“A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?”: DOMANDE ALLA SCOPERTA DEL SENSO DELLA SOPRAVVIVENZA
Redazione- “ … Devo aprire gli occhi ,pensò la moglie del medico. Attraverso le palpebre chiuse, quando più volte si era svegliata la notte aveva percepito lo smorto chiarore delle lampadine che a stento illuminavano la camerata ma adesso le sembrava di notare una differenza,un’altra presenza luminosa, era forse l’effetto delle prime luci dell’alba, ma forse era già il mare di latte che le stava invadendo gli occhi…”
E’ questa la descrizione di un morbo sconosciuto che Josè Saramago racconta alla pagina 56 del suo romanzo Cecità , Universale Economica Feltrinelli 1995.
La donna è ormai in ospedale . In quarantena per difendere la comunità dal contagio di un misterioso morbo che rende ciechi.
Fuori “… Brutta per chiunque la situazione, per i ciechi era catastrofica dal momento che come si dice correntemente non potevano vedere dove andavano ,né dove mettevano i piedi . Era penoso vederli sbattere contro le macchine abbandonate, uno dopo l’altro, schiacciandosi gli stinchi, alcuni cadevano e piangevano. C’è qualcuno che mi dia una mano ad alzarmi ,ma c’erano anche quelli che abbattuti dalla disperazione o per carattere , imprecavano e respingevano la mano benemerita accorsa in loro aiuto. Mi lasci arriverà anche il suo turno di diventare cieco , allora l’anima compassionevole si spaventava , scappava via , si perdeva in quella densità della nebbia bianca, subitamente consapevole del rischio che la bontà gli aveva fatto correre, magari per diventare cieco qualche metro più avanti…” ( pag. 112-113)
Ho scelto due passi dello scrittore portoghese per la similitudine che offrono in tema di coronavirus , morbo sconosciuto che sta cambiando il nostro mondo. Per una epidemia causata da un morbo sconosciuto , nel romanzo di Saramago, una popolazione perde la “vista”. Perde uno dei cinque sensi .La capacità di guardare che in fondo a volte non è “vedere”. In questo caso non riesce più né a guardare ,né a vedere con reazioni psicologiche devastanti. Terrore e gratuita violenza gli effetti sulla convivenza. Questi tipo di cecità cancella ogni pietà e fa precipitare nella barbarie. Certamente il racconto di Saramago è estremizzato fino alle più fantasiose conseguenze. Dentro però c’è tutta la metafora di una umanità con una natura che possiamo definire in parte “bestiale” con tutti gli altri sinonimi come attributi ,incapace di vedere e distinguere le cose con razionalità ma anche con passione e creatività ,scadendo nella più temuta crudeltà.
Mi sono domandato quando quel tipo di morbo, la cecità ossia l’incapacità di guardare e di vedere possa essere accostata al morbo che ci sta affliggendo in questa pandemia da coronavirus. Ne sono scaturite domande ,perplessità, timori, e ansie soprattutto in riferimento alle possibilità che le conseguenze, in questa reale che stiamo vivendo e in quella immaginaria dell’opera di Saramago possano essere controllate, ,contrastate per la parte negativa , volte a diventare quasi una opportunità per esempio di riflessione su alcuni fenomeni, analisi di alcuni modelli ma non solo di riflessione quanto di azione. Mi riferisco ai modelli dello sviluppo, dell’industrializzazione, della globalizzazione, dell’uso dell’ambiente e così via.
