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SESSANTASETTE ANNI FA UNA VISITA INASPETTATA DI UN OSPITE CON UN MILIONE E TRECENTOMILA ANNI DI ETA’

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Redazione- Sessantasette anni fa un ospite da un milione e trecentomila anni di età tornava dall’oblio per raccontarci la storia di un territorio ricco di giacimenti paleontologici , Un paleo ambiente ancora ricco di faune compresi anfibi, rettili, micromammiferi molluschi polmonati e di acqua dolce; di sedimenti e di pollini. Tanto che in associazione con lo scheletro del mammut furono ritrovati nelle argille soprastanti lo strato sabbioso resti di rinoceronte, di ippopotamo, di suide e di un piccolo cervide.

Il Comune di Scoppito sul suo sito ufficiale ricorda così il il 25 marzo u.s. il 67° anniversario del ritrovamento del Mammut nel suo territorio : “Ricorre oggi il 67esimo anniversario del rinvenimento dello scheletro di Mammuthus meridionalis “vestinus”, avvenuto nel 1954 in località Madonna della Strada nel comune di Scoppito, all’interno di una cava di argilla utilizzata per la produzione di laterizi ed esposto dal 1960 nel bastione Est del Forte Spagnolo.Datato a circa un milione e trecentomila anni fa (Pleistocene inferiore), rappresenta uno fra gli esemplari più completi rinvenuti in Europa.”

Sul sito del Mibact (1) si legge : “ Il ritrovamento del mammut meridionale di Madonna della Strada a Scoppito (AQ) è avvenuto il 25 marzo 1954 presso lo stabilimento della Società AMA – di proprietà Santarelli, ai margini della S.S. 17, in una cava di argilla utilizzata per la produzione di laterizi.La prof.ssa Angiola Maria Maccagno, che curò lo scavo e poi il restauro dello scheletro pressoché completo e in buono stato di conservazione di Mammuthus meridionalis, allora denominato Elephas meridionalis, riferisce: “Sul piano antistante al fronte di cava, durante un saggio di perforazione per ricerca d’acqua, nel banco di sabbia immediatamente sottostante alle argille a meno di 1 m di profondità l’incredibile scoperta, si è trovato lo scheletro dell’elefante”.

Infatti i lavori di recupero ed i primi interventi di restauro ed il montaggio dello scheletro nel bastione orientale del Castello dell’Aquila furono diretti dalla Prof.ssa Angiola Maria Maccagno, dell’allora Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Le operazioni di recupero del Mammut iniziarono il 26 marzo del 1954 e durarono fino al 15 maggio dello stesso anno. Malgrado lo stato di conservazione delle ossa le rendesse fragili, la natura sabbiosa del terreno consentì di liberare lo scheletro grazie ad un paziente e delicato lavoro di scavo eseguito a mano, che consentì il consolidamento delle ossa prima della loro rimozione.
Il recupero del cranio e dell’unica difesa (zanna) ritrovata è sicuramente stata la fase del processo di recupero più difficile soprattutto per il non perfetto stato di conservazione del cranio già mancante della parte destra. (2)

Monica Recchiuti su “Semi sotto la pietra” (3) scrive : “Il bacino aquilano è una delle maggiori depressioni di origine tettonica presenti all’interno del territorio abruzzese. L’assetto attuale della conca aquilana è andato definendosi nel Quaternario, ossia nel corso degli ultimi 2,6 milioni di anni. Durante la sua fase iniziale esso costituiva un bacino chiuso nella cerchia dei monti appenninici, formatisi durante le ultime fasi dell’orogenesi alpina, ed era occupato da un grande lago che andava da Cagnano Amiterno fino a Goriano Sicoli (ramo occidentale) e dalla piana di Navelli fino a San Benedetto in Perillis (ramo orientale). Il clima particolare favorì il fiorire di una fauna e di una flora diverse dalle attuali: vi erano rinoceronti, ippopotami e altri animali che oggi non sono più presenti sul territorio a causa dei cambiamenti climatici ed alla caccia dell’uomo. Della fauna che frequentava le rive dell’antico lago sono state trovate diverse tracce fossili, ma il ritrovamento più eccezionale è senza dubbio quello annunciato dai giornali il 25 marzo del 1954: Si tratta di uno scheletro di un gigantesco animale preistorico, trovato nella cava di argilla, di proprietà della ditta Santarelli a Madonna Della Strada, Scoppito (AQ). La specie a cui appartiene il mammut, dal momento del suo ritrovamento ad oggi, ha cambiato più volte nome scientifico: Elephas meridionalis – negli anni ’50; Elephas meridionalis vestinus  – sottospecie istituita nel 1972 per la mole maggiore, le difese più lunghe ed il cranio più sviluppato in altezza;  Archidiskodon meridionalis vestinus – dal 1977 fino a metà degli anni ’90; Mammuthus meridionalis vestinus – dopo il 1995.”

