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” PIER PAOLO PASOLINI, ARTISTA CORSARO ” – DI FEDERICO TABOURET

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Redazione-  Ci sono artisti che lo sono a tutto tondo. Sono poeti, scrittori, registi, saggisti, pittori. Sono persone sincere, appassionate, che riescono a dare fastidio e che purtroppo pagano il conto per il loro essere contro il sistema. Sicuramente tutto questo lo è stato Pier Paolo Pasolini.

Pasolini, bolognese di nascita e friulano di adozione, inizia il suo percorso scrivendo poesie, talvolta anche in lingua friulana. Ma è nel 1950 che la vita di Pasolini comincia a cambiare. Trasferitosi a Roma con la madre, con la quale avrà sempre un rapporto molto profondo, inizia a lavorare come insegnante e a stringere amicizia con alcuni poeti e scrittori residenti nella Capitale. Nel 1955 pubblica il romanzo “Ragazzi di vita” a cui segue nel 1959 “Una vita violenta”. Sono due romanzi crudi, nei quali Pasolini descrive la vita di alcuni ragazzi nei sobborghi abitati dal sottoproletariato romano. Dentro la crudezza delle storie di quei giovani il cui triste destino era già scritto, c’è tutto l’amore che lo scrittore aveva per quella gioventù segnata dalla povertà e dalla mancanza di possibilità. Sarà un amore che Pasolini coltiverà per tutta la vita, raccontando quei giovani che nella loro arte di arrangiarsi mantengono ai suoi occhi una purezza che la borghesia non possedeva affatto.

Nel 1961 Pasolini esordisce dietro la macchina da presa con il film “Accattone”, nel quale, raccontando la storia di un giovane sbandato della periferia romana interpretato da Franco Citti, riprende di fatto le storie descritte nei suoi due romanzi. A questa prima pellicola ne segue un’altra nel 1962, “Mamma Roma”. Qui Pasolini si affida alla splendida interpretazione dell’intensa Anna Magnani, che interpreta il ruolo di una prostituta romana che vuole cambiare vita, cercando soprattutto di dare al figlio l’opportunità di uscire dal mondo del sottoproletariato e di costruirsi una vita migliore. Sono due film nei quali il regista continua a raccontare il mondo delle periferie e dei giovani che abitano quel mondo.

E’ il 1964 e Pasolini dirige “Il Vangelo secondo Matteo”. La pellicola è considerata, non a torto, la più bella fatta sulla vita di Gesù, che qui viene dipinto dal regista in modo originale e interpretato da un attore non professionista che è lontano dalle iconografie fino ad allora conosciute. Questa sua visione di un Gesù rivoluzionario dividerà naturalmente la critica, cosa che peraltro sarà abituale nella carriera di Pasolini.

Nel 1966 avviene l’incontro con Totò, ormai cieco, che gli si affidò completamente e che recitò senza improvvisare come era solito fare. “Uccellacci e uccellini” viaggia su due binari: il corvo che cerca di catechizzare politicamente i due protagonisti e i due frati che cercano di evangelizzare degli uccellini. In questo film Pasolini racconta, come dice lui stesso, la fine di un periodo della nostra storia, lo scadimento di un mandato, e lo narra mediante un’atroce amarezza dell’ideologia sottostante al film. Totò e Ninetto Davoli sono gli italiani qualunque non coinvolti nella storia che incontrano il corvo (che rappresenta l’autore) che non è disposto a credere che il marxismo, in crisi dagli anni ’50, sia finito. E’ un film politico narrato con surrealismo, e resta uno dei film più belli del regista.

L’anno successivo Pasolini dirige “Edipo re”, liberamente tratto dalla tragedia di Sofocle, per raccontare il proprio complesso di Edipo. Il bambino del prologo è lui, il padre del bambino è il padre di Pasolini e la madre è la madre del regista, alla quale lui era profondamente legato.

Nel 1968 esce “Teorema”, una pellicola che racconta la disgregazione di una tranquilla famiglia borghese in seguito all’arrivo di un ospite misterioso che seduce e ha rapporti sessuali con tutti i membri della famiglia. L’anno seguente Pasolini dirige “Porcile”, nel quale recitano Alberto Lionello, Ugo Tognazzi e il regista Marco Ferreri, che narra dei difficili rapporti tra genitori e figli, e “Medea”, trasposizione della tragedia di Euripide interpretata in maniera sublime da Maria Callas. Sono tutti film di forte carica simbolica, nei quali il regista continua la sua critica feroce contro la famiglia borghese, e naturalmente scandalizzano e dividono fortemente.

Arrivano gli anni ’70 e Pasolini diventa sempre più critico verso una società che non gli piace affatto. Affonda la sua spada linguistica nelle viscere dell’odiata società borghese, dei suoi figli – dopo gli scontri di Valle Giulia del ’68 Pasolini definirà i giovani rivoltosi come prepotenti e ricattatori e simpatizzerà con i poliziotti che “sono figli di poveri, vengono da periferie, contadine o urbane che siano […] i ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo di eletta tradizione risorgimentale di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale […] e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi ai poliziotti si danno i fiori, amici”, e in un articolo del 1974 dirà anche che giovani fascisti e antifascisti si assomigliano tutti, dimostrandosi ancora una volta marxista eretico e uomo libero-, attacca la televisione da lui definita fascista e soprattutto il consumismo, che sta distruggendo anche quel mondo di sottoproletari da lui tanto amato, che ora si corrompe al nuovo oppio. In tutto questo Pasolini si appresta a girare la cosiddetta Trilogia della vita.

