QUEL PONTE SUL FIUME IRPIN | DOTT.SSA RITA FARNETI
Redazione- Probabilmente se non avessi visto una foto* che inchioda sui danni usualmente definiti collaterali in un conflitto ovvero i civili morti, i feriti e le macerie, continuerei a rimanere riservata, nel mio silenzio, pieno di forse, ma e però. Un silenzio composto, pur reso spietatamente vivo dal tormento.
Casualmente in una sera di marzo provo ad aprire la mia posta elettronica. Una foto sulla homepage di Yahoo da subito cattura la mia attenzione. Ha una potenza sotterranea fortissima. Quella che porta a rendersi conto, istante dopo istante, di una verità tanto sottaciuta quanto crudele: la guerra, attraverso le emozioni che muove, può davvero stravolgere, e tanto, lo scorrere lineare della vita.
Ogni essere umano è di per sé biologicamente fatto di tempo e nel tempo vive. Tempo che, consapevolmente o non, riteniamo di nostra proprietà, di cui pensiamo di poter fare uso a nostro agio, tempo dunque supposto, per lo più ritenuto prevedibile, magari dato anche abbastanza per scontato.
La capacità di sguardo in un conflitto armato penetra la drammaticità del presente, ma non si anima di futuro perché non si è certi che un futuro ci sarà.
Abbiamo dunque tra le mani, simbolicamente, un orologio con le lancette disarticolate.
Le attese paiono dilatarsi. Gesti, prima consueti, quasi automatici, diventano surreali dentro velocità inusitate o, all’improvviso, paiono cadere prigionieri di una lentezza che a sua volta potrà dirsi pericolo o salvezza. Anche la notte viene corrosa nell’intimo di una potenza perduta, il rassicurare sull’alba che verrà. E a sua volta l’alba non promette più mattini certi, tanto meno alimenta con forza la speranza del dopo e, soprattutto, del nuovo significato da dare alla parola dopo.
Cosa vuol dire, allora – e lo dimostra quella foto – attraversare, alla luce del giorno, dunque due volte esposti, un ponte fatto di misere assi di legno? Cosa vuol dire passo dopo passo avanzare lungo un passaggio angusto dove a malapena due scarponi possono stare l’uno al fianco dell’altro mentre sotto un poco ribolle un affluente del Dnepr, più temibile perché ingrossato dalle recenti nevicate?
Il ponte sull’Irpin, fiume che dà il nome alla città, è stato da poco bombardato. Le macerie sono ben evidenti, ma non è accertato se il bombardamento sia avvenuto per mano dell’esercito russo. Sembra prevalere l’ipotesi di una scelta fatta dall’esercito ucraino** per ostacolare l’avanzata nemica su Kiev, in ragione del fatto che Irpin è geograficamente vicinissima alla capitale.
Di vero però ci sono quegli uomini e quelle donne che un ponte di fortuna, fatto di assi di legno, devono attraversare: alcuni portano i loro animali, altri un misero bagaglio***.
Una donna, anziana, affida la sua mano (e molto di più, mi viene da pensare) ad un soldato. Lui mi pare giovane: premurosamente controlla con lo sguardo la strada che lei potrà fare. Con commovente semplicità. Alle spalle della donna ci sono gli altri. Intorno, ben visibili, le macerie di un ponte: l’occhio rimane lì, centrato su quella coppia, simbolo di un passato che bisogna attraversare con lo sguardo verso un futuro ad oggi incerto.
Riferimenti bibliografici
*la foto è attribuita sul web a Dimitar Dilkoff, fotografo di A-PF con questa dicitura Gli sfollati attraversano un ponte distrutto mentre fuggono dalla città di Irpin, a nord-ovest di Kiev. 7 marzo 2022 Dimitar Dilkoff/AFP
***il video è consultabile su https://www.unionesarda.it/multimedia/ucraina-fuga-da-irpin-attraverso-un-ponte-crollato-tobjpzx3
