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OK CORRAL, L’IMPOSSIBILE SFIDA

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Redazione-Probabilmente  è il caso di dire che non è Joe Biden che ha vinto  ma è Donald Trump che ha perso . Che è  forse  la sintesi di una tornata elettorale  che ha assegnato  a Joe Biden i 270 grandi elettori  necessari per entrare alla Casa Bianca come  46° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Joe Biden che ha fallito  il sorpasso nelle roccaforti repubblicane  del Texas e dell’Ohio fedeli a Trump  e che si è aggiudicato  il Winsconsin  e il Michigan  ha visto crescere lentamente il consenso  aggiudicandosi i venti voti della Pensylvania  che hanno fatto lievitare il numero di grandi elettori oltre i 270 e mentre scrivo è in attesa di aggiudicarsi  quelli di  Arizona e Nevada.

Venerdì  6 ottobre  Morning 24 de il Sole 24 ore  scriveva : “ Dopo la vittoria in Michigan e Wisconsin, Biden  è   in vantaggio in stati chiave come Arizona e Nevada, mentre si fa sempre più sottile il vantaggio di Trump in Georgia e Pennsylvania. A Biden basterebbe aggiudicarsi un altro stato per formalizzare la sua vittoria, anche se i conteggi procedono a rilento e si profilano attese ben più lunghe dei primi pronostici. I funzionari elettorali in Georgia hanno fatto sapere che gli scrutini potrebbero chiudersi «10 giorni dopo» il voto del 3 novembre, mentre i toni di Trump e del suo staff si rendono sempre più bellicosi. L’inquilino della Casa Bianca ha già derubricato a «frode» il voto in corso e annunciato una   lunga serie di ricorsi per il riconteggio dei voti, incassando i primi no della magistratura con due cause perse in Michigan e Georgia (ma una vittoria, sia pure marginale, in un contenzioso avviato in Pennsylvania). La battaglia dovrebbe proseguire alla Corte suprema, lo sbocco già annunciato da Trump in caso di sconfitta alle urne.” E’ questa in sintesi la premessa di una lunga kermesse che  si snoderà fino al 20 gennaio, data di insediamento alla Casa Bianca del nuovo Presidente e vedremo come ci si arriverà.


Ma ricordiamo quella sfida all’O.K Corral   leggendo  wilkipedia sinteticamente  “La sparatoria all’O.K. Corral è un episodio della storia del Far West, che ebbe luogo il 26 ottobre 1881 nei pressi di Tombstone, Arizona, e che ha ispirato numerosi film western. Il conflitto a fuoco vide protagonisti i fratelli Earp (Wyatt,Virgil e Morgan, tutti funzionari di polizia) affiancati dal pistolero Doc Holliday, contro alcuni componenti della banda dei Cowboys: i fratelli Billy e Ike Clanton, i fratelli Frank e Tom McLaury e Billoy Claiborne. Lo scontro si concluse con la vittoria degli Earp e la morte dei fratelli McLaury e Billy Clanton. Da ciò si scatenò una serie di eventi che portarono al’uccisione di Morgan Earp e alla cosiddetta Vendetta degli Earp.
Nel frattempo sembra scongiurato il pericolo maggiore . Poteva essere una sfida all’ O.K Corral , una storia spietata raccontata  anche nel cinema ,che sembra riproporsi  stando alle preoccupazioni che molti esprimevano ma in realtà questo pericolo è stato scongiurato . Il pericolo di vedere scontri di piazza tra i sostenitori  dei due  candidati  . Anche se  Joe Biden ha fatto di tutto durante l’attesa ,a differenza di Donald Trump, per  raffreddare gli animi . Un Trump che fin dal primo momento ha classificato il voto postale come un imbroglio a suo danno; che ha detto  la sera stessa del  3 novembre,il  “day” elettorale,  che  i voti di persona alle urne lo avevano dichiarato già vincitore  e che  il voto per posta  gli avrebbe rubato questa vittoria. Un Trump che  prima delle elezioni con un twitter aveva  sondato il polso alle frange  suprematiste per una  discesa armata in strada in suo favore. Un Trump che per l’intero scrutinio ha continuato a minacciare  azioni legali  e a tentare di fermare la conta dei voti negli stati in cui era in svantaggio. Fino a mentire spudoratamente sulla frode  nel sistema elettorale , dichiarazioni  che la stessa CSB e altre emittenti ,per esempio ha interrotto in una diretta di giovedì  5 novembre .

