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” MATARIKI , GLOBALIZZAZIONE ED ORGANIZZAZIONE DEI TEMPI SOCIALI. LA SFIDA DEL CALENDARIO PER UN NUOVO GOVERNO DEL TEMPO ” ( PRIMA PARTE )

di Silvio Petaccia e Giovanni Zuccarini (ing. Silvio Petaccia Ph.D. in Geofisica Applicata e gia’ docente di Fisica nella Pubblica Istruzione) (dott. Giovanni Zuccarini gia’ responsabile della biblioteca di Villa Frigerj della Direzione Regionale Musei Abruzzo di Chieti)

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Parte introduttiva

Redazione-  La riflessione sulla natura del tempo, la sua origine e la problematica di come lo si misura per determinare sempre più rigorosamente l’intervallo di tempo che necessariamente trascorre tra due eventi (che rende sensibile il passaggio del tempo); l’irreversibilità del suo fluire e del suo finire (la direzione del tempo se esiste veramente un fine e una fine della storia), ha posto continuamente domande che hanno attraversato sin dagli albori la civiltà occidentale. Una meditazione sul tempo che ha coinvolto da sempre i più disparati saperi che nello stesso tempo hanno affrontato il problema da un punto di vista filosofico e scientifico. Filosofi e scienziati, non hanno mai desistito dal misurarsi con i problemi che a loro poneva la categoria del tempo che forse al pari o meglio di quella dello spazio, costituisce la dimensione che l’uomo percepisce con maggiore immediatezza nella concretezza della sua vita. Tuttavia se passiamo anche brevemente in rassegna tutto ciò che di volta in volta la riflessione metafisica e scientifica ha delineato come spiegazione della possibile natura oggettiva del tempo, veniamo a contatto con una pluralità di visioni, di interpretazioni circa la sua essenza difficili da armonizzare. Cosi in ambito scientifico passiamo dall’ipotesi di Galileo, che trova la sua fondazione scientifica in Newton, del concetto di tempo come categoria assoluta, oggettiva che rende possibile l’esistenza di un tempo assoluto e quindi indipendente da un qualsiasi osservatore, all’ipotesi contraria formulata da Einstein che ad esempio attraverso i suoi studi sul campo gravitazionale che deforma lo spazio- tempo o sull’elettromagnetismo, la natura della luce e la sua velocità di propagazione delinea un modello relativistico della percezione del tempo che mette a nudo l’effettiva inconsistenza di una teoria che pensa un tempo e uno spazio assoluto. Ma più che tracciare qui una sintesi panoramica che metta a tema la rilevanza del tempo per le scienze esatte, o in particolare della sua fondamentale importanza per la fisica moderna, ci preme accennare come forse sia necessario nel contesto delle nostre vite collettive un graduale passaggio dall’esistenza di una pluralità di tempi, dei tanti tempi particolari misurati dall’uomo nei contesti storici, sociali e culturali più vari a una sempre maggiore loro armonizzazione al fine di orientarci sempre più verso un tempo mondiale.

Soprattutto perché siamo passati nel volgere di poco tempo dal telegrafo, al telefono, ai voli di linea e via via a un contesto di mondo globalizzato e attraversato sempre più dalla tecnologia della comunicazione e dell’informazione. Una globalizzazione che riempie le nostre riflessioni ma anche le nostre vite quotidiane: possiamo ad esempio nelle nostre società contemporanee trasportare capitali da una parte all’altra del mondo con un semplice clic del computer, comunicare e trasmettere dati, informazioni, immagini in tempo reale o tendenzialmente istantaneo annullando pertanto le distanze. Tuttavia a far da sfondo a tutti questi eventi che attestano velocità negli spostamenti, simultaneità tendenziale nelle comunicazioni e nelle operazioni più diverse, vi è un mosaico variegato di ordini temporali non sempre facili da comporre. Non si tratta solo di diversità di fuso orario legato alla rotazione della terra attorno a sé stessa, o della diversità dei tempi geografici della notte e del giorno, ma anche di implicazioni che coinvolgono la storia, la politica, la cultura e in definitiva il potere. Innanzitutto coinvolgono il nostro tempo esistenziale, sociale e spirituale che in un mondo sebbene sempre più globalizzato resta però ancora organizzato in archi tempo di tempo diversi nelle diverse società. Ad esempio in Occidente usiamo il calendario gregoriano e in Oriente quello Giuliano, pertanto l’uno festeggerà il Natale il 25 dicembre l’altro il 7 gennaio. Lo stesso sarà per la Pasqua celebrata da tutti i cristiani ma in date diverse, dovute sempre al fatto che si utilizzano due diversi calendari. Lo stesso si può dire per il capodanno, a sua volta importante perché comporta il cambio della data. Ebbene quello cinese è in primavera ma soprattutto quello Maori in Nuova Zelanda chiamato “Matariki”, diventato persino festa nazionale, si celebra di volta in volta o a giugno o a luglio, quando sorge nel cielo l’ammasso stellare delle pleiadi. A questo punto ci chiediamo: e se in un mondo sempre più globalizzato caratterizzato da una sempre più forte interdipendenza economico-finanziaria, politica e sociale tra i più vari contesti culturali del mondo, sorgesse il bisogno di imporre un ordine razionale ai tempi di vita di quella che potrebbe diventare una unica società mondiale, chiederemmo forse ai Maori di cambiare il loro calendario?

