IL CRISTIANESIMO E IL CATTOLICESIMO | I CARISMI DELLO SPIRITO
Redazione- Ai nostri tempi il rischio più grave per la Chiesa cattolica è che si svuoti del senso del Mistero. Il vero dramma della nostra epoca e della nostra cultura è la perdita del metafisico e del senso dell’eterno, con il rischio dell’avvento di un “deus ex machina” che ci porti all’apostasia, cedendo alle lusinghe del “pensiero unico” e della modernità, come sosteneva Papa Francesco, al pari di quanto descritto ne “Il padrone del mondo”, romanzo profetico, distopico del pastore R. H. Benson.
Tutte le premesse ci sono e i primi segnali già si intravedono.
E allora, anche a causa dei venti di bufera che soffiano sul mondo intero, occorre rispolverare la nostra Professione di Fede, rifacendoci a quei pensatori, anche radicali, convinti assertori delle Verità di Fede tramandate e radicate nelle nostre tradizioni.
Colui che intuisce con chiarezza i rischi della Chiesa del XXI secolo è Don Divo Barsotti, il quale nel XX secolo profetizza che una Chiesa troppo sociologizzante smarrisce Dio.
La fede comporta la centralità di Dio, una tensione verso l’alto, la trascendenza, un processo di elevazione spirituale dell’uomo, mentre l’approccio umanitario, sociale e psicologico, ricorrendo a categorie culturali della contemporaneità, rischiano di allontanare da Dio, procedendo in orizzontale e ponendo al centro dell’attenzione l’uomo.
Don Divo Barsotti, vissuto nel secolo scorso, sviluppa una riflessione spirituale centrata interamente sul primato di Dio e sulla necessità di restituire alla vita cristiana il senso dell’eterno.
La sua opera di oltre centocinquanta volumi, tra diari, meditazioni bibliche, commenti liturgici e saggi spirituali, è una testimonianza continua dell’irruzione del Mistero nella vita dell’uomo, più che un sistema teologico accademico.
Don Divo Barsotti matura una profonda attrazione per la grande tradizione mistica della Chiesa e per il Cristianesimo orientale sin da giovane. Come tanti altri sacerdoti egli è “rapito” dai rituali liturgici della Chiesa ortodossa d’Oriente, intrisi di Mistero e protesi verso il Trascendente. La spiritualità russa ha una influenza decisiva nella sua esistenza. Nel libro “Cristianesimo russo”, pubblicato nel 1948, Don Divo riconosce nell’Oriente cristiano la custodia della dimensione contemplativa che l’Occidente modernizzato ha progressivamente sacrificato all’attivismo, all’organizzazione e alla razionalizzazione della vita ecclesiale.
Il fascino esercitato dal rito liturgico ortodosso su molti sacerdoti cattolici occidentali è dovuto alla solennità millenaria che quel rito esprime, alla profonda dimensione del mistero e alla fedeltà conservatrice che caratterizza la tradizione orientale.
Il rito liturgico ortodosso si fonda sul senso del Trascendente e del Mistero. La liturgia ortodossa, in particolare la Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, è strutturata per evocare la maestà di Dio.
L’uso diffuso dell’incenso, i canti corali a cappella, senza l’accompagnamento di strumenti, e l’iconostasi, ovvero la parete divisoria ricoperta di icone, creano un’atmosfera che molti sacerdoti cattolici percepiscono come un’autentica immersione nel Sacro e nel Regno dei Cieli. È come se lì, in quel momento, si vivesse un pezzo di Paradiso.
I sacerdoti romani, caratterizzati da una sensibilità più tradizionalista, apprezzano nell’Ortodossia una liturgia sostanzialmente immutata nei secoli. Diversamente dal rito romano, che ha subito varie riforme, in particolare dopo il Concilio Vaticano II, il rito bizantino offre una liturgia in cui la continuità storica e la stabilità dei testi sono assolute.