Ho preso ad esempio questo racconto non a caso perché ha in sé tutti gli elementi di disturbo per una realtà che appunto, in condizione di bisogno e difficoltà uguale per tutti ( o forse no ) , dovrebbe bandire indifferenza ed egoismo, potere e sopraffazione,ma anche incomprensione, autoritarismo, promuovere solidarietà, rispetto delle leggi, costruzione di una comunità coesa. . Il buio della ragione è una cecità da morbo, da pandemia non solo fisica ma anche intellettuale . Il popolo raccontato da Saramago non diventa cieco per il morbo ma lo è già. Se ne avvede solo quando un qualcosa fa scattare il senso della sopravvivenza. E la domanda diventa : ma se ne avvede veramente?. Non è solo una domanda su uno scritto letterario, su un’opera letteraria. E’ una domanda anche per la nostra realtà quotidiana,quella di oggi, quella contagiata da un virus sconosciuto . Con tutte le dovute cautele e con tutti gli elementi di raffronto e di riscontro voglio fare un particolare esercizio di lettura della realtà. Ossia un inventario, una lista di domande con le quali stiamo vivendo questi giorni, delle quali ci avvediamo ora che più forte è il peso da sopportare e che potrebbero svanire ,una volta svanito il pericolo . Così come l’esperienza per esempio ci ha insegnato nel caso del terremoto del 2009 a L’Aquila. A lungo abbiamo detto in quegli anni che niente sarebbe stato più uguale, che quella data avrebbe rappresentato una cesura tra il “prima “ e il “ dopo”, che l’Aquila pur ricostruita com’era e dov’era doveva essere una realtà nuova e diversa. Il terremoto aprendo le quinte aveva disvelato una realtà confusa nel rumore di sottofondo della vita quotidiana che aveva delle negatività che occorreva correggere. Passato il pericolo , riavviati alcuni motori di recupero ,a dieci anni da quegli avvenimenti l’analisi impietosa della realtà di oggi segnala il ritorno di parte di quelle criticità e la scommessa è ancora sul tavolo ed è da vincere.
Questo esempio è uno dei tanti che si potrebbero qui elencare ma non è questo il tema della riflessione. L’ipotesi di scuola per così dire sono le domande che questa pandemia ci pone davanti perché con queste domande dobbiamo fare i conti non solo durante la pandemia ma anche quando, come dicono gli scienziati bisognerà convivere con il nostro coinquilino. Una convivenza che comporterà la soluzione di alcuni problemi ma che inesorabilmente tornerà a far pesare alcuni aspetti di questa vicenda per le sicure conseguenze che avrà in termini economici, sociali, politici, culturali . Convivere con queste conseguenze potrebbe comportare proprio quelloo che si paventava , il ritorno di tutta la negatività di cui la nostra vita pre virus soffriva e l’incapacità di rimodellare con slancio, creatività e positività quel futuro.
Allora per esempio potremo domandarci ,in cerca di soluzioni a breve, come cambierà il lavoro, come sarà l’abitare, come si circolerà con i mezzi pubblici, come si faranno le vacanze, come si tornerà sui banchi di scuola . Sono domande impegnative che al momento richiedono una riflessione attenta ed in progress perché sono direttamente correlate all’andamento dell’infezione sul territorio e all’uso degli strumenti che saranno utilizzati per controllarla. Tamponi, app, esami del sangue, distanziamento sociale, uso strumenti di protezione, gel disinfettanti, sanificazione dei locali ,sono il complesso di tutte le misure, ognuna per la sua parte, che disegnano dunque uno scenario di vita. Come pure stanno dentro questo scenario le relazioni , anzi le nuove relazioni. E’ noto come l’essere umano non sia fatto solo di corpo e delle sue esigenze e dei suoi bisogni. L’essere umano ha la capacità e la necessità di instaurare relazioni che sono importanti per molti aspetti. Dunque cambiando il modo di tenere queste relazioni , di metterle in atto, di farle vivere cambierà anche il modo di vivere delle persone , delle famiglie, fino all’intere comunità? E’ vero , prima di questa pandemia stava diventando generale il coro di lamentazione per quanto riguarda proprio uno iato in queste relazioni. Perché si addebitava all’uso dei social e alla piazza virtuale una certa distorsione proprio in merito alla genuinità di queste relazioni. Da tempo dunque si discuteva su questo tema così importante e sempre più forti si alzavano le voci che richiamavano la necessità di tornare a coltivare relazioni in altro modo, anzi nel modo tradizionale, quello dell’incontro fisico, della piazza fatta di muretti, sole, pioggia, tavolini da bar . Ebbene il virus che è comunque un acceleratore di fenomeni, detto proprio in senso storico e filosofico, stando alle esperienze del passato, ha rimesso al centro questa questione e ha accentuato quel poco di desiderio dell’incontro fisico che stava rinascendo. Sembra che voglia ancor di più spingere in una direzione quello dell’isolamento e della distanza per così dire di sicurezza senza “ aver capito” che la natura umana ha un altro Dna che per millenni ne ha fatto una creatura di relazioni, una creatura sociale.
