” SERGIO LEONE, L’UOMO CHE FACEVA FIABE PER ADULTI ” – DI FEDERICO TABOURET
Redazione- Un artista, sia esso uno scrittore, un musicista, un pittore o un regista, è la persona che ti prende per mano e ti porta dentro un bellissimo ed emozionante viaggio che si chiama sogno. Far sognare vuol dire essere onesto con se stesso e con gli altri e camminare assieme lungo un percorso che faccia tornare lo stupore del bambino che è dentro ognuno di noi. Sergio Leone è stato l’artista che più di ogni altro ha saputo regalarsi e regalarci questo stupore.
Romano, figlio di Vincenzo Leone, attore e regista del cinema muto, e di Edvige Valcarenghi, anch’essa attrice, si innamora da subito del cinema, soprattutto dei film western americani, e inizia a lavorare molto presto come aiuto regista per i grandi registi italiani dell’epoca – tra l’altro collabora con Vittorio De Sica al film “Ladri di biciclette”, nel quale appare anche nel piccolo ruolo di un pretino – e successivamente per diverse produzioni hollywoodiane, quali “Quo vadis” e “Ben Hur”. Dopo aver diretto nel 1961 “Il colosso di Rodi”, uno degli ultimi film peplum dell’epoca, Leone inizia il suo grande percorso personale nel mondo del cinema.
Nel 1964 esce nelle sale cinematografiche “Per un pugno di dollari”. Il film, costato solo 90 milioni di lire dell’epoca equamente divise tra i tre paesi finanziatori – Italia, Spagna e Germania -, è la storia di un pistolero solitario che arriva in un piccolo paese conteso da due famiglie, i Baxter e i Rojo (il cui feroce capofamiglia è interpretato da Gian Maria Volontè), e si trova nel mezzo di questa guerra familiare. La pellicola si ispira alla commedia dell’arte, nello specifico ad “Arlecchino servitore di due padroni” – il pistolero prende le parti ora dell’una ora dell’altra famiglia -, ma è soprattutto una versione western del film “Yojimbo”, meglio conosciuto come “La sfida del samurai”, di Akira Kurosawa, il quale farà causa a Leone per plagio ed otterrà i diritti esclusivi della distribuzione di “Per un pugno di dollari” in Giappone, Corea del sud e Taiwan ed il 15% degli incassi in tutto il mondo (Kurosawa incasserà nella sua vita più dai diritti della pellicola di Leone che dai suoi film). In effetti anche Kurosawa fu influenzato per la sua pellicola da un racconto dello scrittore americano Dashiell Hammett, e Leone dichiarò sempre che voleva semplicemente riportare questa storia in Occidente. Il protagonista del film, Clint Eastwood, viene scelto da Leone che l’aveva visto in una serie western alla televisione americana, e che l’aveva colpito per la sua indolenza che si trasformava però in dinamicità nel momento dell’azione. Il film, essendo di genere western – genere sempre fatto dagli americani-, uscì all’epoca con nomi stranieri per tutti coloro che vi avevano partecipato (Leone fu accreditato come Bob Robertson – in onore del padre che aveva avuto il nome d’arte di Roberto Roberti). Già in questa prima pellicola si vede tutto il mondo di Leone, il suo personale modo di fare cinema: i famosi primissimi piani sugli occhi dei protagonisti, il passaggio dal campo lungo al primo piano, i tempi lunghi di determinate scene con la creazione di attese dense di suspense, la violenza di un colpo di pistola che nei western tradizionali non era mostrata, la mancanza di un personaggio principale totalmente buono (ognuno in fondo porta avanti il proprio interesse ed il proprio diritto alla sopravvivenza e quindi è comunque un po’ canaglia), ed i silenzi. Come il cinema muto del padre, come i film giapponesi, Leone dà più importanza alle immagini che ai dialoghi, rendendo così anche più efficaci le battute. E soprattutto è qui che Leone inizia la sua collaborazione con Carlo Simi, scenografo che riesce a dare le perfette ambientazioni alle storie (in particolare i primi film saranno girati in Spagna, soprattutto ad Almeria), ed Ennio Morricone, che aveva conosciuto alle scuole elementari, il quale riuscirà a rendere la musica una delle interpreti assolute del cinema leoniano. La loro collaborazione andrà avanti in perfetta simbiosi, con Leone che parteciperà alla stesura delle musiche spiegando all’amico i significati che lui vuole dare al film. La pellicola ha da subito un gran successo, e Eastwood racconta che quando il suo agente lo chiamò per dirglielo, lui rimase inizialmente stupito perché non conosceva questo film al quale aveva partecipato – in realtà doveva intitolarsi “Il magnifico straniero”-.
