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” IL VOLTO DI DIO E LA SALVEZZA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Vangelo secondo Luca 9:“51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme 52 e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55 Ma Gesù si voltò e li rimproverò. 56 E si avviarono verso un altro villaggio”.

In questa sezione del Vangelo secondo Luca Gesù inizia a dirigersi decisamente verso Gerusalemme. La CEI traduce “stavano compiendosi i giorni”, ma l’originale greco indica più che altro un “riempimento”, infatti il verbo greco sumplēreloun significa “riempire”, il tempo giunge alla sua pienezza, va verso un progetto deciso, un telos, “un fine”, un culmine, che è la rivelazione del Messia a Gerusalemme.

Gesù stesso decide di salire a Gerusalemme, letteralmente abbiamo “avvenne che, quando si stavano compiendo i giorni del rapimento di lui, egli indurì il volto”, in greco egeneto de en tōi sumplērousthai tas ēmeras tēs analēmpseōs autou kai autos to prosōpon estērisen. La costruzione greca en + infinito ha valore temporale, corrisponde all’infinito costrutto ebraico preceduto dalla preposizione be. Il sostantivo analēmpsis indica sia una “ascensione” (salire a Gerusalemme) sia un “rapimento”: Gesù si appresta a entrare a Gerusalemme dove lo “rapiranno” da questo mondo, lo toglieranno di mezzo.

Nella tradizione ebraica ha una grande importanza la kavanah, cioè l’orientamento spirituale e fisico nella preghiera. L’ebreo prega con il volto rivolto verso il Santo dei Santi (se è nel tempio), oppure verso il tempio (se è a Gerusalemme), oppure verso Gerusalemme (se è fuori dalla città santa), oppure verso Israele (se è all’estero). L’orientamento fisico verso Gerusalemme è quello verso i Cieli, in quanto il tempio è Axis Mundi e altresì la porta verso il Giardino dell’Eden; il Santo dei Santi all’interno del tempio è la Porta dei Cieli, in quanto abitazione di Dio. I primi cristiani pregano rivolti verso il cielo (come si vede bene nelle raffigurazioni all’interno delle catacombe) e rivolti verso Oriente, dove sorge il Sole di Giustizia, cioè Cristo stesso, direzione dalla quale essi attendono la sua venuta nella Gloria.

Ed è significativo che l’ebreo Gesù dirige decisamente il suo Santo Volto verso Gerusalemme. Letteralmente Luca ha: autos to prosōpon estērisen, “egli il volto rese duro” (per andare a Gerusalemme, tou poreuesthai eis Ierousalēm: l’espressione con senso finale costituita da tou pleonastico + infinito segna un innalzamento di stile). Per tre volte la pericope di Luca appena citata nomina il Volto, ma non sempre la traduzione rende: v. 51 (rese duro il volto), v. 52 (inviò messaggeri davanti al suo volto), v. 53 (i Samaritani non lo accolsero perché il suo volto era rivolto verso Gerusalemme).

Inoltre, il Vangelo secondo Luca si apre con Zaccaria che sta nel Santo dei Santi nel tempio e a Gerusalemme. È quindi da Gerusalemme che ha inizio la salvezza offerta da Dio nella Nuova Alleanza. E questo fatto viene enfatizzato dalla strana espressione “rese duro il volto”, che è un semitismo per indicare una ferma decisione. Ezechiele 3, 8-9: “8 Ecco io ti do una faccia dura quanto la loro e una fronte dura quanto la loro fronte. Come diamante, più dura della selce ho reso la tua fronte. Non li temere, non impaurirti davanti a loro; sono una genìa di ribelli”. Isaia 50, 7: “Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso”.

Gesù vuole dirigersi veementemente verso Gerusalemme, perché è da lì che giunge la salvezza! È infatti in quella città che Gesù verrà ucciso ed egli potrà essere il sacrificio a Dio Padre che redime le colpe di tutta l’umanità. A Gerusalemme Cristo risorgerà annullando il potere della morte nell’aprire le porte della vita eterna. A Gerusalemme egli ascenderà al cielo introducendo la nostra umanità fino a Dio Padre.

Quindi in questo insistere di Luca sul Volto di Cristo abbiamo l’eco della preghiera dell’ebreo che è tesa verso la città santa. Ma anche l’eco della vocazione profetica (Ezechiele), però soprattutto l’eco del Servo sofferente di Isaia, il quale resiste come pietra agli oltraggi per prendere su di sé le colpe. Gesù è il nuovo agnello, l’Agnello immolato che redime l’umanità, profetizzato secoli prima da Isaia!

Gli uomini dell’Antico Testamento desiderano vedere il volto di Dio. Il salmista orante chiede spesso a Dio di vederlo così come egli è. Salmo 26: “Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. 9 Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo”. Ma anche Mosè esprime questa esigenza in Esodo 33:

“17 Disse il Signore a Mosè: «Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome».