E sempre in tema di domande è vero che lo stato di isolamento , il lock down minaccia le nostre libertà costituzionali , minaccia la perdita di una autonomia e minaccia anche una disuguaglianza latente. Certo il lock down non è vissuto allo stesso modo da tutti in molti sensi. Prendiamo per esempio l’aspetto abitativo. Ci sono alloggi grandi e piccoli e in quelli piccoli si fa fatica ,per una famiglia di più persone ad organizzare ola vita quotidiana dei ragazzi con le lezioni a distanza o il lavoro leggero . Per l’aspetto sociale ed economico per esempio la differenza si vede nel carrello della spesa . Si vede la differenza proprio nel carrello della spesa di chi ha più possibilità di vivere il lock down in serenità anzi come opportunità ( del recupero di sé, del rinvigorimento dei rapporti di coppia e delle relazioni familiari ), come nuove opportunità e di chi ha preoccupazioni economiche ( per la perdita del lavoro ) timori di un impoverimento a causa della probabile perdita del lavoro e chi può contare solo su un sussidio da parte dello stato che tra l’altro tarda ad arrivare. Quindi che fa il virus appiattisce le disuguaglianze sociali o le esalta? La condizione di impoverimento in generale dell’economia del paese con una perdita di Pil sarà un’opportunità di “decrescita felice” ? E una decrescita felice è una scelta o una imposizione in questo caso ?. E per tornare alla domanda precedente il rafforzamento dei poteri statali lo dobbiamo vedere e considerare come una “violenza strutturale o come la necessità di perseguire un bene comune ( limitare il contagio ) ? Un bene comune che potrebbe significare anche cattivo utilitarismo in quanto per un piccolo vantaggio individuale produce un ingente danno collettivo ?
In un intervento sul forum Storie virali (aperto da Andrea Carlino e Giovanni Pizza sul sito della Treccani), Chiara Moretti svolge alcune osservazioni molto interessanti sul contesto di attribuzioni morali che il contagio e le misure di contenimento hanno innescato. Allora ci domandiamo per esempio quanto è giusta la riprovazione morale verso gli emigrati che si sono ammassati sui treni per far ritorno al Sud? Verso chi esce in modo apparentemente indebito; persino verso i contagiati, che sono vittime ma al tempo stesso colpevoli di aver sottovalutato il rischio e forse di aver così contagiato altri? .Esiste veramente un ruolo salvifico degli “angeli degli ospedali” , compreso la retorica del andrà tutto bene e ce la faremo…, e così via, o bisogna guardare alle responsabilità di chi ha ridotto la sanità nei termini di carenze compreso quel personale che oggi fa per due , per tre ,per quanti dovevano essere impegnati in questo settore e non ci sono. La domanda anche in questo caso potrebbe essere formulata così : non è che questa “carica morale” attribuita al rischio è un effetto secondario di una cattiva comunicazione o di un governo inadeguato che intende criminalizzare i cittadini?
La lista delle domande si allunga di giorno in giorno e le risposte tendono a non venire mai e quelle che ci sono sembrano insufficienti .
Perché alla fine di questo processo la sottrazione inevitabile non porti allo zero assoluto , non ci faccia cadere nel vuoto dobbiamo cercare di dare delle risposte , ma dobbiamo cercare di dare un senso alla sopravvivenza che ha bisogno di quelle domande . Farsi domande equivale a sopravvivere.
