“CRISTO E LA SUA MORTE” – DOTT. MARCO CALZOLI
Redazione- In quasi tutte le religioni vi è il sacrificio, ed è sempre un rito capitale. Leggiamo nel Ṛg-Veda (I.164.35), il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, ove è scritto in sanscrito vedico:
iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||
“L’altare è l’ultimo limite della terra;
questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;
Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;
la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.
In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico ṛta, che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:
ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||
“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”.
Il sacrificio vedico è l’atto cultuale più importante che ci sia in quanto permette la armonia dell’universo. Così si legge nel Śatapatha Brāhmaṇa XIV.3.2.1:
sarveṣām vā eṣa bhūtānām sarveṣāṃ devānāmātmā yadyajñastasya
“Tutto ciò che è, compresi gli esseri celesti,
ha un solo principio di Vita, un solo Sé: il Sacrificio”.
Il “sacrificio” (in sanscrito yajña) è la base di tutti i Veda. In termini prettamente linguistici il tema yajña è un nome di azione costruito sulla radice verbale yaj-, pertanto, se dovessimo tradurre letteralmente questo termine, diremmo che yajña è “l’atto di rendere onore”. Nell’uso riscontrato nelle opere sanscrite yajña indica infatti la pratica per rendere onore agli dei, per accoglierli e nutrirli.
Benveniste collega la radice sanscrita yaj- con il greco aghios, “sacro”. Vicino al sanscrito yaj- abbiamo l’avestico yaz-, che non significa solo “sacrificare” ma anche “riverire gli dei”. D’altronde l’antico persiano yad- si applica al culto in generale, e non solo al sacrificio. Un uso analogo è testimoniato anche in greco (aghios, azō, aghiazō). Iliade I 20-21: “Lasciate libera mia figlia e accettate il riscatto, ‘testimoniando così la vostra riverenza’ a Apollo”, che in greco suona azomenoi … Apollona.
Dalla medesima radice sanscrita deriva un notevole numero di temi che sono impiegati in modo specifico per indicare i protagonisti di ogni rito finalizzato ad accogliere e deliziare gli dei nello spazio rituale:
- la forma attiva della radice verbale yaj- indica l’attività rituale degli officianti, pertanto, se c’è qualcuno che è detto “onorare” in forma attiva, costui è certamente il brahmaṇa, cioè lo specialista rituale che agisce per conto di qualcun altro, oppure è una figura divina che incarna l’istituto brahmanico;
- la forma media della radice verbale yaj- indica l’attività del patrocinatore del rituale, in genere il capofamiglia laico, il guerriero o il sovrano, la cui denominazione in termini rituali deriva dal suo essere “onorante per sé” (appunto, yajamāna), con una sfumatura semantica che è resa dalla forma media del verbo;
- yajatā è denominata ogni entità extra-umana cui è diretto l’invito, l’adorazione;
- yajus è la formula alla divinità a cui si offre e con cui si invita l’entità a prendere parte al rito, beneficiando i partecipanti della sua benevolenza; ne abbiamo molte, da quelle più semplici (idam Agnaye, “questo per Agni”) alle più complesse;
- ṛtvij è l’officiante che “offre al momento giusto”, in particolare è così denominato il poeta-officiante nel Ṛg-Veda, la raccolta di strofe più antica del canone vedico.
Il Śatapatha Brāhmaṇa (3.9.4.23) dà una etimologia popolare al termine sanscrito “sacrificio”:
“E ora [esporrò] il perché del nome yajña. Quando essi spremono [= la pianta del Soma per produrre la bevanda rituale], invero, lo uccidono (ghnanti), quando [fanno] questo, lo generano (janayanti). Esso [lo yajna] nasce estendendosi (sa tāyamāno jāyate), nasce avanzando (sa yan jāyate). Per questo [il nome] yañja [lett. “avanzando nasce”]: invero, yajña è il nome di ciò che nasce avanzando (yañ jaḥ)”.
In Ṛg-Veda (1.122.1) è scritto riguardo il sacrificio:
pra vaḥ pāntaṃ raghumanyavo ‘ndho yajñaṃ rudrāya mīḻhuṣe bharadhvam |
divo astoṣy asurasya vīrair iṣudhyeva maruto rodasyoḥ ||
“Presentate, sacerdoti dal temperamento mite, i cibi sacrificali che avete preparato, a Rudra, che vi inonda di calore. Lodo colui che, con i suoi eroici seguaci come frecce da una faretra, scacciò gli asura dal cielo; e lodo i Marut, che dimorano tra cielo e terra”.