18 Gli disse: «Mostrami la tua Gloria!».

19 Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia». 20 Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». 21 Aggiunse il Signore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: 22 quando passerà la mia Gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finché sarò passato. 23 Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere».”

Il volto è la essenza di una persona, per questo si cerca il volto di Dio. I cristiani riconoscono nel volto di Cristo nientemeno che quello di Dio. Giovanni 14, 9: “Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Colossesi 1, 15: “Egli è immagine del Dio invisibile”. Questo vuol dire che Gesù è Dio. “Signore mio e Dio mio” (Giovanni 20).

In Isaia 50, 6 si profetizza che il misterioso Servo di Dio verrà torturato per la salvezza di tutti: “Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Questo misterioso personaggio è una figura di Cristo. Se Cristo è Dio, allora quando durante la passione i soldati sputano addosso a Gesù e lo schiaffeggiano, assistiamo, in questo insulto al Volto di Cristo, a qualche cosa di scandaloso e inaudito. Ciò che gli ebrei prima di Cristo hanno cercato con tutta l’anima, cioè il Volto di Dio, si è manifestato realmente in Cristo ma è stato oltraggiato sopra ogni misura. Non solo duemila anni fa, ma ogni peccato infanga di nuovo quel Volto.

Dio per amore si incarna e viene ucciso cruentemente sulla croce. Di quale amore più grande di questo abbiamo bisogno per amare a nostra volta Dio? Dio non ha sottratto la faccia e la ha anche offerta ai suoi persecutori, perché, morendo per tutti i peccatori, è morto anche per i suoi aguzzini.

In Isaia 50, 6-7 c’è un gioco di parole assai significativo. Letteralmente abbiamo “… il mio volto non nascosi da vergogne (mi-kklimmot) e lo sputo … per ciò non sono svergognato (ni-klamety)”. Il sostantivo e il verbo hanno la stesa radice. Questo vuol dire che il Servo sofferente accetta quella vergogna, cioè gli insulti, per questo Dio la toglierà da lui (non facendolo svergognare). È anche significativo che nel versetto 5 vi sia un waw avversativo: “… e (waw) io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro”. L’avversativo vuol dire che nonostante tutto il Servo non si è tirato indietro.

In Romani 5, 11 la conversione è detta “riconciliazione”, in greco katallagē. Il sostantivo greco deriva dal verbo katallassein, formato da katà (del tutto) + allassein (cambiare, da allos, altro, cioè passare da uno stato ad un altro). Quindi la “conversione” di cui parla san Paolo è etimologicamente un cambiamento totale dallo stato di allontanamento da Dio a quello di vicinanza con Dio. Essa è insomma quanto espresso da un altro sostantivo neotestamentario relativo alla conversione, cioè il greco metanoia, etimologicamente “cambiar mente”.

Pertanto il sostantivo katallagē, “riconciliazione”, intende la conversione quale un ritorno a Dio, conformemente al verbo ebraico shub (ritornare/convertirsi). Nel peccato siamo lontani da Dio, nella conversione ritorniamo a casa, ci riconciliamo con Dio. Questo cosa vuol dire in fondo? Che il peccato (lo stato di non conversione, quando siamo lontani da Dio) altro non è che amore disatteso, quindi la conversione è un riabbracciarci a Dio nel vincolo dell’amore.

Infatti “Dio è amore” (1Giovanni 4,8). Egli ci crea per amore e si incarna per amore per redimere il mondo intero. Egli ci ama per primo dandoci la vita, poi salvandoci, quindi rivelandosi mediante la religione e spera con tutto il cuore che ci accorgiamo di lui per amarlo a nostra volta.

Sapendo questo, cosa è il Volto di Dio? Come è fatto il Volto di Dio? Se Dio ci salva dalla morte, introdotta nel mondo dal diavolo mediante il peccato, il Volto di Dio è Amore.

Il sacrificio di Cristo compiuto sulla croce duemila anni fa si rinnova in ogni Santa Messa. Nel pane e nel vino consacrati dal sacerdote vi è la presenza vera, reale e sostanziale del corpo, del sangue, dell’anima e della divinità di Cristo, che accetta di nuovo di morire e risorgere per salvarci.

L’ostia consacrata che riceviamo ogni domenica è il corpo risorto di Cristo. I mistici dicono che si tratta esattamente del suo Cuore. In quanto è con il cuore che Dio ci ama!

Il cristiano di ogni tempo è un alter Christus, come scrive Tertulliano, un altro Cristo. Egli è chiamato ad essere testimone dell’incontro che ha fatto con il Risorto, incontro che cha cambiato totalmente la vita sua e quella di ogni altro uomo. In greco “testimone” si dice martus, da cui la parola “martire”. Gesù lo dice chiaramente nei vangeli: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua!

