso l’Altezza, fuga verticale, verso un umore euforico o disforico, come bisogno di leggerezza, egli stesso è una dipendenza lanciata.

Infatti da che venne meno la certezza di costanza dell’Altro in ogni attesa dell’Altro, il suo Io non emerse mai davvero dalla terra, un Io senza ombra.

E dunque la sua è una mente mai in pausa, e ciò deriva dalla precoce percezione della caducità delle cose del mondo: ogni pausa è infatti per lui già notte, una caduta di senso, un abbandono nel cuore.

Affanno nel pensare e nel fare:la sua ora è, infatti, quella mai satura, c’è sempre tempo per l’ Altro perduto anche se mai per sé.

E’ proprio vero che lui stesso è il Peter Pan che perdette l’ombra: la sua, infatti, lo segue senza mai giungerlo. La sua ombra è possesso dell’Altro.

Possiamo dire che nulla cerca per sé, se non preservare l’intimità nascosta.

E se l’ombra dell’oggetto perduto non è caduta sul suo Io (perchè fu perduto il ritorno, non l’oggetto), è pure diffusa nel mondo, tale ombra luttuosa, ombra di perdita, dove egli non cessa di amarla e cercarla.

Vivendo un’infanzia senza specchi, il reale e non l’immagine fu il suo primo amore, cui mai rinunciò. E così il reale sembrò essere il vero.

Per una fortunata mesure egli è persona che vive al contempo ieri ed oggi, non per difficoltà di scelta, ma per mantenerli in vita entrambi.

Personalità antica, ha il valore dell’essere puro non confuso dalla parola incauta (perchè non vera) dell’Altro, svelata successivamente al primo essere al mondo.

Poichè non ha confini da amare è in contatto con ogni angolo di vita, ma non avendo sosta, possiamo certo affermare che egli sia figlio della strada, ma mai del viaggio, perché, infatti, ne patisce l’affanno e non si cura del paesaggio, egli è colui che va…

 La sua andatura è il suo essere, come movimento che mima la vita, e come espressione di un impegno con chi ci precede.

Egli è, infatti, il “viaggio dell’Altro”, vive in nome dell’Altro.

Il Grande Altro taciturno che, forte per Fato, è sempre da preferire al piccolo volo di chi non ha compattezza da mostrare.

Nulla può con la sua dispersione: può conoscere altri ma non sé. Con il suo talento fa confluire il vivere altrui, tenta di giungere ad una qualche idea di sé. Ma l’Io rimane fuori del suo sapere.Orfano d’ incontri, decise di sottrarsi ad ogni precarietà del cuore.

E’ certo, infatti, che la conoscenza di sé non si ottiene verticalmente, in un processo, è già lì, data in un attimo, è l’ incipit del processo stesso, incipit posto in essere dal primo oggetto d’amore, dal suo sguardo su di noi.Noi sappiamo che è il desiderio dell’Altro, infatti, con Hegel, in Fenomenologia dello Spirito, che genera la vita nel soggetto, e quindi ne struttura i confini.Orfano di desiderio, questi decise dunque di sottrarsi ad ogni precarietà del cuore.Rimase così, nella mise en forme di nidi mai pronti, poiché troppe volte gli fu strappato chi gli baciò il cuore.

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

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