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“MAMMA LI TURCHI “ – DI VALTER MARCONE

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Redazione- Ho trovato sul web in una chat su Quora.it che riporta l’origine di alcuni detti una spiegazione del detto “ Mamma li turchi “ che fa la storia di questa frase una specie di monito, un’ allerta nei confronti di un pericolo. In verità un pericolo storico quello delle incursioni ottomane sul territorio della penisola italiana , soprattutto con sbarchi dal mare e azioni piratesche .

Ferruccio Gemmellaro su statoquotidiano.com racconta così l’origine di questo detto : ““So’ sbarcati li turchi alla marina!” (…) È ammissibile che un simile avviso sia stato urlato tra le vie di Manfredonia allo sbarco dei pirati per lo scellerato saccheggio del 16 agosto 1620; un’infamità poiché non sarebbe stato spontaneo ma ordito in “casa nostra”, per un vero e proprio attentato terroristico alla stregua dell’11 settembre newyorkese. Il grido “Mamma li turchi” invece, più che di terrore sarebbe stato l’allarme adottato dai picciotti palermitani nel 1799 per richiamare le loro madri acciocché si sporgessero dai balconi e finestre a lanciare qualsiasi oggetto consistente sulle teste dei marinai turchi in transito. L’offensiva popolare era generata dal fatto che alcuni di loro afferravano e violentavano giovani donne che capitavano a tiro. Il Salento, però, lo ritiene molto più vetusto e lo fa proprio a ricordo della tragedia di Otranto nel 1480.(1)

E continua Gemmellaro : “I pugliesi si tramandano “Ca te pûezze vedè mméne de Turchje” (Che ti possa vedere cadere in mano ai Turchi), un improperio rivolto oggi in modo figurato alla persona odiata, oppure “Do’ turchi e do’ diavuli su’ quattro dimogni” (Due turchi e due diavoli fanno quattro demoni), e ancora “Nu cresce erva a ddu passa cavaddo de turchi” (Non cresce erba dove passa un cavallo dei turchi), e infine “Li mucchi pàrune Turchi e le spùngule pàrune spate” (I covoni sembrano turchi e le spille sembrano spade), questo un adagio che racchiude quanta impressione poteva suscitare nei contadini tali immagini, poiché li riportava col pensiero alla scenografia degli sbarchi saraceni, tra vele, turbanti e armi bianche quali le sciabole, con le quali erano celeri nello sgozzare o decapitare.”(2)

Mi sono dilungato nel trascrivere quanto il giornalista della testata statoquotidiano.it che si occupa di cronaca della regione Puglia con particolare riferimento a Foggia e Manfredonia scrive per introdurre il tema di questa riflessione: i Balcani ieri e oggi in riferimento anche all’impero ottomano in un contesto geopolitico che vede il protagonismo di Erdogan attuale presidente turco. Un protagonismo che sembra dire che Erdoğan è l’uomo giusto per la Turchia nostalgica che sogna di tornare” impero”. Il 3 novembre del 2002 il suo partito ottenne una vittoria schiacciante alle elezioni. Fu l’atto di nascita dell’ascesa del “nuovo Sultano” . Oggi Ankara è parte della Nato ma intrattiene un rapporto molto particolare con Mosca. Il neo-ottomanesimo passa per il recupero della “dorsale verde” dei Balcani. Dopo il tramonto dei regimi militari che avevano garantito la laicità e l’ancoraggio all’Occidente per circa ottant’anni, la Turchia sta cedendo davanti a una travolgente ondata di nostalgia verso un certo modello islamico e la voglia di un rinato impero ottomano. Un processo che indica nel neo-ottamanesimo un obiettivo anche della politica estera irredentista, interventista ed espansionista di Recep Tayyip Erdogan nel Mediterraneo orientale e nei vicini Cipro, Grecia , Iraq, Siria, nonché da ultimo in Libia e nel Nagorno Karabakh.

I Balcani dunque e quello che è accaduto nella storia di quelle terre rivisto alla luce degli avvenimenti di oggi .

