SI APRONO A NUORO LE CELEBRAZIONI PER IL CENTENARIO DEL PREMIO NOBEL CONFERITO ALLA SCRITTRICE ITALIANA GRAZIA DELEDDA
“Nemo propheta in patria est”.. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel cuore del barbaricino
Redazione- La Repubblica Italiana, nella persona del suo Presidente, Sergio Mattarella, rende omaggio all’unica scrittrice italiana che ha ricevuto l’ambito riconoscimento del premio Nobel per la Letteratura laddove tutto ebbe origine: Nuoro.
Il Capo dello Stato onora la scrittrice nuorese dapprima al Teatro Eliseo assieme alle più alte cariche pubbliche, come la presidente della Regione Alessandra Todde, il sindaco di Nuoro Emiliano Fenu, il presidente della Provincia Giuseppe Ciccolini e la prefetta di Nuoro Alessandra Nigro, poi nella casa natale della scrittrice, oggi museo, fra manoscritti, lettere e oggetti personali che rendono ancora più viva la memoria di una delle voci più autorevoli della nostra letteratura.
Chi fu Grazia Deledda? Fu una grande donna la quale in un mondo ancora bigotto e arretrato ha avuto l’ardire di stagliarsi fra quegli intellettuali del neonato Regno d’Italia con il compito di definire, delineare una narrazione unitaria nazionale. Benedetto Croce così scrisse su Cronaca Bizantina: “Fu quello un periodo assai notevole della vita intellettuale italiana, e merita che se ne faccia la storia, e chi sa che non la faremo noi, una volta o l’altra, quando avremo raccolti i materiali occorrenti, nelle pagine di questa rivista”. La Sardegna partecipò attivamente a quella narrazione nazionale con i suoi poeti, scrittori, giornalisti, con le riviste nate a Cagliari cui contribuirono importanti intelletti a cavallo fra il XIX e XX secolo. La rivista “Vita di pensiero”, diretta da Giulio Salvadori, già nei primi numeri evidenziò tendenze intellettuali di tipo eclettico e fu influenzata dallo stile di due giovani esordienti: l’abruzzese Edoardo Scarfoglio e il suo intimo amico Antonio Scano. Altra rivista fu “La farfalla”, anch’essa fondata da Angelo Sommaruga a Cagliari e successivamente trasferita a Milano, che ebbe fra i cofondatori il giornalista e politico socialista Filippo Turati, con una redazione che incluse figure internazionali come Anna Kuliscioff. A Cagliari fra i maggiori collaboratori di “La Farfalla” vi furono Giarelli, autore della maggior parte degli articoli, Ottone Bacaredda, Felice Cameroni, Paolo Valera, Ferdinando Fontana, Cesario Testa, Domenico Milelli, Remigio Zena, Edoardo Scarfoglio.
Torniamo alla scrittrice Grazia Deledda, insignita del premio Nobel per la Letteratura il 10 novembre del 1927. L’incipit del discorso di Grazia Deledda davanti all’Accademia Reale Svedese per la consegna del Nobel fu: “Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei … “
Poi continuò a raccontarsi così:
“Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.”
La genuinità e la spontaneità della scrittrice furono ben temperate da una preparazione intellettuale di primordine e da un’ambizione di verità attentamente alimentata. Scrisse tantissimo. L’opera per cui meritò il Nobel fu “Canne al vento”.
L’Accademia Reale svedese così motivò la scelta: «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che, con profondità e con calore, tratta problemi di generale interesse umano».
“Nemo propheta in patria est” è una locuzione latina che incontriamo nel Vangelo di Luca (Luca 4,24). Sta ad indicare le difficoltà che molto spesso una persona incontra nel vedere riconosciuti i propri meriti, le proprie capacità proprio nell’ambiente d’origine.