Nel 1965 esce “Per qualche dollaro in più”. E’ la storia di due bounty killer che inseguono una banda criminale per incassare la taglia. Tornano Clint Eastwood, poncho e sigaro in bocca – Eastwood, che non fumava, disse a Leone che avrebbe girato con lui anche senza leggere il copione, ma gli chiese di togliere il sigaro, ed il regista romano gli rispose chiedendogli perché volesse lasciare a casa uno dei protagonisti del film – e Gian Maria Volontè, in un ruolo ancora più cattivo e feroce del primo film, ed entra a far parte del cast Lee Van Cleef, attore ormai dimenticato da Hollywood, alcolizzato e che viveva dipingendo quadri, il quale viene fortemente voluto da Leone. In questo film le musiche di Morricone, che tendeva a metterci dentro molti suoni e rumori, diventano ancora più protagoniste. Il suono del carillon diventa elemento principale della scena del duello finale – ma non solo-, quasi un altro protagonista del film. E Morricone, che con Leone creerà una simbiosi perfetta dove immagine e suono si completano in maniera unica, racconta che la musica interpreta il film secondo i concetti del film stesso. L’invenzione di Leone è l’introduzione di uno strumento che diventa evocazione e che collabora ai significati del film. Ed il carillon è uno di questi elementi significanti. Anche in questa pellicola, accanto ai lunghi silenzi, vi sono delle battute molto divertenti che sono rimaste nella memoria degli amanti del cinema.
E’ il 1966 e la cosiddetta trilogia del dollaro si conclude con “Il buono, il brutto, il cattivo”. In questa pellicola si narrano le peripezie di tre individui, il buono Clint Eastwood, il brutto Eli Wallach ed il cattivo Lee Van Cleef, per ritrovare un ricco bottino nascosto in una tomba, il tutto sullo sfondo della guerra civile americana. Da questa pellicola in poi Leone userà le musiche sul set durante le riprese per creare negli attori la giusta emozione. Alla stesura della sceneggiatura partecipano anche Age e Scarpelli, famosi sceneggiatori della commedia all’italiana, e inizia la sua collaborazione con Leone uno dei più grandi direttori della fotografia italiani, Tonino Delli Colli. Durante le riprese avviene un episodio che fa infuriare molto Leone. Verso la fine del film un ponte doveva saltare in aria e fu preparato l’esplosivo. Eastwood e Wallach si allontanarono dal luogo dell’esplosione su iniziativa del primo e si rifugiarono su una collina. Quando il ponte esplose gli operatori non avevano ripreso la scena, ed il regista si arrabbiò in maniera veemente, facendo fuggire il tecnico degli effetti speciali che scappò con una jeep. Il ponte fu poi ricostruito in quattro giorni dagli spagnoli per poter finalmente girare la scena. Il film, che doveva uscire la vigilia di Natale, viene montato e rimontato da Leone, che è un perfezionista, fino al 21 dicembre, a ridosso dell’uscita nelle sale cinematografiche.
Passano due anni e nel 1968 esce “C’era una volta il West”. Il film è il primo di una nuova trilogia che inizia dalla fine dell’800, con la descrizione della nascita di una nazione (l’America che si evolve dal West alla costruzione della ferrovia e quindi delle città), proseguirà con la rivoluzione messicana e irlandese, per finire con la seconda frontiera americana (dagli anni ’20 della depressione e del proibizionismo fino al 1968 con l’inizio di una nuova America). La pellicola è straordinaria, e per la prima volta vede come protagonista una donna, la bellissima Claudia Cardinale, che diventa il fulcro della storia. Attorno a lei tre personaggi maschili, che entrano in scena alla Leone. Charles Bronson, il misterioso pistolero che porta con sé un tragico ricordo del passato ed una vendetta personale, appare dopo 11 minuti dall’inizio del film, 11 minuti nei quali Leone usa il suo montaggio lento, mostrando tre banditi in attesa in una stazione ferroviaria senza usare musica, ma con il solo rumore di una pala che gira, di una goccia d’acqua che cade sul cappello di uno dei tre e del ronzio di una mosca. Quando il treno arriva e riparte si sente un’armonica che suona e da dietro il treno che riparte compare Bronson davanti ai tre ceffi. Jason Robards, il simpatico delinquente, che appare in un locale dopo che gli astanti hanno sentito rumori di cavalli imbizzarriti e di pistole che sparano all’esterno, prima di spalle, e poi si volta e mostra il volto in primo piano. E soprattutto Henry Fonda, il cattivo, la cui entrata in scena avviene prima con il massacro di una famiglia, poi con l’entrata in campo lungo di alcuni banditi mentre il bambino che era dentro casa esce all’esterno e scopre così l’uccisione della sua famiglia, infine con i banditi che camminano verso di lui di spalle, poi la macchina da presa ruota e inquadra il volto di Fonda. Così come aveva voluto Leone, la sorpresa di scoprire che il cattivo del film è l’attore più buono del cinema (anche se Fonda nella realtà non era proprio quello stinco di santo). Anche per questo film le musiche sono perfette, ed il tema principale ha in sé qualcosa di mistico. Meravigliose anche le riprese nella Monument Valley, scenario di tanti film western, soprattutto di John Ford.