Il 17 novembre 1922 la nave da guerra britannica Malaya lascia quella che allora si chiama ancora Costantinopoli, direzione Malta. A bordo, accompagnato da qualche cortigiano, il deposto sultano Mehmet VI Vahdettin: non rivedrà più la Città d’oro e quattro anni più tardi si spegnerà a Sanremo, attorniato dagli eunuchi e dalle cinque mogli, nella villa che era stata di Alfred Nobel.

Pochi giorni prima, il 1° novembre, la Grande assemblea nazionale di Ankara ha formalmente abolito l’Impero Ottomano, tenendo però temporaneamente in vita il califfato

Fabio L. Grassi, docente di Storia dell’Europa Orientale alla Sapienza di Roma in una intervista data a Daniele Mont D’Arpizio e pubblicata su ilbolive.unipd.it spiega così a seguito di quella dichiarazione la nascita della Turchia : “La genesi della Turchia repubblicana, come ho detto in qualche occasione, può essere paragonata a una colata di cemento su un vulcano esploso. Pensiamo che allo scoppio della grande guerra nei territori dell’attuale Turchia ci sono non più di 20 milioni di persone, dei quali tre milioni di profughi, o loro discendenti, e circa tre milioni e mezzo di cristiani. Già nel 1894-6 e nel 1909 ci sono delle spaventose stragi di armeni anatolici, che vivono in uno stato di permanente pericolo soprattutto a causa dell’afflusso dei musulmani cacciati dai Balcani e dal Caucaso, immiseriti e inferociti. Anche per questo nelle élites armene, tra cui ci sono anche molti progressisti o socialisti, nasce e si rafforza una coscienza nazionale e la volontà di una redenzione con la nascita di un’entità armena, indipendente o in seno all’impero zarista”.

Si verifica dunque una cacciata delle popolazioni musulmane dai Balcani e dal Caucaso che fornisce ai giovani turchi da una parte un modello, dall’altro gli esecutori dei massacri dei cristiani.

Un processo che va avanti ormai da molte legislature e con il riconfermarsi della carica di Presidente a Erdogan . Che ha una sua visione completamente opposta alla visione centripeta di Atatürk. La Turchia alla fine della guerra fredda ha assunto un ruolo importante dal punto di vista economico per esempio nei Balcani sia nel mondo arabo in generale .Erdoğan si è posto come paladino delle primavere arabe e impanato nella situazione siriana continua a scoraggiare i tentativi di autonomia curda .

Un ruolo della Turchia dunque ritagliato da Erdogan che dopo la deflagrazione delle ostilità tra Israele ed Hamas , riaccese con l’invasione dei miliziani di Hamas sul territorio israeliano ,lo porta a dire : “ “Hamas non è un gruppo terroristico, ma un gruppo di liberatori che proteggono la loro terra” in un discorso al parlamento di Ankara, in cui ha difeso i carnefici nel massacro del 7 ottobre e sferrato un attacco a Israele, accusandolo di commettere a Gaza “crimini contro l’umanità premeditati” . Fino a cancellare la sua visita prevista in Israele. “Non abbiamo problemi con lo Stato di Israele ma non abbiamo mai approvato le atrocità commesse da Israele e il suo modo di agire, simile a un’organizzazione più che uno Stato”.

Mehmet VI Vahdettin è il discendente di Solimano il Magnifico che tentò l’assedio di Vienna nel 1529 per espandere l’impero a settentrione e conquistare la città di Vienna (Austria). . L’esercito ottomano assediò Vienna e i suoi difensori il 14 luglio 1683. Il conte capo delle truppe rifiutò di arrendersi e si chiuse dentro le mura della città, mentre la corte imperiale e gli ambasciatori si diedero alla fuga. Gli assedianti dopo molti giorni decisero di attaccare la città che non si arrendeva per tentare di espugnarla . L’estrema difesa però costrinse gli assalitori a rinunciare all’assedio .Il protagonista di questa vittoria, oltre al re polacco Sobieski, fu anche il frate cappuccino Marco d’Aviano. Era stato incaricato dal Papa Innocenzo XI, nella primavera del 1683, di sollecitare i regnanti cattolici ad allearsi in una Lega Santa per contrastare l’avanzata turca. Alcuni storici credono che l’obiettivo principale di Solimano nel 1529 fosse quello di ristabilire il controllo ottomano sull’Ungheria, e che la decisione di attaccare Vienna così tardi nella stagione fosse opportunistica.

