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QUESTO NOSTRO DIFFICILE TEMPO

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Redazione- Questo nostro difficile tempo, tra la nebulosità del futuro e la precarietà nel presente… Basta ed avanza per sentirci scorati…Bene lo argomenta il National Geographic(1): questo virus ha cambiato le nostre abitudini, muta come entriamo nel mondo e come ce ne accomiatiamo.

Marzo 2020, pieno lockdown duro, attraverso l’inconsueto dato dal cambiamento   e la restrizione che ne deriva, cerco di mettere in campo attitude alla disciplina. Faccio appello alla resilienza, anche alla speranza. Avverto in modo impalpabile, forse non facilmente descrivibile, che la città dove attualmente abito muta a sua volta. Il silenzio varia di densità, la primavera sembra ingabbiata.

Leggo su Facebook un brano che mi tocca: oggi mi chiedo cosa è cambiato, quali progetti posso fare, se mi sono permesse speranze realistiche o, piuttosto, occorra prendere atto che questa pandemia – e gli effetti reali ad essa collegati –  ha scorticato le nostre anime e sempre più siamo imprigionati in un presente precario nel quale la proposta di futuro si colora di nebulosità. Aumenta la rabbia che nasce da un senso profondo di frustrazione, sembrano minoritari coloro che attraverso questa prova mostrano di dare, invece, il meglio di sé.

In un brano a cura della Redazione di Huffington Post (2), pubblicato il 24 marzo 2020, ritrovo un racconto in grado di dare non solo volto alle nostre paure, ma anche voce alla bellezza della vita ed alla speranza che della vita è la radice più robusta. La paura non viene nascosta, la sofferenza è dichiarata, è resa esplicita dal tormento che nasce dal dover stare a bordo della nave, dall’essere isolati dai propri affetti, dentro ore coatte, difficili.

E’ un dialogo fra un capitano ed il suo mozzo: a quest’ultimo sono di peso il “non poter scendere a terra, il non poter abbracciare” i propri “cari”. Nella risposta il capitano sottolinea, invece, la necessità di evitare “di infettare qualcuno” non in grado di “reggere la malattia”. Se il mozzo conviene, manifesta però di sentirsi comunque “privato della libertà”, una contingenza decisamente insopportabile. Il capitano, in modo imprevedibile, paradossale, ma saggio al tempo stesso, sollecita il mozzo a privarsi a sua volta di qualcosa. Come se, per non sentire la mancanza delle cose, fosse, invece, necessario avere accesso solo all’ essenziale. E’ questo il succo di una precedente esperienza di quarantena che al capitano aveva consentito di imparare a vivere senza orpelli superflui.

“I primi giorni furono duri (…) Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.”Come nei riti di passaggio ai quali faceva cenno Arnold Van Gennep (3) il vivere sociale “è processo continuamente scandito da movimenti di separazione e di aggregazione, di uscita e di entrata. L’esistere si rapporta e modifica in un continuo morire e rinascere”.Lo conferma nel capitano una volontà di rinascita, nutrita di tenacia e  parsimonia: sobrietà nel cibo, per mantenere lo stato di salute, “depurazione da pensieri malsani”, impegno nella lettura di “almeno una pagina al giorno di un libro” di argomento non noto” e, non ultime, “profonde respirazioni ogni mattina”. Attraverso un duro ma costante esercizio di disciplina il capitano condensa, importante, il monito a privarsi “di pensare (…) a ciò” di cui si sta facendo a meno.

“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo”.Così commenta il capitano al quale il mozzo, con trepidazione, rivolge l’ineludibile, forse scontata, domanda.“Vi privarono anche della primavera?”“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più”.Se a marzo i vetri dei negozi sussurravano quell’andrà tutto bene che in parte ci spingeva alla prudenza – ma era anche in grado di saper alimentare una speranza –  ad oggi fiori e frasi sono spariti.Le ore trascorse dentro le nostre case vengono scandite dal non più, non lambiscono completamente una speranza dell’ancora. Esaltano un cambiamento brutale al quale sarà giocoforza adattarsi. Per quanto non è dato sapere. Sembra il tempo scorrere ad altra velocità, anche sospeso, quasi trattenuto, forse smorzato della sua essenza. Ci appare devitalizzato, inquieta una rappresentazione del dopo non confortata da informazioni certe in itinere, è ansiogeno un futuro non percepito migliore di un passato di cui abbiamo invece ampia canoscenza.