Ma equivale anche a sopravvivere analizzare queste domande in modo da avviare azioni, comportamenti, progetti che fin da ora recuperino le prospettive di un modo nuovo di rifondere e reimpostare la realtà.
Allora voglio fare un esercizio cercando di mettere insieme alcuni i tasselli per rispondere, per esempio alla domanda come sarà il nuovo welfare . La stessa cosa si potrebbe fare con l’abitare, lo studiare, il lavorare . Per il momento mi limito solo al welfare anche per ragioni di spazio e perché è un aspetto concreto immediato di tutta l’analisi che ho fatto fin qui. In questo settore, nel welfare iol futuro è già cominciato e guai se si sperde il passo .
Prendendo in considerazione soltanto gli effetti delle misure varate nel decreto di marzo 2020 il cosiddetto “Cura Italia” ,la proiezione su tutto il 2020 della spesa per prestazioni sociali fa già registrare un’impennata del 6,9%. E fa lievitare a quota 23,2% il suo impatto sul Pil ,tre punti esatti in più del 2019. Come prevedibile i flussi di spesa si stanno ingrossando per tutelare i lavoratori e le famiglie . I sussidi e la cassa integrazione hanno fatto crescere questa spesa negli ultimi due mesi del 20,2%, ad un ritmo tre volte maggiore di quello del 2019 . Emerge così che il costo di 86 miliardi sostenuti nel 2019 per ammortizzatori sociali e altri strumenti di sostegno al reddito è destinato a salire a 103 miliardi. A questo aspetto imprevedibile se ne aggiunge uno già largamente previsto che fa impennare il Welfare : la spesa pensionistica. La previsione contenuta nel Def ( Decreto di economia e finanza ) indica per quest’anno un incremento non trascurabile del 2,7% che dovrebbe far lievitare a ben 17 punti di Pil il peso delle pensioni sui conti pubblici, 1,6 in più del risultato con cui si è chiuso il 2019 (15,4%).
Ammortizzatori e pensioni contribuiranno in maniera decisiva a mettere sotto stress per tutto l’anno la spesa pubblica .A spingere su questi livelli, impensabili solo qualche mese fa c’è anche la sanità. Per la spesa è già previsto un esborso pari al 3,6 molto più accentuato di quello del 2019 che si limitava ad un 1,4%.
Allora quale sarà il welfare del dopo coronavirus? Mi limito ad alcune priorità e ad alcune soluzioni . La prima cosa da ridefinire potrebbe essere per esempio il sistema sanitario . Questa pandemia ha messo in evidenza le condizioni in cui questo sistema era costretto ad operare .Ridefinire all’interno di questo quadro il rapporto Stato Regioni e riconsiderare il peso di certe indicazioni che sono venute a suo tempo dal Sistema sanitario nazionale al momento in cui fu istituito. Definire alcune scelte a favore del territorio senza spingere sulla ospedalizzazione che tra l’altro, al momento del bisogno è risultata carente.
In tema ddel sostegno al lavoro e al reddito prendere in esame anche altre aree del sistema di welfare italiano la cui storica inadeguatezza si segnala in modo particolarmente evidente in queste settimane compreso la questione del sostegno al reddito delle fasce più deboli .Fabrizio Barca e Cristiano Gori in un contributo per il Forum Disuguaglianze e Diversità per questo aspetto hanno indicato tre direttrici di marcia : 1) espansione verticale, ovvero un aumento della generosità delle prestazioni già in essere, 2) espansione orizzontale, attraverso l’ampliamento della platea di beneficiari tramite una modifica delle regole di eleggibilità, un’efficace comunicazione ai beneficiari; 3) espansione dei tipi di intervento, riconoscendo automaticamente a chi è già beneficiario di un certo intervento altre forme di sostegno.
