LA VERTICALIZZAZIONE DEL POTERE NEI RAPPORTI DI LAVORO: PROFILI GIURIDICI, SOCIALI E PSICOPEDAGOGICI
Redazione- Nel contesto delle trasformazioni che attraversano il mondo del lavoro, emerge con sempre maggiore evidenza un fenomeno che richiede un’attenta e ponderata riflessione: la progressiva verticalizzazione del potere decisionale nei rapporti di lavoro.
Si tratta di un processo complesso e stratificato, che non si manifesta attraverso eventi isolati, ma come esito di scelte normative, organizzative e gestionali che, nel loro insieme, incidono sull’equilibrio strutturale del sistema lavoristico.
L’ordinamento giuridico italiano riconosce il lavoro quale fondamento della Repubblica e ne tutela la funzione sociale e la dignità della persona che lavora, come sancito dagli artt. 1, 3, 4, 35 e 36 della Costituzione.
Il diritto del lavoro, in tale prospettiva, non si configura come mero strumento di regolazione economica, ma come diritto di equilibrio, finalizzato a compensare una asimmetria strutturale fisiologica tra le parti del rapporto.
Storicamente, tale equilibrio è stato garantito attraverso un sistema articolato di presìdi: norme inderogabili, contrattazione collettiva, rappresentanza, controlli e tutela giurisdizionale.
Questi strumenti non hanno funzione conflittuale, bensì garantista, poiché assicurano che l’esercizio del potere organizzativo si realizzi nel rispetto dei principi di proporzionalità, ragionevolezza e tutela della persona.
Negli assetti più recenti, tuttavia, si osserva una tendenza alla concentrazione delle prerogative decisionali, accompagnata da una progressiva riduzione degli spazi di interlocuzione, mediazione e partecipazione.
Pur non configurandosi necessariamente come violazione diretta dell’ordinamento, tale processo può produrre effetti indiretti rilevanti, incidendo sull’equilibrio sostanziale del rapporto di lavoro.
La verticalizzazione del potere, se non adeguatamente bilanciata, rischia infatti di trasformare il rapporto di lavoro da luogo di cooperazione regolata a spazio di subordinazione accentuata, nel quale la possibilità di espressione, di confronto e di tutela risulta progressivamente ridotta.
Questa trasformazione non incide esclusivamente sul piano giuridico e organizzativo, ma coinvolge in modo profondo anche il piano psicopedagogico, toccando la persona-lavoratore nella sua dimensione emotiva, cognitiva e identitaria.
La riduzione degli spazi di ascolto, di riconoscimento e di partecipazione attiva può generare vissuti di demotivazione, insicurezza, perdita di autoefficacia e progressiva interiorizzazione di una posizione di subalternità silenziosa.
In una prospettiva psicopedagogica, il lavoro rappresenta un luogo centrale di costruzione del Sé adulto, di consolidamento dell’identità personale e professionale e di apprendimento relazionale e sociale.
Quando il potere si esercita in forma prevalentemente verticale, priva di adeguati contrappesi educativi, comunicativi e relazionali, il lavoratore rischia di sperimentare una frattura tra ruolo, valore personale e senso di appartenenza, con ricadute che superano il contesto lavorativo e si estendono alla vita familiare, sociale e comunitaria.
Le conseguenze di tale assetto non sono pertanto solo individuali, ma assumono una portata sistemica, incidendo sul piano sociale, democratico e culturale.
Un’organizzazione del lavoro che non tutela la dimensione umana e relazionale della persona rischia di indebolire il tessuto sociale, di ridurre la partecipazione consapevole e di compromettere la funzione educativa implicita che ogni istituzione esercita nella collettività.
In una prospettiva istituzionale, l’efficienza organizzativa e la semplificazione dei processi decisionali costituiscono obiettivi legittimi e necessari. Tuttavia, tali finalità devono essere accompagnate da adeguati presìdi di equilibrio, affinché non si produca una compressione indiretta dei diritti e del benessere psicologico dei lavoratori.
La riflessione sulla verticalizzazione del potere non assume, dunque, carattere polemico o ideologico, ma si colloca nel solco della responsabilità civile, istituzionale ed educativa.
Monitorare i processi in atto, valutarne gli effetti e integrarli con una lettura psicopedagogica appare oggi indispensabile per preservare la funzione sociale del lavoro e la qualità democratica del sistema.
Il lavoro deve continuare a essere luogo di dignità, partecipazione e riconoscimento, non mera esecuzione di decisioni unilaterali.
Solo attraverso il mantenimento di un equilibrio reale tra efficienza, legalità e tutela della persona sarà possibile garantire uno sviluppo economico e sociale coerente con i valori costituzionali e con i principi fondamentali dello Stato di diritto.
Questa riflessione intende invitare a una valutazione attenta, consapevole e non superficiale dei processi in atto, nella convinzione che il modo in cui viene organizzato il lavoro oggi incida profondamente sul futuro della coesione sociale e della democrazia.
Dott.ssa Assunta Di Basilico
Psicologa – Pedagogista – Educatrice
Presidente – Associazione Essere Oltre ETS
