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IL TEMPO, SECOLI DI DUBBI ESISTENZIALI

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Redazione- Cos’è il tempo? Questa domanda attanaglia da sempre le nostre menti. La filosofia (dal greco amore per la conoscenza), ha cercato per secoli delle risposte che dovevano combaciare con il senso che noi attribuiamo alla parola tempo. E qual è questo senso?

Partiamo da qui: per il dizionario Treccani il ‘’tempo’’ è: ‘’Intuizione e rappresentazione della modalità con cui i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro (per cui essi avvengono prima, dopo o durante altri eventi), vista o come fattore che trascina l’evoluzione delle cose (lo scorrere del t.) o come scansione ciclica e periodica, a seconda che si enfatizzino l’irreversibilità delle vicende umane o il ricorrere degli eventi astronomici; tale intuizione è condizionata da fattori ambientali (i cicli biologici, il succedersi del giorno e della notte, il ciclo delle stagioni ecc.) e psicologici (gli stati della coscienza e della percezione, la memoria) e diversificata storicamente da cultura a cultura”.

La cultura è fondamentale per capire di quale percezione del tempo parliamo. La nostra cultura, quella italiana è fortemente connessa con la cosiddetta cultura classica ellenica, quella dell’antica Grecia. Al tempo, il tempo veniva chiamato Crono. Padre di Zeus, che divorava i suoi figli nel timore di essere un giorno detronizzato da loro, la cui figura corrisponde nella mitologia romana a quella di Saturno. È rappresentato comunemente come vecchio, barbuto, in identificazione o in analogia con la figura di Saturno; suoi attributi possono essere il serpente che si morde la coda o uroboro (ouroboros), la falce (originariamente riferita alla falciatura delle messi, presieduta da Saturno), simbolo dell’inesorabilità del suo trascorrere e comune anche alla rappresentazione della Morte.

E’ comune alla rappresentazione della Morte perché il tempo noi lo intendiamo come lineare attraverso l’indottrinamento cattolico e, inoltre, attraverso l’esperienza del corpo che è finito nel senso che essendo sottoposto alla gravità invecchia, decade e si decompone. Ma il tempo è solo mero tema d’interesse della fisica? Non credo. L’ouroboros, il serpente che si mangia la coda, fu ripreso dal noto filosofo Friedrich Nietzsche che descrive così il tempo: Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo. Interessante è analizzare la visione del tempo circolare.

La concezione di tempo nietzscheiana si scontra aspramente con quella tradizionale dell’Occidente. Infatti, nella società cristiana occidentale il tempo è concepito come lineare così come lo vedono tendenzialmente le scienze. Friedrich Wilhelm Nietzsche scardina in modo rivoluzionario questa visione parlando di una circolarità del tempo, funzionale alla sua teoria del Oltreuomo.
Alla concezione lineare e progressiva del tempo propria del Cristianesimo e della mentalità moderna (tipicamente illuminista), Nietzsche sostituisce un tempo non più modellato sul conflitto tra attimi, tra passato, presente e futuro, ma un tempo a cui si assiste ad un eterno ripetersi dell’attimo. Nella dottrina del tempo lineare (caratterizzato dall’avere un inizio e una fine) ogni istante distrugge quello precedente, ogni cosa è travolta da quello che viene dopo e quindi se accetto tale dottrina non posso vivere pienamente, perché so che ogni istante sarà distrutto, privato di significato, da quello successivo; nella dottrina dell’Eterno ritorno, invece, posso vivere la vita fino in fondo perché ogni cosa che faccio ha un valore assoluto: esiste un Eterno ritorno dell’uguale, una ciclicità dell’universo che sfociano nella negazione della finitezza del tempo. L’attimo dunque merita di essere vissuto per se stesso come se fosse eterno.
Interpretare il tempo come una linea retta a senso unico porta a considerare ogni attimo come figlio del precedente (concezione lineare) e ovviamente il valore di ogni attimo secondo tal dottrina diviene poco rilevante e conseguentemente non può essere vissuto in piena felicità.
Ma pensare invece all’attimo come eterno ripetersi (concezione circolare-ciclica) e perciò immortale significa doversi disporre a vivere la vita come coincidenza di essere e di senso e di chiuderla in un cerchio di felicità.
L’uomo occidentale attanagliato da dubbi esistenziali e convinto della scissione fra essere e senso, non è in grado di concepire essere e senso come coincidenti: per lui il tempo è una tensione angosciosa verso un compimento che è al di là da venire.
Solo l’oltreuomo è in grado di accogliere con entusiasmo la concezione ciclica del tempo, poiché ha accettato pienamente la vita ed è in grado di godere di essa.
La teoria dell’eterno ritorno viene presentata, anche se mai esplicitata, nell’opera Così parlò Zarathustra (1883-1885). Perché quindi il tempo dovrebbe essere circolare e non rettilineo?