Inoltre nella Chiesa ortodossa la liturgia è considerata il luogo primario della teologia. I testi liturgici sono ricchi di insegnamenti patristici e dogmatici e offrono ai sacerdoti una prospettiva spirituale e teologica molto meditativa, incentrata sulla deificazione, sull’elevazione dell’uomo, piuttosto che su concetti legalistici o scolastici. Ogni elemento del rito, dai gesti ripetuti, alle prosternazioni, al canto, ai paramenti sfarzosi e alla venerazione delle icone, coinvolge non solo la mente, ma tutti i sensi del fedele e del celebrante, offrendo un’esperienza di preghiera olistica che conduce ad una dimensione totalmente altra. In tal modo la liturgia diviene un’Opera Corale. Infatti la Messa
è vista come l’azione dell’intera comunità, clero e laici insieme, in cui il sacerdote è la guida e non il “centro” dell’azione visiva, come talvolta accade durante la Messa cattolica moderna, permettendo al celebrante stesso di vivere la preghiera in modo più intimo e meno performativo. La liturgia rimanda alla contemplazione della Verità, al Dio che si fa carne in Cristo, al Mistero della Resurrezione di Cristo che a sua volta richiama all’azione della Verità.
Don Barsotti, sacerdote lontano dal progressismo ecclesiale postconciliare e da ogni “archeologismo”, ritiene che una Chiesa troppo presa dall’efficienza e dall’azione inevitabilmente perde il senso della trascendenza. La crisi contemporanea della religione cattolica e del Cristianesimo per Don Divo va ricercata nell’incapacità dell’uomo moderno di percepire il Mistero piuttosto che nella diminuzione della pratica religiosa o nella secolarizzazione sociale. Il materialismo e la cultura materialista, così dominanti, hanno ormai pervaso la società tutta e con essa il Cattolicesimo, determinando la crisi della fede e delle vocazioni.
Don Divo Barsotti non contesta il Concilio Vaticano II in sé ma ne intuisce le degenerazioni interpretative che seguono. Lo spaventa la progressiva antropocentrizzazione del Cattolicesimo contemporaneo che causa un arretramento di Dio dal centro della vita ecclesiale per lasciare spazio all’uomo, alla sociologia, alla politica, alla psicologia e all’efficienza pastorale.
Nel 1947, dopo l’incontro con Giorgio La Pira, fonda la Comunità dei Figli di Dio, esperienza ecclesiale nata per vivere una consacrazione radicale, centrata sulla ricerca di Dio.
In un’epoca in cui il Cattolicesimo italiano inizia a identificarsi con strutture organizzative, con la presenza politica e la mobilitazione sociale, Don Divo Barsotti propone una forma di “monachesimo interiorizzato”: una vita totalmente orientata verso l’assoluto di Dio, vita vissuta anche nel mondo ma senza appartenere spiritualmente al mondo. E molti sono stati i suoi contemporanei, come lo stesso La Pira, Dossetti, Calamandrei, Padre Balducci, Primicerio che hanno vissuto in tal senso.
La sua riflessione nasce dalla preghiera, dalla liturgia e da una esperienza intensissima della presenza divina. Per Don Divo la teologia è partecipazione al Mistero piuttosto che una costruzione concettuale. Per questo la sua scrittura si colloca vicino alla tradizione dei grandi mistici cristiani invece che alla teologia accademica contemporanea, poiché quest’ultima è sempre più orientata verso canali dialettici e speculativi, estranei alla autentica spiritualità cristiana.
Per Don Barsotti il Cristianesimo vive della contemporaneità del Mistero: l’Eterno entra realmente nel tempo e continua a rendersi presente nella liturgia e nei sacramenti, così come Dio, incarnandosi in Cristo, è entrato nella Storia per incontrare l’uomo. Nel Cristianesimo e nel Cattolicesimo l’Eucaristia occupa una posizione preminente, decisiva. La Messa è l’attualizzazione reale del sacrificio di Cristo, non la commemorazione simbolica della Passione. Cristo non è una figura del passato o il lontano fondatore di una grande religione nata più di duemila anni fa. Egli è presenza reale, viva e operante nel tempo della Chiesa. Ne deriva che non si può perdere il senso dell’adorazione e del Mistero.