Rudra è nei Veda la divinità per antonomasia sia benevola (shiva) sia terribile (ghora), così come ogni dio indiano. Il senso del sacrificio vedico è portare una offerta al dio cosicché questi contraccambi con un favore. In tutte le religioni che prevedono il sacrifico, c’è uno scambio analogo. Nella religione israelitica, per esempio, “alleanza” è in ebraico berit, sostantivo che deriva dalla preposizione accadica ben, “tra”, come a dire che l’alleanza che Dio vuole è un mutuo scambio.
È ancora più esplicito Ṛg-Veda (1.122.3):
mamattu naḥ parijmā vasarhā mamattu vāto apāṃ vṛṣaṇvān | śiśītam indrāparvatā yuvaṃ nas tan no viśve varivasyantu devāḥ ||
“Possa la divinità circostante, che indossa varie forme, concederci gioia; possa il vento, che sparge la pioggia, concederci gioia; voi, Indra e Parvata, acuite i nostri (intelletti) e possano tutti gli dei mostrarci favore”.
Qui c’è una polisemia tipicamente vedica. Avremmo qui sia Vàyu, il dio che altrove è chiamato parijman, sia Vata come in 10.92.13? O semplicemente vata, che è anche parijman in 7.40.6: un insieme di nomi divini ed entità naturali? Probabilmente il poeta vedico sta qui istituendo una allusione: si riferisce, infatti, a ogni tipo di divinità che possa accettare il sacrificio. in altre parole, secondo noi, questo verso è volutamente generico: il poeta vorrebbe riferirsi alla divinità in genere, che elargisce favori a chi la omaggia con il sacrifico.
Che il sacrificio vedico fosse officiato da una casta compatta di sacerdoti è una falsificazione ottocentesca, infatti nel corpus vedico più antico si arguisce che i sacerdoti appartenevano a fazioni ben distinte. Infatti se un rituale fosse efficace solamente in virtù delle azioni o della materia oblativa, che cosa cambierebbe se a officiarlo fosse Sutambhara, Vishvamitra o Bharadvaja? È molto eloquente questo passo (Ṛg-Veda 6.54.1):
sam pūṣan viduṣā naya yo añjasānuśāsati |
ya evedam iti bravat ||
“Conducici, Pūṣan, in comunicazione con un uomo saggio che possa guidarci correttamente, che possa persino dire: è così”.
La menzione di una procedura “corretta” nell’officiare il sacrificio, lascia intendere che c’era anche chi lo faceva non correttamente o diversamente da altri sacerdoti.
Nell’ebraico biblico il termine principale per “sacrificio” è korban: deriva dalla radice karov, che significa “avvicinarsi”, sottolineando l’avvicinarsi a Dio, piuttosto che semplicemente rinunciare a qualcosa. Un altro termine, zevakh, si riferisce alla macellazione, derivando dalla radice zavakh, che significa l’atto di uccidere un animale come offerta o come cibo, collegandosi al rituale fisico ma pur sempre nel contesto dell’avvicinamento a Dio.
Invece Cristo innova la teologia sacrificale. Nella Bibbia ebraica era l’uomo che offriva un animale a Dio, adesso è cristo che si avvicina all’uomo diventando lui stesso vittima sacrificale. Cristo, l’Uomo Dio incarnatosi qui, è morto in maniera cruenta duemila anni fa sulla croce in sacrificio a Dio Padre per ottenere a tutta l’umanità il perdono dei peccati.
È proprio questa l’essenza del cristianesimo: amore. E tale atto di amore si rinnova in maniera non cruenta durante ogni Santa Messa. Non per nulla i primi cristiani chiamavano il banchetto eucaristico: agapē, sostantivo greco che si riferisce all’amore cristiano.