Perché? Gesù dice espressamente che il mondo non ha accettato lui quindi non accetta nemmeno i suoi discepoli e gli muove una guerra continua. Il cristiano deve lottare contro il mondo, il diavolo e la carne. La Beata Maria Teresa Fasce diceva alle sue consorelle che “chi non soffre non ama: le anime elette devono assomigliare a Cristo”.

Il cristiano di ogni tempo è chiamato a trasformarsi in Cristo. È questo il segreto del cristianesimo. È il mistero che i santi chiamano “transustanziazione mistica”. Dante (Paradiso IX, 81) conia un verbo bellissimo: “intuarsi”. Diventare la persona stessa che si ama. Il Sommo Poeta si riferisce alla compenetrazione tra le anime del paradiso. Ma possiamo pensare che la stessa cosa accada anche tra il cristiano e il suo Signore Gesù Cristo, è insomma un altro verbo dantesco, “indiarsi”.

Ci sono stati santi talmente uniti all’Ostia che si sono trasformati in essa, subendo persecuzioni e martiri sino alla fine della vita terrena. La Beata Speranza di Gesù comprende talmente profondamente questo mistero che, le poche volte in cui non subisce croci devastanti, mette dei sassolini nelle scarpe per continuare a soffrire per amore di Cristo.

1Giovanni 4, 15: “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio”. Il vero amore si accompagna alla sofferenza perché, come scrive il filosofo ebreo Levinas, amare significa allontanarsi continuamente da sé stessi. È un esodo da sé. E questo procura dolore. Ma si tratta di un dolore giusto, è santo soffrire per Dio.

Chiunque inizia seriamente il cammino cristiano si troverà attaccato da tutto e da tutti. Gesù dice che i cristiani saranno odiati da tutti a causa del suo nome. I vangeli rivelano che il mondo osanna chi è come loro, mentre perseguita i veri discepoli di Cristo.

Esistono diversi tipi di martirio. Quello cruento è detto “martirio rosso”, una grazia specialissima che introduce direttamente l’anima in paradiso, tanto che i cristiani dei primi secoli cercano di farsi uccidere per Cristo, per questo la chiesa di allora vieta di ricercare volontariamente il supremo sacrificio. Ma esiste anche un “martirio bianco”, fatto di sguardi, di puntate di dito, di calunnie, maldicenze, di messe al bando, di provocazioni, di commiserazioni. Ma per san Paolo “l’amore tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Corinzi 13).

È questo il prezzo da pagare per guadagnarsi la salvezza. Ma le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura del paradiso (Romani 8, 18).

Efesini 2, 13-19: “In Cristo Gesù voi che eravate i lontani siete diventati i vicini … Così non siete più stranieri né ospiti bensì concittadini del santi e familiari di Dio”.

A quale grande gloria è destinato ogni uomo! Ma la maggior parte dell’umanità parte lo ignora. Gli uomini credono di non avere necessità di Dio perché presumono di essere appagati dalle cose del mondo. Essi soffocano il desiderio dell’Assoluto con i fallaci desideri della carne e del mondo. Questi ultimi sono esche che i demoni offrono alle persone per rendere loro la vita un inferno. Santa Caterina da Siena dice che i peccatori sono “i martiri di satana”, in quanto il principe di questo mondo li tortura allontanandoli da Dio con il peccato e coprendo il loro cuore di spazzatura che non fa altro che soffocare il desiderio di Dio, quindi la vera gioia.

Chi non ha Dio nel cuore è un disperato. La vita gli appare senza senso: per questo oggi le persone, avendo smesso di pregare, si ammalano spesso di depressione. Appare loro più consolante la morte!

Il libro biblico di Giobbe presenta questo personaggio quale vittima senza motivo di Dio, che gli procura innumerevoli disgrazie. Giobbe leva in alto la sua protesta e alla fine Dio gli si palesa in qualche modo. Giobbe riconosce alla fine del libricino che occorre abbandonare il proprio progetto (esa’) per lasciare spazio al progetto (esa’) di Dio. Dio ha un progetto salvifico su ogni uomo, anche se a volte è misterioso. Bisogna quindi abbandonare la propria volontà per far propria quella di Dio.

Altrimenti la vita diventa insopportabile. In un famoso testo sapienziale egiziano, il Dialogo di un disperato con il suo ba, una persona soffre così tanto da desiderare la morte. Allora la sua anima (ba) inizia a parlargli per dissuaderlo dal tragico proposito. Ad un certo punto il disperato così dice in uno splendido medio egiziano, la fase classica della lingua dei faraoni:

m(w)t m ḥr=j (m) mjn mj s.t sšn.w mj ḥms.t ḥr mr.yt n(y).t tḫ.t

“la morte è per i miei occhi oggi come il profumo dei fiori di loto, come sedersi sopra l’argine del paese dell’ebrezza”.