Con la pace di Adrianopoli (1566), stipulata con l’Austria, i turchi si erano comunque garantiti il possesso dei territori conquistati fino a quel momento in Europa. In seguito, tra ‘500 e ‘600, gli Ottomani provarono a riprendere l’offensiva, tramite una serie di conflitti minori, senza però riuscire definitivamente a penetrare nel cuore dell’Europa cristiana, soprattutto per l’importante sconfitta navale subita a Lepanto nel 1571.

Ma gli ottomani giunsero davanti a Vienna anche nel 1683 per combattere una grande battaglia. Carlo V di Lorena guidava la difesa austriaca che non riuscì ad intercettare i turchi ai confini ed evitare l’assedio di Vienna da parte di centomila uomini radunati dagli Ottomani.. Un assedio che fu un fallimento e la sua conclusione favorevole alle forze cristiane, segnò l’inizio del lento abbandono dell’area balcanica da parte degli Ottomani e la loro progressiva ritirata dall’Europa che sarebbe proseguita per tutto il secolo seguente.

Il regista Renzo Martinelli ha girato un film su questa battaglia intitolato “11 settembre 1683”.uscito nel 2013. Racconta in una intervista pubblicata su Famiglia Cristiana : “Tutto è cominciato dodici anni fa. Ero a Cinecittà per mixare Vajont: mi telefonano i miei collaboratori e mi dicono di accendere la Tv perché a New York sono state attaccate le Torri Gemelle. Resto scioccato. E come tanti mi sento costretto a confrontarmi con una realtà fino ad allora ignorata, quella islamica. Nel 2001, quasi nessuno di noi in Occidente sapeva chi fossero gli sciiti, i sunniti, i salafiti, i wahabiti… Ho cominciato a leggere, a documentarmi, a capire quali fossero le ragioni di un odio così profondo da parte di alcuni settori di quella cultura verso l’Occidente. Solo un odio viscerale poteva giustificare un attacco terroristico di tali proporzioni. ..(…)Un mio collaboratore fa delle ricerche e mi segnala due date: 11 settembre del 2001 e 11 settembre del 1683. In me comincia a suonare un campanello… “

Renzo Martinelli dunque gira un film dal titolo appunto 11 settembre 1683 e di quel giorno e di quella battaglia così racconta l’esito favorevole ai cristiani grazie a frate Marco d’Aviano che aveva tessuto pazientemente la tela diplomatica. Al momento in cui il sultano Maometto IV, nella primavera del 1683, diede ordine di muoversi a un esercito forte di 300 mila unità, al comando del gran visir Karà Mustafà.,Marco D’Aviano , convinse Leopoldo I e papa Innocenzo XI che era indispensabile formare l’esercito cristiano della Lega Santa, perché i musulmani sarebbero presto arrivati alle mura di Vienna. Anche se nell’armata mussulmana non tutti erano guerrieri( c’erano al seguito migliaia di fabbri, sterratori, carpentieri, perfino donne e addetti alle cibarie per il conforto della truppa). comunque, la proporzione di forze in campo sarebbe stata almeno di tre a uno in favore dei turchi rispetto ai cristiani. E soprattutto Marco D’Aviano individuò il re polacco, Jan III Sobieski, l’unico che forte della sua esperienza militare sul campo, avrebbe potuto sconfiggere l’esercito ottomano di Karà Mustafà, nettamente superiore per forze.

Di fatto continua Martinelli a raccontare , anche se non tutti gli storici concordano con questi fatti : “Sobieski vinse facendo proprio quello che Karà Mustafà riteneva impossibile. Nella piovosa notte della vigilia, con i suoi compì un’impresa epica scavalcando il monte Kahlemberg: 62 cannoni e circa diecimila cavalieri scalarono nel fango i 600 metri d’altitudine, per poi attaccare il mattino successivo da posizioni di vantaggio lo schieramento ottomano. Soltanto l’accampamento di Karà Mustafà si sviluppava per circa due chilometri e mezzo: le retrovie dalla parte del Kalemberg erano state lasciate scoperte perché ritenute inattaccabili. Mustafà non volle dar retta agli ammonimenti dei suoi alleati tartari i quali, vista la mala parata, a quel punto lo abbandonarono. Sotto il devastante attacco degli Ussari alati, la più temibile e pesante cavalleria scelta dell’epoca, i turchi prima sbandarono e poi si ritirarono, in ritta”. (3)