Nelle chiese romaniche e gotiche del Medioevo, il Rosone è una larga finestra colorata a forma circolare che fa entrare la luce dall’esterno. Nel Nuovo Testamento Cristo stesso si dichiara quale Luce del mondo, su questa linea il Rosone esprime il mistero di Cristo. Nel Medioevo la concezione della luce risente della riapertura culturale del periodo alle scienze antiche, per la mediazione araba, per cui la luce diviene espressione della bellezza dell’interiorità di cose e esseri animati. I colori manifestano la bellezza della natura, e quindi di Dio. In questo senso il variopinto Rosone istituisce due ammiccamenti: il vetro colorato si riferisce a quanto Dio è presente nelle cose, e questo Dio altro non è che Cristo quale Luce del mondo.
Presso tutte le popolazioni antiche il Sole era visto come uno dei “pianeti” più importanti, se non il più importante, come Saturno. Nei primi tempi del cristianesimo Cristo era associato al Sole, come astro più importante. Il Sole dà vita e energia, per questo l’abside delle chiese medioevali era orientato a Est, dove sorge il Sole.
Come fa Cristo a dare la luce della vita e di ogni altro bene? Lo fa mediante il sacrificio eucaristico, è infatti dal suo fianco squarciato dalla lancia (Giovanni 19) che noi tutti abbiamo ricevuto “grazia su grazia” (Giovanni 1, 16).
È mediante la morte di Cristo che Dio elimina la morte e inaugura la vita eterna. Per questo l’Ultima Cena è stata voluta da Cristo nel piano superiore della abitazione: il piano superiore alloggiava la stanza più importante della casa, lontana dalla umidità del piano terra. E il cenacolo di una abitazione era anticamente addobbato spesso con arazzi o altri tappeti sulle pareti. Cristo in quell’atto, in cui si identifica con il pane e il vino, cambia la storia, quindi non sceglie un luogo miserevole. Per questo le chiese sono riccamente adornate. Quando nel vangelo la donna sparge olio costoso su Cristo, Giuda le rimprovera che poteva venderlo e aiutare i poveri, ma Cristo afferma di gradire quel gesto.
Il senso del cristianesimo è che Dio Figlio, avendo assunto la natura umana in Cristo, ha introdotto la nostra umanità all’interno della Santa Trinità. E la sua morte ha redento ogni tipo di morte proprio perché assunta, e quindi cancellata, dalla Divinità.
La Santa Trinità, costituita di Padre, Figlio e Spirito Santo, è unico Dio in tre Persone uguali e distinte. È un mistero che la mente umana non può capire. Come è possibile che Dio è allo stesso tempo uno e trino?
Nondimeno la chiesa afferma che, all’interno della natura divina, Dio è comunione di amore: il Padre ama e genera eternamente il Figlio, il Figlio è amato e generato eternamente dal Padre, e lo Spirito Santo è il rapporto di amore tra Padre e Figlio.
Ora, cosa significa che l’umanità è assunta nel cuore stesso di Dio? Significa che ogni uomo, nel Figlio, diviene partecipe del mistero di Dio, che è amore. Anche noi, quindi, siamo amati dal Padre come Egli ama il Figlio e anche noi amiamo il Padre come il Figlio lo ama. E questo durerà per l’eternità. Siffatto amore senza fine è il Paradiso, che inizia già su questa terra se viviamo in grazia di Dio ma si perfezionerà con la nostra morte fisica (quando l’anima andrà in Cielo) e raggiungerà la compiutezza con la risurrezione della carne alla fine del mondo.
Durante il viaggio terreno Cristo ha dato tutto sé stesso come pane eucaristico. L’ostia è etimologicamente in latino “vittima”. L’ostia consacrata è il corpo risorto di Cristo. Pertanto comunicando al sacro altare tutti noi, assimilando nel nostro corpo e nell’anima il corpo di Dio, diventiamo partecipi della Divinità.
Per questo la chiesa fa obbligo grave di partecipare alla Messa settimanale. La Messa è la fonte e il culmine della vita cristiana, in quanto nella Eucaristia vi è corpo, sangue, anima e divinità di Cristo.
Come dice il vangelo, chi incontra Cristo scopre la perla preziosa, che dà significato a tutta la vita. Nelle Fonti Francescane si narra della conversione di San Francesco d’Assisi, i cui primordi avvennero così:
Stavo sognando di
prendermi in sposa la ragazza più nobile, ricca e
bella che mai abbiate visto». I compagni si misero
a ridere. Francesco disse questo non di sua iniziativa
ma ispirato da Dio. E in verità la sua sposa
fu la vita religiosa, resa più nobile e ricca e bella
dalla povertà. E da quell’ora smise di adorare se
stesso, e persero via via di fascino le cose che prima
amava. Il mutamento però non era totale, perché il
suo cuore restava ancora attaccato alle suggestioni
mondane.