Calendari nella storia

Per inquadrare meglio la questione inizieremo con un breve excursus storico per delineare le tappe fondamentali che hanno caratterizzato l’evoluzione del calendario nella nostra civiltà occidentale. A questo scopo ci chiediamo: su quali basi temporali si strutturava l’arte di vivere nelle società antiche e quali nozioni avevano del tempo, come lo rappresentavano e misuravano per determinare il nome e il numero dei giorni, delle settimane e dei mesi contenuti in un anno? Alla domanda possiamo rispondere ricordando che soprattutto per quanto riguarda l’antica Grecia, le varie popolazioni elleniche avevano modi diversi di computare i giorni dell’anno. Sicuramente anche se tutte si basavano sul tempo che la luna impiega a compiere la sua rotazione intorno alla terra, che è all’incirca di 29 giorni, 12 ore e circa 45 minuti, arrotondati in 29 giorni e mezzo, è da ricordare che ogni città aveva un suo calendario e i nomi dei vari mesi variavano da città a città ed erano completamente diversi dai nostri. Per Atene l’anno cominciava al solstizio d’estate, nel mese di Ecatombeone (luglio), ed era indicato in base alle Olimpiadi che sappiamo essere eseguite ogni quattro anni; mentre a Roma venivano contati ab Urbe condita, ossia a partire dalla fondazione di Roma nel

753 a.C. Soprattutto vi è da dire che pochi popoli dell’antichità hanno sentito quanto i romani l’esigenza di fissare il tempo nella vita pubblica e privata, come documentano i numerosi rinvenimenti di calendari e orologi solari nei siti archeologici di epoca romana.

Il più antico calendario romano, attribuito dalla tradizione a Romolo era un tipico calendario basato sui cicli della luna e, come riferisce il poeta Ovidio nei Fasti, contava 10 mesi lunari della durata di 29 o 30 giorni, per un totale di 304 giorni. L’anno era più corto, secondo Ovidio, perché non si avevano ancora i mesi di gennaio e febbraio. L’anno civile infatti iniziava il 1° marzo e si concludeva a dicembre, come del resto attestano i mesi di settembre (september da septem), ottobre (october da octo), novembre (november da novem) dicembre (december da decem) che conservano nel loro nome il ricordo della loro antica posizione di settimo, ottavo, nono e decimo mese del calendario romuleo. Stranamente questi mesi conservarono lo stesso nome anche quando per l’aggiunta, o spostamento, dei mesi nei successivi calendari riformati non ricoprivano più quelle posizioni nella sequenza dei mesi che costituivano l’anno.

Per quanto concerne gli altri mesi che nel calendario di Romolo erano chiamati sempre in base alla loro collocazione, quintilis e sextilis perché indicavano il quinto e il sesto mese dell’anno a partire dal primo, che ricordiamo era marzo, cambiarono successivamente denominazione. Infatti, in epoca cesariana, su proposta del console Marco Antonio il mese di quintile sarà ribattezzato Iulius (luglio) in onore di Giulio Cesare nato proprio in quel mese; mentre il mese di sestile, secondo Macrobio, dall’8 a.C. diverrà Augustus (agosto) in onore di Augusto. E, si scelse proprio questo mese, perché l’imperatore vi aveva ottenuto le vittorie più importanti tra cui quelle sull’Egitto di Cleopatra e Antonio. In questo mese inoltre, si celebravano anche le Feriae Augusti, il riposo di Augusto, che prendevano anch’esse il nome dall’imperatore e da cui deriva il nostro Ferragosto. Riguardo agli altri quattro mesi i cui nomi non risultavano derivare come gli altri da numerali ordinali, nel mondo romano circa l’etimologia dei loro nomi, era diffusa la spiegazione che marzo (martius), il primo mese dell’anno romuleo, aveva questo nome perché dedicato dal fondatore di Roma a Marte che sovrintendeva alle guerre. Infatti a marzo si riprendevano le ostilità che erano state sospese a causa dell’arrivo dei mesi invernali. Per quanto concerne gli altri mesi vi era una varietà di ipotesi di cui si lamentava lo stesso Ovidio che nei Fasti fa derivare il nome di aprile, aprilis, dalla dea Afrodite (Venere) mentre Varrone, citato da Macrobio, dal significato della voce aperio del verbo latino aperire, aprire, perché aprile è il mese in cui i fiori, i frutti sbocciano, si aprono e spuntano i germogli delle piante. Anche per quanto concerne il mese di maggio, maius, vi era disaccordo sull’origine del nome, forse l’ipotesi più attendibile era quella che derivava il nome del mese da Maia, dea della fecondità e della natura; mentre il mese successivo era detto giugno, junius, perché consacrato a Giunone, dea protettrice dei matrimoni. Ovidio, però, su questi ultimi due mesi era in disaccordo con gli altri perché pensava che maggio doveva il suo nome al fatto di essere il mese consacrato ai vecchi (maiores) al contrario di giugno associato ai giovani (iuvenes); comunque Ovidio nei Fasti riferisce anche altre ipotesi.

