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” SYLVIA PAGNI, LEON HENDRIX & GIUSEPPE GIBBONI | L’ARMONIA DELL’IMPROVVISAZIONE ” DI MATHIAS BURATTO

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Redazione-  In più circostanze di quante si possa credere bastano due semplici parole per destare una sequela di emozioni che debordano nell’infinito. Molto probabilmente “ti amo” sono le prime che sovvengono, quantomeno ai romantici, ma… in questo caso mi piacerebbe trascendere per un momento appena le eufoniche sembianze con cui l’amore si veste in ragione di quelle più universali e proprio per questo non subordinate ai mutevoli capricci del cuore.

Preambolo a parte, sveliamo il mistero…

– Jam session –

Due semplici parole che circoscrivono i contorni sfumati di un sogno. Una locuzione di uso comune capace però di esornare quella che è la sua più grande virtù: avere lo stesso significato ovunque nel mondo, senza alcuna distinzione per quanto concerne la storia, la cultura o la lingua. Non è un caso se per molte persone “jam session” è sinonimo di emozione; ma non solo: anche sorpresa e stupore, come l’estro e l’estemporaneità che non soltanto ne definisce l’essenza, ma ogni singola nota che viene suonata.

Per quanto mi riguarda, quando penso a una jam session la mente vola nel passato e incontra nell’ideale il mito di Elvis; la “jam” del ’56 e, soprattutto, quella live del ’68, con la giacca in pelle nera e la chitarra rossa… impossibile da dimenticare.

Le prime risalgono agli anni ’20 del 1900, dove musicisti bianchi e neri si riunivano dopo i concerti nelle relative “big band” di appartenenza per suonare tutti assieme quelle melodie jazz che esulavano dal repertorio che le grandi orchestre offrivano al pubblico. A queste sono legati i nomi più importanti della musica e, uno fra tutti, Bing Crosby. Sono passati gli anni e le jam session sono poi diventate rock. Il già citato Elvis, ma non solo: Rolling Stones, Santana e procedendo tra nomi più o meno conosciuti spicca quello di una band ancora agli inizi e che il frontman era un giovane musicista di colore. La band si chiamava “The Jimi Hendrix Experience”.

Jimi Hendrix è senza dubbio uno di quei nomi che possiede un legame davvero indissolubile con le jam session, tanto che è riuscito a definire degli standard universalmente riconosciuti e apprezzati.

Questo è il passato, lo so bene, nostalgico e bellissimo come deve essere, e ancora più bello proprio perché irripetibile. Esiste in quella distorsione della realtà dove ogni cosa vive in un riflesso che non conosce fine. Ovviamente, un canale come YouTube rende possibile vivere in parte quel glorioso passato, e nessuno più di me si concede non pochi voli estemporanei in un mondo che, nel mio cuore, esiste ancora in bianco e nero, ma di quando in quando, e mi rendo conto che può sembrare retorico, succede qualcosa di straordinario anche nel presente.

Restiamo fedeli al “campo semantico” della jam session e… beh, che dire, preparatevi a restare stupiti. La musica, la forma d’arte che in senso assoluto è la più capace di condurci indietro nel tempo, ci riporterà tutti a metà anni ’60 a ricordare il compianto Jimi Hendrix grazie a… Leon Hendrix, suo fratello. Ma dal momento che ogni “formazione jam” che si rispetti deve vantare nomi di altrettanto pregio per ogni suo componente, ecco che si aggiunge quello di Giuseppe Gibboni, il violinista (molto di più a dire il vero) che è riuscito nella non facile impresa di riportare il premio Paganini, il concorso per violinisti più prestigioso al mondo, nella nostra Italia nel 2021, dopo ben 24 anni. E pensare che dal 1954, anno di istituzione del premio, solo quattro artisti del Bel Paese sono riusciti a vincere il tanto ambito primo posto.

Hendrix e Gibboni parte di una jam session… ma non è tutto. A chiudere questo trittico d’estro musicale ci pensa il Maestro Sylvia Pagni. Per chi ama la musica è sufficiente leggere “Sylvia”, a volte basta la sola “y”, che già riesce a cogliere ogni riferimento più o meno manifesto. Sylvia Pagni: pianista virtuosa ed eclettica, fisarmonicista di fama internazionale, artista che collabora con Mediaset, che ha suonato anche per il Papa e, concedetemi l’appunto, persona a dir poco stupenda. Proprio Sylvia ci regala nello studio della sua accademia (SLM di Pineto) una jam session che fa sognare.

Pensate idealmente e per un solo istante di unire il suono graffiante della chitarra di Leon Hendrix con il virtuosismo sulle quattro corde di Giuseppe Gibboni e il tocco classico e personale di… niente meno che di Sylvia Pagni.

Ecco, questo è ciò che la musica ha reso possibile. Un incontro di tre grandi artisti che sono riusciti a trascendere il tempo, la melodia e la propria individualità artistica per donare alla musica (e a noi tutti) una visione indimenticabile del “Capriccio n. 24” di Nicolò Paganini, dove il classico e il moderno non soltanto coesistono, ma si elevano vicendevolmente in quello spazio immortale che la bravura e non meno l’amore sostengono.

Ci sarebbero ancora tante cose da dire, forse troppe, ma su una cosa sono certo: perché continuare nel vano tentativo di descrivere l’impossibile quando è sufficiente un ascolto?

A voi il video.

Commenti

commenti

2 Commenti
  1. Cristiana dice

    Che bella collaborazione! Sarebbe bello vederli dal vivo

  2. Luisa dice

    Avevo perso questo articolo… che bello. Che bella digressione nel raccontare la Jam session. Spiegato così anche il video assume un significato più grande