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IMPLICAZIONI PSICOANALITICHE DEL DONO ED I CLUB DI SERVIZIO

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A cura di Antonio Lera (Neuropsichiatra, psicoterapeuta, Docente Università de L’Aquila

Redazione- L’essere umano, come un uccello marino, emerse dall’oceano dell’anima. La Terra non è il luogo della definitiva dimora per un uccello nato dal mare. No, noi siamo perle di quell’oceano, tutti viviamo in esso. Se così non fosse, come potrebbe giungere un’ondata dopo l’altra? Questo é il tempo dell’UNIONE, il tempo dell’eterna bellezza, il tempo della fortuna e della bontà. È l’oceano di purezza. L’ORA DEL DONO È ARRIVATA, qui è il rombo del mare, il mattino della felicità è spuntato. NO, È LA LUCE DI DIO. RUMI

PREMESSA.

 

Il dono è lo strumento dell’azione umanitaria del Rotary International per fare del Bene nel Mondo, ovvero l’idea del dono come paradigma sociale. Il Presidente eletto del RI, Ravi Ravindran, annunciò il tema presidenziale per l’anno 2015/2016 affermando: “Questo è il momento più significativo della mia vita . Tutti voi avete ricevuto molti doni. E adesso state ricevendo questo grande dono: un anno in cui usare tutti i vostri talenti, conoscenze, capacità e sforzi, per diventare ‘dono nel mondo’. Avrete un anno per trasformare il potenziale in realtà. Un anno alla guida dei club del vostro distretto, a trasformare la vita degli altri; il tempo è talmente breve e c’è tanto da fare. Vi chiedo di donare la vostra fiducia, dedizione, impegno e compassione. Oltre a donare tutti questi doni in questo anno rotariano, chiedo che voi stessi SIATE DONO NEL MONDO “. La mia trattazione vuole focalizzare l’attenzione su quali e quante possono essere le implicazioni psicoanalitiche del Dono.

Vorrei iniziare dalla figurazione RICEVERE A PIENE MANI che ci lascia intravedere l’idea del dono, della gioia della sua attesa, della gratitudine implicita nell’atto di ricevere. Spesso la prospettiva del donare è governata dal cosiddetto principio di reciprocità , suggerito nel 1926 da Malinowski, assumendo una dimensione simbolica del legame sociale governata dalla logica dello scambio dunque non al riparo da interessi e non libero ed afinalistico. Per un Rotariano, appare opportuno il rifarsi ad un paradigma diverso, in cui si possa cogliere fino in fondo il valore del dono nel fondare una visione positiva dell’uomo in una società che stringe l’occhiolino alla modernità sul piano relazionale, etico e morale, in compito dell’oggetto donato è quello di implementare i produrre un sentimenti d’amicizia tra le persone. Uno degli aspetti più interessanti nell’assunzione di questo paradigma, è quello che conduce al superamento della logica bipolare dello scambio, delineando insieme le differenze e le identità del dono che diviene atto che mette l’uno accanto all’altro (atto di riunione sociale) e non l’uno contro l’altro (atto di separazione sociale), liberando l’atto del dono dalle recriminatorie ambivalenti dello scambio e procedendo verso la liberazione della donazione in cui in ogni tessitura prevalga l’essere piuttosto che l’avere e si possa declinare il simbolo dell’amicizia per cui attraverso l’oggetto restituire dignità e valore al soggetto e non viceversa. In una chiave psicoanalitica si può dire con Freud, a proposito del dono come sia circolare il carattere della pulsione, tendente a ricercare la fonte originaria in un movimento di omeostasi ideale, in cui irrompono i parametri condizionanti il vivere, ovvero sull’asse delle ascisse il tempo e sull’asse delle ordinate lo spazio , con la creazione dello spazio mentale in cui si svolge poi la rappresentazione simbolica che tanto sottrae al carattere originario della bontà del movimento del dono.

Se è vero che per la psicoanalisi esiste una divisione del soggetto tra conscio e inconscio e la rappresentazione spaziale simbolica dell’iceberg ci mostra come l’inconscio prevalga di molto rispetto al conscio ovvero ciò che affiora in superficie di sè, a significare che l’io non è davvero padrone in casa propria, dal momento che le variabili profonde della psiche portano una certa quota di imprevedibilità sul piano esistenziale; riportando ciò al nostro discorso sul dono appare evidente come l’unica cosa certa nel meccanismo del donare, è la proiezione del desiderio di far felice l’altro attraverso l’oggetto da donare e dunque, spesso accade che si scelga un dono che piacerebbe ricevere a noi in primis ed è singolare come ci colga lo stupore nel vedere a volte la delusione raffigurata nel volto del ricevente, che tradotta significa “Ma come io ti ho donato una cosa talmente bella che l’avrei voluta io?”. Il Malinteso sta nel pensare che quello che ci piacerebbe ricevere in dono possa piacere anche all’altro. Questo significa che sia l’Io che l’Altro manca di qualcosa ed in sintesi estrema in chiave d’interpretazione psicoanalitica potremmo concludere con la formula do/no, ovvero non dono veramente, in quanto al “do” che è la parte significante, manifesta, corrisponde, sul piano del significato, il “no”. “Do/no”, tuttavia, non vuol dire semplicemente “non dare” ma più complessamente significa un dare che non è semplicemente un dare fine a se stesso, contenendo in se la matrice del riavere. E questo “dare che è un non dare” affonda le radici psicoanalitiche in tre dei suoi possibili oggetti: seno, feci e fallo, con l’immaginario dono del seno da parte della madre, il reale dono delle feci da parte del figlio ed infine il simbolico dono del fallo del padre. Per Freud dunque il dono è circostanziale all’oggetto anale.