Tra il 1971 e il 1974 Pasolini gira tre pellicole, “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle Mille e una notte”. Tratti rispettivamente dalle opere di Boccaccio, Geoffrey Chaucer e dall’omonima raccolta di racconti orientali, è una trilogia dove la provocazione esiste e si esprime nei corpi nudi dei protagonisti e nel sesso, che per il regista rappresentavano l’ultimo luogo nel quale abitava la realtà – il corpo popolare. Successivamente Pasolini si pentirà della possibile influenza liberalizzatrice che queste pellicole potrebbero aver avuto nel costume sessuale della società italiana, in quanto anche i giovani del popolo si erano adeguati a una falsa liberalizzazione voluta dal nuovo potere riformatore permissivo. In ogni caso le tre pellicole nascono da una felicità del regista che, avendo passato un certo periodo della sua vita, si è liberato dal futuro, dal dover pensare al futuro. Ma dopo la Trilogia della vita arriverà qualcosa di molto diverso.

A metà degli anni ’70 Pasolini pensa di girare una Trilogia della morte. Nel 1975 il regista, prendendo lo scheletro di un romanzo del marchese De Sade e trasferendone l’ambientazione nelle campagne dove fu instaurata la Repubblica di Salò, dirige “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. E’ un film estremo (alla prima stesura della sceneggiatura partecipò anche il regista Pupi Avati, che poi però lasciò il progetto), dove Pasolini rappresenta con una forza visiva di rara violenza il potere e la forma anarchica con cui questo potere si esprime. La pellicola si divide in quattro parti, l’Antinferno e tre gironi danteschi che ci portano passo dopo passo verso un terribile inferno. Quattro notabili si rinchiudono in una villa con alcuni ragazzi e ragazze rastrellati all’uopo e che devono sottostare ad alcune regole completamente anarchiche e folli che i quattro hanno scritto in un quadernetto. Nella villa i notabili, insieme ai giovani, ascoltano alcune storie libertine e raccapriccianti raccontate da tre vecchie ex prostitute. I quattro protagonisti interrompono spesso le narratrici per mettere in pratica ciò che viene narrato, violentando ripetutamente i giovani. Il film è un vero e proprio pugno nello stomaco, ma ciò che colpisce, al di là di alcune scene veramente difficili da guardare, è la violenza verbale dei notabili. Pasolini ci fa attraversare un percorso difficile da digerire, visivamente e verbalmente, un viaggio agghiacciante e al limite della sopportabilità, nel quale il sesso viene rappresentato secondo ciò che per lui era diventato, obbligo e bruttezza, ed il corpo umano è ridotto a cosa attraverso lo sfruttamento e la mercificazione dell’uomo. “Salò o le 120 giornate di Sodoma” è un film che parla dell’anarchia del potere ed anche della resa di quella gioventù che finisce per diventare strumentale e collusa a quel potere, e lo fa ambientandolo all’epoca della Repubblica di Salò, ma è un film che in fondo parla di questa anarchia in qualsiasi epoca e in qualsiasi nazione. E’ un film che nasconde nel suo cammino molte metafore, ed infatti si conclude con quello che è probabilmente il suicidio di quel poco che resta della coscienza di fronte a tutto quell’orrore.

“Salò o le 120 giornate di Sodoma” verrà censurato e sequestrato più volte per offesa al comune senso del pudore ed oscenità. Tutte accuse già rivolte ad altri film del regista, che pensava che scandalizzare fosse un diritto, che essere scandalizzati fosse un piacere e che chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato fosse un moralista. Ma tutto questo Pasolini non lo vedrà mai. Il 2 novembre 1975, infatti, verrà assassinato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Di questo delitto verrà accusato il giovane Giuseppe Pelosi, che nel corso degli anni dirà sempre di aver agito da solo per difendersi dal regista che voleva avere a tutti i costi un rapporto sessuale con lui. Ma il tempo metterà in forte dubbio la versione del ragazzo, che secondo molti – compreso chi scrive – è stato solo l’esecutore materiale. Infatti Pasolini era sempre alla ricerca di certe verità scomode e dava fastidio a molti potenti. Non dimentichiamoci che nel novembre del 1974 nel suo articolo “Cos’è questo golpe? Io so” Pasolini scriveva di sapere i nomi dei responsabili della stragi di Milano del 1969, di Brescia e di Bologna del 1974, anche se non aveva prove né indizi, ma accusava i politici di maggioranza e di opposizione, i giornalisti, gli americani di avere le prove o almeno gli indizi ma di tacere per opportunismo. Insomma, Pasolini alzava la polvere nascosta sotto il tappeto.

Pasolini ci lascia un’eredità immensa. Una voce contro, che ha saputo criticare chiunque senza fare sconti a nessuno. Una voce forte e spiazzante. Addirittura il critico Giovanni Grazzini, nel criticare il film “Salò” dopo l’omicidio del regista, ipotizzò che Pasolini fosse andato volontariamente in cerca di qualcuno che lo suicidasse. Questo fa capire la grande forza intellettuale di Pasolini, così incisivo nel rappresentare il Male da far spaventare anche la critica, incapace di accettare una rappresentazione così forte. Eppure quei tanti che in vita criticavano Pasolini, sia a destra che a sinistra, per le sue idee ed anche per la sua omosessualità, oggi lo osannano come un Vate, come un profetico intellettuale che ha saputo leggere come nessun altro la società italiana. Come si dice, non è mai troppo tardi…

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