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IL RUOLO DEL CONSULTORIO FAMILIARE NEL SISTEMA INTEGRATO-DOTT.SSA SILVANA DI FILIPPO

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Redazione-La legge quadro 328/00 introduce il concetto di prevenzione, un concetto sviluppato dalle scienze sanitarie e sociali e già acquisito in campo sanitario, dove è stata operata la distinzione fra prevenzione primaria, secondaria, terziaria. Maggian mette in risalto tali concetti ritenendo che: ”Prevenire in campo assistenziale significa individuare le cause e agire sulle cause, intervenire tempestivamente nelle situazioni di inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia.

Oltre alla prevenzione, la legge ribadisce il ruolo tradizionale dei servizi assistenziali, che consiste nell’eliminare o almeno ridurre le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti appunto da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia.

Scopo delle varie misure e prestazioni dei soggetti che compongono il sistema integrato è il sostegno alle persone, con carattere di universalità, cioè senza creazione di artificiose categorie giuridiche. Le persone vengono prese in considerazione in relazione alla loro condizione di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare. [1]L’aiuto, pertanto, è rivolto ai minori in situazioni di disagio, all’infanzia e all’adolescenza e non ai minori orfani, minori illegittimi, minori legittimi; alle donne in difficoltà e non alle madri nubili, vedove o separate; alle persone totalmente dipendenti o incapaci di compiere gli atti propri della vita quotidiana, alle persone disabili; alle persone anziane; alle persona senza fissa dimora, senza distinzione di residenza anagrafica e di cittadinanza; a col oro che, in ragione dell’elevata fragilità personale o di limitazione dell’autonomia, non siano assistibili a domicilio; alle persone dipendenti da droghe, alcol e farmaci e in generale alle persone e alle famiglie che necessitano di informazione e consulenza per favorire la fruizione dei servizi e per promuovere iniziative di auto-aiuto.

Garantire i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il  territorio [2]Nazionale è contemporaneamente uno scopo e un mezzo. E’ uno scopo che la legge attribuisce con competenze diverse agli enti locali, alle regioni e allo Stato ed è nello stesso tempo uno dei mezzi che la legge indica per l’aiuto alle persone assieme agli interventi della solidarietà sociale.

Sotto la denominazione dilivelli essenziali di prestazioni” la legge comprende le misure di contrasto della povertà e di sostegno al reddito, i servizi di accompagnamento; le misure economiche per favorire la vita autonoma e la permanenza a domicilio delle persone; il sostegno al nucleo familiare di origine; l’inserimento presso famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza di tipo familiare; le misure per il sostegno delle responsabilità familiari, per favorire l’armonizzazione del tempo di lavoro e di cura familiare; le misure di sostegno alle donne in difficoltà; gli interventi per la piena integrazione delle persone disabili; la realizzazione di centri socio-riabilitativi e di comunità-alloggio, di servizi di comunità e di accoglienza; l’erogazione di prestazioni di sostituzione temporanea delle famiglie; gli interventi per le persone anziane e disabili per favorire la permanenza a domicilio, per l’inserimento presso famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza di tipo familiare, nonché per l’accoglienza e la socializzazione presso strutture residenziali e semi-residenziali per coloro che, in ragione della elevata fragilità personale o di limitazione dell’autonomia, non siano assistibili a domicilio; le prestazioni integrate di tipo socio-educativo per contrastare dipendenze da alcol, droghe, farmaci, favorendo interventi di natura preventiva, di recupero e reinserimento sociale; e, infine, l’informazione e consulenza alle persone e alle famiglie.”[3]“Il sistema integrato di interventi e servizi sociali ha tra le finalità anche la promozione della solidarietà sociale, con la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata. I comuni, in particolare, provvedono a promuovere risorse delle collettività locali tramite forme innovative di collaborazione per lo sviluppo interventi auto aiuto e per favorire la reciprocità tra cittadini nell’ambito della vita comunitaria. L’aiuto alle persone non si realizza delegando all’ente pubblico, ai tecnici la responsabilità dell’intervento, attraverso le misure e gli interventi che vanno sotto la denominazione di “livelli essenziali di prestazioni”, ma anche, prioritariamente, secondo la logica della sussidiarietà orizzontale, attraverso l’intervento delle stesse persone portatrici della condizione di disabilità, di disagio o di bisogno, della loro famiglia, dei cittadini e delle organizzazioni di volontariato presenti nella comunità.”.[4] Garantire l’accesso prioritario ai servizi e alle prestazioni ad alcuni soggetti: i soggetti in condizione di povertà o con limitato reddito o con incapacità totale o parziale di provvedere alle proprie esigenze per inabilità di ordine fisico o psichico, con difficoltà di inserimento nella vita sociale attiva e mercato del lavoro, nonché i soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendono necessari interventi assistenziali, accedono prioritariamente ai servizi e alle prestazioni erogati dal sistema integrato di interventi e servizi sociali.

Attuare il sistema informativo dei servizi sociali e promuovere approfondimenti sui fenomeni sociali più rilevanti: lo Stato, le regioni, le province e i comuni debbono istituire un sistema informativo dei servizi sociali per assicurare una compiuta conoscenza dei bisogni sociali, del sistema integrato degli interventi e sei servizi sociali e poter disporre tempestivamente di dati e informazioni necessari alla programmazione, alla gestione e alla valutazione delle politiche sociali, per la promozione e l’attivazione di progetti europei, per il coordinamento con le strutture sanitarie, formative, con le politiche del lavoro e dell’occupazione.