Ma liberandosi man mano dalla superficialità, si
appassionava a custodire Cristo nell’intimo del
cuore, e nascondendo allo sguardo degli illusi la perla
preziosa che è il Vangelo di Cristo, che intendeva
acquistare a prezzo di ogni suo avere, spesso e quasi
ogni giorno s’immergeva segretamente nella preghiera.
Vi si sentiva attirato dall’irrompere di quella
misteriosa dolcezza che, penetrandogli spesso nell’a-
nima, lo sospingeva alla preghiera perfino quando
stava in piazza o in altri luoghi pubblici …
In seguito il Santo di Assisi prese la decisione di vivere il mistero cristiano ancor più radicalmente, offrendo tutto sé stesso per Dio, ma anche ogni uomo che vive ancora nel mondo deve sapere che è amato da un Dio così buono che ha dato la vita per ogni persona sulla faccia della terra. In cambio Dio vuole gesti di contraccambio, che non è il sacrifico di un animale. Desidera che gli dedichiamo un po’ del nostro tempo andando a Messa e comportandoci come Lui comanda. Per questo i teologi affermano che la devozione è un atto di Giustizia. San Basilio Magno scriveva che il vero peccato è non ricordarsi di Dio nella nostra vita quotidiana.
Cristo ha vinto il mondo e la morte amando, ci ha riscattati con un atto di amore perfetto e, da allora in poi, dopo la sua morte in croce, ha aperto le porte da cui scaturiscono tutte le grazie. Esattamente è la Santa Messa il luogo privilegiato da cui Dio fa scendere le più importanti grazie che riversa continuamente su ogni uomo.
Il pericolo più grande che l’umanità oggi corre è quello di dare adito a dubbi e scetticismi sulla fede cristiana. Allontanandoci dalla chiesa, perdiamo il senso del nostro esistere sulla terra e sprofondiamo in una infelicità lancinante fino alla disperazione. È l’inizio dell’inferno, il cui danno consiste nel perdere la comunione con Dio, fino al luogo eterno di perdizione dopo la morte fisica.
Il Salmo 26 così canta:
Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò terrore?
Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.
Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.
Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva sulla rupe.
E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.
In verità è sempre la grazia di Dio a venirci incontro per prima: Dio ci salva per amore, liberandoci dai nemici, per questo noi, riconoscenti, immoliamo sacrifici di esultanza, che il Nuovo Testamento rivelerà essere Cristo stesso.
Di fronte ai nemici il tempio è un luogo di rifugio. È evidente l’eco del Salmo 8: “Dio, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mia rupe in cui trovo riparo, mio scudo e baluardo, mia potente salvezza”. La rupe di Sion, su cui è edificato il tempio di Gerusalemme, diviene sinonimo di Dio stesso.
Notiamo anche l’espressione “per straziare la carne”, che nell’originale ebraico suona le-‘ekol, indica primariamente l’atto della violenza sessuale compiuta dai nemici vittoriosi sulle donne della popolazione perdente. Pertanto nell’originale si coglie l’atto di un falso amore (la violenza sessuale) di contro alla “salvezza” offerta da Dio, la cui radice ebraica veicola etimologicamente l’idea del “dilatare”, detto del cuore quando ama. Il vero amore di Dio è baluardo contro il falso amore dei nemici.
La radice ebraica della “salvezza” indica primariamente l’aiuto nei confronti dell’alleato. Si intravede, quindi, nel testo una idea: Dio si sceglie un popolo o una comunità di credenti a cui donare la propria salvezza. Nell’Antico Testamento era Israele, adesso è la chiesa.
Filologicamente, la traduzione “per gustare la dolcezza del Signore” è inesatta, in quanto l’originale ebraico presenta “per contemplare la bellezza di Dio”. Il verbo ebraico “contemplare” (ḥzh) allude anche alla visione profetica e la “bellezza” (no’am) di Dio è una espressione presente anche nella letteratura cultica egiziana, che descrive l’esperienza altissima che il fedele orientale faceva quando nelle grandi solennità la statua della divinità veniva svelata e il dio appariva a tutti nella sua folgorante bellezza. Israele antico non aveva statue di Dio, si tratta di una esperienza mistica, quindi a ragione si può intendere come “gustare la dolcezza” spirituale di Dio.