Molti hanno la percezione di essere sballottati dentro un navigare a vista, la barchetta impoverita di certezze dentro un mare sconosciuto.

Ci si appella, anche simbolicamente, in mancanza di una bussola, alla pregressa conoscenza del vento. Fuori c’è un nemico invisibile, che può anche essere già dentro di noi. Siamo vivi dentro una giornata smorzata nei ritmi, mutata nei riti, impoverita di abitudini non scontate. Non è cambiamento da poco. Drammaticamente incombente è la rappresentazione di una morte brutta, che striscia dentro i nostri pensieri, una morte in solitudine di cui percepire, inquietante, una realistica esistenza che molto e nel profondo punge.Avevamo contezza della morte, la sapevamo già parte della vita, ma ci sembrava di poter avere la possibilità di vie di fuga ponendo dentro una sorta di parentesi pensieri veri, ma scomodi, per dare alle parole significati in percentuale.Ora, invece, in una sorta di deserto dei tartari, diventa ancora più reale quello che appare drammaticamente appalesato tramite il bollettino delle morti causate da Covid 19, un bollettino che ci viene quotidianamente comunicato.

Una premessa, forse dovuta. La prima difficoltà ad affrontare la rappresentazione del virus era insita nell’inconsapevole senso di onnipotenza narcisistica del sapiens sapiens del terzo millennio: era già in campo una potente rimozione di massa rispetto al concetto di pericolo, si tendeva ad accreditare pericoloso altro e di natura altra.  Non certo un virus generante pandemia. E’ questo quanto fin da subito ha spiazzato tutti e, più o meno consapevolmente, rallentato manovre che potevano essere, invece, più tempestive, provvedimenti che potevano fin da subito essere finalizzati a concretezza ed incisività in una condizione già delicata, troppo confusa e di per sé potenzialmente generante ulteriore confusione.Abbiamo, poi, tutti davanti agli occhi – e con sgomento-  il tam tam dei telegiornali di febbraio e di marzo, portiamo incisa nel cuore –  ed incancellabile –  la processione di bare che dal territorio lombardo si dirigeva verso quello emiliano.Anche una sola di quelle morti, di per sé più struggente, scandisce una privazione doppia, di contatto e di sguardo, di vicinanza. Resta con dolore maggiore perché non ci si è potuti dire addio per sempre. Non basta che una cosa sia vera per accreditarla come tale, occorre l’atto reale del riconoscere, del dare alla cosa il nome che ha per davvero.

Il silenzio, le cui tonalità ora di volta in volta riusciamo ad ascoltare – perché possiamo anche ascoltarci meglio –  genera pensieri ambivalenti di attesa e vuoto, di speranza ed incertezza. Il rumore, che aleggiava prima nelle nostre città, era rumore di vita, forse anche coprente, ma sapeva di vita, la nostra. La sua assenza sembra oggi renderci incapaci di dare voce alla speranza dell’ancora possibile, tutto sommato l’interpretazione più vicina di un bisogno comune di conforto e reciproca vicinanza. Abbiamo anche bisogno di ritrovarci negli odori, nei suoni, negli spazi ed insieme poter dare un significato simbolico a questo presente, nel tormento dell’attesa di un vaccino, la cui contingenza è invocata come salvifica ma che impegnerà molto nella organizzazione, arruolamento e somministrazione. Nel tormento dell’oggi abbiamo bisogno di ridare vita alla vita: dentro e fuori sono diventate parole che non segnano più i confini usuali e non permettono di coltivare a breve l’illusione di una riconquistata intimità.Vale forse un bisbiglio che potrebbe anche divenire urlo: fai rumore, stammi vicino, fammi esistere per te, esisti con me. Preghiera laica, certo, ma spesso sottaciuta per pudore, vergogna, imbarazzo.

Riferimenti di bibliografia

(1)National Geographic, A world gone viral How the pandemic is changing our lives, 11,2020

(2)https://www.huffingtonpost.it/entry/mi-privarono-della-primavera-ma-fiorii-lo-stesso-il-brano-tratto-dal-libro-rosso-di-jung_it_5e7a12f1c5b63c3b64978db6 letto il 25.12.2020

 (3)  A.Van Gennep, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2012,  pg.XVII

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