Nel 1969 Leone è indirettamente partecipe di un fatto di di cronaca, mentre si trova in America per lavoro con lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni. Il regista viene invitato assieme a lui a casa di Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski, per una cena. Vincenzoni ha già un impegno precedente e dice a Leone di andarci da solo. Il mattino successivo Vincenzoni viene a sapere della strage a casa Polanski da parte dei seguaci di Charles Manson, nella quale tutti i presenti sono stati massacrati, ed è convinto che anche Leone sia tra le vittime. Chiama l’albergo nel quale Leone è alloggiato e quando il regista gli risponde al telefono scopre che lui non era andato alla cena perché non conosceva l’inglese e così aveva preferito andare a dormire (per la cronaca, anche l’attore Steve McQueen viene invitato a quella cena, ma per strada trova altre distrazioni, così anche lui si salva la pelle).
In quegli anni Leone comincia a pensare al film della sua vita, “C’era una volta in America”, tratto da un libro che aveva letto, “Mano armata” di Harry Grey, una storia di gangster ebrei. Profondo conoscitore del mondo ebraico – da ragazzino viveva in un quartiere al confine di Trastevere dove vivevano gli ebrei bene del mondo romano, e si ricorderà per tutta la vita quelle gioiose giornate con gli amici a giocare lungo la scalinata di Viale Glorioso – si innamora di quella storia e così passa tutti quegli anni a cercare di acquisire i diritti per girare un film tratto da quel libro. Dirigerà nel 1971 “Giù la testa” (che doveva intitolarsi “Giù la testa, coglione!”), ma solo perché i due protagonisti James Coburn e Rod Steiger vogliono essere diretti soltanto da lui. Infatti il film doveva essere diretto da Sam Peckinpah e prodotto da Leone, ma i due attori non ne vollero sapere. E’ un film dove comunque Leone ci mette come sempre molto del suo, come la scena che riprende l’eccidio delle Fosse Ardeatine trasportato nella rivoluzione messicana. A parte questa parentesi, Leone passerà tutti quegli anni a fare il produttore, diventando anche il mentore di Carlo Verdone nei suoi primi film, dove reciterà anche Mario Brega, attore romano verace che ha molto lavorato con il regista. Rifiuterà di dirigere film quali “Il padrino”, dedicandosi anima e corpo a “C’era una volta in America” e cambiando nel tempo molti sceneggiatori (tra cui lo scrittore americano Norman Mailer) in attesa di riuscire ad acquisire i diritti per poter fare il film.