Quanto finora esposto stride fortemente con il relativismo etico, tipico dei nostri tempi, condannato da Papa Ratzinger.
In una recente intervista su La Nuova Bussola Quotidiana Monsignor Paglia, scelto da Papa Francesco come candidato ideale per rivoluzionare la dottrina morale all’interno della Chiesa e designato quale presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha tracciato le tappe che hanno portato a rivoluzionare la Pav e a smantellare l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su Matrimonio e Famiglia, sostituendolo con il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia.
Il pensiero di Monsignor Vincenzo Paglia sull’adattamento della morale cattolica ai contesti sociali si fonda sull’idea di un nuovo umanesimo evangelico. Egli sostiene fermamente che il Vangelo debba incarnarsi nella complessità della società contemporanea, pur mantenendo un fermo contrasto al relativismo morale.
Nell’intervista Monsignor Paglia ha confermato un orientamento dottrinale che negli anni è stato criticato, orientamento che assecondava i desiderata di Papa Francesco. La rivoluzione voluta da Francesco fu determinata dal fatto che alcuni organismi “erano così diventati, per intenderci, luoghi di una pronunciata resistenza dottrinale all’insegnamento pontificio, che si pretendeva più coerente con la verità cristiana della prospettiva disegnata da ‘Amoris Laetitia’”, la contestata enciclica di Bergoglio.
“Amoris Laetizia” tuttavia ha inteso abbracciare la realtà quotidiana dei fedeli, invocando in modo commovente la misericordia, il discernimento e l’accompagnamento per tutte le laceranti situazioni familiari vissute ai nostri giorni.
Monsignor Paglia ha affermato che: “All’epoca entrambe le Istituzioni si caratterizzavano per un’accentuazione fortemente moralistica: con debolissima attenzione alle trasformazioni dell’ethos sociale e agli sviluppi della cultura, che dovevano sollecitare una teologia e una pastorale in grado di interloquire – dialetticamente e dialogicamente, non solo apologeticamente e conflittualmente – con una nuova sensibilità umanistica”.
Secondo Monsignor Paglia i principi devono a volte adattarsi alla realtà. E la realtà è composta da infinite situazioni particolari e ognuna di esse è irriducibile ad una norma generale e astratta: “la vita intesa come esistenza umana concreta, non astratta, che non si lascia esaurire da una semplice declinazione casuistica”. Così, ad esempio, se nella realtà verifichiamo l’esistenza di legami sociali vissuti come legami familiari, seppur non generati da vincoli coniugali, ebbene queste relazioni costituiscono “famiglia” a tutti gli effetti. Esistono dunque “figure relazionali specificamente attivate dall’esperienza familiare: non solo quella, pur fondante, della coppia coniugale”.
In merito Monsignor Paglia sostiene che: “Uno dei punti nevralgici di tutta l’operazione è stato il ripensamento del concetto di ‘natura’, che stava a fondamento di una visione statica e immutabile della legge naturale, e con esso la messa in discussione del paradigma essenzialistico e astorico su cui si reggeva tutta la teologia morale sessuale e familiare finora sviluppata. Una concezione storica della natura scalfiva il paradigma di una legge naturale intesa come insieme di principi immutabili, ed è qui che sono sorte le critiche e le resistenze maggiori”.
Secondo l’insegnamento di sempre della Chiesa, che riprende la lezione tomista, la natura si esprime come un fascio di inclinazioni tendenti a dei fini e quindi a dei beni: la vita, la proprietà, la conoscenza, la socialità, la trascendenza, etc. Tale orientamento teleologico, oltre ad essere immutabile, presenta anche carattere prescrittivo, altrettanto immutabile: se la vita è un bene non è mai lecito uccidere l’innocente; se la conoscenza della verità è un bene non è mai lecito mentire e così via.