Ma il dono, in psicoanalisi, trova nell’oblatività una definizione più matura, essendo l’attitudine al dono di sé all’altro, propria di una dimensione sacrificale che attiene alla radice spirituale, tanto che tale investimento oblativo dell’oggetto, è distintivo dell’uomo rispetto alla specie animale, in rapporto all’assunto dei valori morali. Il dono oblativo cosiddetto ideale, sarebbe dunque quello che determina il godimento dell’oggetto del bisogno, soddisfacente tutta la catena attraverso cui arriva l’oggetto: la mancanza da immaginaria diviene simbolica, superando la logica della frustrazione assurge al ruolo di significante in quanto l’assenza diventa presenza gratuita ed inaspettata, generante stupore. E’ proprio quello stupore che segue al dono che ne sancisce il senso e l’importanza sul piano sociale ed il sollevamento dalla condizione di debito è la forza originaria ed autentica che sottiene il meccanismo del donare. Lacan in una dei suoi assiomi più fondanti ci dona questa frase: “Amare è donare ciò che non si ha” in cui coglie l’aspetto fondamentale dell’amore, l’essere generosi. Per cui il vero dono non è offrire ciò che si possiede, Lacan è chiaro, dice “ciò che non si ha”. Dedicare il nostro tempo, la nostra attenzione, in ultima analisi la nostra presenza, è il dono essenziale che possiamo porgere all’altro, ovvero esserci in quanto mancanti dell’altro. In sostanza attivare questa reciprocità dell’essere che si conclude nella ricerca dell’unità del creato, in cui tutto diviene uno e l’io si avvicina ad essere D’Io. I bambini che hanno ricevuto amore attraverso oggetti, da genitori che davano ciò che avevano saranno ragazzi infelici che diverranno adulti infelici poiché mal amati , creando attorno a se relazioni infelici.

Mentre gli esseri umani, fin dalla tenera età, preferiscono segnali d’amore tangibili che indichino loro d’essere preziosi, importanti ed insostituibili, dissipando ogni possibile dubbio circa la loro desiderabilità (meccanismo alla base poi delle scelte anticonservative messe in atto da chi vive nel dubbio d’esser venuto al mondo non ben desiderato, a seguito di deprivazioni d’amore, non avendo beneficiato abbastanza del dono dell’altro, in quanto assente o comunque presente in modo insufficiente ed insoddisfacente.
I club di servizio, pongono alla base delle loro iniziative proprio la dedicazione, il tempo, la presenza, la mutualità e questo fa grande organizzazioni come il Rotary che attivano un discorso in cui il prodigarsi sottende il donarsi davvero. Ci sono uomini e donne, che dedicano all’altro tempo, presenza, ascolto, mi viene in mente il Rotary Campus in cui si diventa una famiglia sola e scompare nei soggetti in difficoltà ogni condizione di fragilità e di vulnerabilità in un contesto di convivialità e d’amore condiviso, tale capacità di amare amplifica il senso di valore all’altro e garantisce che la vita stessa sia degna d’esser vissuta, essendo essa stessa un dono. In questo spazio della verità esistenziale, il dono affranca il ricevente dalla condizione di debitore ed il donante da quella di creditore, in quanto la rivelazione/sorpresa del meccanismo del dono è data dalla dimora di reciprocità nel discorso Io-Altro, vale a dire il dono sottiene caratteristiche di reciprocità, ovvero il dono è per entrambi opportunità di gioia e godimento e nel bilancio dell’essere il linguaggio dell’amore scava nel reale fino ad annichilire la mancanza ad essere. La riprova che più si ricercano doni oggettuali preziosi meno si consegue il traguardo del dono stesso in termini di soddisfazione piena, quello che si verifica infatti è soltanto una transitoria tacitazione del desiderio, sviluppando una titolarità di un debito o di un credito che dir si voglia, impagabile con la vita, in un sistema vizioso di scambi che si fonda sull’idea che mentre noi facciano credito agli altri gli altri ci danno credito, ossia il mercato, non può essere più sospeso.

Dal punto di vista psicoanalitico vige sempre il binomio principio di piacere/principio di realtà, che poi di fatto significa dover oscillare nelle scelte, tra quelle pulsionali dirette verso il godimento individuale e quelle morali che spesso per rispettare la cosiddetta postura civile che hanno come prodotto spesso la rinuncia alla soddisfazione pulsionale, che significa dover tenere a bada l’inconscio da parte del superIo. Una vera e propria trappola esistenziale, in cui può accadere la lacerazione della struttura dell’Io, fino ad una vera e propria separazione o frammentazione dal sé. L’unico modo per il soggetto di uscire da questa spiacevole situazione, è la costruzione del sintomo che interviene per determinare una soddisfazione secondaria che imprigiona il soggetto all’interno di un corpo costretto a manifestarsi in vario modo. L’Unico modo per affrancarsi dal sintomo è per l’appunto il dono, sia nella sua componente attiva del donare che in quella passiva del ricevere doni, uscendo fuori dalla dinamica dello scambio ed in particolare disegnando nel cielo una miriade di stelle, ovvero una costellazione dei doni.Il dono è dunque nella misura della gratuità, della benevolenza, dell’amicizia, perchè amando si dona la mancanza ed il dono stesso diviene occasione di pienezza, sottomessi come a desiderare ciò che non si ha, finendo per comunicare al di fuori dello scambio e di ogni equivalenza. In buona sostanza s’intravede l’Agape che interviene per superare la coazione a desiderare, affermando la pienezza del donante e nell’idea dell’Agape la parola dono, pur non avendo alcuna radice etimologica comune, s’intreccia con alcune parole che spesso sono lontane da molti vocabolari personali: rispetto, sensibilità, dedicazione,

ascolto, disponibilità, ricerca, attesa, generosità, attenzione, cura ed infine rifugio.

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