È ciò che è accaduto alla grande scrittrice Grazia Deledda con i suoi conterranei. Infatti molti sono stati e sono tuttora i suoi denigratori e gli intellettuali che hanno rimproverato a Grazia lo svilimento della Sardegna, attraverso la narrazione di vicende in cui affiorava l’arretratezza della terra natale. Di contro importanti critici letterari come Momigliano e il dantista Sapegno ne hanno elogiato l’ingegno e la profondità dell’arte. Attilio Momigliano in più scritti ha sostenuto che Deledda è stata “un grande poeta del travaglio morale” al pari di Dostoevskij. Natalino Sapegno definì i motivi che distinsero Deledda dai canoni del Verismo. Sapegno scrisse: “Da un’adesione profonda ai canoni del Verismo troppe cose la distolgono, a iniziare dalla natura intimamente lirica e autobiografica dell’ispirazione, per cui le rappresentazioni ambientali diventano trasfigurazioni di un’assorta memoria e le vicende e i personaggi proiezioni di una vita sognata. A dare alle cose e alle persone un risalto fermo e lucido, un’illusione perentoria di oggettività, le manca proprio quell’atteggiamento di stacco iniziale che è nel Verga, ma anche nel Capuana, nel De Roberto, nel Pratesi e nello Zola.
Sull’influenza del Decadentismo Vittorio Spinazzola scrisse: “Tutta la miglior narrativa deleddiana ha per oggetto la crisi dell’esistenza. Storicamente, tale crisi risulta dalla fine dell’unità culturale ottocentesca con la sua fiducia nel progresso storico, nelle scienze laiche, nelle garanzie giuridiche poste a difesa delle libertà civili. Per questo aspetto la scrittrice pare pienamente partecipe del clima decadentistico. I suoi personaggi rappresentano lo smarrimento delle coscienze perplesse e ottenebrate, assalite dall’insorgenza di opposti istinti, disponibili a tutte le esperienze di cui la vita offre occasione e stimolo”.
La Sardegna di Deledda è una regione specifica che si estende fra Orosei e Fonni, sugli altopiani, sui piedistalli ai massicci del monte Ortobene e dei monti di Orgosolo. Nuoro è il cuore di questo piccolo mondo un po’ ruvido e romanzato. Deledda descrisse con lealtà un territorio e una cultura che padroneggiò alla perfezione per averlo vissuto.

La scrittrice anticipò il regista Antonioni con quelle figure femminili da lei raccontate che conoscono il dramma del silenzio, della solitudine, dell’incomunicabilità. I personaggi femminili di Grazia Deledda vivono le proprie vicende passionali nell’intimità e il bisogno di interiorizzazione è tale, che la fascinazione pirandelliana sembra prendere il sopravvento. La loro esistenza è grave. Cadute in “peccato” per amori impossibili, si caricano di un senso di colpa e cercano l’espiazione e la purificazione attraverso la sofferenza e il dolore, non credendo nei valori della giustizia. In tali figure ritroviamo la qualità essenziale delle anime sarde: la dignità, che alcuni critici non hanno saputo cogliere. L’epistolario della scrittrice rivela che i personaggi femminili narrati hanno in comune con lei alcuni aspetti: sono donne chiuse, solitarie, silenziose, modeste, passionali, avare di parole, dignitose, tenaci nei propositi, calde negli affetti. Le eroine di Deledda si distinguono per compostezza di dolore e smisurato orgoglio; una condizione dell’animo che sa racchiudere con rassegnato pudore tutto il male che nell’ esistenza non trova compensazione e giustificazione. Di contro le figure maschili hanno una costante comune: la debolezza, l’inerzia, l’ozio psichico, o l’incapacità di scegliere nella vita, al pari dell’inetto di Italo Svevo.
Come nelle liriche di Leopardi, nei romanzi di Deledda anche la natura è protagonista: diviene un elemento vivo umanizzato: uno Sturm und drang, una tempesta, che riflette i tormenti interiori dei protagonisti. Ora si presenta rassenerante oasi dove il dramma umano si diffonde nella liricità della luce, del colore, del suono. Ora, da grande madre, è partecipe segreta di profonde pene. Ora sembra dare alle passioni pulsanti il senso di una confortante quiete.