Paglia, come ha dimostrato più volte, contesta la concezione della filosofia morale ontologicamente fondata. Nega che una valida dottrina morale possa essere fondata metafisicamente e sostituisce questo paradigma con un altro, storicamente fondato: il paradigma fenomenologico. Ovvero la prassi, la concretezza dell’esistenza, le variabili condizioni particolari dell’esistenza umana, lette tramite la coscienza soggettiva, diventano fonti della moralità.
Per Monsignor Paglia “le due Istituzioni (il Giovanni Paolo II e la Pav) erano, in effetti, molto ‘da tavolino’. La riduzione di una materia così delicata e complessa all’applicazione di un algoritmo dottrinale della moralità e della disciplina, impone una visione della realtà umana estranea alle forme effettive della coscienza e alle condizioni reali dell’esperienza, che di volta in volta creano il contesto delle storie di vita”. La realtà è multiforme, mentre la dottrina è rigida e monolitica.
La realtà, è vero, sfugge nella sua complessità alla disciplina delle norme morali. In tale prospettiva però non vi sono più gli assoluti morali, ossia condotte che mai devono essere assunte, perché non esiste norma che si possa adattare sempre a tutte le circostanze, bensì i relativi morali, ossia condotte che di volta in volta, in relazione alle circostanze particolari, possono essere buone o cattive. La morale diviene così a posteriori, mai a priori. È la celebrata moralità ergonomica, fluida, elastica, che si adatta alle situazioni: il relativismo etico, contro cui si è schierato Benedetto XVI con i suoi “valori non negoziabili”, ossia i mala in sé, gli atti intrinsecamente malvagi.
Ora la morale classica predica da sempre una declinazione dei principi nel contingente. Ovvero l’intelletto formula sia principi generali (v. I Dieci Comandamenti, o Decalogo, insieme di precetti morali e religiosi fondamentali, validi ancora oggi, donati da Dio a Mosè sul Sinai) che valgono in ogni tempo e in ogni luogo e hanno carattere negativo: non uccidere, non rubare etc., in quanto azioni che contrastano con la dignità umana, sia norme particolari che ben si adattano alle circostanze concrete, norme che possono essere di segno negativo (non fare) e di segno positivo (fai), grazie alla coscienza e alla virtù della prudenza.
A fronte di quanto finora esposto, ritengo che ogni pensiero meriti una approfondita riflessione e che al bene della Chiesa concorrano tutte le intelligenze che in essa vivono. Anche il pensiero più divergente, a mio avviso, può tornare utile, poiché impegna gli uomini più illuminati della Chiesa a vigilare e a potenziare l’acume e il ben dell’intelletto al fine di mettere a fuoco le argomentazioni più valide ed edificanti contro quelle teorie di deriva che si profilano nella società ai danni della dignità della persona.
È in verità ciò che finora hanno fatto i pontefici con le encicliche, compresa la “Magnifica Humanitas”. Sicché la mente mi rimanda alla prima lettera di Paolo di Tarso ai Corinti, richiamata anche da Papa Leone XIV appena arrivato alla Sagrada Familia in Barcellona il 9 giugno scorso.
In 1Corinzi 12,12-27, Paolo scrive:
Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. ‘Se il piede dicesse: ‘Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo’, non per questo non farebbe più parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: ‘Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo’, non per questo non farebbe più parte del corpo. Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te ’; né la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.”
Data la complessità delle trattazioni in cui mi sono cimentata, ho affrontato l’argomento con timore e spero di essere stata chiara nell’esposizione. Mi sembra di potere tuttavia concludere che il liminale fra la trascendenza della fede e l’immanenza delle manifestazioni di Dio sia sottilissimo e un esempio è dato dalla vita di molti santi, in particolare di San Francesco d’Assisi. Quel liminale può confondere, disorientare, ma san Paolo con la metafora del ‘Corpo’ rende plasticamente l’idea che nella Chiesa i carismi sono doni e manifestazioni dello Spirito, che contribuiscono tutti al “bene comune”:
“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene
comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di
sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un
altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e
medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole”. 1Cor 12,7-11