Il giacimento paleontologico di Madonna della Strada,località di Scoppito (AQ) è stato scoperto nel 1954 in una cava di argilla ai margini più occidentali del bacino aquilano e a una quota di 720 m s.l.m.. I resti fossili giacevano in uno strato sabbioso posto alla base di una successione sedimentaria di origine fluvio-lacustre.

Lo scheletro del mammuth meridionale (Mammuthus meridionalis) fu ritrovato in associazione con scarsi resti di ippopotamo antico (Hippopotamus antiquus), di rinoceronte (Stephanorinus hundsheimensis) e di un grande cervo (?Praemegaceros obscurus); nelle argille soprastanti lo strato sabbioso erano ancora presenti resti di rinoceronte, di ippopotamo, di suide e di un piccolo cervide.

Il sito di Madonna della strada  è stato oggetto di studi interdisciplinari: studio delle faune compresi anfibi, rettili, micromammiferi molluschi polmonati e di acqua dolce; studio dei sedimenti;analisi dei pollini. Queste ultime hanno permesso un’accurata ricostruzione del paleoambiente e hanno suggerito la datazione del giacimento a circa 1.300.000 anni fa, attraverso il confronto dei caratteri vegetazionali del sito con quelli che caratterizzano la storia della vegetazione del Quaternario in Italia.

Nel settore più occidentale del bacino aquilano, che va da Scoppito fino a L’Aquila nord-ovest, vi sono numerosi giacimenti paleontologici esplorati scientificamente o nei quali sono stati fortuitamente recuperati resti di mammiferi fossili. Le prime segnalazioni di resti fossili di elefante risalgono all’ottocento e riportano i rinvenimenti a Pagliare di Sassa, nelle vicinanze della chiesa di San Pietro. Grazie all’importante opera di padre Saverio Maini, iniziata nel 1940 e proseguita da padre Gabriele Marini, molti sono stati i resti fossili recuperati sul territorio, parte dei quali conservati nel Museo di Scienze Naturali del Convento di San Giuliano all’Aquila, oggi chiuso a seguito dei danni causati dal terremoto del 6 Aprile 2009.

Il giacimento più importante è comunque il sito di Madonna della Strada di Scoppito. Ad esso vanno aggiunti i siti scoperti più recentemente di Pile e di Pagliare di Sassa. (4) oltre a Sant’Eusanio Forconese da cui proviene, una difesa particolarmente lunga e robusta che appartiene ad un individuo adulto di elefante antico, conservata nel Museo di Scienze Naturali di San Giuliano e un frammento di tibia di elefante. E ancora al territorio di San Demetrio ne’Vestini sono attribuiti due molari giovanili conservati, fino alla fine dell′800, presso il Gabinetto di Scienze dell’Istituto tecnico di Chieti. Di questi reperti da tempo dispersi, rimane oggi solo la testimonianza fotografica in appendice ad una pubblicazione di G. D’Erasmo. Da questa, dalle caratteristiche della matrice che riveste il reperto, insieme alle descrizioni fornite dal D’Erasmo stesso, è probabile che si tratti di molari pertinenti al mammut di steppa, Mammuthus trogontherii.

Nel sito di Madonna della Strada di Scoppito dunque nel 1954 furono rinvenuti oltre allo scheletro quasi intero di Mammuthus meridionalis vestinus anche resti di un rinoceronte di piccola taglia (Stephanorinus hundheimensis), di ippopotamo (Hippopotamus antiquus) e di un grande cervo, ad esso vanno aggiunti i siti scoperti più recentemente di Pile e di Pagliare di Sassa.

Alla fine degli anni ’80 nel luogo dell’esposizione nel bastione del Castello di L’Aquila, a seguito  del distacco di alcuni frammenti dello scheletro e della presenza sulla pedana di legno di una “segatura” costituita dalla parte spugnosa delle ossa che si stava polverizzando, si rese indispensabile un secondo intervento di restauro, che iniziò alla fine del 1987 e si concluse a giugno del 1991. L’intervento fu effettuato parte sul posto, per le ossa del cranio e del bacino, e parte, per le restanti ossa, presso il Laboratorio di restauro del Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università di Firenze.