Il disperato immagina che la morte cancelli tutta la sofferenza della sua vita invivibile. La traduzione “per i miei occhi” in realtà è troppo blanda, l’originale egiziano è più pregnante. Infatti ḥr non significa “occhi” bensì “volto”. L’autore quindi, scrivendo che la morte sta davanti il “volto” del disperato, vuole comunicare l’idea che il proposito suicidario ha contaminato tutto l’essere di quel disgraziato. Infatti, anche nell’antico Egitto il volto è l’essenza della persona.

Se non siamo illuminati dal Volto di Dio, il nostro volto si deturpa di male. La fede, quindi, è l’unica ancora di speranza in questo mondo malato. Salmo 34, 6: “Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri volti”. Salmo 79, 8: “Fa’ risplendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Bisogna correre la nostra corsa “tenendo fisso lo sguardo su Gesù” (Ebrei 12, 2).

Le promesse antiche trovano compimento in Cristo. Gli ebrei celebrano la festa detta Sukkot per commemorare i quaranta anni nel deserto. Nell’ultimo giorno di questa festa gli ebrei antichi fanno un grande rito con l’acqua, che prevede sette giri attorno all’altare del Tempio con infine l’offerta di acqua a Dio. In Giovanni 7 è significativo che nell’ultimo giorno della festa di Sukkot, durante la processione, Cristo dice: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva”. Egli in questa maniera dà compimento al rito antico e si mostra quale Messia atteso dagli ebrei, per i quali il Messia dovrebbe venire come “una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità” (Zaccaria 13, 1).

Sant’Agostino afferma che la conversione avviene quando la Madre di Dio, la Vergine Maria, lo permette generando il cristiano alla fede.

La fede è sì un dono di Dio ma deve essere conquistata. Esiste una “fides quae” (la dottrina) e una “fides qua” (con la quale si ama Dio). Bisogna cercare volontariamente di conoscere Dio per iniziare ad amarlo e quindi corrispondere alla grazia che viene comunicata con il battesimo.

Il male è potente, ma Dio è onnipotente. Il male seduce continuamente le anime allontanandole dalla sola cosa necessaria, che è Cristo, ma Cristo ha radici profonde nell’anima di ogni uomo. Egli infatti è il Salvatore del mondo, e le sue pecore riconoscono la sua voce. La sentono nel profondo del loro essere. Per questo è importante essere testimoni di Cristo, sia con la parola sia con l’esempio.

Per Maria passano tutte le grazie necessarie alla salvezza di ogni uomo. Maria infatti è invocata quale Mediatrice. Maria è la Vergine Madre che ha dato alla luce Cristo senza concorso umano, essendo stata fecondata dallo Spirito Santo. Come in vita è sempre presente agli avvenimenti più importanti della vita del Figlio, così Maria è sempre presente nella vita della chiesa, corpo mistico di Cristo (sant’Agostino chiama la chiesa Christus Totus).

La salvezza passa necessariamente da Maria perché ella ha dato il suo Sì all’annuncio dell’angelo, accettando di diventare la Madre del Figlio di Dio. In quegli istanti si è giocato il destino dell’umanità. Dicendo di essere l’ancella del Signore, Maria ha accettato non solo il compimento delle promesse antiche nella discesa di Dio in lei, ma anche il martirio bianco che ha subito per la perdita del Figlio. “Una spada ti trafiggerà l’anima” (Luca 2, 35).

Ildegarda di Bingen (1098-1179) così la invoca:

“Ave, nobile, gloriosa e intatta fanciulla,

tu pupilla della castità,

tu materia della santità che piacque a Dio.

In te infatti avvenne quella celeste infusione,

per cui il Verbo divino si rivestì in te di carne.

Tu candido giglio,

cui Dio volse lo sguardo prima di ogni altra creatura.

O bellissima e dolcissima;

quanto grandemente Dio in te si è compiaciuto!

Nel calore del suo abbraccio

ha fatto germogliare in te suo Figlio,

così che potesse ricevere da te il latte.

Così il tuo grembo esultò di gioia

quando tutta la sinfonia celeste da te sgorgò,

perché tu, o Vergine, portasti il Figlio di Dio,

per cui la tua castità rifulse in Dio.

La tua carne provò gioia, come l’erba su cui ricade la rugiada

infondendovi freschezza;

così è accaduto anche in te, o Madre di tutte le gioie.

Ora tutta la Chiesa risplenda di gioia

e risuoni nell’armonia

per la dolcissima Vergine Maria,

degna di lode, Madre di Dio. Amen”.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 56 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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