Questo incommensurabile dono di Dio avviene innanzitutto con il nostro battesimo, mediante il quale diventiamo cristiani, cioè parte del corpo di Cristo, membri della chiesa.
Anche Cristo fu battezzato da parte di San Giovanni Battista, ma si trattò di un battesimo anticipatorio, invece il vero battesimo in Spirito Santo fu istituito da Cristo.
Matteo 3, 13-17 così racconta il battesimo ricevuto da Cristo:
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Se notiamo bene, in questo racconto vi è uno schema trinitario: il Padre parla e lo Spirito scende sul Figlio. Nei primi tempi della chiesa il battesimo dei cristiani aveva una liturgia cristologica o trinitaria, come per dire che siamo battezzati in Cristo, e in Cristo siamo partecipi dell’amore divino, che è trinitario.
Siamo tutti peccatori per nascita, ma veniamo giustificati mediante il battesimo, che perdona il peccato originale, rimette le pene ma lascia la concupiscenza, cioè una inclinazione al peccato, che ci spinge a comportarci male. Se dopo il battesimo offendiamo Dio (peccato attuale), la confessione rimette i peccati mortali e veniali, ma non tutte le pene, che dovremo scontare sulla terra o in purgatorio.
Cristo gradisce il sacrificio e la preghiera fatta per dovere, infatti la vita cristiana ha alti e bassi, non sempre si prega con lo stesso fervore. È bene andare a Messa anche controvoglia, anzi bisogna sempre andarci, in quanto Dio stesso prescrive di santificare le feste. Anzi, nella tentazione, nel dubbio e nella freddezza non bisogna mai tralasciare la Messa, la confessione e una vita retta. Mai! Questi stati spirituali “strani” sono insinuati proprio dai diavoli con lo scopo di allontanare il fedele dalla pratica dei sacramenti e per farlo sprofondare in una vita dissoluta. La preghiera è una armatura fortissima contro gli assalti del Maligno, non bisogna tralasciarla per nessun motivo: per chi può, dovrebbe essere l’occupazione più importante della giornata.
Però la perfezione della vita cristiana sta nel rispondere alla grazia di Dio con un atto di amore sincero. Non tutti però arrivano a questo punto sulla terra, allora questi (la maggior parte dei redenti) impareranno ad amare sinceramente Dio in purgatorio.
Già nell’Antico Testamento Dio non voleva essere strumentalizzato, come fosse un oggetto magico. Osea 6, 6: “Amore voglio e non sacrificio”, che andrebbe tradotto “amore preferisco più del sacrificio” in quanto Dio stesso istituì il tempio di Gerusalemme grazie a figure carismatiche da lui scelte, quindi non aborriva il sacrificio. L’ebraico biblico è una lingua rudimentale, esprime spesso i comparativi in maniera imperfetta. Ma tale esigenza divina si perfeziona solo con la rivelazione cristiana.
In 1Samele (4,1b-11) degli ebrei cercano di usare Dio come un amuleto, ma Dio non concede la grazia. Dio non è un feticcio da impiegare per vincere una battaglia, come fosse un idolo, per questo fa perdere gli israeliti contro i filistei, una popolazione forse di origine egeo-cretese, dotata di tecnologia militare (lavoravano il ferro), che diventano lo strumento del giudizio di Dio. Leggiamo questo brano:
In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s’erano accampati ad Afek. I Filistei si schierarono contro Israele e la battaglia divampò, ma Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini.
Quando il popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiesero: «Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».
Il popolo mandò subito alcuni uomini a Silo, a prelevare l’arca dell’alleanza del Signore degli eserciti, che siede sui cherubini: c’erano con l’arca dell’alleanza di Dio i due figli di Eli, Ofni e Fineès. Non appena l’arca dell’alleanza del Signore giunse all’accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra.
Anche i Filistei udirono l’eco di quell’urlo e dissero: «Che significa quest’urlo così forte nell’accampamento degli Ebrei?». Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l’arca del Signore. I Filistei ne ebbero timore e si dicevano: «È venuto Dio nell’accampamento!», ed esclamavano: «Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l’Egitto nel deserto. Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini, dunque, e combattete!».
Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono.
La battaglia si svolge in Eben-Ezer, espressione ebraica che vuol dire “la pietra dell’aiuto” (nell’originale ebraico vi è l’articolo determinativo ha- prima di entrambe le parole). Si tratta di una anticipazione, infatti la denominazione di questo luogo verrà data da Samuele nel capitolo 7 quando vincerà i filistei. È interessante osservare come Dio fa perdere gli ebrei quando questi si comportano male, ma li fa vincere quando si comportano bene: e proprio nello stesso luogo! Come si trova scritto anche in 1Samuele 2, 6, “il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire”.
È Dio che vince le battaglie, non noi. Nel Salmo 123 è scritto: “Se il Signore non fosse stato con noi, – lo dica Israele – se il Signore non fosse stato con noi, quando uomini ci assalirono, ci avrebbero inghiottiti vivi, nel furore della loro ira”. Spesso però le persone credono di essere forti senza Dio, siamo così presuntuosi che a volte pensiamo che Dio sia con noi addirittura nel peccato: prima di questa battaglia, si narra che i sacerdoti di Israele derubavano Dio e il popolo, erano scellerati, e in questa situazione di peccato gli ebrei si armarono e fecero guerra contro i filistei pensando che Dio fosse con loro.
Ci sono indizi filologici molto interessanti disseminati nella pericope. Al versetto 6 c’è l’espressione ebraica qol hatteruah haggadolah, letteralmente “grida chiasso grande”. Qol indica un grido in genere, il secondo sostantivo indica il grido di battaglia, poi c’è l’aggettivo gadolah, “grande”. Qol hatteruah si può intendere sia come un pleonasmo (“grido, chiasso”) sia come uno stato costrutto intensivo (“grido di chiasso”). In ogni modo qol hatteruah haggadolah è una espressione iperbolica, che mette in risalto il rumore generato dagli israeliti. Con una certa vena ironica, l’autore biblico da una parte richiama l’attenzione del lettore sulla grande fiducia degli israeliti di vincere, dall’altra esporrà la cogente sconfitta. Inoltre, quando gli israeliti intendono usare magicamente dell’Arca, l’autore la chiama “arca dell’alleanza del Signore”, con l’accento sull’alleanza, come fosse strumento del patto, un oggetto carico di potere autonomo, mentre alla fine della pericope (versetto 11), quando l’arca viene presa, compare l’espressione “arca di Dio”.
Nelle popolazioni confinanti del tempo la divinità dipendeva anche fisicamente dal culto dei suoi devoti, quindi era impossibile che questa abbandonasse i suoi fedeli. Diversamente si comporta Dio con gli israeliti, segno che YHWH vuole dare un altro messaggio. Il Dio vivo e vero non è un idolo, ma una Persona con profondità e sentimenti da rispettare.
È doveroso aggiungere una nota anche riguardo alla designazione di Dio come: YHWH sabaot, “Signore degli eserciti”. In realtà tale traduzione è molto problematica. La sintassi della designazione sabaot è una incognita, in quanto i nomi di persona di solito vengono trattati come sostantivi determinativi. Il ricorrere del nome proprio YHWH in un rapporto costrutto si distingue come una eccezione. Le iscrizioni provenienti da Kuntillet ‘Ajrud, nel Sinai orientale, mostrano che era possibile al nome divino YHWH essere in stato costrutto (per esempio, YHWH tmn). Sabaot è il plurale femminile del sostantivo saba, “esercito”, “schiere celesti”, “consiglio divino”, che oltre al plurale in –ot, lo ha anche uno in –im. Secondo gli studiosi per stabilire il significato del costrutto bisogna tenere presente la differenza tra le due forme plurali. Parrebbe che YHWH sabaot designi le schiere celesti poste attorno al trono di Dio. Per alcuni il costrutto indicherebbe un genitivo aggettivale, descrittivo. È anche possibile intendere YHWH sabaot come un nome proprio o come frase nominale: YHWH è sabaot. Un’altra soluzione vede sabaot in posizione attributiva rispetto a YHWH o come apposizione. Altri autori scorgono una proposizione verbale: “egli crea gli eserciti celesti”. Ancora: sabaot sarebbe un plurale di intensità. Oppure sabaot indicherebbe il duale del concreto e quindi si riferirebbe ai due eserciti d’Israele e di Giuda. Oppure ancora le forze della natura dei miti di Canaan depotenziate.