Chi provò a rispondere a questa domanda molto complessa fu il famosissimo Albert Einstein, generalmente considerato il più importante fisico del XX secolo. Un giorno, parlando di relatività del Tempo, Albert Einstein disse: “Quando un uomo siede un’ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora“.

Un modo molto efficace e semplice per spiegare che di fatto anche il Tempo è relativo, non soltanto perché quello misurato dagli orologi è ben diverso dal tempo che percepiamo e viviamo, ma anche perché il nostro, quello terrestre, è un Tempo ‘locale’, che vale solo sul nostro pianeta. Basta uscire dalla nostra atmosfera perché le cose cambino radicalmente: così come il concetto di alto e di basso non esiste più nello spazio, allo stesso modo, il concetto di Tempo come entità assoluta e indipendente da ciò che succede, viene meno, come lo stesso Einstein dimostrò con le sue teorie.

Una fra tante quella della Relatività. Einstein nel 1905 avanzò l’idea che la velocità della luce non dipendesse dal moto e fosse sempre la stessa. Era il tempo a diventare relativo: due soggetti misuravano il tempo allo stesso modo se erano fermi, ma la loro misurazione cambiava se uno di loro si muoveva rispetto all’altro.
In definitiva, il tempo smetteva di essere una costante.

La teoria è stata dimostrata da esperimenti concreti.
Su due aerei sono stati collocati degli orologi estremamente precisi e che segnavano lo stesso orario. Partiti assieme, il primo circumnavigò il mondo da ovest a est e il secondo nella direzione contraria, da est a ovest. Quando arrivarono a destinazione, i loro orologi erano leggermente diversi (si parla di cifre decimali, ma pur sempre significative). Perché questa differenza? Viaggiando verso est, la velocità dell’aereo si aggiunge a quella della Terra e di conseguenza si arriva prima a destinazione. Il che dimostra che il tempo cambia a seconda di come ci si muove.

E a seconda di come ci si muove cambiano anche i luoghi, gli scenari, i contorni.

La società contemporanea definita dal sociologo Zygmunt Bauman società liquida, è caratterizzata dalla velocità. Quante volte ci sembra di non avere mai il tempo di fare le cose, di stabilire legami duraturi, di coltivare gli affetti, di contemplare la natura, di vivere secondo i Tempi della natura. Bene è proprio questa velocità che non ce lo permette. Soprattutto nelle grandi metropoli ma, ormai con l’effetto globalizzazione anche nei piccoli centri abitati, le masse percepiscono la fluidità del tempo scandito solo dal lavoro e dal consumo più sfrenato. Il noto antropologo francese Marc Augè definisce i ‘non luoghi’ in contrapposizione ai luoghi antropologici, tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei non-luoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico).

I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.All’interno dei quali, quindi si perde il senso del tempo.Analizzando quanto detto pocanzi da Augè la domanda sorge spontanea:

quanto tempo ci rimane prima di diventare schiavi stessi del tempo?

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