Fu tuttavia il successivo film di John Sturges del 1957, “Sfida all’O.K Corral” , con Burt Lancaster e Kirk Douglas, a dare la più ampia notorietà al duello di Tombstone, che da allora è popolarmente conosciuto proprio con il titolo di questo film. In seguito la sparatoria è stata narrata, più o meno fedelmente, in numerosi altri libri e film western.

La sfida impossibile è stata mossa pacificamente  da un uomo , Joe Biden,  che sembrava essere stato nominato  al momento dal Partito democratico come un ripiego,( in presenza di altre candidature che sollecitavano di più le emozioni dei gruppi che  compongono  il partito ) perchè sembrava fosse l’unico in grado di controbattere Donald Trump tanto  che il Partito democratico lo  ha voluto  in quella sfida pensando solo alla “eleggibilità” che sicuramente garantiva per la sua storia, a differenza degli altri possibili candidati . Durante la campagna elettorale poi è stato un candidato che ha saputo usare  la pazienza e il buon senso sia negli atteggiamenti che nelle argomentazioni dei suoi discorsi ( tranne  che negli incontri  televisivi, veri e propri match,  con il suo rivale senza esclusione di colpi da entrambe le parti ) lasciando logorare Trump  con i suoi twitter e le sue apparizioni ad affetto.

Una pazienza e un buon senso  che ha invocato fino all’ultimo  quando ha detto continuamente ai suoi elettori,durante lo sfoglio, di avere pazienza e di aspettare che tutte le schede fossero conteggiate; che fosse conteggiato ogni voto in modo da non avere  alcun dubbio sulla legittimità di una vittoria , che sicuramente sarebbe arrivata e nella quale credeva fermamente. La sicurezza dunque  di riuscire ad  aggiudicarsi la Casa Bianca senza però anticipare una “auto proclamazione” che sarebbe apparsa incongrua.  Inviti all’attesa che delineavano  già la figura di un neo  Presidente  che implicitamente così dichiarava di volerlo essere  per  tutti gli americani, sia quelli che lo hanno votato sia di quelli che non lo hanno votato . A differenza del suo rivale che, unico nella storia degli Stati Uniti, ha dichiarato di essere il vincitore  delle elezioni  prima del termine dello sfoglio  considerando il risultato dello sfoglio del voto di persona già sufficiente a questo scopo e invalidando,  definendolo come un imbroglio, il voto postale.  Senza considerare che  per paura del contagio da Covid 19,  sessanta milioni di americani hanno votato per posta . Dire che il voto per posta ( che  forse ha favorito  Biden ) è un imbroglio significa negare  il voto di sessanta milioni di cittadini. Quei cittadini che hanno riconosciuto il pericolo di una pandemia   e che quindi mettono al primo posto la salute ( quasi tutti democratici ) a differenza di quelli ( quasi tutti repubblicani ) che negano la pandemia  sull’esempio del Presidente Trump mettendo al primo posto  il lavoro .

A differenza di un Trump infuriato anche con il suo partito, quello repubblicano che a suo giudizio in questo momento non gli offre il supporto sufficiente ed adeguato a portare avanti le sue rivendicazioni circa la frode di cui è vittima. Anche se il suo stesso partito gli ha  detto chiaramente che se ha prove di  quanto afferma, questo è il momento di tirarle fuori  o di tacere . Un partito i cui uomini di punta sono stati  contattati uno per uno da Joe Biden , che conosce bene i meccanismi  della politica  essendo un politico navigato di “ lungo corso “, anzi  impersonando proprio per la sua lunga carriera politica quasi quasi le stesse istituzioni . A loro Joe Biden ha chiesto di  collaborare  per una transizione  pacifica   nel rispetto  dei supremi valori della democrazia  e delle sue regole  che è poi in definitiva l’obiettivo fondamentale della stessa azione di Biden. Un’azione che mira a riunire l’America per curarne l’anima .