In tempi di isolamento sociale forzato, emerge poi finalmente nel dibattito pubblico la questione delle persone anziane sole, fragili, bisognose di qualche forma di assistenza. Nonostante le forti pressioni funzionali demografiche che da tempo chiamano in causa la sostenibilità del sistema italiano di protezione sociale (gli individui con almeno 65 anni sono già oggi il 22,8% della popolazione; Istat), il tema dell’invecchiamento non è mai riuscito a fare breccia nell’agenda di policy nazionale (1). È stato calcolato che, negli ultimi 20 anni, sono state avanzate ben 18 proposte di riforma, delle quali una soltanto – l’istituzione del modesto Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze – è stata effettivamente adottata .(2) E poi ancora l’assistenza ai minori e alle disabilità. Sul piano dell’agenda delle politiche sociali, il cambiamento più significativo sembra, almeno per ora, quello che si sta realizzando nel campo sanitario. Ma passata l’emergenza ?
Né per il welfare che abbiamo tentato di esaminare nelle sue più stringenti prospettive né per molti altri problemi ci sono al momento conclusioni , ci sono ancora altre domande che fanno trapelare una morale anch’essa a modo di domanda : chi pagherà in Italia e nel mondo il prezzo di questa pandemia? E non parliamo solo delle conseguenze del coronavirus che spesso sono indifferenza e egoismo , incapacità di indignazione e perché no , stupidità umana che a volte in questo frangente contraddistingue i comportamenti di semplici cittadini, ,uomini politici,uomini dell’economia e della finanza , uomini della cultura.
Parliamo di chi uscirà da questa esperienza sbalzato su un piano di realtà completamente diverso da quello che si era immaginato per la sua vita, i suoi cari, la comunità in cui vive. Di chi aveva pensato al futuro in tutt’altro modo e lo ritrova dietro l’angolo con un volto completamente diverso e a volte non troppo rassicurante.
E’ necessario però mettere ordine a tutte queste domande. Va razionalizzata la capacità di affrontarle suddividendo i problemi in tanti piccoli problemi in modo da riuscire a trovare soluzioni semplici ma anche creative. .
Altri uomini in occasione di avvenimenti simili si sono fatte probabilmente le stesse domande . Per cui non ci resta che rileggere un breve brano del Manzoni che sembra essere stato scritto per la cronaca di qualche quotidiano di oggi e che è la fotografia proprio delle difficoltà di oggi e della confusione della realtà e delle domande che ne scaturiscono e che ci siamo poste ma che dobbiamo cominciare a mettere in fila per dare un senso a tutto quello che stiamo vivendo .
Alessandro Manzoni scrive proprio all’inizio del cap. 31 dei Promessi sposi ( La Nuova Italia Editrice 1981) “… Delle molte relazioni contemporanee, non ce n’è alcuna che basti da sé a darne un’idea ( della pandemia di peste che invase il milanese e tutta l’Italia ) un po’ distinta e ordinata; come non ce n’è alcuna che non possa aiutarla a formarla. In ognuna di queste relazioni senza eccettuarne quella del Ripamonti ,la quale le supera tutte per la quantità e per la scelta de’fatti e ancor più per il modo di’osservarli, in ognuna sono omessi fatti essenziali che non registrati in altri, in ognuna ci sono errori materiali, che si possono riconoscere e rettificare con l’aiuto di qualche altra ,o di que’ pochi atti della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono spesso in cura si vengono a trovare le cagioni di cui nell’altra s’eran visti ,come in aria gli effetti. In tutte poi regna una strana confusione di tempi e di cose; è un continuo andare e venire come alla ventura , senza disegno generale, senza disegno ne’ particolari …”
- Il tema viene affrontato in Gori, C. (2019), Perché gli anziani non autosufficienti non interessano alla politica?, www.luoghidellacura.it, 23 gennaio 2019.
- anche Pesaresi, F. (2018), 20 anni di proposte per la non autosufficienza. Questa legislatura sarà quella buona?, welforum.it, 18 settembre 2018.