E’ previsto che le regioni disciplinino il ruolo delle province in ordine alla raccolta delle conoscenze e dei dati sui bisogni e sulle risorse rese disponibili dai comuni e da altri soggetti istituzionali presenti in ambito provinciale per concorrere all’attuazione del sistema informativo dei servizi sociali. Inoltre, è prevista l’analisi dell’offerta assistenziale, con approfondimenti mirati sui fenomeni sociali più rilevanti in ambito provinciale.”[5]“Migliorare la qualità e l’efficienza degli interventi la legge quadro considera fondamentale per tutti i vari soggetti coinvolti nella realizzazione del sistema integrato.

Promuovere la formazione professionale di base e l’aggiornamento: la legge si propone di affrontare il nodo della determinazione dei requisiti e dei profili professionali in materia di professioni sociali, nonché dei requisiti di accesso e di durata dei percorsi formativi. Inoltre, perseguire d’intesa con i comuni la promozione di iniziative di formazione, con particolare riguardo alla formazione professionale di base e all’aggiornamento.”[6] 

I Consultori Familiari sono i servizi che più rispondono alla realizzazione del sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali ,sia per gli obiettivi di prevenzione che della sinergia di rete operativa con gli altri servizi del territorio. In particolare Comuni e Consultori della ASL vanno a braccetto nella pianificazione del territorio e nella rilevazione dei bisogni dei cittadini. Sulla base delle indicazioni del piano regionale, i comuni provvedono agli interventi sociali e sociosanitari e a definire il Piano di Zona.

Il Piano di Zona, d’intesa con le aziende unità sanitarie locali, è approvato dai comuni associati che fanno parte di un determinato ambito territoriale per la gestione unitaria del sistema locale dei servizi sociali a rete. I Consultori Familiari, in tale processo, sono parte attiva nella pianificazione in considerazione della notevole conoscenza del territorio e dei bisogni che ne derivano.

Perché l’attività di pianificazione abbia un significato positivo “è necessario anzitutto che il terreno concreto in cui essa deve essere svolta sia chiaramente definito e riconosciuto nell’unità territoriale[7]; in secondo luogo è indispensabile che la gestione dei problemi politici e sociosanitari del territorio sia effettivamente affidata alla popolazione. Programmando gli interventi degli operatori in accordo con gli organismi di democrazia locale, si otterrà un dialogo tra tecnici e popolazione; da un lato, i primi conseguiranno ai cittadini le necessarie armi di conoscenza sui vari problemi tecnici, psicologici, sociologici, sociali e morali della pianificazione familiare; dall’altro, i cittadini stessi, elaborando questa nuova cultura, potranno dire ai tecnici quale uso politico essi debbono fare degli strumenti in loro possesso. L’incontro dei vari operatori sociali e sanitari entro gli organismi democratici di base, dovrà poi proporre, attraverso la formazione di una comune piattaforma culturale, un’elaborazione interdisciplinare capace di trovare momenti collettivi di discussione, di studio e di osservazione e di contribuire all’elaborazione di contenuti scientifici meno soggettivi degli attuali e quindi più vicini ai bisogni delle popolazioni e alla conoscenza non più soltanto “strumentale” dell’uomo. Entro questa prospettiva, la ricerca sociale può acquistare particolare significato: non più intesa come sterile esercitazione accademica, essa può divenire capacità collettiva di rimediare il lavoro pratico quotidiano e la realtà osservata identificando analiticamente i significati universali in essi contenuti.”[8] Non vanno sottovalutate le forme organizzative e gli enti gestori degli interventi e dei servizi sociosanitari. La legge 833/78 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale prevedeva la costituzione dei distretti per l’erogazione dei servizi socio-sanitari sul territorio. La legge quadro sull’assistenza 328/2000 definisce, a sua volta, gli ambiti territoriali[9] per l’organizzazione e la gestione dei servizi sociali a rete; stabilisce che di norma gli ambiti debbano coincidere con i distretti già operanti per le prestazioni sanitarie. L’ente titolare delle funzioni in materia di assistenza sociale è il Comune che può gestire i servizi sociali:

  • in forma diretta;
  • in associazione con più Comuni ricompresi nella stessa zona socio-sanitaria mediante convenzione o mediante la costituzione di Consorzi;
  • mediante delega alla Azienda sanitaria locale competente per territorio.

A livello locale il rapporto tra Comuni e ambiti è legato prevalentemente all’ampiezza dei Comuni; si possono così presentare diverse situazioni:

>ambiti in cui è presente un solo grande Comune per cui la gestione dei servizi spetta al Comune direttamente;  ambiti in cui sono presenti un Comune di notevoli dimensioni e piccoli Comuni. In tal caso, si valuta l’opportunità di affidare al Comune dotato di maggiori potenzialità strutturali la gestione dei servizi oppure di gestirli in forma consortile; ambiti in cui sono presenti diversi Comuni tutti di piccole dimensioni. In tal caso, la gestione dei servizi può avvenire in forma consortile o essere attribuita al Comune in grado di potenziare il proprio apparato in funzione della gestione unitaria dei servizi;

>ambiti in cui è presente una sola Comunità montana;

>ambiti in cui sono presenti diverse Comunità montane.

In tal caso, i Comuni valutano l’opportunità di gestire i servizi in forma di Consorzio tra le Comunità montane oppure di affidarne la gestione ad una di

esse mediante convenzione.

[1] Maggian R., Il sistema integrato dell’assistenza, Carocci, Roma, 2002 p. 24

[2] Uno degli obiettivi del Piano Territoriale d’intervento è quello di accompagnare i Distretti nella realizzazione dei progetti per contribuire a fornire una visione di terzo occhio in grado di intervenire nelle situazioni di conflitto o di stallo (Monitoraggio).

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Partendo dal reperimento dei dati di ricerca

[8] Ghio G., I Consultori Familiari,  Patron, Bologna, 1978

[9] art.8) comma 3 L. 328/2000

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