Al momento in cui   mette in atto un  comportamento che pur in vista della Casa Bianca ( mancano per l’aggiudicazione  una decina di grandi elettori  ) frena gli  entusiasmi, che porterebbero i suoi sostenitori a scendere nelle piazze  per opporsi ai sostenitori di Trump , dimostra  in altre parole  di voler  raffreddare la competizione e gli animi  di fronte ad un livello di conflittualità alzato dallo stesso  Trump  con alcune incitazioni ai suprematisti bianchi ai quali ha sempre strizzato l’occhio.  D’altra parte le dichiarazioni di Trump fin dall’inizio  hanno avuto al fondo una strategia ben precisa   di contrasto al voto postale ,ritenuto truffaldino . Tanto da prepararsi a richiederne il conteggio in alcuni stati anche se Biden  avesse avuto la meglio completando, in  qualche modo,  l’aggiudicazione dei grandi elettori fino al numero sufficiente di 270  per ritenere  l’elezione valida .

Due strategie a confronto  e una sfida all’OK Corral, scongiurata . Da una parte Biden che chiedeva  di aspettare  la conta fino all’ultimo voto  e dall’altra Trump che già si dichiarava  vincitore  negando la validità del voto postale, cercando di invalidare sessanta milioni di voti e sperando di poter arrivare con la contestazione fino alla Corte suprema composta di nove giudici , sei dei quali sicuramente in suo favore, almeno nelle sue aspettative, cosa poi non del tutto certa. Perché in America il rispetto delle regole è fondamentale in ogni caso essendo  il fondamento della democrazia alla quale tengono tutti .

Una sfida che ha visto vincitore Joe Biden  anche se non basta un’elezione  per sconfiggere Trump e il trumpismo .

Come scrivono Riccardo Barlaam e Attilio Geroni, su Il Sole 24 ore di giovedì 5 novembre  l’onda blu  non c’ è stata  e i sondaggi  si sono dimostrati ancora una volta  inadatti a comprendere  il fenomeno Trump. Il paese sta uscendo  ancora più diviso da una tornata elettorale che ha polarizzato come non mai l’opinione pubblica e alimentato i rischi di una degenerazione violenta.

Scriveva  Angelo Figorilli  sul suo profilo fb proprio il “day” della tornata elettorale ,la nottata elettorale vista dall’Italia   : “ L’America col fiato sospeso aspetta di sapere ma una cosa la sapeva già: le parole unità e speranza sono uscite malconce da queste elezioni, chiunque entrerà alla Casa Bianca. Se sarà Trump, porterà su di sé la macchia di un presidente che ancora prima di sapere chi avrebbe vinto, grida alla frode e al voto rubato gettando lui stesso un’ombra sulla democrazia americana. Se sarà Biden si troverà di fronte alle macerie di un paese avvelenato e diviso come non mai. La notte elettorale invece ha fatto capire due cose al di là dei conti finali: la prima è che Trump, anche perdesse la Casa Bianca, ha segnato profondamente il paese, il trumpismo come visione del mondo, con i suoi toni estremi e le sue certezze, è destinato a restare e con esso la metà dell’America che fa della divisione orgoglio e bandiera. L’altra è che Biden, anche dovesse vincere e non solo all’ultimo voto, avrà di fronte la missione impossibile di parlare a tutti gli americani, metà dei quali lo considerano già un usurpatore. E poi manca tutto quello che può ancora accadere, nei tribunali e per le strade, quello che ci fa dire già oggi che le parole speranza e unità in questa America sembrano ormai uscite di scena e sarà difficile per chiunque pronunciarle ancora.”