Nel brano di 1 Samuele è plausibile che YHWH sabaot significhi “Dio egli eserciti”: così viene denominato per riferirsi al coinvolgimento dell’Arca nella battaglia. Il Dio degli eserciti li avrebbe fatti vincere, pensavano. Ma Dio non è una forza impersonale che si piega alla volontà di qualche mago.
Qual è quindi il giusto atteggiamento? Cristo scende sulla terra per guarire i malati e per salvare i peccatori. Infatti leggiamo nel vangelo di Marco (1,40-45):
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
È eloquente che Cristo “tocca” il lebbroso, nonostante la lebbra fosse contagiosa. Cristo “si sporca le mani” in prima persona, pur essendo Dio. Notiamo anche che al tempo di Cristo la lebbra rendeva il malato impuro, cosa che lo escludeva dal tempio e dal resto della comunità: quindi Cristo si impegna per le persone escluse dal sacro, come sono i peccatori. Gesù non si allontana dal peccato ma lo prende su di sé: è questo il significato più profondo dell’evento per cui Cristo si fa battezzare da Giovanni, facendosi peccatore, pur non essendolo. Dio – per amore – assume il male del mondo per toglierlo, come fa nel sacrificio eucaristico.
Nella Torah, il sacerdote svolge un ruolo centrale nella purificazione del “lebbroso” (metzora), un processo complesso descritto nel Levitico (cap. 14), che include l’analisi della lesione, l’isolamento sociale (“fuori dall’accampamento”) e una serie di riti post-guarigione che prevedono uccelli sacrificali, acqua, sangue e un nuovo esame sacerdotale per la reintegrazione nella comunità, simboleggiando la ri-connessione con l’ordine divino e sociale dopo la “frattura” della malattia, che nella Bibbia è più un segno di impurità rituale che una semplice patologia fisica. Per questo rito si spiega l’invito di Cristo rivolto al lebbroso di presentarsi al sacerdote. Quindi Dio non elimina la funzione sacerdotale: Cristo è un Dio talmente amante degli uomini che non fa tutto con la propria onnipotenza, bensì delega gli esseri umani nel compito di esprimere la volontà di Dio.
Ed è questo amore sconfinato che Cristo pretende da noi. Preferisce che la religione non sia uno scambio di favori, come avveniva nel mondo vedico. Vuole soprattutto essere riamato sinceramente, cioè vuole che anche noi “ci sporchiamo le mani” con Lui. E, in conformità al comandamento nuovo di Giovanni 13, 34, vuole pure che amiamo sinceramente anche i fratelli. È come con San Francesco: solo dopo che il poverello di Assisi abbracciò il lebbroso, cominciò la sua vera vita cristiana, lasciando ogni cosa per Madonna Povertà.
Ma come si fa ad amare Dio? La grazia ci infonde nel cuore tale sentimento se siamo battezzati, però le occupazioni del mondo e il peccato ci fanno scordare tale amore. Quindi noi dobbiamo riscoprirlo, facendolo sgorgare sinceramente dal nostro cuore, mediante una vita cristiana autentica. Non possiamo imporci di amare Dio e i fratelli, ma possiamo scoprire che tale sentimento è in noi da sempre. Come? Frequentando i sacramenti, stando lontani dal peccato, facendo vita di preghiera.
Dio sa che il traguardo della perfezione cristiana è difficile, Paolo VI diceva che il cristianesimo non è “facile ma felice”. Dio usa molta misericordia con coloro che, pur senza averlo ancora trovato del tutto, lo cercano sinceramente. Egli parla costantemente alla nostra coscienza e ci indirizza lungo la retta via, fino a che non approdiamo tra le sue braccia con tutto il cuore.
Ricordiamo che Gesù stesso dice che non è venuto per i sani ma per i malati, come un buon medico. E il vero male dell’umanità è il peccato! Siamo tutti peccatori, cristiani imperfetti, bisognosi della misericordia di Dio. Ma nonostante questo siamo figli amati da un Padre così buono che dà la vita di suo Figlio per salvarci.