Quindi anche per i romani il primo metro che si impose per la misura del tempo fu il fenomeno, ai loro occhi più regolare ed evidente, delle trasformazioni che subisce la luna dalla sua fase nascente a luna piena e poi da luna piena a ultimo quarto. Ma vi erano delle complicazioni perché il calendario di Romolo se era di 304 giorni non concordava affatto con l’anno lunare che consta approssimativamente di 354 giorni. Dalle informazioni che riceviamo dalle Vite parallele di Plutarco, al re Numa Pompilio di origine sabina e successore di Romolo era attribuito il merito di aver riformato il calendario romuleo composto di dieci mesi. Plutarco ci presenta Numa come un illuminato riformatore che divise il territorio in cantoni, denominati pagi e suddivise il popolo per mestieri (flautisti, orefici, carpentieri ecc.), così da far scomparire nelle città l’uso di ritenersi chi sabino e chi romano, fatto questo che impediva di raggiungere l’unità tra le due stirpi. Ma soprattutto, secondo Plutarco, affrontò in maniera razionale il problema del calendario, che sarebbe stato riformato da Numa aggiungendovi i due mesi che precedono marzo, cioè gennaio e febbraio in modo da far risultare l’anno composto di 355 giorni. A dire il vero Plutarco, a differenza di Ovidio, credeva che l’anno romuleo fosse composto di dodici e non di dieci mesi. Questo significava che Numa non aveva aggiunto, ma solo cambiato l’ordine dei mesi stessi, perché gennaio che era l’undicesimo mese divenne il primo e marzo che era il primo divenne il terzo. Plutarco ipotizza che Numa tolse dal primo posto il mese di marzo, dedicato a Marte dio della guerra, perché desiderava che si anteponesse sempre e dovunque il potere civile a quello militare. Brevemente ricordiamo che anche gennaio e febbraio devono i loro nomi a personaggi del mito, infatti gennaio (januarius) è dedicato a Giano bifronte, che con le sue due facce ben rappresenta il mese di gennaio che nella sua posizione può guadare in due direzioni, l’ultimo giorno dell’anno che sta per concludersi e il primo del nuovo; mentre febbraio (februarius) perché dedicato al dio romano della purificazione Februus.

Tuttavia nonostante i mesi aggiunti, o spostati, di gennaio e febbraio il calendario numano risultava all’incirca composto di 355 giorni, di conseguenza Numa dovette affrontare il problema della discrepanza tra anno solare e anno lunare. A tal proposito Plutarco sosteneva che Numa avesse cognizione della differenza esistente tra il corso del sole e quello della luna, e stimò che questa risultasse sempre di undici giorni: perché l’anno solare comprende 365 giorni e il lunare 354. Per questo raddoppiò gli undici giorni e li aggiunse ogni due anni subito dopo il giorno dei Terminalia (che cadeva il 23 febbraio), sotto forma di mese intercalare chiamato dai romani mercedonio. Il mese di febbraio quindi veniva ridotto a 23 o 24 giorni, e i restanti 5 o 4 giorni erano aggiunti ai 22 o ai 23 da intercalare, di conseguenza il mercedonio risultava essere un mese di 27 giorni. Ma questa correzione che sembrava mettere a posto le cose, avrebbe richiesto in avvenire correzioni ancora maggiori per porre fine al disordine e alla confusione crescente che via via venne creandosi e a cui Cesare, nella sua qualità di pontefice Massimo, pensò di porre rimedio attraverso la riforma che nel 46 a.C. stabili la regola del calendario giuliano.

Soprattutto bisogna ricordare che se le misure prese da Numa non bastarono ad evitare sfasamenti temporali tra la lunghezza dell’anno civile rispetto all’anno solare, era da attribuire in gran parte al fatto che il calendario appartenente alla sfera del sacro era nella competenza esclusiva dei pontefici, infatti per molto tempo rimase a lungo segreto nei loro archivi. Ed era prerogativa esclusiva del pontefice massimo di redigere di anno in anno il calendario e di inserire ad anni alterni il mese intercalare per adeguare il calendario di 355 giorni all’anno solare. Cosi, o per interessi personali o perché condizionati da interesse politici o economici, abusando di questo potere assoluto di stabilire la lunghezza dell’anno, di poterlo di volta in volta accorciarlo e allungarlo, i pontefici crearono una irregolarità tale che non c’era più il minimo accordo tra anno comune e anno solare. Giulio Cesare comprese che occorreva assolutamente rimediare a queste anomalie. Ma da Cesare ad Augusto, che riscriverà a sua volta il calendario, i romani scoprirono sempre più le potenzialità del calendario stesso come strumento di potere, di egemonia, di propaganda e di omologazione culturale dei territori conquistati. Ma di questo aspetto importante forse è meglio parlarne la prossima volta anche per entrare maggiormente nei dettagli.

…continua…

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1 Commento
  1. mario dice

    ok e quindi