E dunque con queste elezioni  l’America si ritrova spaccata in due . Già qualche giorno prima delle elezioni Riccardo Balaam su Il Sole 24 ore  intervistava  Il politologo Francis Fukuyama, autore del celebre saggio “La fine della storia” , che affermava  : «Il risultato del voto del 3 novembre sarà importante non solo per capire chi guiderà la Casa Bianca, ma soprattutto per avere un’idea più precisa di quale strada imboccherà la democrazia americana».

«Se i Democratici batteranno Trump e riusciranno anche a conquistare il Senato, è probabile che tutto l’impianto normativo che, durante la sua presidenza, Trump ha cercato di smontare verrà in qualche modo ripristinato. Se al contrario vincerà Trump e se i Repubblicani riusciranno a conquistare la Camera, io penso che ci troveremo di fronte a un grande problema».

Il tycoon avrà mano libera. «Nei primi quattro anni non è riuscito a realizzare molto. Con un secondo mandato potrà fare davvero quello che vuole. Credo che sarà la fine dell’America per come l’abbiamo conosciuta finora. Perché avremo una persona al potere che nel profondo non accetta le regole imposte dalle leggi e dalle istituzioni democratiche, un leader anti-sistema.  È questo lo scenario più preoccupante per il futuro della democrazia in America».

«Credo che il maggiore elemento di debolezza della società americana sia l’elevato grado di polarizzazione. Polarizzazione che ha diminuito la fiducia nelle istituzioni. Anche se Biden vincerà le elezioni e i Democratici conquisteranno il Congresso, gli Stati Uniti resteranno divisi. C’è almeno un terzo della popolazione che non accetterà il risultato delle elezioni. Ci troviamo di fronte a un difetto di legittimazione e di rispetto delle istituzioni. Le ferite sono profonde. L’America è diventata un Paese dove prevalgono le visioni apocalittiche e le posizioni estreme. Considerate queste circostanze, non sarà facile per un nuovo presidente democratico migliorare la situazione».

Ed è sempre Angelo Figorilli  su un altro post  del suo profilo fb che  aggiungeva    : “L’America si è messa in fila, da nord a sud, da est a ovest, con la pioggia, la neve e il sole, ballando o restando disciplinatamente in fila per ore e ore. Tutti si aspettavano il boom del voto per posta per la paura del Covid e invece sono anche usciti di casa per scongiurare un altro pericolo, quello di una ferita mortale alla democrazia con una battaglia sull’esito stesso del voto, per strada e nei tribunali, preannunciata e di fatto minacciata più volte dallo stesso Trump. Gli americani, democratici o repubblicani non importa, hanno deciso che l’unico modo per provare a scongiurarla é votare, più di sempre. l’America, divisa, in ginocchio, impaurita sta mandando il suo messaggio di resistenza al mondo: non stiamo solo scegliendo un presidente, stiamo difendendo la democrazia.”

Affermava  Ben Lerner a cui il Sole 24 ha chiesto una testimonianza sull’America che si apprestava  a votare  :“…Insieme a questa straziante dimostrazione della diseguaglianza che regna nel Paese, c’è un senso nuovo di potenzialità e interconnessione sociale, nato dall’aver sperimentato in prima persona e collettivamente, sia pure con radicali differenze, la facilità con cui la società può cambiare; ci si è resi conto della rapidità con cui l’“impensabile” diventa pensabile o addirittura fattibile. Da un lato esistono, perfino per l’America bianca (che è tutt’altro che monolitica), prove pesanti del fatto che non ci sono adulti al comando, che siamo di fronte a un totale vuoto di autorità.”(…)“Viene rimesso tutto in ballo. È un momento di grande fecondità e disordine. Ovviamente chi sta al potere sta facendo di tutto per assicurarsi che qualunque forma di socialismo emergenziale prenda piede venga rapidamente estirpata e che la ricerca del profitto a tutti i costi prosegua indisturbata, ma penso comunque che questi profondi ribaltamenti a livello sociale (per quanto compiuti in maniera affrettata, insufficiente o provvisoria) abbiano rinvigorito l’immaginazione del Paese.”(1)