In entrambi i casi furono respinti . Si legge sulla enciclopedia Treccani : “Già prima della fine del 17° sec. l’impero o. subì le prime perdite territoriali: dopo il vano assedio di Vienna (1683), i Turchi dovettero sgombrare l’Ungheria; nel 1697 la pace di Carlowitz sanzionò la perdita dell’Ungheria e della Transilvania, nonché quella temporanea della Morea, riconquistata a Venezia dalle campagne di F. Morosini , la prima grande guerra che si chiudesse in perdita per lo Stato ottomano. Vent’anni dopo il Trattato di Passarowitz (1718) comportò la perdita di parte della Serbia in favore dell’ Austria , mentre la Russia cominciava a premere sulle frontiere dell’impero. Le guerre russo-turche del 1768-1774 e 1787-92 si conclusero con la perdita della Crimea e determinarono l’estensione dell’influenza russa sul Mar Nero e sui Balcani. La campagna napoleonica in Egitto (1798) disgregò l’autorità imperiale in Africa fino alla concessione dell’autonomia all’Egitto (1805). “(4)

Josip Broz, il maresciallo Tito, fondò la Iugoslavia nel 1946 Scelse per il Paese, una “via nazionale” al socialismo, rifiutando il modello economico sovietico e puntando sull’autogestione a livello locale delle singole imprese. Una repubblica che comprendeva l’ex territprio del regno di Iugoslavia formatosi nel 1919, al termine della prima guerra mondiale , dalla disgregazione degli Imperi austro-ungarico e ottomano, Al primo appartenevano la Slovenia, la Croazia e la parte settentrionale della Serbia, al secondo la Bosnia Erzegovina , il Montenegro, la Macedonia e la parte meridionale della Serbia . Un territorio in cui si parlavano tre lingue ufficiali (serbo-croato, sloveno e macedone) e si usavano due alfabeti (latino e cirillico); si praticavano tre religioni (cattolica, ortodossa e musulmana).

Tito riuscì a dare un’entità agli otto paesi che formavano la sua “ creatura” , rompendo anche con l’Unione sovietica di Stalin e riavvicinandosi a quel paese dopo la morte di quest’ultimo. Riuscì a fare una serie di riforme economiche e costituzionali dando vita ad una Repubblica federale jugoslava nel 1963. La Jugoslavia fece parte insieme ad India ed Egitto anche del Movimento dei non allineati creato dallo stesso Tito nel 1961.

Tito morì il 4 maggio 1980 . La sua morte significò anche la fine della Jugoslavia con l’accrescersi del divario tra nord e sud , una crisi economica finanziaria,lo scioglimento della Lega dei Comunisti durante le elezioni multipartitiche nelle repubbliche, fino al 1991, anno in cui tramite un referendum Slovenia e Croazia decisero per l’indipendenza, dando effettivamente inizio alla fine della Jugoslavia. Tra il 1992 e il 1995 scoppiò quella che viene ricordata come la Guerra in Bosnia che portò a allo scontro serbi, croati e musulmani, anche se fino a quel momento – e per secoli – avevano sempre vissuto in pace tra loro. Nel 1999, ovvero quando la NATO intervenne nei Balcani mettendo un punto definitivo agli scontri in Jugoslavia .

Un contrasto però mai sopito del tutto e sempre acceso grazie agli etno nazionalismi che continuano a crescere . Un contrasto che è messo sotto osservazione e che probabilmente potrebbe sedarsi ritrovando un collegamento con l’Europa per un futuro non più segnato da guerre e divisioni . Un nuovo rapporto con l’Europa che deve onorare una sorta di debito storico nei confronti di un nuovo ordinamento ancora mancante nella zona di crisi del Sudest europeo. Dal 1999, anno del Patto di stabilità per il Sudest europeo, sono stati fatti numerosi progressi nel percorso di integrazione e alcuni Paesi sono entrati a far parte dell’Unione Europea (Ungheria e Slovenia nel 2004, Bulgaria e Romania nel 2007, Croazia nel 2013).(5)

E’ ormai più di un decennio che la Turchia si è riaffacciata nei Balcani , una realtà geopolitica per molti versi simile a quella di cent’anni fa: dopo una parentesi storica – la Jugoslavia tra la prima guerra mondiale e la fine della Guerra fredda – nella regione sono rinati nuovi/vecchi piccoli Stati – in alcuni casi pseudo-Stati – con forti elementi di protettorato.