Incontriamo ancora la natura di Leopardi, perfida matrigna – “perché non rendi poi ciò che promette allor?” – allorché in “Cosima” scrisse che la vita nasconde sotto “le apparenze delle cose più belle, le unghie inesorabili”. Sempre in “Cosima”, opera autobiografica rimasta incompiuta a causa della prematura morte nel giugno del 1936, si legge che la scrittrice e poetessa Deledda non trovò profitto dalle lezioni teoriche impartite dal professore di greco Ganga ma da quelle “lezioni” pratiche che il fratello le offrì, portandola alle feste campestri, negli ovili sparsi, dove conobbe “tipi di vecchi pastori che potevano raccontare storie più meravigliose di quelle scritte sui libri“.
Deledda amò il romanzo ottocentesco. Suoi ispiratori furono Balzac ma anche Tolstoj e Fedor Dostoevskij. Provò ammirazione per Gabriele d’Annunzio, in quel tempo idolatrato dalle folle. Personaggi diversi tra loro: il geniale Tolstoj, il profondo e analitico Dostoevskij, il “mestierante” per necessità Balzac, e il maestro della retorica d’Annunzio, dotato di grande vitalità e magnetismo nel mondo provinciale di allora. Deledda avrebbe voluto ricavare da loro uno stile proprio. S’impegnò a fondo e vi riuscì. La scrittrice non conobbe il tormento di Tolstoj. Fu molto religiosa e la sua filosofia di vita fu nella direzione cristiana, per cui qualunque male, alla fine, può trasformarsi in bene: “la provvida sventura” di manzoniana memoria. La denuncia del male, su cui la scrittrice si soffermò in tutti i suoi romanzi, è il primo passo verso la catarsi, la purificazione dell’anima. Tolstoj invece mise in campo la lotta fra ragione e fede, dispiacendosi che la ragione volesse prevalere e che anche la fede volesse comunque imporsi. Inoltre la scrittrice, diversamente da Tolstoj, puntò anche sulla questione sociale, come Balzac. La prova la diedero i suoi romanzi più celebri: “Canne al vento”, “La madre”, “Elias Portolu”, “Marianna Sirca” sebbene Deledda non possa essere definita scrittrice verista. In effetti nella trattazione sociale l’autrice inserì questioni personali, anticonvenzionali, che andarono oltre il contesto e accesero temi di fondo, umani, che fanno riflettere oltre la storia. L’autrice raccontò le storie con partecipazione, visse ogni personaggio, esprimendo sincera preoccupazione per la sorte di ciascuno. L’autenticità dei sentimenti, la sincerità e la partecipazione sono la punta di diamante della sua prosa, una prosa a tratti poetica, laddove si incontrano riflessioni di moralità e psicologia, espressi con atavica saggezza.
Nacque a Nuoro nel 1871 in una famiglia benestante, numerosa, dalle caratteristiche tipiche della borghesia paesana, “tra il patriarcale e il selvaggio, che non appartiene né alla borghesia né al popolo né alla nobiltà”, una “casta a sé”, proprietari terrieri senza lusso, vicini alla modernità, per quanto l’isola periferica del Regno d’Italia potesse allora esserlo. Il padre si interessò di poesia. Compose in vernacolo. Fondò una tipografia e stampò una rivista. Fu imprenditore e possidente, nonché laureato in legge, sebbene non abbia mai esercitato la professione. Si occupò invece di commercio e di agricoltura. Fu anche sindaco della città di Nuoro.
A completamento del profilo dell’artista, su cui ci sarebbe ancora tanto altro da aggiungere, voglio riportare uno stralcio, per me suggestivo e struggente, tratto dal romanzo autobiografico, pubblicato postumo, “Cosima”:
“Il mare: il grande mistero, la landa di cespugli azzurri; con a riva una siepe di biancospini fioriti; il deserto che la rondine sognava di trasvolare verso le meravigliose regioni del Continente. Se non altro ella avrebbe voluto restare lì, sullo spalto dei macigni, come la castellana nel solitario maniero, a guardare l’orizzonte in attesa che una vela vi apparisse con i segni della speranza, o sulla riva balzasse, vestito dei colori del mare, il principe dell’amore.”
F.to Gabriella Toritto