Dopo molti anni finalmente Sergio Leone realizza il suo sogno. Il regista si trova al festival di Cannes, ed un uomo si avvicina per stringergli la mano e fargli i complimenti per le sue opere. Poi gli chiede come mai non esca un suo film da anni. Leone si siede con lui e comincia a raccontargli in quattro ore, inquadratura per inquadratura, la sceneggiatura di “C’era una volta in America”. L’uomo, estasiato, gli dice: “Io ci sto, facciamolo!”. Quell’uomo è Arnon Milchan, produttore cinematografico israeliano. Milchan comincia a lavorarci su e acquisisce i diritti per fare il film. Leone contatta Robert De Niro, al quale già anni prima aveva chiesto la disponibilità per essere il protagonista del film. L’attore aveva già letto il copione, ma quando incontra Leone, che gli descrive il film in un paio di incontri come aveva fatto con Milchan, inquadratura per inquadratura, si entusiasma e decide di partecipare alla pellicola. Leone gira il film tra Roma, Venezia, Parigi, Canada, Florida, New Jersey e New York. La sua giovanile conoscenza del mondo ebraico lo porta a dirigere perfettamente questa storia di gangster ebrei che si svolge prevalentemente nella prima metà del ‘900. E quando esce, nel 1984, riceve al Festival di Cannes 15/20 minuti di applausi, e nelle sale cinematografiche diventa un film amatissimo dal pubblico. Questa pellicola monumentale ha dentro di sé tutto, amore e odio, amicizie tradite, dolcezza e violenza, momenti divertenti e momenti drammatici. Ha dentro il cinema con la c maiuscola. De Niro è eccezionale, soprattutto nella parte in cui anziano e sconfitto torna lì dove tutto era iniziato, e James Woods dà una prova magistrale nella parte dell’amico che è quasi un fratello e che combatte dentro sé la lotta tra la grande amicizia per lui e la sete di potere. Non mancò una discussione sul set tra Leone e De Niro, che non era convinto di una scena. Leone gli rispose: “Questo è un film di Sergio Leone con Robert De Niro, non un film di Robert De Niro con Sergio Leone. Per cui pensaci e se ti viene un’idea migliore dimmela”. De Niro si assentò per un po’, poi tornò e disse a Leone che aveva ragione. Jennifer Connelly, che interpretava il giovane amore del protagonista e all’epoca del film aveva 12 anni, racconta invece che Leone fu molto tenero con lei. In una scena infatti doveva esserci un casto bacio tra i due giovani protagonisti e lei era imbarazzata. Leone le si avvicinò e le disse che se non se la sentiva avrebbero girato la scena un altro giorno. Anche qui la splendida musica di Morricone diviene protagonista del film, come nella straordinaria scena girata con una carrellata in piano sequenza che mostra la telefonata tra il protagonista tornato dopo trentacinque anni ed il vecchio amico Moe, scena che ha più forza senza la banalità di un dialogo che sarebbe stato superfluo. In fondo la musica nei film di Leone, come dice Morricone, racconta il passato e quello che accadrà nel film. Purtroppo la pellicola, in America, è stata massacrata. Nonostante le insistenze di Milchan, che non era il produttore principale, il film in quel paese viene tagliato e ridotto a due ore e rimontato senza i flashback (che sono elemento principale della narrazione) trasformando il tutto in una narrazione cronologica piatta.
Il 30 aprile 1989, mentre sta lavorando a due progetti – quello a cui teneva in modo particolare sull’assedio di Leningrado ed uno dal titolo “Un posto che solo Mary conosce”, che doveva essere interpretato da Richard Gere e Mickey Rourke – Sergio Leone muore, lasciando un vuoto enorme come uomo e come regista. Ci resta di lui il grande sogno che ci ha regalato, quei film che lui definiva il mondo giudicato dai bambini – perché in fondo Leone era un bambino adulto-. Il grande sogno che si chiama cinema, e che rimane scolpito nel sorriso di Robert De Niro che guarda sorridendo nella macchina da presa alla fine di “C’era una volta in America”. Ma ci rimane anche il rimpianto per un grande artista che se n’è andato troppo presto, prima di regalarci ancora altri sogni. Come il film su Leningrado, di cui ci rimane l’inizio e che ancora una volta ci dice quanto grande fosse Sergio Leone.
Due mani, quelle del compositore Shostakovich, suonano al pianoforte la sua ottava sinfonia. La macchina da presa si muove all’indietro tra le tende che si aprono, cambia l’inquadratura e ci si trova su un elicottero che si muove a sinistra e vediamo l’intera città di Leningrado, con alcune persone che vanno al lavoro, altre che muoiono di fame o mendicano. Si vede un tram dove la gente sale e il tram parte e la sua corsa raggiunge la periferia della città. Poi vediamo le trincee e l’esercito sovietico. La macchina da presa va a sinistra, passa sopra il fiume e sulla collina ci sono 2.000 carri armati. La macchina da presa si avvicina al comandante che guarda con il binocolo fino ad inquadrare i suoi occhi, quindi il comandante ordina “Fuoco!”. Lo schermo diventa bianco e compare la scritta “Un film di Sergio Leone”.