Infatti lo scheletro di Mammuthus meridionalis “vestinus”, rinvenuto dal 1954 è esposto dal 1960 nel bastione Est del Forte Spagnolo. Datato a circa un milione e trecentomila anni fa (Pleistocene inferiore), rappresenta uno fra gli esemplari più completi rinvenuti in Europa. Le sue caratteristiche, come in una carta d’identità, sono di seguito elencate.

Specie: Mammuthus meridionalis “vestinus”

Sesso: maschio

Età: 50-55 anni

Peso: 10 tonnellate circa

Altezza: 4 metri al garrese

Lunghezza: 7 metri dalla punta della difesa all’estremità della coda

Datazione: 1.300.000 anni fa

Segno di riconoscimento: mancante della difesa (zanna) sinistra

Gli studi morfo-biometrici sono stati condotti dalla Sapienza Università di Roma: prof.ssa Maria Rita Palombo e dr.ssa Federica Marano. «L’esemplare appare imponente per mole e per muscolatura; i grandi premascellari offrono appoggio per una larga proboscide. Il profilo, a partire dalla faccia fino all’estremità posteriore del dorso, a causa del pronunciato prognatismo facciale, della proiezione indietro della fronte e del forte sviluppo delle prime dorsali, descrive una linea abbastanza continua che sale gradualmente al vertice del capo e ne scende altrettanto gradualmente verso la coda.

La potenza dell’arto posteriore e la leggera salienza della regione lombo-sacrale, il piede forte ma agile, dato l’altro grado di digitigradia, e la distribuzione del peso che ancora insiste su tutti i radii, dovevano rendere sicuro il passo dell’animale anche in terreno scosceso.

Nella ricostruzione frontale la testa appare regolarmente emisferica, inquadrata nell’arco minaccioso delle difese, che, non avendo raggiunto l’estrema curva che sarà tipica dei rappresentanti di steppa, dovevano essere ancora un potente mezzo di offesa e di difesa e un funzionale strumento di lavoro.

Il petto, per la posizione quasi verticale delle scapole, appare alquanto stretto, il che dà all’animale una certa somiglianza con gli elefanti indiani attuali. L’insieme offre l’aspetto di un animale a vita di relazione molto vivace,capace di rapidi spostamenti, certamente indiscusso dominatore della regione in cui abitava».

Le foto storiche sono tratte dal sito del MIbact e sono di Cecilia Santarelli e Gianfranco Callori.Le informazioni principali su ritrovamento e restauro sono tratte dallo stesso sito Mibact Segretariato regionale per l’Abruzzo . )http://www.mammuthusmuseo.com/Il restauro è stato possibile grazie ad un contributo della Guardia di Finanza