Diceva David James Poissant sempre in un contributo richiesto da Il Sole 24 ore  pubblicato nei giorni precedenti la tornata elettorale : “  Una conseguenza inaspettata degli ultimi quattro anni, e qualcuno potrebbe persino definirla un beneficio, è questa: molti, moltissimi cittadini e legislatori razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi e fomentatori di odio non si nascondono più alla luce del sole. Rassicurati dal tono che l’Amministrazione stessa ha incoraggiato, stanno sputando l’odio che si sono tenuti dentro per tutto questo tempo, un odio che le persone di colore denunciavano da anni, e che gran parte dell’America continuava beatamente a ignorare. Molti di noi erano sicuri che l’elezione di un presidente nero bastasse a segnalare che l’America avanzava verso una confortevole utopia post razziale. Non era mai stato così, e quando il pendolo è tornato indietro, l’ha fatto di colpo, portando con sé un ex personaggio televisivo che aveva fatto fallire sei società pesantemente indebitate, e depositandolo chissà come nello Studio Ovale. E se ci è voluto questo per farci riconoscere chi tra noi è nemico della giustizia, be’, non posso certo dire che ne sia valsa la pena, ma almeno abbiamo un’idea più chiara di chi e cosa dobbiamo combattere.”(2)

Ma L’America ,io penso  , sta tutta in queste parole di Joe R. Lansdale, scrittore prestato spesso alla narrativa di genere, al noir, all’horror, alla fantascienza, alla graphic novel, ha un folto seguito di lettori, spesso anche molto raffinati, che ne coltiva il culto. In italiano sono appena usciti “Una Cadillac rosso fuoco” (Einaudi) – (Agf) : “  Noi americani andiamo sempre avanti, e crediamo che il domani sarà un giorno più luminoso. Io stesso sono un prodotto del sogno americano, che è un’opportunità, non una promessa”

La sfida americana  è appena cominciata con la vittoria di Joe Biden . La seguiremo con attenzione nell’intento di fare  cosa utile ai lettori ma anche per  quello che ha rappresentato l’America per il nostro paese  e per quello che sarà  con Trump o senza Trump per l’Europa e   il mondo intero .

(1)https://www.ilsole24ore.com/art/ho-paura-dadaisti-potere-non-sono-poesia-ADGRjTu

Ben Lerner è nato nel 1979 a Topeka, in Kansas. Poeta e romanziere, è una figura centrale della letteratura americana di questi ultimi anni. Ha pubblicato tre raccolte di poesie, tre romanzi, un saggio e molti articoli sulle pagine del New Yorker, di Harper’s, della Los Angeles Review of Books e di altri importanti periodici. Insegna Letteratura inglese presso il Brooklyn College. Ha vinto il Believer Book Award e il Preis der Stadt Münster für Internationale Poesie. È stato finalista del National Book Award e, quest’anno, del Premio Pulitzer per la Fiction. In Italia, sempre per Sellerio che aveva già pubblicato “Nel mondo a venire” (2015) e “Odiare la poesia” (2017), è uscito da poco il suo ultimo romanzo “Topeka School” (384 pagine, 16 euro , Traduzione di Martina Testa

(2)https://www.ilsole24ore.com/art/il-mio-paese-e-ragazzo-ribelle-AD8n4ov

David James Poissant è nato nello Stato di New York e poi ha vissuto in Georgia, in Arizona e in Ohio. Ora vive in Florida e ha da poco pubblicato il suo primo romanzo. È tra le voci più interessanti della nuova narrativa statunitense. Vive a Orlando e insegna alla University of Central Florida. Ha scritto una raccolta di racconti, Il paradiso degli animali, che è uscita anche in Italia nel 2015 per NN Editore. Ha pubblicato articoli sul New York Times, l’Atlantic, il Chicago Tribune. Per descrivere la sua scrittura si sono fatti i nomi di Carver, Cheever e Cunningham. Il suo primo romanzo, pubblicato nello scorso luglio negli Stati Uniti, è

uscito da pochi giorni anche in italiano. Si intitola La casa sul lago (NN editore, 352 pagine, 18 euro, traduzione di Gioia Guerzoni).

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