Anche questo è un mistero del cristianesimo. Dio sceglie i peccatori per far festa, come quando Cristo andava a mangiare a casa delle persone discutibili e i farisei dicevano che era un mangione e un beone che se la faceva con i delinquenti. Le altre religioni salvano i giusti, invece Cristo salva gli ingiusti che però hanno l’umiltà di pentirsi dopo averlo incontrato.
Cristo è segno di contraddizione per i benpensanti, ora come allora. Egli è discendente di Davide per via del padre putativo San Giuseppe. Ma il re Davide era un peccatore: un adultero, un omicida e un impenitente, tanto che Dio per richiamarlo gli invia il profeta Natan. Nonostante questo Dio sceglie il re Davide affinché dalle sue viscere sorga il Messia. Quindi Cristo fonda la sua regalità messianica sulla discendenza di un grande peccatore. Gli apostoli poi si rivelarono figure poco raccomandabili: Giuda lo tradisce per trenta denari, Pietro lo rinnega tre volte, quasi tutti gli altri scappano di fronte all’arresto del loro Maestro.
Gli uomini sono e saranno sempre così. Le persone amano in maniera imperfetta, solo la grazia di Dio può concedere il dono dell’amore perfetto, che si completerà in paradiso, dove diventerà veramente compiuto. Ma anche se i battezzati hanno la grazia santificante, la perdono facilmente con il peccato.
Da quando l’uomo è sulla terra, è un grave problema per l’umanità e persino per il pianeta sul quale cammina. La storia umana è una continua carneficina e le carceri da sempre sono piene. Spesso anche in nome di Dio sono stati compiuti massacri: non solo i terroristi islamici e prima di loro i kamikaze giapponesi, che vuol dire “vento di Dio”, ma quando in Messico durante la prima metà del Novecento furono chiuse le chiese i cattolici (cristeros) presero le armi a favore del clero; pensiamo poi, prima di loro, ai controrivoluzionari francesi (chuoan) o a quelli italiani (sanfedisti), e così via. Ricordiamo altresì crimini commessi da individui in combutta con i diavoli, attuando una distorsione del sacro: in Africa è tuttora molto diffusa la stregoneria e i relativi sacrifici umani, come da noi nel Medioevo e oltre, quando i preti che passavano dall’altra parte celebravano le messe nere (a volte con uccisione di fanciulli) e praticavano altri riti stregoneschi. In riferimento a questi fenomeni il riformatore Giovanni Calvino affermava che la chiesa era una consorteria di preti perversi e idolatri. Nel 1611 Louis Gaufridi, parroco di Marsiglia, fu accusato di aver stregato una donna facendola innamorare soffiandole sulla fronte.
Però oltre ai crimini più eclatanti, c’è un male più banale che accompagna da sempre gli esseri umani (prima del peccato originale). Quasi un secolo fa Anna Frank in un passo del suo celebre Diario riportava che gli adulti di allora si lamentavano per il comportamento frivolo dei ragazzi. Già lo scrittore latino Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. storceva il naso per il fatto che la popolazione stava inquinando le acque con gli scarichi, i cieli con i fumi del carbone, la terra con i rifiuti. Il medico greco Galeno nel II d.C. sconsigliava di consumare il pesce pescato vicino alle città, in quanto era inquinato. Nell’Ottocento Marx preconizzava che per via della crescente industrializzazione l’aria delle città sarebbe diventata irrespirabile.
Cristo però ha pietà delle nostre debolezze, ci richiama continuamente all’ordine nonostante le inevitabili diserzioni, le mancanze: quelle volute e quelle connaturate alla natura umana, che è limitata.
L’Eucaristia è segno di Dio morto sul patibolo perché è stato tradito dai suoi, tra i quali è sceso ma che lo hanno rifiutato condannandolo al supplizio della croce.
Bibliografia
- E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. 2, Torino 2001;
- E. Dylon, Analisi linguistico-morfologica dell’espressione YHWH ṣb’wt e lo studio delle sue ricorrenze, in Angelicum Vol. 95, No. 3 (2018), pp. 271-292;
- M. Ferrara, Il rito inquieto, Firenze 2018;
- M. Ferrara, Vanificare il “sacrificio”, in Scienze dell’Antichità 23.3 (2017), pp. 111-121;
- G. Ravasi, Il libro dei salmi, vol. 1, Bologna 2015;
- L. Renou, Etudes védiques et pāṇinéennes, vol. 4, Paris 1958.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 62 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