(1)http://www.mammuthusmuseo.com/

(2) «Le operazioni di recupero furono iniziate il 26 marzo 1954 e proseguirono fino al 15 maggio. Le ossa, molto fragili, sono state messe a nudo con un delicato lavoro eseguito a mano il che è stato possibile quasi sempre grazie alla natura sabbiosa della roccia. Non appena un pezzo risultava isolato veniva subito consolidato, prima di rimuoverlo, con silicato di sodio (inizialmente diluito ad un terzo poi ad una metà) successivamente, avvolto in carta o juta, veniva incorporato il gesso e, se necessario per la sua mole o fragilità, armato con impalcatura in legno. Particolare difficoltà hanno presentato naturalmente i pezzi più fragili come le prime vertebre dorsali dalle lunghe apofisi spinose e le scapole (un diametro di 110 cm. per uno spessore che scende fino a 1-3 cm.). Molte difficoltà ha presentato il recupero del cranio e dell’unica difesa ritrovata. Praticamente è risultato impossibile portarli via in un solo pezzo (mt. 3,70 x 4,00 x 1,50), anche per lo stato molto precario di conservazione del cranio già mancante della parte destra posteriore e molto friabile. Così la difesa, preventivamente ingessata, è stata segata poco sotto l’uscita dall’alveolo (e asportata separatamente con le solite modalità. Per il cranio si è proceduto come segue: ingessato il lato libero si è costruita su di esso una forma di gesso con superficie piana in alto; è stato così possibile rovesciare il pezzo a mano, ad opera di 10 uomini e poggiarlo su di un piano precostruito, sopra il quale si è fissato il resto della cassa; poi mediante la messa in opera di un paranco si è asportato il pezzo, che raggiungeva il peso di 450 Kg. In questo modo ad una ad una tutte le ossa sono state recuperate, in numero di 149, praticamente uno scheletro quasi completo. Il 15 maggio avevamo ultimato i lavori sul terreno e il nostro esemplare, ormai al sicuro dalle intemperie, era contenuto in diciotto casse per una cubatura, che può essere indicata sui 200 mc. Lo stesso giorno fu consegnato al Soprintendente di Chieti dott. V. Cianfarani e depositato nel Castello dell’Aquila. Ultimata così questa prima fase di lavoro si dovevano iniziare le operazioni di restauro e lo studio dell’esemplare; per questo è stato necessario il graduale trasporto del materiale a Roma nell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell’Università, che, per tutto il tempo successivo, ha fornito locali, opera del personale, strumenti ecc. Per il restauro si è proceduto in questo modo: liberazione di ciascun pezzo dal suo gesso, svuotamento delle cavità dal materiale sabbioso, armatura interna con tubi di ferro opportunamente disposti, consolidamento mediante colamento di mastice. Le parti mancanti sono state ogni volta ricostruite con l’ausilio, per quanto possibile, dell’osso simmetrico e del confronto con pezzi omologhi precedentemente descritti dagli autori. Ad ogni porzione restaurata è stato dato un aspetto il più possibile simile all’originale, esse restano però nettamente distinte da una sottile linea rossa che corre lungo i confini. Tutto questo è stato fatto per ogni singolo osso e ha richiesto lunghissimo e paziente lavoro: ogni volta doveva essere studiata la disposizione più opportuna dell’armatura e la ricostruzione di frammenti mancanti. Per le ossa completamente mancanti è stato necessario modellarle ex – novo. Nei periodi che vanno dal giugno al luglio 1954 e dal dicembre 1954 al maggio 1956, ossia in circa 19 mesi di lavoro, il restauro dei singoli pezzi si può dire ultimato. Dal 18 settembre 1958 si è iniziata la costruzione dell’armatura che permetterà il montaggio dello scheletro. L’animale sarà disposto in posizione di riposo, con arti leggermente alternati e il cranio nella posizione che l’animale assume quando si sofferma con la proboscide alquanto protesa in avanti. Con un calcolo, per ora approssimativo, poiché si potrà precisare solo a montaggio ultimato, lo scheletro misura circa 3,70 metri al garrese e 4,40 al vertice del cranio e circa 6,50 metri dalla punta anteriore della difesa alla coda».

(da A. M. MACCAGNO, Relazione sulla tecnica di scavo, restauro e montaggio dell’elefante fossile rinvenuto presso l’Aquila, in «Annuario delle Istituzioni di alta cultura sorte nella città dell’Aquila dal 1948 al 1957», vol. II, L’Aquila, 1957).

(3) https://semisottolapietra.wordpress.com/2019/04/29/mammuthus-meridionalis-vestinus/

(4) Una figura importante per la paleontologia del territorio aquilano è quella di Padre Saverio Maini, che nel 1940 iniziò la raccolta organica di tutti i reperti fossili casualmente scoperti in occasione di lavori agricoli, movimentazioni di terra e attività di cava. Il suo lavoro fu continuato da padre Gabriele Marini che espose parte dei reperti collezionati nel Museo di Scienze Naturali del Convento di San Giuliano all’Aquila, oggi chiuso a seguito dei danni causati dal terremoto dal 6 Aprile 2009.

A padre Marini si deve anche una monografia di sintesi sull’antico lago aquilano che ripropone anche i dati emersi con le ricerche sui giacimenti di lignite. Molte sono le località in cui padre Marini segnala e recupera resti fossili: Ponte Peschio (difese e molari di elefante e ippopotamo); presso la miniera di lignite di Genzano (resti di ippopotamo); Pagliare di Sassa (resti di elefante antico e ippopotamo antico); Civitatomassa (resti di bovide, equide, suide e ippopotamo antico); Coppito (femore di ippopotamo); Cese di Preturo (resti di ippopotamo antico); Scoppito presso la locale miniera di lignite (denti di cervide). Altri rinvenimenti, descritti nel 1965 da A.M. Maccagno, si sono avuti a Rocca Santo Stefano nel comune di Tornimparte (un femore di elefante meridionale) e presso Genzano, in località Colle Mancino (difesa, due molari superiori e coste pertinenti ad un elefante meridionale), conservati a Napoli presso il Museo di

Paleontologia dell’Università degli Studi Federico II.

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