Russia e Cina tentano di penetrare la parte più vulnerabile dell’impero europeo dell’America. Per la Turchia la regione è priorità strategica. La presa di Washington è relativamente salda, ma Bosnia e Kosovo sono in ebollizione .

Daniele Santoro su Limes Il mare italiano e la guerra n.8 /2022 scrive : “ I Balcani occidentali sono il ventre molle dell’impero europeo dell’America e la porta d’accesso privilegiata al Vecchio Continente dei rivali della superpotenza. In quanto periferia euro-mediterranea scarsamente presidiata, Russia e Cina la percepiscono come scenario ideale di un confronto che non ha la regione come posta in gioco immediata. Le fibrillazioni in Bosnia-Erzegovina e le crescenti tensioni tra Serbia e Kosovo forniscono a Mosca il pretesto per il potenziale allargamento del conflitto di prossimità con gli Stati Uniti. I quali, consapevoli delle manovre russe, sembrano a loro volta intenzionati a usare strumentalmente i due teatri per testare la determinazione di Vladimir Putin Lo rivela la crisi al confine serbo-kosovaro avvenuta il 31 luglio 2022, solo cinque giorni dopo l’incontro a Washington tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il primo ministro del Kosovo Albin Kurti. L’eventuale esplosione delle bombe a orologeria bosniaca e kosovara avrebbe conseguenze geopolitiche drammatiche per l’Italia , a quel punto avviluppata in un semicerchio di fuoco esteso dalle Libie ai Balcani occidentali e imperniato sul caos mediterraneo-levantino. Al di là dell’Adriatico – soprattutto in Kosovo – non potremmo tuttavia sfilarci e rinunciare autolesionisticamente a una porzione essenziale della nostra profondità difensiva pur di non prendere parte alla contesa, come abbiamo fatto sull’ex Quarta Sponda. (6)

Balcani dunque in cui proprio con l’intervento del settembre scorso ( 2023) l’Azerbaijan ha deciso di porre fine al Nagorno Karabakh come entità autonoma. Giorgio Comai su Valigia blu scrive : “Dopo l’imposizione da Baku di oltre nove mesi di isolamento, che ha ridotto la popolazione armena locale allo stremo, le autorità dell’Azerbaijan hanno deciso di intervenire militarmente per porre fine al Nagorno Karabakh, un’entità de facto indipendente emersa con il crollo dell’Unione Sovietica. A partire dalla propria posizione di superiorità militare, l’Azerbaijan ha chiesto alla comunità armena locale di arrendersi, dissolvendo tutte le unità militari armene e i propri organi di amministrazione. Dopo un giorno di combattimenti, la resa dei rappresentanti armeni è arrivata.”

Tra L’Azerbaijan e l’Armenia sono in corso trattative . Ma i balcani restano un punto di riferimento, una spia. La fine del Nagorno Karabakh come entità de facto indipendente sembra ormai segnata. Forse c’è ancora spazio per evitare un nuovo ciclo di pulizia etnica e una tragedia umanitaria di più ampie dimensioni.

(1)A cura di Ferruccio Gemmellaro – ferrucciogemmellaro@gmail.com

(2)https://www.statoquotidiano.it/19/09/2014/mamma-li-turchi/248662/

(3)https://www.famigliacristiana.it/articolo/battaglia-vienna.aspx

(4)https://www.treccani.it/enciclopedia/impero-ottomano/

(5)Franzinetti, Guido. Balcani: 1878-2001. Roma: Carocci (2001). Hösch, Edgar. Storia dei Paesi balcanici. Torino: Giulio Einaudi editore (2005). Hösch, Edgar. Storia dei Balcani. Bologna: Il Mulino (2006). Glenny, Misha. The Balkans (1804-2012). London: Granta Publications, 2012.

( 6)https://www.limesonline.com/cartaceo/i-balcani-sono-una-bomba-a-orologeria

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